Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email all'indirizzo edomed94@gmail.com Saranno immediatamente rimossi. L'autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.


Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

27/04/14

Staffan De Mistura a Capri, i Marò nelle grinfie dell'India










 Staffan De Mistura: dopo due anni inconcludenti sul caso dei marò, un buen retiro pagato a Anacapri



Staffan De Mistura, cui il ministro degli Esteri Federica Mogherini ha dato il benservito da plenipotenziario per la vicenda dei marò in India, si è trovato una collocazione di tutto rispetto e da invidiare: sarà il direttore generale della “Fondazione Axel Munthe”, a Capri, anzi Anacapri. Il posto, ha scritto Vincenzo Nigro su Repubblica, glielo ha dato il Governo della Svezia, dove Staffan De Mistura è nato e di cui era e forse è ancora cittadino.
Staffan De Mistura paga per il fallimento della trattativa per liberare i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone dalle grinfie degli indiani.  Magari non tutte le colpe sono sue: lo hanno condizionato le mire del ministro degli Esteri del 2012 Giulio Terzi e del primo ministro Mario Monti, l’inadeguatezza complessiva dell’apparato diplomatico italiano, già apprezzata nelle varie vicende di navi ostaggio dei pirati; tutti elementi che si sono aggiunti a dei probabili limiti individuali.
La nuova sede di Staffan De Mistura è uno dei posti più belli del mondo, sulla punta di Anacapri, dove duemila anni fa viveva nella sua villa diffusa fra le rocce l’imperatore Tiberio, dividendo il suo tempo fra le cure del potere e quelle dei suoi piaceri immortalati da Svetonio e da Tinto Brass; circa un secolo fa lo psichiatra svedese Axel Munthe recuperò le rovine, costruì una villa e vi si trasferì, raccontando la storia in un bellissimo libro, “La storia di San Michele”, ormai fuori commercio se non dell’usato.
Contemplando l’ineguagliabile panorama che si gode dal picco di Anacapri, Staffan De Mistura potrà meditare sugli errori commessi e sulle tante parole un po’ difficili da capire che ha detto, frasi degne delle ultime parole famose della Domenica del Corriere dei bei tempi: da quella che lui e i due marò erano “un team” o quella che gli indiani
hanno capito che la pazienza dell’Italia è finita”,
a metà fra Cicerone e Mussolini, fino all’ultima di un mese prima del siluramento:
“Dobbiamo reagire con glacialità, ma spero con efficacia”.
Tra i molti articoli che hanno trattato la notizia del siluramento di Staffan De Mistura, quello di Pino Corrias sul Fatto merita speciale citazione:
“Non riuscendo a rimpatriare i due marò italiani, il Governo ha deciso di rimpatriare lui, il molto diplomatico Staffan de Mistura, marchese dalmata, classe 1947, dichiarando “esaurito il suo ruolo”.
Peccato. Ci stavamo abituando ai suoi sorridenti briefing che di quando in quando ci aggiornavano che “un passo avanti è stato fatto” con le autorità indiane, niente paura, “la ragionevolezza prevarrà”. E i marò? “Sono seri. Determinati. Con il morale fermo”. Eccetera.
Questo per una dozzina di viaggetti business class tra Roma e l’India, sempre con guardaroba adeguato alle stagioni – lino, cotone, cachemire – e agli alti consessi convocati in qualità [prima di sottosegretario agli Esteri del Governo tecnico di Mario Monti e poi] di Inviato speciale del governo, nomina di Enrico Letta, mentre ogni filo diplomatico si ingarbugliava, battaglioni di studi legali dislocati sui due emisferi si spedivano raffiche di diffide, deduzioni, memorie.
I tempi del processo si diluivano al punto che tra conflitti legislativi e altri labirinti procedurali, sono trascorsi 26 mesi e ancora non s’è capito chi debba giudicare Massimiliano La Torre e Sebastiano Girone e neppure quale sia esattamente il loro capo di imputazione.
Non proprio un successo diplomatico. Per di più, considerando la statura del nostro Staffan, e a volo d’uccello la sua biografia. Nato da famiglia nobile a Stoccolma. Apolide, federalista, massone. Romano d’adozione, anzi pariolino. Ginnasio dai Gesuiti. Laurea alla Sapienza con tesi preveggente in “Negoziati complessi”. All’Onu dal 1971″.
Staffan De Mistura, prosegue il racconto di Pino Corrias, ha scalato molte
“perigliose missioni destinate ai luoghi insanguinati del pianeta, Ruanda, Somalia, Iraq, Afghanistan. Organizzando dalle sedi diplomatiche più adatte spedizioni umanitarie e assistenza ai profughi. Ma sempre traversando i bordi di quelle immani tragedie da una distanza di sicurezza, parlandone ai convegni e alle cene che li completavano, dove esibiva la sua proverbiale competenza nel baciamano. Carlo Azeglio Ciampi nel 1999 gli conferisce la cittadinanza italiana. Giorgio Napolitano lo nomina Grande Ufficiale. La città di Trieste lo festeggia Dalmata dell’Anno”.
Possibile che, si chiede Pino Corrias,
“di tanti onori in patria, nulla sia trapelato in India?


