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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

06/01/17

IMMIGRAZIONE " Discontinuità costosa sull’immigrazione "




 


Il Governo fotocopia del precedente è obbligato a prendere le distanze dal modello originario perché la campagna elettorale per le elezioni politiche è di fatto cominciata ed impone delle variazioni di linea sulle questioni più scottanti.
In questa luce si colloca la discontinuità che il Governo Gentiloni mostra rispetto all’Esecutivo Renzi nei confronti del tema incandescente dell’immigrazione. Per tre anni di seguito Angelino Alfano ha predicato, dall’alto del Viminale, la politica dell’accoglienza “senza se e senza ma” sottolineando la piena identità di vedute del Governo con il pensiero della Chiesa di Papa Francesco. Oggi, invece, il suo successore al ministero dell’Interno, Marco Minniti, non parla più di accoglienza ma di espulsioni ed avvia, sfidando le resistenze e le critiche delle organizzazioni cattoliche, la costituzione dei Centri di identificazione che dovrebbero selezionare i migranti da rinviare obbligatoriamente nei Paesi d’origine.
La folgorazione sulla via dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) ha una motivazione sicuramente di tipo elettorale, ma è anche la spia del fallimento totale dell’accoglienza indiscriminata seguita dal Governo Renzi per non perdere la scia lasciata da Papa Bergoglio. Ma proprio nel momento in cui per ragioni elettorali si registra che quella politica era sbagliata, si deve necessariamente prendere atto che espellere anche con tutte le accortezze possibili è quasi del tutto impossibile. Non perché non si possa creare un apparato in grado di identificare e selezionare i migranti separando quelli con diritto d’asilo a quelle destinati al rinvio in patria. Ma perché l’espulsione è impossibile se non ci sono i Paesi disposti a riprendersi i loro cittadini che non hanno diritto a restare in Italia.
Questa disponibilità a riaccogliere gli espulsi da parte dei Paesi di provenienza dei migranti non dipende dalla cattiva o dalla buona volontà, ma solo dagli interessi in ballo. Chi ha favorito con ogni mezzo l’emigrazione di masse giovanili potenzialmente turbolente può accettare di riaprire loro le porte solo a condizione di ricevere da parte di chi espelle una serie di vantaggi e di aiuti. L’esperienza fatta a suo tempo con Gheddafi insegna. Il colonnello bloccava i flussi dei migranti verso l’Italia ma in cambio chiedeva strade, ospedali, ferrovie, armamenti e sostegno internazionale. Le espulsioni, in sostanza, costano salate. Ma tant’è. A questa eredità devastante dell’accoglienza indiscriminata non si può sfuggire!

di Arturo Diaconale - 06 gennaio 2017

IMMIGRAZIONE " La patata bollente dell’accoglienza "



 


Nei dossier della politica c’è una questione che scotta: si chiama “immigrazione”. Lo sa bene Matteo Renzi che, come già accaduto al referendum del 4 dicembre scorso, nelle prossime urne delle politiche peseranno, e molto, i voti della protesta anti-immigrati. Lo sa bene il Premier Paolo Gentiloni che ha voluto al suo fianco, da ministro dell’Interno, l’esperto Marco Minniti in sostituzione di un disastroso Angelino Alfano. Oggi Minniti, pur con l’ostilità dichiarata di buona parte del suo partito, prova a cucire una pezza sul problema proponendo di riaprire i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) e puntando ad un piano di rimpatri degli irregolari più efficace di quelli fasulli degli ultimi anni. E lo sa bene lo “zelig” Beppe Grillo che sta riposizionando il suo movimento su strategie di contrasto dell’immigrazione clandestina più in sintonia con l’umore del Paese. Lo ha compreso anche Silvio Berlusconi, il quale ha fatto dire ai suoi che Forza Italia è pronta a sostenere le iniziative del Governo per una più rigida regolazione dei flussi migratori. Lo sa pure Matteo Salvini che se la ride sotto i baffi. Basta guardarlo in faccia per leggergli un soddisfatto: “Ve l’avevamo detto”.

