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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

23/02/18

Sindacato di polizia: "Sospendere le manifestazioni prima che ci sia il morto"

 

Il Consap. "Tensione alta nel Paese. Sospendere le manifestazioni prima che ci scappi il morto"



Sindacato di polizia: "Sospendere le manifestazioni prima che ci sia il morto""Gli scontri tra manifestanti di ogni estrazione politica e FF.OO. di questi ultimi giorni sono sintomatici della tensione che regna nel nostro paese le cui responsabilità non sono certo imputabili a chi cerca di garantire l’ordine e la sicurezza ma che tuttavia ne paga direttamente le conseguenze": così esordisce la Consap, sindacato maggiormente rappresentativo della Polizia di Stato.
"Le ripetute gravi aggressioni tra attivisti politici facenti riferimento sia all’area di destra che di sinistra ne sono ulteriore prova che si somma agli attacchi ingiustificati compiuti nei confronti della Polizia che, ormai quotidianamente, è costretta a fronteggiare situazioni di guerriglia attuate nelle nostre città lasciando sul campo feriti tra gli appartenenti alle FF.OO.; questa situazione non è più sostenibile – dichiara il segretario nazionale, Stefano Spagnoli – e non si può continuare a pensare di impiegare, ogni giorno, migliaia di poliziotti in servizio di ordine pubblico per contenere le tensioni del paese provocate da scelte politiche dissennate e da strumentalizzazioni legate alla campagna elettorale".
"I gravissimi e innumerevoli atti di violenza avvenuti in questo ultimo periodo e, soprattutto, negli ultimi giorni nel nostro paese, ci inducono - continua Spagnoli - a chiedere la sospensione ed il rinvio della manifestazione “mai più fascismi, mai più razzismi”, indetta a Roma per il 24 febbraio dall’Anpi soltanto al fine di scongiurare accoltellamenti, pestaggi feroci ed aggressioni nei confronti del personale delle Forze di Polizia impegnato in ordine pubblico, ma anche della gente comune. Tutti hanno il diritto di manifestare pacificamente– conclude il segretario nazionale – ma in questo momento le manifestazioni sono diventate strumento propedeutico ad azioni di guerriglia. Come ha detto anche il Presidente del senato, Grasso “…non aspettiamo il morto” e noi aggiungiamo “…tra le forze dell’ordine”".

Venerdì, 23 febbraio 2018  

Uranio impoverito e tumori




Secondo la Commissione parlamentare d'inchiesta sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito i militari italiani impiegati in missioni militari all'estero, ma anche nei poligoni di tiro e nei siti di deposito delle munizioni, i soldati sarebbero stati espositi a materiali dannosi. La relazione denuncia, in particolare, la situazione di Foxi, nel comune di Sant'Anna Arresi, in provincia di Cagliari. Su Città nuova l'intervista al presidente della Commissione, Gian Piero Scanu
 

