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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

28/07/16

Commando suicidi e lupi solitari: la doppia offensiva dello Stato Islamico in Europa





di Claudio Bertolotti
Un anno e mezzo fa, era il 7 gennaio 2015, la violenza-spettacolo del terrorismo di matrice islamista ha fatto il suo ingresso in Europa con l’attacco alla redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo: 12 morti e 11 feriti. Sono seguiti, il 13 novembre 2015, i violenti attacchi di Parigi, al teatro “Bataclan”, lo Stade de France di Saint Denis, i bistrò parigini: 130 morti, 368 feriti. Evento rivendicato dallo Stato Islamico (IS). E ancora a Bruxelles, dove il 22 marzo 2016 un commando suicida colpiva l’aeroporto e la linea metropolitana provocando la morte di 32 persone e il ferimento di oltre 250. Anche in questo caso l’azione è stata rivendicata dall’IS. All’aeroporto di Istanbul, ai confini dell’Europa, il 28 giugno un gruppo organizzato suicida ha portato a compimento un attacco strutturato: 45 persone morte e 238 ferite. Attacco riconducibile all’IS.
Oltre ai commando organizzati, una nuova variante del fenomeno della violenza-jihadista è venuto a imporsi in Europa: quello dei cosiddetti “lupi solitari” (“lone wolf”), improvvisati terroristi homemade, ma non per questo meno pericolosi; al contrario, maggiormente insidiosi in quanto difficilmente identificabili. Il 14 luglio, a Nizza, in occasione della festa nazionale, un tunisino di 31 anni residente in Francia ha prima sparato sulla folla per poi scagliarsi con un grosso camion contro i passanti: 84 morti e oltre cento i feriti. L’azione è stata successivamente rivendicata dall’IS. Il 18 luglio seguente, in Germania, un diciassettenne afghano ha aggredito, armato di ascia e coltelli, i passeggeri a bordo di un treno: quattro i feriti, di questi uno in pericolo di vita. L’atto è stato rivendicato, anche in questo caso, dallo Stato Islamico. Il 19 luglio, nelle Hautes-Alpes francesi, un marocchino di 37 anni di religione musulmana, ha accoltellato una donna e le sue tre figlie. Le ragioni sarebbero riconducibili all’abbigliamento della donna e delle sue figlie, non gradito all’aggressore. Il 22 luglio un caso a parte: a Monaco di Baviera, un ragazzo diciottenne, musulmano sciita di origini iraniane, ha sparato all’interno di un centro commerciale provocando la morte di 9 persone e il ferimento di 16.
Due le tipologie di eventi descritte, che sono tra di loro collegate dal fatto di essere state commesse da persone non sempre credenti in nome dell’Islam e contro il modello culturale liberale dell’Occidente.
Le due fasi parallele dell’evoluzione del fenomeno – La prima tipologia di eventi rappresenta lo spartiacque sostanziale nell’evoluzione del fenomeno terroristico contemporaneo – il “Nuovo Terrorismo Insurrezionale” [1] – che evidenzia come il fondamentalismo jihadista – che si diffonde dal Medio Oriente, attraverso il Nord Africa, fino ad arrivare a colpire il cuore dell’Europa – sia una minaccia concreta e crescente, una conseguenza dell’avanzata neo-jihadista dell’IS in combinazione con le dinamiche conflittuali locali (interne all’area MENA) e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana, sia dell’area MENA sia europea, quest’ultima spesso di seconda o terza generazione.
Parliamo di una violenza caratterizzata dall’aver portato a compimento con successo una serie di operazioni coordinate e simultanee. Ciò che è avvenuto è stato un classico esempio di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro. A differenza però del passato, dove le tecniche, le tattiche e le procedure venivano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria o alla Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento, maturata e collaudata nell’area che va dal sub-continente indiano al Maghreb, si è imposta ovunque in Europa e ai suoi confini.
È la tecnica del “commando suicida”, largamente utilizzata e affinata, che ha fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2008 in Afghanistan e di cui l’Autore di questo contributo, per primo, ha trattato nel libro Shahid. Analisi del terrorismo suicida e in altri studi successivi dedicati al fenomeno degli attacchi suicidi, anticipando quegli sviluppi a cui oggi assistiamo.
Oggi, esportando questa tecnica, IS ha dimostrato di essere in grado, direttamente o indirettamente – di minacciare realmente l’Europa e i suoi cittadini e lo ha fatto con propri “combattenti” in grado di costituire nucleo di individui determinati, con adeguato livello di addestramento e coordinamento, con buona capacità operativa in un contesto urbano e un livello di capacità logistica e intelligence adeguato, per quanto minimale. Si tratta di capacità procedurali già applicate in Afghanistan, prima, e nei teatri operativi del cosiddetto “Siraq” (Siria e Iraq) e della Libia, più recentemente.