La storia della rivolta di Conetta, poi, è capitata come il cacio sui maccheroni. Ora sarà più facile distinguere chi sia pro o contro il sistema d’accoglienza fin qui tenuto in piedi. La verità è stata squadernata in ogni sua piega: il traffico di migranti attraverso il Canale di Sicilia è un rubinetto spanato. L’Europa non ci sta a farsi sommergere dall’invasione e per questo ha sigillato le frontiere con l’Italia. La filiera affaristica messa su con il sistema dell’accoglienza, che ha di fatto creato un matching tra scafisti e Stato italiano, non regge più. I piccoli e i grandi centri del nostro Paese, pesantemente penalizzati dalle politiche dei tagli alla spesa pubblica corrente destinata al welfare, non sono in grado di sostenere l’impatto socio-economico di una massa crescente di individui che entra in contatto, e spesso in conflitto, con le comunità dei residenti. Le popolazioni locali non ci stanno a subire una discriminazione alla rovescia: tutto agli immigrati, niente per gli autoctoni. Il sistema produttivo nazionale, a dispetto delle false narrazioni propalate dal renzismo, non è in grado di assorbire quote aggiuntive di forza-lavoro. A essere precisi non riesce a offrire opportunità ai disoccupati italiani, figurarsi agli altri.

Alla luce di questo bel quadretto non è difficile immaginare che l’attuale Governo voglia provare, se non ad invertire la rotta, quanto meno a porre rimedio all’insostenibilità del sistema. Tuttavia, non avrà alcuna speranza di successo nel dare adeguata ospitalità a quelli che già ci sono se prima non proverà ad arrestare il flusso dei nuovi arrivi bloccando le partenze dalle coste libiche. A dispetto delle enormi fesserie che raccontano i multiculturalisti sull’ineluttabilità storica delle migrazioni, arginare il fenomeno si può. Come? Semplicemente ordinando alle navi che effettuano i salvataggi in mare, una volta soccorsi i naufraghi, di riportarli ai porti di partenza. Quando sarà chiaro a tutti che la rotta dalla Libia per l’Italia è chiusa, finirà anche il business. È la legge del mercato, che vale per le merci e, in egual misura, per le persone trattate alla stregua di merci da commerciare.
Questo giro di vite non piacerà a qualche predone del deserto che in questi anni ha fatto denari a palate con il traffico di esseri umani. Non piacerà ai capi delle cooperative e di tutte quelle imprese che hanno fatto dell’accoglienza il nuovo Eldorado affaristico. Non piacerà ai teorici della “società aperta” che hanno speso tutte le loro energie nella missione di dimostrare l’assurdo, cioè che un mondo senza frontiere, e senza identità, fosse un mondo migliore. Pazienza per tutti loro, ma prima ci sono gli italiani. E gli italiani ne hanno le scatole piene di questo solidarismo da un tanto al chilo. È ora di dire basta. Ci piace tanto atteggiarci a paladini del “modello europeo”? E allora facciamo gli “europei”, ma fino in fondo. Non soltanto quando ci fa comodo.

di Cristofaro Sola - 06 gennaio 2017

05/01/17

Rimandiamoli a casa loro!