L’americano Edward Luttwak
“ha risposte semplici a questioni complesse”:
“Staffan è solo un bellimbusto e in India è considerato un cretino”,
anche se facendo così Luttwak, secondo Pino Corrias,
“dimentica quante cose si siano intrecciate intorno a questo braccio di ferro: il nazionalismo indiano che pretende massime pene per gli italiani, gli 8 miliardi di dollari di interscambi commerciali, l’incolumità del nostro ambasciatore Daniele Mancini, varie campagne elettorali in India e persino quella permanente in Italia”.
Anche Vincenzo Nigro, pur non potendo negare il fallimento di De Mistura, gli trova delle attenuanti,
non solo per il precipitare dell’annuncio (“Secondo fonti della Farnesina, l’accelerazione annunciata ieri dalla Mogherini e dal ministro della Difesa Roberta Pinotti in audizione alla Camera è stata suggerita dal presidente del Consiglio Renzi anche per contrastare gli attacchi al governo sul caso marò a poche settimane dalle elezioni europee. E in effetti della “nuova squadra” che dovrà occuparsi dei due fucilieri di Marina per ora ancora non si ha notizia, se non del fatto che sarà un gruppo di esperti tecnico-giuridici”),
non solo per la correttezza del comportamento di De Mistura (“da “soldato” della diplomazia, ha commentato la scelta del governo dicendo di condividerla, «questa nuova, importante, e necessaria svolta richiede giustamente una nuova squadra di sostegno a tale specifico impegno: sono totalmente convinto che l’Italia saprà riportare Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in Patria con onore»),
ma anche per gli ingiusti attacchi di cui è stato vittima da parte di personaggi che dovrebbero solo e sempre tacere:
“Contro De Mistura infieriscono i suoi avversari politici, innanzitutto Ignazio La Russa, che era ministro della Difesa quando fu varata la legge che mise i marò a bordo delle navi civili con procedure e regole di ingaggio che hanno poi prodotto l’incidente di 2 anni fa. Dice La Russa che «con il benservito a De Mistura e il via ad una fase di internazionalizzazione della vicenda ma con tre mesi di ritardo, anche il ministro degli Esteri Mogherini converge sulle posizioni sostenute da sempre da Fratelli d’Italia». De Mistura era stato nominato “inviato speciale” per il caso marò da Monti provocando l’immediata gelosia dell’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi. Appena possibile, Terzi lo aveva escluso dal negoziato con l’India, e oggi lo attacca anche senza nominarlo: «Mi chiedo se questa del governo Renzi è la tattica ispirata da uno dei protagonisti dello scellerato rinvio in India dei due marò il 22 marzo dell’anno scorso, dopo aver partecipato ad un’opera di convincimento sui due militari, insieme all’allora ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, perché non si opponessero al loro ritorno». Lui, Terzi, approvò il rientro in India, salvo decidere poi di cavalcare il caso per provare a entrare in politica. Cosa che per ora non gli è riuscita”.