Elementi caratterizzanti il fenomeno nel suo complesso – Contrariamente a quanto affermano – per ragioni non condivisibili di political-correctness – le autorità, in tutte e due le tipologie di evento descritte è palese il collegamento con il fenomeno dello Stato Islamico. Non si tratta di un legame diretto con l’IS che opera in Siraq, ma alla sua evoluzione in termini di fenomeno culturale, sociale, le cui conseguenze si riversano sul piano operativo (in termini di modus operandi), strategico e comunicativo. Non esistono legami formali, quali ordini gerarchici, piani coordinati a livello centrale; ma si tratta non di meno di legami molto forti, che si spostano sul piano simbolico, ideale, o meglio ideologico. Legami in grado di colmare vuoti, creare senso di appartenenza, rafforzare personalità deboli alla ricerca del riscatto sociale, riempitivi emotivi per soggetti anche patologicamente caratterizzati, frustrati alla ricerca di un proprio io attraverso il nome di Dio. Un bacino potenziale su cui lo Stato Islamico e i suoi reclutatori hanno avuto presa.
Ciò che emerge è che l’evoluzione del fenomeno della violenza-spettacolo ha addirittura portato alla diffusione di uno sviluppo semplificato dello strumento offensivo e nel coinvolgimento di soggetti tipo aventi almeno cinque caratteristiche comuni e caratterizzanti. In breve:
1) Giovane età
2) Residenza/cittadinanza europea
3) Religione musulmana
4) Disadattamento sociale/disturbo psicologico
5) Disponibilità al sacrificio della propria vita (istishhadi, il martirio autonomamente scelto)
E dunque, il fenomeno e la minaccia diretta si sviluppano attraverso definiti fattori in via di evoluzione.
In primis, aumenta la frequenza degli attacchi e il coinvolgimento di musulmani appartenenti alla fascia di età più giovane (in genere sono i giovani a combattere). Ciò può essere letto come sintomo di non riconoscimento all’interno della società che li ospita. Sono soggetti spesso affetti da patologie psichiche, o che si sentono falliti socialmente e moralmente, che tentano, con un ultimo ed estremo gesto, di crearsi uno spazio sociale ed essere accettati dalla comunità dei musulmani. L’imposizione del proprio io, l’identità smaterializzata di questi soggetti, avviene attraverso la morte violenta (elemento comune tra molti attaccanti suicidi, shahid per i musulmani); una morte che è data potenzialmente per certa, ma non in senso assoluto, in quanto manca l’equipaggiamento per procurare la morte auto-indotta (giubbetti o cinture esplosive), a differenza di quanto avviene con per i commando suicidi.
In secondo luogo, vi è l’identificazione dei soggetti come membri del sedicente Stato Islamico e la volontà di riscatto e difesa per l’intera comunità musulmana; questo elemento fa presa prevalentemente sui soggetti precedentemente indicati.
Infine, il meccanismo di emulazione che avviene per “contagio imitativo”, un meccanismo di emulazione indotto dal processo di amplificazione mass-mediatico della notizia attraverso i media tradizionali e il web; ciò tenderebbe a portare all’aumento nella frequenza degli attacchi in seguito ad azioni che hanno ottenuto maggior successo sul piano “tattico” (numero di vittime) e su quello mediatico.
In comune ci sono le motivazioni individuali; o meglio, la giustificazione religiosa, di un Islam travisato e re-interpretato, che ognuno di quei singoli individui ha dato al proprio gesto di violenza. Assassini in nome di un dio, terroristi autodafé i cui gesti hanno avuto eco mondiale.
Gli effetti pratici – Il risultato è un’amplificazione mass-mediatica del messaggio di violenza che capillarmente si diffonde e colpisce potenzialmente ovunque: un circolo vizioso tanto pericoloso quanto vantaggioso per l’opera di marketing, premium branding e franchising dell’IS. Oggi chiunque può appropriarsi del brand IS conducendo operazioni di successo (e solo quelle) e al tempo stesso l’IS trae vantaggio indiscusso dalle azioni portate a termine che rivendica con rapace immediatezza.
Dunque, dire che gli eventi singoli, tra di loro non direttamente collegati e condotti nella maggior parte dei casi da soggetti affetti da psico-patologie, non sono riconducibili è fuorviante. Al contrario, tutti gli eventi sono riconducibili all’IS in quanto tutti i soggetti hanno agito in nome dello Stato Islamico.
Come scrivevo già nel 2015, e qui ribadisco, i punti di forza della minaccia contemporanea del “Nuovo Terrorismo Insurrezionale” si concretizzano nelle adeguate capacità di intelligence, organizzativo-logistica, a cui si uniscono la motivazione e il livello operativo dei foreign fighters “europei”, o di quei militanti infiltrati tra i profughi, provenienti dai teatri di guerra del Siraq o i flussi migratori attraverso la Libia. Soggetti capaci di sfruttare l’ampia disponibilità di obiettivi “soft target” a elevata vulnerabilità; un vantaggio che si accompagna alla capacità di reperimento di armi da guerra provenienti dal mercato nero e di equipaggiamenti reperibili dal libero mercato.
Azioni di questo tipo, come abbiamo visto, sono in grado di indurre all’emulazione e stimolare la volontà di soggetti autonomi e non organizzati che si sono recentemente imposti all’attenzione mediatica (i lone-wolf, “lupi solitari” o terroristi autoctoni/homemade) [2].
Un passaggio evolutivo che porterà inevitabilmente a un aumento delle conflittualità intra-sociali tra la comunità ospitante, quella autoctona europea, e quella ospitata, rappresentata, da un lato, dai soggetti musulmani auto-marginalizzati, di seconda-terza generazione, e, dall’altro lato, da una componente dei soggetti cosiddetti “migranti”; una situazione che, nel complesso, porterà in tempi relativamente brevi verso un aumento del conflitto etnico nelle nostre città, in particolare le aree periferiche.