Mercoledì 4 gennaio 2017 – Santa Angela da Foligno – a casa, in Calabria


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“Sei la voce di Colui che grida nel deserto”, mi dice la mia anziana insegnante, incontrata per caso davanti alla porta del “giornalaio”. “Però, stai attento, figghjiu, ché quelli non scherzano: non vedi come ci stanno ammazzando? E qui siamo pieni di questi Caini…”
Allunga la mano un po’ incerta verso il mio viso e mi accarezza come una mamma. Come se non fossero passati quei quasi cinquant’anni, da quando mi interrogava alla lavagna… Commosso, la bacio di slancio sulle guance. E Le auguro lunga vita. Perché mi ha regalato un paragone, che non merito, con Il Battista. Il Santo che amo sopra tutti. Il Messaggero. “L’Altro” del giorno del Magnificat. Di quell’incontro di due Donne chiamate a segnare la Storia dell’Umanità. Prima e dopo del Loro divino abbraccio parentale.
No, non credo di essere LA voce di chi grida nel deserto, ma UNA delle tante voci che cercano di rompere questo silenzio soffocante come un gel che si insinui nella gola. Sono uno dei TANTI NOI, che non vogliamo arrenderci a questa vigliaccata del tentato imbastardimento, se non sostituzione, della nostra Civiltà. Occidentale e Cristiana.
Sono uno, misero umano e carico di errori, dell’esercito di Gesù, pronto a combattere fino a sporcarmi, pur di mantenere immacolato l’Altare. Il Messaggio. Il Comandamento messo in pericolo dalla stupidità, dalla menzogna, dall’avidità, dal tradimento, dalla miscredenza. Dagli infedeli.
Migliaia di giuda fra noi, travestiti da buoni discepoli, sì!, stanno svendendo la nostra VITA agli invasori senza nome e senza carte. E centinaia di migliaia di pirati, finti profughi e consapevoli di cosa fare fin dall’arrivo, arroganti e con schiave finte sante e finte mamme al seguito,  grassi come quaglie e forti come querce centenarie, invitati da malfattori col nostro sangue loro complici e nostri nemici, sbarcano sulle nostre spiagge, nei nostri porti, senza farsi riconoscere, con un solo intento: ammazzare la nostra Storia, crocifiggere ancora il nostro Dio, sventrare le nostre madri, sorelle e figlie. Odiandoci senza che ci siamo mai macchiati di alcuna colpa nei confronti loro o delle sette generazioni antecedenti alla loro. Odiandoci e basta.
Odiano il nostro pane. Che pretendono. La nostra carne. Che sputano. La nostra Libertà. Che incatenano.
Pisciano e cacano lungo le nostre strade. Ci strappano le case. Distruggono le nostre Opere d’Arte. Annichiliscono le nostre lotte sociali. Seminano droga, prostituzione, violenza, terrore e morte ovunque.

Sono i CLANDESTINI scansafatiche e  senzadio e i TERRORISTI ISLAMICI a piede libero, imposti alla povera gente dall’Unione Europea. Dai burocrati corrotti e dai massomafiogovernanti venduti, ciechi e sordi alle nostre tragedie per lurido interesse personale e di porca casta. Plotoni, falangi di nullafacenti, che mentono sui veri motivi delle loro fughe, sbarcano con, in tasca, gli smartphone  e i numeri di telefono dei complici già attivi in Italia, dopo essere stati caricati dalle navi della nostra Marina a due onde dalla battigia africana.
Cacciamoli via dalle nostre vite, ‘sti bugiardi!  Dimentichiamo le inutili ed inefficaci buone maniere e sbarriamo le porte delle nostre case. Disobbediamo alle assurde pretese di integrazione (nostra a loro)!  Evitiamo i loro banchi al mercato. Non entriamo nei loro bazar fuorilegge. Non li imitiamo a tavola. Non sostituiamo coi loro colori e i loro vestiti il nostro vestire. Nettiamoci la mente dalle contaminazioni, come le chiamano loro. Non vergogniamoci di Ciò che siamo. Anzi! Difendiamo la nostra Identità e rigettiamo il tentativo di meticciarla. Oggi, o mai più!
E’ cronaca continua, e in questi giorni sempre più violenta, di quotidiani atti di violenza commessi da clandestini senza identità a danno di “volontari e cooperanti” dei centri d’accoglienza. Dall’estremo Nord della piangente Serracchiani fino alla deludente Sicilia del dichiarato Crocetta, è tutta una rivolta, una presa in ostaggio, un pestaggio. Per non parlare dei mille e mille orrendi reati commessi, senza pietà, da migliaia di “risorse boldriniane” in giro per le strade, dal Comune più piccolo in cima alle Alpi fino alla Metropoli più popolosa nella valle più ampia, su tutto il territorio nazionale.
Inattesi e flebili segnali di risveglio, sembra, arrivano finalmente dal “Palazzo”: in queste ultime ore si comincia a parlare di rimpatri di massa. Beh, Dio lo voglia! Anche se, ormai deluso da tutto e tutti, temo si possa trattare dell’ennesima bufala istituzionale in vista delle prossime elezioni politiche, nell’attesa che a rompere gli indugi sia proprio il Popolo Italiano esasperato…