Staffan De Mistura, cui il ministro degli Esteri Federica Mogherini ha dato il benservito da plenipotenziario per la vicenda dei marò in India, si è trovato una collocazione di tutto rispetto e da invidiare: sarà il direttore generale della “Fondazione Axel Munthe”, a Capri, anzi Anacapri. Il posto, ha scritto Vincenzo Nigro su Repubblica, glielo ha dato il Governo della Svezia, dove Staffan De Mistura è nato e di cui era e forse è ancora cittadino.
Staffan De Mistura paga per il fallimento della trattativa per liberare i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone dalle grinfie degli indiani.  Magari non tutte le colpe sono sue: lo hanno condizionato le mire del ministro degli Esteri del 2012 Giulio Terzi e del primo ministro Mario Monti, l’inadeguatezza complessiva dell’apparato diplomatico italiano, già apprezzata nelle varie vicende di navi ostaggio dei pirati; tutti elementi che si sono aggiunti a dei probabili limiti individuali.
La nuova sede di Staffan De Mistura è uno dei posti più belli del mondo, sulla punta di Anacapri, dove duemila anni fa viveva nella sua villa diffusa fra le rocce l’imperatore Tiberio, dividendo il suo tempo fra le cure del potere e quelle dei suoi piaceri immortalati da Svetonio e da Tinto Brass; circa un secolo fa lo psichiatra svedese Axel Munthe recuperò le rovine, costruì una villa e vi si trasferì, raccontando la storia in un bellissimo libro, “La storia di San Michele”, ormai fuori commercio se non dell’usato.
Contemplando l’ineguagliabile panorama che si gode dal picco di Anacapri, Staffan De Mistura potrà meditare sugli errori commessi e sulle tante parole un po’ difficili da capire che ha detto, frasi degne delle ultime parole famose della Domenica del Corriere dei bei tempi: da quella che lui e i due marò erano “un team” o quella che gli indiani
hanno capito che la pazienza dell’Italia è finita”,
a metà fra Cicerone e Mussolini, fino all’ultima di un mese prima del siluramento:
“Dobbiamo reagire con glacialità, ma spero con efficacia”.
Tra i molti articoli che hanno trattato la notizia del siluramento di Staffan De Mistura, quello di Pino Corrias sul Fatto merita speciale citazione:
“Non riuscendo a rimpatriare i due marò italiani, il Governo ha deciso di rimpatriare lui, il molto diplomatico Staffan de Mistura, marchese dalmata, classe 1947, dichiarando “esaurito il suo ruolo”.
Peccato. Ci stavamo abituando ai suoi sorridenti briefing che di quando in quando ci aggiornavano che “un passo avanti è stato fatto” con le autorità indiane, niente paura, “la ragionevolezza prevarrà”. E i marò? “Sono seri. Determinati. Con il morale fermo”. Eccetera.
Questo per una dozzina di viaggetti business class tra Roma e l’India, sempre con guardaroba adeguato alle stagioni – lino, cotone, cachemire – e agli alti consessi convocati in qualità [prima di sottosegretario agli Esteri del Governo tecnico di Mario Monti e poi] di Inviato speciale del governo, nomina di Enrico Letta, mentre ogni filo diplomatico si ingarbugliava, battaglioni di studi legali dislocati sui due emisferi si spedivano raffiche di diffide, deduzioni, memorie.
I tempi del processo si diluivano al punto che tra conflitti legislativi e altri labirinti procedurali, sono trascorsi 26 mesi e ancora non s’è capito chi debba giudicare Massimiliano La Torre e Sebastiano Girone e neppure quale sia esattamente il loro capo di imputazione.
Non proprio un successo diplomatico. Per di più, considerando la statura del nostro Staffan, e a volo d’uccello la sua biografia. Nato da famiglia nobile a Stoccolma. Apolide, federalista, massone. Romano d’adozione, anzi pariolino. Ginnasio dai Gesuiti. Laurea alla Sapienza con tesi preveggente in “Negoziati complessi”. All’Onu dal 1971″.
Staffan De Mistura, prosegue il racconto di Pino Corrias, ha scalato molte
“perigliose missioni destinate ai luoghi insanguinati del pianeta, Ruanda, Somalia, Iraq, Afghanistan. Organizzando dalle sedi diplomatiche più adatte spedizioni umanitarie e assistenza ai profughi. Ma sempre traversando i bordi di quelle immani tragedie da una distanza di sicurezza, parlandone ai convegni e alle cene che li completavano, dove esibiva la sua proverbiale competenza nel baciamano. Carlo Azeglio Ciampi nel 1999 gli conferisce la cittadinanza italiana. Giorgio Napolitano lo nomina Grande Ufficiale. La città di Trieste lo festeggia Dalmata dell’Anno”.
Possibile che, si chiede Pino Corrias,
“di tanti onori in patria, nulla sia trapelato in India?
L’americano Edward Luttwak
“ha risposte semplici a questioni complesse”:
“Staffan è solo un bellimbusto e in India è considerato un cretino”,
anche se facendo così Luttwak, secondo Pino Corrias,
“dimentica quante cose si siano intrecciate intorno a questo braccio di ferro: il nazionalismo indiano che pretende massime pene per gli italiani, gli 8 miliardi di dollari di interscambi commerciali, l’incolumità del nostro ambasciatore Daniele Mancini, varie campagne elettorali in India e persino quella permanente in Italia”.
Anche Vincenzo Nigro, pur non potendo negare il fallimento di De Mistura, gli trova delle attenuanti,
non solo per il precipitare dell’annuncio (“Secondo fonti della Farnesina, l’accelerazione annunciata ieri dalla Mogherini e dal ministro della Difesa Roberta Pinotti in audizione alla Camera è stata suggerita dal presidente del Consiglio Renzi anche per contrastare gli attacchi al governo sul caso marò a poche settimane dalle elezioni europee. E in effetti della “nuova squadra” che dovrà occuparsi dei due fucilieri di Marina per ora ancora non si ha notizia, se non del fatto che sarà un gruppo di esperti tecnico-giuridici”),
non solo per la correttezza del comportamento di De Mistura (“da “soldato” della diplomazia, ha commentato la scelta del governo dicendo di condividerla, «questa nuova, importante, e necessaria svolta richiede giustamente una nuova squadra di sostegno a tale specifico impegno: sono totalmente convinto che l’Italia saprà riportare Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in Patria con onore»),
ma anche per gli ingiusti attacchi di cui è stato vittima da parte di personaggi che dovrebbero solo e sempre tacere:
“Contro De Mistura infieriscono i suoi avversari politici, innanzitutto Ignazio La Russa, che era ministro della Difesa quando fu varata la legge che mise i marò a bordo delle navi civili con procedure e regole di ingaggio che hanno poi prodotto l’incidente di 2 anni fa. Dice La Russa che «con il benservito a De Mistura e il via ad una fase di internazionalizzazione della vicenda ma con tre mesi di ritardo, anche il ministro degli Esteri Mogherini converge sulle posizioni sostenute da sempre da Fratelli d’Italia». De Mistura era stato nominato “inviato speciale” per il caso marò da Monti provocando l’immediata gelosia dell’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi. Appena possibile, Terzi lo aveva escluso dal negoziato con l’India, e oggi lo attacca anche senza nominarlo: «Mi chiedo se questa del governo Renzi è la tattica ispirata da uno dei protagonisti dello scellerato rinvio in India dei due marò il 22 marzo dell’anno scorso, dopo aver partecipato ad un’opera di convincimento sui due militari, insieme all’allora ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, perché non si opponessero al loro ritorno». Lui, Terzi, approvò il rientro in India, salvo decidere poi di cavalcare il caso per provare a entrare in politica. Cosa che per ora non gli è riuscita”.