di Claudio Bertolotti - 25 luglio 2016
fonte:  
Claudio Bertolotti è Ph.D, Senior Researcher – Indipendent Strategic Analyst, CEMRES – “5+5 Defence Initiative”, CeMiSS – Military Center for Strategic Studies, Italian MoD, ITSTIME – Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies.

[2] C. Bertolotti, “Commando suicidi”: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del “Nuovo Terrorismo Insurrezionale”, in “Confini e Conflitti. Il ritorno della Geopolitica” – Speciale Terrorismo: il 13 novembre 2015 è un nuovo 11 settembre?”, Centro Militare di Studi Strategici (CASD-CeMiSS), Ministero della Difesa, Roma, febbraio 2016, pp. 161-170.
Photo credits: Picture-Alliance/DPA/F. P. Tschauner

13/07/16

Troppe teste si sono girate dall’altra parte sui morti a Dacca

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di Aldo Cazzullo (nella foto d’apertura) da Il Corriere della Sera del 7 luglio 2016

Nel novembre 1961, tredici aviatori italiani di una missione Onu furono trucidati a Kindu, in Congo, e sepolti in una fossa comune. Probabilmente erano stati confusi con mercenari belgi. Tra i reporter che fecero luce sul massacro si distinse un giovane inviato: Alberto Ronchey.
Oggi una lapide all’ingresso dell’aeroporto di Fiumicino è tra i pochi segni che ricordano un lutto quasi del tutto assente dalla memoria nazionale. Rimosso. Dimenticato. Non possiamo accettare che la stessa sorte di oblio avvolga la tragedia di Dacca.