«Le immagini satellitari ritraggono una discarica non controllata: 30.000 crateri sino a 19-20 metri di diametro. Sulla superficie tonnellate di residuati contenenti cospicue quantità di inquinanti in grado di contaminare suolo, acqua, aria, vegetazione, animali. E l’uomo. A Foxi, frazione del comune di Sant’Anna Arresi (Cagliari), in prossimità delle esercitazioni militari con impiego di mezzi corazzati e con attività a fuoco comprendenti missili con raggi a lunga gittata, nel periodo 2000-2013, si registra un raddoppio della mortalità per tutte le cause e un rischio almeno tre volte maggiore di mortalità e morbosità per le malattie cardiache».
È uno dei primi passaggi della relazione della Commissione parlamentare sull’uranio impoverito, presieduta dal deputato sardo uscente del Pd, e non ricandidato, Gian Piero Scanu, dalla quale emerge un quadro piuttosto preoccupante sull’uso del territorio di Capo Teulada in Sardegna, che sarebbe stato fatto nel corso dei decenni con le esercitazioni militari. Una zona che, si legge nella relazione, «è diventata il simbolo della maledizione che per troppi decenni ha pesato sull’universo militare: un pezzo di terra del nostro Paese, di rara bellezza, che l’uomo ha dovuto vietare all’uomo; quella Penisola Delta utilizzata da oltre 50 anni come zona di arrivo dei colpi (dal 2009 al 2013 circa 24.000 tra artiglieria pesante, missili, razzi), quella penisola permanentemente interdetta al movimento di persone e mezzi».
Il documento parte dall’audizione di Giorgio Trenta, presidente dell’Associazione italiana di radioprotezione medica, dalla quale, secondo la Commissione, emergerebbero gravi responsabilità dei vertici militari e del Governo. In realtà Trenta avrebbe smentito le conclusione del documento parlamentare. «Assolutamente non è il mio pensiero – ha detto all’Ansa -, non ho mai detto che l’uranio impoverito è responsabile dei tumori riscontrati nei soldati. Le mie affermazioni sono state travisate».
Sulla vicenda è intervenuta anche la ministra della Difesa Roberta Pinotti. «Le forze armate italiane – ha detto – hanno massima attenzione alla salute dei militari, quindi è sbagliato criminalizzarle. In Italia non è mai stato utilizzato e acquistato un munizionamento con l’uranio impoverito. È sbagliato criminalizzare le forze armate che sono un’istituzione e un bene di questo Paese».
Nelle 248 pagine di relazione, la commissione parlamentare ha inserito testimonianze, alcune delle quali libere, e anche verbali di visite ad altri poligoni nel territorio nazionale. Diversi poi i pareri e le conclusioni di magistrati impegnati nelle inchieste di altre zone d’Italia sempre in merito alla presenza di metalli pesanti. Secondo la commissione, nei poligoni di tiro presenti sul territorio nazionale c’è una mancata o tardiva bonifica dei residui dei munizionamenti, che ha prodotto rischi ambientali in danno di quanti furono o sono chiamati a operare o a vivere nel loro ambito.
Alcuni documenti sollecitati e acquisiti dalla Commissione hanno messo in luce i rischi di esposizione ad agenti chimici e cancerogeni connessi a sostanze impiegate nelle diverse attività. Il personale militare risulterebbe esposto a rischi fisici, biologici, di esposizione ad atmosfere esplosive, nonché a condizioni di stress lavoro correlato.
Dalla Commissione, oltre all’analisi della situazione e alla constatazione delle criticità presenti, sono giunte anche due proposte di legge: l’una relativa alla tutela dei militari in quanto lavoratori, l’altra concernente la protezione ambientale. Su questo il prossimo governo sarà chiamato a dare risposte concrete.

17/02/18

Centri a-sociali


Cosa avranno mai di sociale i centri sociali? “Na beata minchia!!” Direbbe l’ormai celeberrimo Cetto Laqualunque. Attività socioculturale, zero. A detta di chi ne ha visitati tanti. Io mi sono astenuto, finora, dal farlo. Mi è bastato vederli in azione per le strade e le piazze delle nostre città. Quando arrivano si presentano come facinorosi, violenti e distruttivi. Una buona parte di loro, senza tema di smentita, proviene dalla “buona borghesia” italiana: papà e mamma professionisti, magari di sinistra, magari post sessantottini, magari disattenti nell’unico compito che dovrebbe preoccupare un genitore: l’educazione dei propri figli. Si, perché sono maleducati e volgari. Senza rispetto delle regole e, soprattutto, delle persone. Basta pensarla diversamente da loro per essere accusato, insultato, denigrato e sputato in faccia. Figli di papà con il portafoglio pieno di soldi e il cuore pieno di rabbia, pronti a tutto pur di portare scompiglio e odio. Gli striscioni e i cartelloni che li precedono nei cortei (pacifici) la dicono lunga sul loro conto. Molti li abbiamo visti nella “manifestazione” di Macerata. 

IMG_0078Questi ragazzi, abbandonati a se stessi, si abbandonano a loro volta a droghe, alcol e atteggiamenti violenti. Si proclamano democratici, pacifisti e anti fascisti, anti razzisti e accoglienti, ma, di fatto, dimostrano ad ogni uscita pubblica l’esatto contrario. Dalle uova marce, alle molotov, dagli sputi ai sassi, dalle spranghe alle bottiglie rotte, usano di tutto per provocare e aggredire. Incappucciati, coperti quasi sempre con le kefiah palestinesi si scagliano contro le forze dell’ordine, attaccando lo Stato democratico, repubblicano, anti fascista, anti razzista e accogliente. Dunque, c’è qualcosa che non torna! In cosa crede realmente questo piccolo esercito sgangherato e confuso dai fumi degli stupefacenti? Una cosa è certa ed evidente: dove arrivano loro, scoppia la rissa, i danneggiamenti, i feriti e, a volte, il morto. A pagare, oltre ai cittadini, carabinieri e polizia, padri di famiglia che, per pochi spiccioli, si fanno massacrare dai fancazzisti. Sempre rossi. Come accaduto a Piacenza. Dieci contro cento, un massacro!

di Michel Dessi - 17 febbraio 2018

Breve storia di sette anni infami




Nel pieno di una deprimente schermaglia elettorale, guardiamoci indietro per capire come siamo arrivati a questo punto. Ricostruiamo la storia degli ultimi sette anni.