Pubblicato il 26 aprile 2014

fonte: http://www.blitzquotidiano.it

8 domande da ImolaOggi.it al Presidente della Repubblica





napo



1) Lei non dovrebbe garantire il rispetto “sostanziale” della Costituzione Italiana?

2) Lei non si sente responsabile dei suicidi e delle sofferenze degli italiani?

3) Perchè non pone un termine breve alla soluzione di questo gravissimo problema?

4) Nel 2010 oltre 130 economisti di fama nazionale e internazionale le scrissero una lettera, un accorato appello, per avvertirla della gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si sarebbero risolte attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, alla Istruzione, alla Ricerca, alla Cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli…Perchè non li ha ascoltati?

5) Ora, di nuovo, diversi costituzionalisti di fama nazionale e internazionale hanno hanno deplorato ciò che il governo, illegittimamente sostenuto, dichiara di fare. Perchè lei non fa sentire la sua voce?

6) Questo è un parlamento chiaramente delegittimato dalla sentenza della Consulta che ha cancellato il Porcellum e che doveva fare in fretta una nuova legge elettorale, per poi tornare al voto. Perchè è ancora lì?

7) Questo governo abusivo e questo parlamento delegittimato non possono certo preparare una profonda revisione della Costituzione, che spazia dalla cancellazione del Senato fino alla forma di governo. Perchè lo fanno?

8) Stiamo assistendo impotenti ad una “svolta autoritaria”, al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali, da regime autoritario. Stiamo subendo in silenzio un “golpe democratico”?



India, aumenta il fanatismo violento indù



  





“Effetto Modi”: trascinata dal leader nazionalista, nel mese delle elezioni generali, la risurrezione dei gruppi paramilitari preoccupa le minoranze












C’è un preoccupante aumento del fanatismo indù, violento e aggressivo verso le minoranze religiose cristiane e musulmane, nell’India impegnata nel mese cruciale delle elezioni generali. A partire dal 7 aprile e fino al 12 maggio, infatti, la più imponente democrazia del mondo porta alle urne 815 milioni nelle sedicesime elezioni nazionali dall’indipendenza del paese. I cittadini nel 28 stati e 7 territori che compongono la federazione indiana si recheranno agli oltre 900mila seggi, distribuiti in 543 circoscrizioni, in 9 giorni diversi nel’arco di un mese, e il conteggio finale del lungo processo elettorale è previsto il 16 maggio.

 Protagonista indiscusso, e favorito nei sondaggi per diventare nuovo Primo Ministro è il leader del Bharatiya Janata Party (“Partito del popolo indiano”, BJP), Narendra Modi, attualmente capo del governo nello stato nordoccidentale del Gujarat. Il BJP è un partito conservatore e nazionalista che, a partire dagli anni ‘80 ha fatto le su fortune politiche – ed è già salita al potere nella nazione dal 1998 al 2004 – cavalcando senza esitazione il sentimento religioso indù e sfruttando una ideologia di “purezza religiosa”, definita hindutva, che predica “l’India agli indù” a scapito delle minoranze. Modi è molto popolare tra i giovani e ha iniziato la sua carriera politica nel Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), organizzazione indù di carattere paramilitare che, accanto a un cartello di organizzazioni simili, ha storicamente conservato un approccio radicale, intollerante e violento: fu un ex membro di RSS, dicono i libri di storia, ad assassinare il Mahatma Gandhi, nel 1948.


Oggi “l’effetto Modi” si fa sentire nella società indiana con fenomeni che preoccupano gli osservatori: si fa strada soprattutto tra i giovani l’ideologia esclusivista e discriminatoria promossa dal BJP e i “neo convertiti” che aderiscano ai gruppi locali di RSS si sono moltiplicati in maniera esponenziale. Un’organizzazione che sembrava “in via di estinzione”, ha ricevuto un inatteso impulso e nell’ultimo mese sono nate oltre 2.000 nuove sezioni locali di RSS, che riscuote un rinnovato interesse per vita “da militante”, basata su “formazione del carattere , idealismo , disciplina”. Il tutto condito da una approccio sociale e politico che approva apertamente il sistema castale ( abolito formalmente da 60 anni) e guarda con sospetto le comunità religiose non indù, accusate di “inquinare la nazione”.