Fra me e me.

di Nino Spirlì - 4 gennaio 2017

Gli ufficiali turchi affermano che i TOW statunitensi li decimano


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È stata una grande sorpresa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan bollare i membri della coalizione degli Stati Uniti come traditori e sostenitori dei terroristi. Secondo il capo turco, la coalizione supporta vari gruppi terroristici, come SIIL, YPG, PYD e Ankara ne ha le prove. Ma cosa ha esattamente colpito Ankara così tanto? Negli ultimi giorni, la Turchia ha sofferto sconfitte estremamente dolorose da parte dello Stato islamico nella città siriana di al-Bab. In precedenza le truppe impiegate nell’operazione Scudo dell’Eufrate occuparono la periferia occidentale di al-Bab e pensavano di occupare le alture che dominano la città. Tuttavia, dieci giorni fa lo “scudo” s’è incrinato, quando le unità dello SIIL attaccarono le truppe turche, infliggendo gravi perdite all’esercito turco. I terroristi riferivano che in un colpo solo la Turchia aveva perso 70 soldati e 3 carri armati moderni. Subito dopo l’annuncio, lo SIIL diffondeva video sui blindati turchi distrutti. Lo Stato Maggiore turco annunciava la perdita di 14 militari, 10 carri armati di fabbricazione tedesca Leopard, 1 carro armato M-60, veicoli da trasporto truppe e 1 blindato Cobra. Le immagini che si trovano su internet mostrano veicoli blindati turchi danneggiati gravemente da missili TOW, che negli ultimi anni sono “improvvisamente” apparsi nelle mani dei terroristi dello SIIL. Nessuno dovrebbe sorprendersene, oggi, mentre i media turchi indicavano a fine dicembre che Washington intensificava i rifornimenti di armi ai terroristi in Siria dal Governatorato di Hasaqah. Si vide l’ambasciatore statunitense ad Ankara, John Bass, cercare di convincere i giornalisti turchi che Washington non sostiene direttamente i terroristi dalla base aerea presso la città siriana di Rumaylan, che ha visto atterrarvi sempre più aerei da trasporto statunitensi. Il carico che trasportavano veniva subito trasportato da elicotteri statunitensi in diverse parti del Paese. Secondo i giornalisti turchi, l’ultimo grande invio di armi avvenne la sera del 27 dicembre. Inoltre fu osservato che le armi furono portate in Siria, con centinaia di autocarri trasportare il carico mortale dalla città irachena di Irbil alle zone controllate dai curdi siriani. Vi furono diversi commentatori notare che, con il pretesto dell’aiuto militare ai peshmerga curdi, l’amministrazione Obama aiuta attivamente i vari gruppi estremisti in Siria rifornendoli segretamente di ogni tipo di arma, insieme ai cosiddetti “consulenti”, per tentare di rovesciare il legittimo governo siriano. Non è un caso che dopo la liberazione di Aleppo, le truppe siriane abbiano trovato scorte di armi ed esplosivi fabbricati negli Stati Uniti, Germania e Bulgaria, tra cui una grande quantità di missili anticarro.
Mentre l’operazione di Aleppo è la svolta nel conflitto in Siria, la Casa Bianca ancora da il massimo supporto alla cosiddetta “opposizione moderata” in Siria; oramai è chiaro a tutti che Washington aiuta lo SIIL. Lo scorso dicembre solo i blogger turchi notarono il passaggio di tre grandi navi da carico sul Bosforo, trasportando presumibilmente armi ai terroristi in Siria. In particolare, a metà dicembre il cargo Karina Danica lasciava la Bulgaria in direzione di Jadah, in Arabia Saudita, con armi a bordo, secondo Bosphorus Observer su Twitter. Questo dato fu confermato dal sito di monitoraggio specializzato MarineTraffic. E’ ben noto che il cargo Karina Danica sia una nave danese noleggiata dalla società statunitense Charming, il fornitore ufficiale di armi non standard della NATO agli “alleati” degli Stati Uniti in Iraq, Siria e Afghanistan. E’ curioso che l’industria metalmeccanica bulgara Vazovski vendesse armi alla Charming, aumentando le vendite di 12 volte nel 2016, con un profitto di 170 milioni di dollari. Ciò che rende tal storia imbarazzante è lo scandalo scoppiato nel 2015, quando il presidente della commissione parlamentare irachena per la difesa e la sicurezza, Haqim Zamili, chiese al premier Haydar al-Abadi d’intervenire immediatamente per fermare l’accordo da 300 milioni di dollari in munizioni e armi rumene da consegnare direttamente allo SIIL, su finanziamento di un Paese confinante. Nel 2016, il direttore di Conflict Armament Research James Bevan dichiarò che le armi provenienti dall’Europa dell’Est, ufficialmente destinate alla cosiddetta “opposizione moderata”, finivano nelle mani degli estremisti. La decisione di fornire alle truppe antigovernative in Siria ogni tipo di arma, tra cui MANPADS, fu presa dal presidente Barack Obama il 23 dicembre, comportando un ulteriore escalation del conflitto siriano e nuove vittime.
Quindi ci sono ragioni più che sufficienti per il risentimento di Ankara verso l’amministrazione Obama, direttamente responsabile di ogni singolo soldato turco ucciso dai terroristi.