In principio fu la fine di Berlusconi. Messo fuori gioco da un mezzo golpe interno e internazionale, nel nome di una parola magica chiamata spread, cominciò per l’Italia il settennato più assurdo della nostra pur anomala storia.

Nell’arco di questi sette anni abbiamo assistito nell’ordine al suicidio della destra, al suicidio della sinistra, all’avvento sciagurato dei tecnici, alla crescita abnorme dell’antipolitica, alla morte e resurrezione di Berlusconi.

Il suicidio della destra ha un nome principale: Fini. Il suicidio della sinistra ha un nome principale: Renzi. E due sciami di complici.

Il fallimento dei tecnici ha il nome di Monti (e magari la faccia della Fornero), la crescita abnorme dell’antipolitica ha la chioma di Grillo e il faccino di Di Maio. E il vuoto che resta, la sedia vacante, ha il nome di Mattarella.

Il collasso della politica rispecchia il collasso della società; anzi è l’unico punto che congiunge il degrado della politica alla decadenza della società. Sullo sfondo c’è il tragico sorpasso dei decessi sulle nascite, dei vecchi sui giovani, più la fuga all’estero dei ragazzi più svegli, rimpiazzati dall’arrivo di clandestini. La società di massa si è fatta molecolare, sempre connessa e sempre più solitaria, abitata da narcisi astiosi.

È l’epoca del selfie come orizzonte di vita.

Ma torniamo alla politica. Veniamo da una sequenza di fallimenti: fallì la politica, fallirono i tecnici, fallisce l’antipolitica ovunque passi da protesta ad amministrazione.

La cosiddetta seconda repubblica era stata segnata da due fenomeni eminenti: l’avvento dei partiti personali al posto dei partiti ideologici e corali; e l’avvento di un bipolarismo dell’alternanza più che perfetta, perché a ogni elezione il governo uscente veniva bocciato e subentrava l’antagonista.

Il presente settennato, che ho difficoltà a definire terza repubblica, ha prodotto due ulteriori novità: il bipolarismo si è fatto tripolare, anticamera dell’ingovernabilità; e il partito personale si è fatto ancora più personale e ancor meno partito.
Dopo la fase cruenta dei tecnici sacrificali, siamo alla fase imbonitrice dei politici piazzisti.

Sul piano delle idee domina il deserto ma con alcune particolarità. Un tempo la sinistra aveva un punto saliente: l’anticapitalismo. Dopo un lungo viaggio in cui si è trasformata nella guardia bianca del Capitale e nel cappellano morale del mercato, l’anticapitalismo è stato sostituito dall’antifascismo.

L’antifascismo, in assenza di fascismo, ha generato un rigido, manicheo, irreale schema di polarizzazione.

Il sogno della rivoluzione a sinistra si è spaccato in due filoni: il proletario o l’operaio è stato sostituito dal migrante e la liberazione degli oppressi è stata sostituita dalla liberazione dei repressi, in tema di sesso, famiglia, pulsione di morte, desideri sprigionati.
L’ideologia pervasiva, transnazionale, è il politicamente corretto.

E a destra, invece? La destra non ha elaborato strategie, pensieri, culture politiche e civili. Si è limitata a rilanciare il brusio del giorno e gli umori della folla. Ha giocato di rimessa e contrappunto, ha cavalcato il momento. A volte intercettando con efficacia e successo mediatico alcuni (mal)umori diffusi. A volte no.

Invece la società si è polarizzata sui temi sensibili, bioetici, riguardanti l’accoglienza, la famiglia, i sessi, la vita e la morte. Esiste un’opinione pubblica di questo tipo (che diremo “conservatrice”), contrapposta a un’area “progressista”, ma non esistono adeguati soggetti sul piano dei media, delle istituzioni, dei partiti, in grado di rappresentarla.
Ci provano la Lega di Salvini, la Meloni e i suoi fratelli, più formazioni minori (tipo Casapound).

Praticamente non pervenuta l’incidenza dei cattolici in politica, ridotti a coriandoli di poco peso. Il bergoglismo ha ancor più spaccato i cattolici, tra accoglienti (pro-migrantes, pauperisti, caritatevoli) e tradizionali  (pro-famiglie, civiltà cristiana, religiosi).