Ben si comprende, allora, la preoccupazione dei leader cristiani e musulmani (in un paese dove gli indù costituiscono circa l’80% della popolazione, i musulmani sono il 13%, i cristiani il 2,5%) per le rispettive comunità, già vittime nel passato recente di attacchi di massa. Basti ricordare l’episodio del febbraio 2002, quando i militanti induisti uccisero oltre mille musulmani, nella disputa per un “tempio conteso” nella città santa di Ayodhya. I cristiani, dal canto loro, ricordano i pogrom subiti nello stato di Orissa nel 2008 e, ultimamente, gli oltre 4.000 casi di violenza anticristiana registrati nel 2013. Episodi che includono l’omicidio di 7 fedeli, abusi e percosse su 1.000 donne, 500 bambini e circa 400 preti di diverse confessioni; attacchi a oltre 100 chiese e luoghi di culto cristiano, come documenta il “Rapporto sulle persecuzioni 2013” elaborato da un forum di enti nella società civile indiana. In particolare alcuni importanti stati indiani come il Karnataka e il Maharashtra spiccano come “laboratori dell’estremismo indù”, ben radicato anche in altri stati come Andra Pradesh, Chhattisgarh, Gujarat, Orissa, Madhya Pradesh.


Le minoranze rimarcano evidenti falle nel sistema giuridico indiano, che permettono la diffusione dell’intolleranza religiosa: sotto accusa alcuni provvedimenti legislativi come l’Ordine presidenziale del 1950, che nega ai dalit (fuoricasta) cristiani e musulmani i diritti riconosciuti ai dalit indù (una sorta di discriminazione legalizzata); e le leggi anti-conversione, norme di palese violazione della libertà di coscienza e religione, in vigore in sette stati indiani.


Sta di fatto che, con l’approssimarsi del voto e durante il mese delle elezioni, sono cresciute le tensioni e le violenze sulle minoranze religiose nel paese, come rileva un rapporto pubblicato dall’Ong Christian Solidarity Worldwide (CSW). La violenza è finita anche sotto la lente dell’Onu: Heiner Bielefeldt, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di religione, in un recente visita in India, ha rimarcato l’urgenza che lo stato garantisca i diritti individuali, sanciti della Costituzione, promuovendo un clima e una prassi di armonia sociale e religiosa. Ma la possibile vittoria elettorale del BJP certo non aiuterebbe a distendere le relazioni tra comunità di fede diversa. 

paolo affatato - 27 aprile 2014 roma
fonte: http://vaticaninsider.lastampa.it

Immigrazione. Ondata di sbarchi in Sicilia, proteste simboliche dalla destra


 

- Angelino Alfano, annunciando l'avvio di Mare Nostrum, parlò di rafforzamento «della protezione della frontiera» con la «deterrenza del pattugliamento e dell'intervento delle Procure».

- L'allora titolare della Difesa, Mario Mauro riferì che i migranti raccolti in mare sarebbero stati trasferiti nel porto sicuro più vicino "non necessariamente italiano" e più tardi rese noto che i proventi incassati dai trafficanti finanziavano il terrorismo islamico.

- L'Italia oggi è l'unico Paese ad accogliere chiunque arrivi illegalmente davanti alle sue coste

Se non ci saranno correzioni l'operazione "Mare Nostrum", così com'è, potrebbe rivelarsi un dramma per l'Italia e per gli stessi immigrati

LO STESSO DISPOSITIVO NAVALE POTEVA ESSERE SCHIERATO A RIDOSSO DELLE COSTE LIBICHE PER BLOCCARE LE PARTENZE

e.m. 

___

 




ROMA - In continua crescita l’ondata di migranti provenienti dal Nord Africa che approdano in Sicilia nelle ultime ore. Le navi impegnate nell’operazione “Mare Nostrum” hanno infatti soccorso più di duemila persone solo negli ultimi giorni. 
Stamane al porto d'Augusta è giunta la nave San Giorgio, a bordo oltre 1.000 i migranti intercettati nel Canale di Sicilia. Tra loro c'erano circa 200 donne e 230 bambini, di cui alcuni appena nati.
Un nuovo sbarco si è poi visto nel pomeriggio di oggi, dove a Pozzallo , in provincia di Ragusa, 261 migranti, tra egiziani e siriani, sono stati rimorchiati fino al porto. Durante le identificazioni a cura della squadra mobile della Questura di Ragusa, circa 180 di loro hanno dichiarato di essere minorenni.
Sono stati fermati poi due ragazzi, un marocchino di 19 anni e un tunisino di 26, ritenuti i presunti scafisti delle imbarcazioni soccorse grazie ad un video girato da uno dei migranti in cui i due indagati davano chiaramente ordini all’equipaggio e chiedevano aiuto, nella nostra lingua, ad una nave italiana.
Nel frattempo stamane a Catania, uno sbarco “simbolico” è stato organizzato da Giorgia Meloni, seguita da diversi esponenti di Fratelli d’Italia ed Alleanza Nazionale con l’intento di protestare contro le politiche Europee sull’immigrazione e contro le decisioni in materia dell’attuale governo Renzi.