Purtroppo, le premesse ci sono tutte. Sabato sera l’ottimo speciale del Tg3 in diretta ha avuto uno share dell’1,22% (è vero che c’era la partita, ma hanno avuto share più alti i film «Ti va di ballare?», «Beethoven 2», «Look again. Inganno mortale» e il telefilm «Ncis. Unità anticrimine»).
I l giorno dopo, i discorsi per strada e sui social erano tutti sul balletto di Zaza e sull’errore di Pellè. Nove italiani assassinati, alcuni sgozzati dopo che gli assassini avevano verificato che fossero proprio italiani, non hanno scosso la coscienza del Paese.


Certo, ci sono stati anche segnali in controtendenza. Il presidente Mattarella ha interrotto il suo viaggio in America Latina per andare a ricevere le bare dei connazionali.
C’è un’Italia attenta al mondo, al sociale, al volontariato, che ha reagito con commozione e indignazione.
Però, evitiamo ipocrisie: mentre l’assassinio di Valeria Solesin e di Giulio Regeni avevano suscitato profonda emozione, qui si discute al più se un marito avrebbe dovuto essere più coraggioso.



Come se il massacro di Dacca non rappresentasse una svolta nella storia del Paese: l’ingresso dell’Italia nella guerra che scuote il mondo, o meglio la conferma che questa guerra coinvolge anche noi.
Non si tratta di stabilire se gli attentatori, attaccando un locale vicino alla nostra ambasciata, volessero colpire specificamente italiani o genericamente occidentali. La lezione che viene da Dacca è chiara: l’Italia non è al riparo. Il fatto che il Bangladesh sia lontano non può essere motivo di autoconsolazione o di indifferenza.



Questa idea strisciante per cui chi va all’estero per lavoro o per turismo in qualche modo se la va a cercare, mentre a chi resta a casa non può accadere nulla, prima che essere cinica è un’idea ingenua.
La guerra ci riguarda, grida il nostro nome, interpella la nostra coscienza. A ben vedere, è più che una guerra; è un’epoca. È il tempo che ci è dato in sorte. E dobbiamo attrezzarci, non solo con l’intelligence e gli apparati di sicurezza, ma anche culturalmente.



La consapevolezza è più dolorosa ma anche più utile dell’ignavia. Se da una parte è importante tenere i nervi saldi, evitare reazioni sciocche come prendersela con i poveri ambulanti bengalesi, badare a non equiparare l’Islam al fondamentalismo e le migrazioni al terrorismo, dall’altra parte la discussione deve essere aperta e libera dai ricatti ideologici.
Si deve essere liberi di porre questioni senza essere tacciati di razzismo o di islamofobia.Ci si può domandare se un Paese in cui in un solo giorno sbarcano 4.500 migranti — senza contare quelli arrivati per terra o per aria — è un Paese che sta proteggendo le sue frontiere, senza sentirsi chiamare xenofobi.



Si può chiedere ai musulmani d’Italia di prendere posizione e impegnarsi in concreto contro l’estremismo, senza sentirsi rispondere che non c’entra niente e il problema è sempre un altro.
È possibile affrontare le prove durissime che ci attendono senza perdere l’umanità che da sempre contraddistingue il nostro popolo, e di cui siamo giustamente orgogliosi. Ma far finta di nulla, girare la testa dall’altra parte e trattare chi pone il problema come un importuno non ci aiuterà.