A puri palliativi si riducono le altre definizioni: moderati, modernizzatori, liberali o riformatori. Definizioni passepartout che non dicono nulla in questo contesto, al più indicano un modo e non un contenuto, un’istanza generica, ma non sono in grado di indicare contenuti politici, scelte di fondo, risposte concrete, orientamenti di vita.

Cosa resta della politica in questo 2018 elettorale? Resta solo il marketing elettorale. Non la formazione di una classe dirigente, non le motivazioni ideali o civili, non la bioetica,  i diritti e doveri. Ma solo il marketing.

Leader è il Miglior Venditore. Non ci sono altri criteri. La politica è la gara a chi compiace di più e meglio i votanti e chi mostra meglio il bluff del concorrente.

L’alchimia del sistema elettorale nega ogni preferenza e legame territoriale. Siamo al remake più kitsch: tentativi goffi di rifare la sinistra, di rifare la destra, di rifare il verso, di rifare il berlusconismo (sette anni visti come un circolo vizioso, da B. a B.). O in alternativa arrendersi alla forza del nulla, in versione regime (establishment euro-italiano) o in versione movimento (protesta grillina).

A vederli alle spalle, in sequenza, sembra che sette anni fa ci attraversò la strada un gatto nero, che ha portato sette anni di guai. Ma il peggio è che non si intravede ancora un’uscita dal settennato nero e sfigato da cui proveniamo.
Lanciati nel voto, senza paracadute.

MV, Il Tempo 17 febbraio 2018

di Marcello Veneziani - 17 febbraio 2018

16/02/18

Quei ghetti di immigrati che incendiano la Svezia


L'ondata di criminalità e fanatismo religioso travolge il "paradiso scandinavo" dell'integrazione





Violenze, auto incendiate, tafferugli con la polizia, zone franche, sharia. L’immagine della Svezia ridente e pacifica rischia di eclissarsi dinanzi a quanto sta avvenendo in alcune periferie delle sue principali città.

Un sogno infranto

Circa quarant’anni orsono, l’alba di un nuovo avvenire sembrava sorgere agli occhi di tanti con il nome di Folkhemmet (la casa di tutto il popolo), un progetto dell’elite politica socialdemocratica svedese che aveva l’obiettivo di ridurre le disparità economiche e incoraggiare la solidarietà. Il presupposto era che la Svezia culturalmente omogenea diventasse multiculturale: una mite mescolanza di genti.
Chissà cosa ne pensano gli ingegneri sociali di allora della piega che ha preso il loro laboratorio interetnico svedese. Quello che doveva essere un modello, oggi è una crisi che le autorità hanno serie difficoltà a gestire. L’integrazione ha spesso ceduto il passo alla ghettizzazione degli immigrati in periferie diventate off limits persino per la polizia.

Guerra tra bande

Il tema della sicurezza è deflagrato ad inizio gennaio, quando un uomo è morto in una stazione della metropolitana, alla periferia di Stoccolma, dopo aver raccolto da terra - nemmeno stesse a Kabul - una bomba a mano inesplosa. A questo episodio ha fatto seguito l’assalto ad una stazione della Polizia nella periferia di Malmo: verso l’edificio è stato lanciato anche un ordigno la cui esplosione si sarebbe udita in tutta la città, la seconda più grande del Paese.
E non si tratta di casi isolati. Negli ultimi tempi le cronache locali danno conto di feroci scontri tra bande di criminali, con decine di sparatorie e attacchi esplosivi. Questi ultimi sono stati 54 tra il 2011 e il 2016. Mentre gli attacchi con ogni tipo di arma da fuoco sono triplicati tra il 2008 e il 2016. Secondo alcuni media, solo nell’ultimo anno sarebbero stati almeno 300 gli scontri con armi da fuoco e dall’inizio del 2018 già quattro persone sarebbero state uccise.
L’origine dei disordini è quasi sempre da ricercare nella guerra tra bande che infestano le periferie svedesi. Uno studio dell’Università di Gavle spiega che il 35% di tutti gli omicidi avvenuti nel Paese tra il 2007 e il 2011 è collegato alla violenza tra gang. Non è un caso che il Governo britannico, sulla pagina del proprio sito dedicata ai consigli di viaggio per i propri cittadini, segnali che in città svedesi come Malmo e Goteborg si verificano crimini violenti, spesso dovuti a guerre tra bande, che sfociano in sparatorie ed esplosioni.