“Pensionati, invalidi e disoccupati sbarcano in Sicilia. Chiediamo stessi diritti degli immigrati clandestini”, questo lo “slogan” con cui i manifestanti lamentavano che “È inaccettabile che il nostro Paese spenda circa 900 euro al mese per immigrato a fronte di una pensione sociale per gli italiani di 400 euro”.

di Andrea Giannetti Sabato, 26 Aprile 2014 19:59 

fonte: http://www.dazebaonews.it/

CONFESSIONI DI UN FINANZIERE " INCASSO TANGENTI PER LO STATO "





Memorie di un finanziere della polizia tributaria. Si potrebbe intitolare così il sorprendente documento esclusivo che state per leggere. Si tratta della trascrizione, fedele alla lettera, del disarmante sfogo di un disincantato, onesto e preparato maresciallo della Guardia di Finanza, impegnato da diversi lustri nei temutissimi controlli alle imprese. L’uomo, di cui evitiamo di indicare dati anagrafici e curriculum per non renderlo riconoscibile, ha apparecchiato per Libero uno zibaldone di pensieri, suddiviso in capitoletti, sul suo lavoro di tutti i giorni. Che per lui è diventato un tran tran asfissiante, capace di condurlo quasi al rigetto. Il risultato è questa spietata radiografia che stupisce e, in un certo senso, preoccupa di un mestiere che tanto trambusto porta nelle vite degli italiani. Infatti in questo sfogo il militare dipinge le ispezioni delle Fiamme gialle come un ineluttabile meccanismo stritola-imprenditori il cui obiettivo non sarebbe una vera e sana lotta alle frodi fiscali, ma una fantasiosa e famelica caccia al tesoro indispensabile a lanciare le carriere di molti professionisti dell’Antievasione. «Nel nostro lavoro ci sono forzature evidenti, a volte imbarazzanti», ammette con Libero il maresciallo. Che qui di seguito svela retroscena e segreti dei controlli che intralciano ogni giorno il lavoro di centinaia di imprenditori. Una lettura che potrebbe agitare qualcuno e far alzare il sopracciglio ad altri. Ma a tutti deve essere chiaro che non di fiction si tratta e che domani il nostro maresciallo e la sua pattuglia potrebbero bussare alla vostra porta. Preparatevi a leggere il testo di questo finanziere raccolto in esclusiva da Libero.
Ossessione numeri - Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. Nel nostro Corpo esistono vere e proprie task-force che si occupano di fare previsioni di recupero d’imposta e a fine anno queste devono essere raggiunte, come se l’evasione fiscale si basasse su dei budget. Gli operatori sul territorio sono meno di chi elabora questa realtà virtuale, su 64 mila finanzieri siamo circa 4 mila a fare i controlli.
Indietro non si torna - A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima. Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima. Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera. Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità. I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato. Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto. Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta. Ma spesso non lo è. Per la Finanza quello che conta è il dio numero. Il nostro unico problema è come tirarlo fuori.
Per riuscirci c’è un nuovo strumento infernale, la cosiddetta “mediana”, che va di gran moda tra gli ufficiali. La si pronuncia con rispetto e deferenza, anche perché da essa dipende la carriera di chi la evoca. Si tratta di uno studio fatto a tavolino, che stabilisce il valore medio della verifica necessario a raggiungere gli obiettivi, il tetto al di sotto del quale non si può andare. Se capiamo che in un’azienda il verbale sarà di entità inferiore alla mediana, derubrichiamo la verifica a controllo in modo che non entri nelle statistiche ufficiali.
Alla Guardia di Finanza abbiamo uffici informatici che elaborano dati in continuazione. Ma si tratta di numeri “drogati”, come lo sono quelli dei sequestri. Nei magazzini dei cinesi ho visto colleghi registrare alla voce “giocattoli” ogni singolo pallino delle pistole per bambini. Spesso questi servizi si fanno in occasione delle feste natalizie, così passa l’informazione che sul territorio c’è sicurezza.
Con questi numeri i generali si riempiono la bocca il 21 giugno, giorno della festa del Corpo. Lo speaker spara cifre in presenza di tutte le autorità, dei presidenti dei tribunali, dei politici, ecc. ecc. Quel giorno è un tripudio di dati pronunciato con voce stentorea: recuperata tot Iva, scovati tot milioni di redditi non dichiarati, arrestati x emittenti fatture false. Una festa!
Normativa astrusa - La normativa tributaria italiana è talmente ingarbugliata che si presta alla nostra logica del risultato a ogni costo. Per noi è piuttosto semplice fare un rilievo visto che siamo aiutati da questa legislazione astrusa e abnorme, spesso contradditoria e conflittuale. Nel nostro Paese è quasi impossibile essere in regola e per chi lo sembra ci prendiamo più tempo per spulciare ogni carta. Infatti se una norma può apparire favorevole all'imprenditore, c’è sicuramente un’altra interpretabile in maniera opposta. E in questo ci aiuta l’oceanica produzione di sentenze, frutto di un eccessivo contenzioso. Un contratto, un’operazione possono essere interpretati in mille modi e alla fine trovi sempre una sentenza della Cassazione che ti permette di poter fondare un rilievo su basi giuridiche certe. Questo è il Paese delle sentenze.