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 Martin Berger è giornalista freelance ed analista geopolitico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Caos libico: Haftar bombarda Jufra e critica l’Italia


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A Tripoli lo pseudo governo di Fayez al-Sarraj resta evanescente, non riesce neppure a insediarsi nella capitale dominata da milizie rivali e perde i pezzi. Si è infatti dimesso uno dei vicepremier, il tuareg Mussa al-Kuni, che ha ammesso il fallimento dell’esecutivo. “Noi tutti membri del governo abbiamo la responsabilità di quanto è accaduto lo scorso anno: i drammi, le violenze, i morti, gli abusi, l’appropriazione indebita di fondi pubblici … qualunque sia la gravità dei crimini, siamo responsabili” ha detto a-Kuni.
Il mancato successo del governo di al-Sarraj, voluto e istituito dalla comunità internazionale che continua a riconoscerlo, sembra favorire lo scoppio di nuove ostilità tra le milizie di Misurata e le forze della Cirenaica fedeli al governo di Tobruk e all’Esercito Nazionale Libico del maresciallo Khalifa Haftar.
Ieri aerei militari delle forze di Haftar hanno bombardato la base aerea di al- Jufra, controllata dalle milizie di Misurata fedeli al governo di unità nazionale di Tripoli.
Secondo l’Esercito Nazionale Libico nel raid è stato colpito un cargo C-130 che trasportava armi e munizioni per la milizia di Misurata. Secondo quanto riferito dai media libici, il bombardamento ha provocato un morto e diversi feriti, tra cui il colonnello Ibrahim Beitelmal, portavoce del Consiglio militare di Misurata.
Stando ai responsabili media del Dipartimento della difesa aerea di Misurata il C-130 trasportava una delegazione in visita alla base, smentendo che a bordo ci fossero armi, come sostenuto dalle forze di Haftar. Un portavoce dell’aviazione di Misurata, Mohammed Genunu, ha annunciato che ci sarà una risposta all’attacco.
FILE - In this March 18, 2015 file photo, Gen. Khalifa Hifter, then Libyas top army chief, speaks during an interview with the Associated Press in al-Marj, Libya. From east and west, the forces of Libyas rival powers are each moving on the city of Sirte, vowing to free it from the hold of the Islamic State group. Hitter, backed by Egypt and the United Arab Emirates, he is considered a hero in the east. But he is widely despised in western Libya, where his opponents depict him as a would-be dictator along the lines of Gahdafi. (ANSA/AP Photo/Mohammed El-Sheikhy, File) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved. This material may not be published, broadcast, rewritten or redistribu]