Effetti dell'immigrazione

Queste formazioni criminali sono composte perlopiù da giovani con cognomi tutt’altro che scandinavi. Infatti in un’intervista al New York Times, il prof. Henrik Emilsson, ricercatore sul tema dell’immigrazione all’Università di Malmo, ha spiegato che “gli autori di scontri e violenze nei sobborghi sono spesso figli di immigrati e persone che sono arrivate nel Paese quando erano giovani”. Dunque, si tratta di immigrati di seconda o terza generazione la cui condizione sancisce il fallimento del modello di accoglienza svedese.
In alcune periferie di Malmo, ha spiegato il vicesindaco Nils Karlsson, come riporta Il Post, la disoccupazione arriva al 40%, mentre in altre zone è all’1%. E l’esclusione sociale può spingere i giovani a cercare poli aggregativi al di fuori della legalità, finanche nel più violento fondamentalismo religioso. Proprio a Malmo, del resto, esistono periferie in cui per la strada è più facile incontrare donne con il volto coperto dal velo islamico piuttosto che con i fluenti capelli biondi lungo la schiena.

Sharia "made in Sweden"

La culla del femminismo, come era considerata un tempo la Svezia, sta per essere inghiottita dai precetti più rigidi di qualche predicatore fanatico. Il portale Stv riporta il disappunto di femministe storiche svedesi come Nalin Pekgul e Zelida Dagli, costrette a dichiarare di aver dovuto abbandonare quartieri di Stoccolma ormai in mano agli jihadisti, per le minacce ricevute direttamente e per le molestie cui vengono sottoposte sempre più spesso le donne. Da quegli stessi ghetti, forse, sono partiti i circa 300 foreign fighters che hanno ingrossato le fila dell'Isis in Iraq e Siria. Secondo un rapporto del Centro nazionale per gli studi sul terrorismo, 120 di loro sono tornati nel Paese nordico. Con questi numeri non stupisce che nell'aprile scorso un uomo d'origine uzbeka alla guida di un camion si è scagliato sulla folla a Stoccolma provocando diverse vittime.
Che la situazione stia sfuggendo di mano non è una paranoia di pochi, se nel giugno 2017 una relazione del Governo svedese riferiva che le “zone di alta pericolosità”, a causa dell’applicazione della sharia, nel primo semestre del 2017 sono diventate sessantadue contro le cinquantacinque del dicembre 2016. Condizione di pericolo che avverte la popolazione ebraica. Fredrik Sieradzki, portavoce del Centro culturale ebraico di Malmo, spiega a La Stampa: "Nelle scuole i nostri studenti sono spesso oggetto di aggressioni. L’antisemitismo è pervasivo. C’è risentimento da parte dei giovani che arrivano dal Medio Oriente".

Quale rimedio per evitare la "guerra civile"?

Dan Eliasson, commissario della Polizia Nazionale Svedese, ha reso noto che ormai le forze dell'ordine non sono in grado di entrare in alcuni di questi ghetti e ha lanciato tramite la tv l’appello a fare qualcosa: in alcuni quartieri addirittura i commissariati sarebbero stati chiusi. Più di qualcuno invoca l’invio dell’esercito. Anche il Partito Socialdemocratico al Governo deve ammettere che l’ingranaggio del “paradiso svedese dell’integrazione” si è inceppato. “Schierare l’esercito non sarebbe la mia prima scelta”, ha detto il primo ministro Stefan Lofven in un’intervista all’agenzia di stampa TT, “ma sono pronto a fare tutto quello che servirà per assicurarmi che la vera criminalità organizzata venga fatta sparire”.
Sono sempre di più gli svedesi che ritengono sia giunto il momento di posare la carota e prendere il bastone. Lo testimonia l’ascesa politica dei Democratici Svedesi, partito di estrema destra che in dodici anni, dal 2002 al 2014, è salito dall’1,4% al 12,9%, conquistando 49 seggi in Parlamento. E la questione si fa intrigante in vista delle elezioni di settembre. Nel Paese, infatti, cresce il numero di quanti la pensano come Patrik Engellau, esperto di geopolitica che ha lavorato anche all’Onu, il quale sul proprio sito scrive: “Temo che possiamo essere alla fine della Svezia come società organizzata, decente e egualitaria, come l’abbiamo conosciuta fino ad ora. Non mi sorprenderei se si scatenasse un conflitto, una possibile guerra civile. La guerra civile è già iniziata”.

di FEDERICO CENCI - 15 febbraio 2018