Analizzando un bilancio, un’imperfezione si trova sempre. Magari per colpa dello stesso controllore che prima dice all’imprenditore di comportarsi in un modo e poi in un altro, inducendolo in errore. Per esempio, su nostro suggerimento, un’azienda non contabilizza più certe spese come pubblicità (deducibili), ma come spese di rappresentanza (deducibili solo in parte). Quindi arriva l’Agenzia delle Entrate e spiega che quelle non sono né l'una né l’altra. A volte succede che qualcuno abbia già subito un controllo, abbia aderito a un condono e, zac, arriviamo noi e contestiamo lo stesso aspetto, ma in modo diverso. Dopo i primi anni nel Corpo non ho più sentito di controlli chiusi con un nulla di fatto e in cui si torna a casa senza aver contestato qualcosa. Alla fine chi lavora impazzisce.
Chi sbaglia non paga - Come è possibile tutto questo? Semplice: perché chi sbaglia non paga, ma anche perché chi sbaglia non saprà mai di averlo fatto. Il motivo è semplice: noi non comunichiamo con l’Agenzia delle Entrate e non sappiamo mai che fine facciano i nostri verbali. Per questo se ho commesso un errore non lo verrò mai a sapere: il nostro è solo un verbale di constatazione, a renderlo esecutivo è l’Agenzia delle Entrate che lo trasforma in verbale di accertamento. Però raramente i nostri colleghi civili bocciano il nostro lavoro, anzi questo non succede nel 99,9 per cento delle situazioni. Si fidano di noi e, anche se sono molto più preparati, nella maggior parte dei casi prendono il nostro verbale e lo notificano, tale e quale, al contribuente. Quello che sappiamo per certo è che i nostri verbali, giusti o sbagliati che siano, diventano numeri e quindi non ci interessa che vengano annullati, tanto non ne verremo mai a conoscenza né saremo chiamati a risponderne. Per noi resta un grosso risultato. E visto che nessuno paga per i propri errori, il povero imprenditore continuerà a trovarsi ignaro in un castello kafkiano fatto di norme e risultati da ottenere.
Imprese sacrificali - Gli imprenditori con noi sono sempre gentili, ci accolgono con il caffè, sopportano di averci tra i piedi per settimane, ma si capisce che vorrebbero dirci: scusateci, ma avremmo pure da lavorare. A noi però questo non interessa: dobbiamo contestargli un verbale a qualsiasi costo e quando bussiamo alla loro porta sappiamo che non hanno praticamente speranza di salvezza. Per contrastare e contestare questa trappola infernale l’imprenditore è costretto a pagare consulenti costosissimi, ma noi rimaniamo sempre sulle nostre posizioni. A volte capita che per provare a difendersi il presunto evasore chiami in soccorso come consulenti ex finanzieri, ma spesso questo non gli evita la sanzione. Anzi.
Negli ultimi anni ho notato una certa arrendevolezza da parte degli imprenditori: dopo un po’ si stancano. Capiscono, e ce lo dicono, che tanto dovranno fare ricorso perché noi non cambieremo idea. Per tutti questi motivi molti di loro costituiscono a inizio anno un fondo in previsione della visita della Finanza. Sono coscienti che qualcosa dovranno comunque pagare.
Chi fa veramente le grandi porcate, chi apre e chiude partite Iva, emette false fatture o costituisce società di comodo magari alle Cayman è molto più veloce di noi e per questo non lo incastriamo, mentre azzanniamo quelli che operano sul territorio e che sono regolarmente censiti nelle banche dati. Alla fine lo Stato colpisce sempre i soliti noti. Non è una nostra volontà, ma dipende dal fatto che non abbiamo risorse per fare la vera lotta all’evasione e in ogni caso dobbiamo fornire dei numeri al ministero per poter legittimare la nostra esistenza come istituzione. Anche in Europa.
Tangente di Stato - L’imprenditore, se accetta la proposta di adesione al verbale entro 60 giorni, paga solo un terzo di quanto gli viene contestato e spesso salda anche se non lo ritiene giusto, per togliersi il dente ed evitare ricorsi costosi (a volte più dei verbali) e sine die. In pratica accetta di pagare una tangente allo Stato. Agli imprenditori i ricorsi costano molto e se la commissione provinciale, il primo grado della giustizia tributaria, dà ragione allo Stato, l’imprenditore prima di ricorrere alla commissione regionale, il secondo grado, deve pagare metà del dovuto. Per questo chi lavora spesso preferisce chiudere la partita all’inizio, pagando un terzo.
Giustizia da farsa - Il contradditorio tra Guardia di Finanza e imprenditori durante le verifiche è una farsa, perché ognuno rimane sulla propria posizione, ma va fatto per legge. Nel contradditorio gli imprenditori non hanno scampo: quel numero, quell’ipotesi di evasione, ormai è stato venduto e non può più essere ridimensionato. È entrato nel sistema e nelle nostre statistiche. A noi non interessa se magari dopo anni quel verbale verrà annullato e non avrà prodotto alcun introito per lo Stato.
Le cose non vanno meglio con la giustizia tributaria, gestita da commissioni composte da avvocati, commercialisti, ufficiali della Finanza in pensione che fanno i giudici tributari gratuitamente giusto per fare qualcosa o per sentirsi importanti. È incredibile, ma in Italia il sistema economico-finanziario viene affidato a un servizio di “volontariato”.