Il bombardamento è avvenuto all’indomani di scontri scoppiati nella regione che fanno temere un’escalation di violenze nel centro della Libia tra le due principali forze militari del Paese: l’esercito nazionale libico di Haftar, che risponde al governo dell’Est della Libia, e le forze provenienti da Misurata o alleate alla città portuale nell’Ovest, che sostengono il governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj e reduci dalla lunga battaglia contro lo Stato Islamico a Sirte.
Sia l’Esercito Nazionale Libico che Misurata dispongono di piccole forze aeree composte da vecchi Mig 21, Mig 23 e L-39 ereditati dall’aeronautica di Gheddafi e armati di bombe e razzi non guidati.
Terminata la campagna contro il Califfato, le milizie di Misurata e quelle alleate sembrano intenzionate ad assumere il controllo dell’area petrolifera tra bin Jawad e el-Brega passate dal settembre scorso sotto il controllo di Haftar.
L’inviato speciale dell”Onu Martin Kobler, senza fare esplicito riferimento a questo attacco, ha affermato che tutte le parti in Libia dovrebbero esercitare l’autocontrollo e “affidarsi al dialogo” contro l’escalation della violenza.
Le tensioni tra le forze della Cirenaica (sostenute militarmente direttamente da Egitto ed Emirati Arabi Uniti e politicamente anche dalla Russia) e le milizie di Misurata e Tripoli mettono in imbarazzo Roma che da mesi ha schierato a Misurata una missione militare sanitaria (Operazione Ippocrate) con un ospedale da campo che ha già effettuato oltre 3mila prestazioni sanitarie per lo più a favore di miliziani rimasti feriti nella battaglia di Sirte.
“Gli italiani sono sempre i benvenuti in Libia, peccato che abbiano scelto di stare con i nostri nemici” ha detto Khalifa Haftar, consigliando ai Paesi stranieri di “non interferire con la Libia”, in una intervista al Corriere della Sera del 3 gennaio. Il maresciallo precisa che “comunque ci aspettiamo aiuti da tutti per combattere l’Isis. Saremmo ben lieti di cooperare con la Gran Bretagna, la Francia o la Germania.
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Italia compresa, purtroppo fino a ora il governo di Roma ha scelto di aiutare soltanto l’altra parte della Libia”. Haftar lamenta che l’Italia ha “mandato 250 uomini tra soldati e personale medico per gestire l’ospedale di Misurata. A noi nulla. Negli ultimi giorni ci era stato promesso l’invio di due aerei per trasportare negli ospedali italiani alcuni dei nostri feriti. Ma fino a ora non sono arrivati, forse per il brutto tempo”.
Haftar ha aggiunto che “ci saremmo aspettati maggiore cooperazione” e “non abbiamo apprezzato il discorso di fine anno del vostro capo di Stato maggiore in visita a Misurata. Ha detto che l’Italia sostiene le milizie di Misurata, cosa che va oltre una pura missione medica di pace”.
Da quanto è stato reso noto in Italia circa la visita a Misurata del 27 dicembre, il generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, ha dichiarato che  “le nostre Forze armate continueranno ad assicurare la missione fino a quando sarà ritenuto necessario dalle Autorità libiche”.
Una frase che forse ha indispettito Haftar anche perché, durante la visita, il generale Graziano ha incontrato all’interno dell’aeroporto militare autorità militari e civili locali.
Pur cercando di mantenersi in equilibrio sostenendo la riconciliazione nazionale in Libia, Roma ha troppi interessi in Tripolitania per schierarsi ora con Haftar. Il terminal del gas di Melitha e le attività dell’ENI sono infatti concentrate nell’ovest della nostra ex colonia così come è dalle coste della Tripolitania che salpano i gommoni carichi di immigrati clandestini diretti in Italia i cui flussi non vengono fermati né dalle flotte italiana ed europea né sulle coste dalle inesistenti autorità di Tripoli.
Foto: Ansa, AFP e Difesa.it

redazione 5 gennaio 2017
fonte: http://www.analisidifesa.it/