La verità è che un tale esercito di volontari senza gratificazioni economiche non se la sente di cassare completamente il lavoro di finanzieri e Agenzia delle Entrate e l’imprenditore qualcosa deve sempre pagare. Difficilmente questi giudici per hobby danno torto allo Stato.
L’assurdità è che vengono pagati 30-40 euro per motivare sentenze complesse che hanno come oggetto verbali da milioni di euro, scritti da marescialli aizzati dal sistema.
Formazione assente - Il nostro vero problema è la mancanza di specializzazione di un Corpo che cerca di riscattarsi nel modo sbagliato, provando a portare a casa grandi risultati, sebbene “storti”. A volte l’ignoranza aiuta a far montare un rilievo che non sta né in cielo né in terra. Sulla nostra formazione non ho niente da dire, perché non esiste. Eppure dobbiamo confrontarci con specialisti agguerriti, leggere documenti in lingue straniere, e la gran parte di noi non sa una parola in inglese. Non ci forniscono nemmeno i codici tributari aggiornati, mentre spendono milioni per farci esercitare ai poligoni, visto che siamo inspiegabilmente ancora una polizia militare, come solo in Equador e Portogallo. Un commercialista lavora 12 ore al giorno e si forma continuamente. Dall’altra parte della barricata c’è gente come noi che non vede l’ora di scappare via dall’ufficio, dove spesso non ha neppure a disposizione una scrivania o la deve condividere con altri colleghi. In questo modo il lavoro diventa l’ultimo dei pensieri. I più bravi vanno in pensione appena possono, per riciclarsi come professionisti al soldo delle aziende. Ci vuole una fortissima motivazione per studiare una materia terribile come il diritto tributario. Avvocati e commercialisti trovano gli stimoli nelle parcelle, da noi un maresciallo con vent’anni di servizio guadagna 1.700 euro. Gli incentivi li dobbiamo trovare dentro di noi, magari pensando di sfruttare il sistema per trovare un altro lavoro. È illogico che un mestiere così delicato, dove si contestano milioni di euro d’evasione, sia affidato a gente sottopagata e impreparata. L’unico modo di tenersi aggiornati è quello di studiare a proprie spese, pagandosi master e corsi. Purtroppo la formazione è costosissima e spesso ci rinunciamo. È chiaro che un sistema del genere presti il fianco al rischio della corruzione.
In più bisogna considerare che per noi le verifiche sono particolarmente rischiose. In base alla mia esperienza non le facciamo con la giusta professionalità, possiamo commettere errori in buona fede, essere invischiati in fatti che neanche capiamo. Per esempio alcuni di noi sono stati accusati di aver ammorbidito un verbale per un tornaconto, in realtà lo avevano fatto per ignoranza e per questo ora quasi nessuno vuole più fare questo tipo di lavoro.
Risorse all'osso - I nostri capi hanno budget di spesa sempre più ristretti. Nonostante ciò ogni ufficiale deve portare a casa i risultati con i soldi e le pattuglie che ha. Risultati almeno uguali a quelli dell’anno precedente. A causa di questa mancanza di mezzi siamo costretti a portare via dalle aziende penne, risme di carta, spillatrici. E secondo me gli imprenditori se ne accorgono, ma non dicono nulla per compassione.
Onestamente gli ufficiali non sono responsabili di questa penuria di risorse, visto che i fondi destinati alla lotta all’evasione vengono decisi dai politici. Ma la frustrazione dei nostri superiori viene compensata da ottimi stipendi personali che lievitano grazie ai risultati conseguiti. Cosa che ovviamente non succede a noi.
Nel nostro lavoro, la mattina, ammesso che trovi una macchina libera, devi prima fare car-sharing e accompagnare diversi colleghi ai reparti, quindi ti restano due o tre ore per fare visita a un’azienda. Quando rientriamo da una verifica il nostro principale problema è segnare sul registro quanti chilometri abbiamo fatto e quanta benzina abbiamo consumato. Arriveremo al paradosso di fare le verifiche in ufficio a contribuenti trovati su Google.
Lontani dalla realtà - I nostri vertici sono lontani dalla realtà, sono convinti che noi facciamo “lotta all'evasione”. C’è una distanza siderale tra chi sta in trincea, come me, e chi vive nei salotti. Un maresciallo può parlare solo con il tenente e non con i gradi superiori. Il nostro messaggio viene filtrato e arriva al vertice completamente distorto. Nel nostro sistema militare non conta quello che pensi del tuo lavoro, ma il grado che hai sulle spalle. L’ufficiale non va a riferire al superiore se l’ispettore gli ha detto che un controllo potrebbe non portare a niente. Al contrario insinua nei vertici la speranza che un risultato arriverà. E così chi va in giro per aziende deve ingegnarsi per trovare il cavillo che porti al risultato, solo per sentirsi dire bravo o per una pacca sulla spalla. L’animo umano si accontenta di poco. In questa catena di comando in cui tutti devono fare carriera non sono ammessi dubbi od obiezioni, l’informazione reale resta a valle, al generale arriva quella virtuale, il famoso “numero”. In nome del quale vengono immolati molti evasori virtuali.

26 aprile 2014

fonte: http://www.liberoquotidiano.it