Foto: Ansa, AP, Sky TG24 e Reuters

fonte: http://www.analisidifesa.it

ARDEA (RM) : Furto di energia elettrica: operazione al complesso immobiliare delle salzare


Nel corso dell'operazione sono stati identificate diverse persone e verbalizzati tre titolari di contatori perché manomessi

 
Il Faro on line - Carabinieri della stazione di Tor San Lorenzo al comando del vice comandante  M/llo Antonio Sorentino, coadiuvati dalla polizia municipale della squadra del Magg. Luciano De Paolis, insieme ai tecnici dell'Enel e della Ditta Amati, che ha messo a disposizione un cestello elevatore, hanno controllato i vari contatori dell'Enel nelle quattro palazzine del complesso immobiliare delle Salzare dove hanno trovato fili volanti che furtivamente portavano l'energia nelle varie abitazioni occupate abusivamente.

Furti che spesso mettono a rischio l'incolumità delle persone se si considera che spesso apparecchiature di condizionamento dell'aria hanno preso fuoco e la tragedia è stata sfiorata grazie al rapido intervento dei vigili del fuoco.
Nel corso dell'operazione sono stati identificate diverse persone e verbalizzati tre titolari di contatori perché manomessi. Le indagini da parte dei carabinieri proseguono.
Nel contesto, la municipale ha constatato lo stato di degrado e di rifiuti abbandonati nell'area di sedime delle abitazioni ma soprattutto ha constatato nello scantinato della palazzina "D" in odore di demolizione, un olezzo proveniente dallo scantinato per i rifiuti abbandonati per una altezza di oltre mezzo metro, oltre a corsi di acqua fetida proveniente dai bagni degli appartamenti occupati.

Tale situazione viene ritenuta una emergenza igienico sanitaria che potrebbe sfociare in qualche epidemia se non si agisce immediatamente. Infatti le abitazioni sono tutte senza servizio elettrico ed idrico, il prezioso liquido viene portata nelle abitazioni con taniche di plastica riempite da un rubinetto posto nel piazzale tappezzato di rifiuti e di carcasse di auto di dubbia provenienza.

Una situazione quella della mancanza di illuminazione che spesso mette in difficoltà la professionalità ed il lavoro dei militi di Tor San Lorenzo costretti durante i controlli ai detenuti agli arresti domiciliare a scavalcare escrementi umani lasciati addirittura per le scale d'accesso ai piami oltre che saltare tra una busta di rifiuto e un'altra, oltre al rischio di qualche imboscata.
Agli agenti operanti le congratulazioni del sindaco e dell'assessore all'ambiente che ha già preso contatti con la ditta che dovrà bonificare l'area.

Luigi Centore  - 10 LUGLIO 2016
fonte: http://www.ilfaroonline.it

20/06/16

I dati ci dicono che per i bambini è meglio crescere con mamma e papà



Intervista a Mark Regnerus, il sociologo americano autore di un contestatissimo studio sui figli di coppie gay, che sarà presto a Roma


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“Quanto sono diversi i figli adulti di genitori che hanno relazioni sentimentali con persone dello stesso sesso? I risultati dello studio Le Strutture della Nuova Famiglia”. È questo il titolo di una della ricerche scientifiche più violentemente criticate della comunità lgbt, uscita proprio quando il presidente Barack Obama, prima, e la Corte Suprema, poi, aprivano al diritto al “matrimonio per tutti”. Il suo autore, Mark Regnerus, professore di Sociologia presso l’Università di Austin, vi ha affermato che quanti sono cresciuti con due persone dello stesso sesso sono dalle 25 alle 40 volte più svantaggiati rispetto ai loro coetanei cresciuti in famiglie composte da genitori di sesso diverso. Secondo il suo studio, i primi sono tre volte più soggetti alla disoccupazione (solo il 26 per cento ha un lavoro fisso contro il 60 per cento della media), sono quattro volte più soggetti a ricevere assistenza pubblica (il 69 per cento contro il 17 per cento dei casi). E sono molto più inclini ad essere arrestati, a dichiararsi colpevoli di atti criminali, a drogarsi, a pensare al suicidio. Insomma, uno studio dalle conclusioni molto nette che, non a caso, è sempre stato molto contestato dalle associazioni della galassia arcobaleno.
Ospitato da Generazione Famiglia, Regnerus parlerà insieme a Massimo Gandolfini ed Ettore Gotti Tedeschi il 22 giugno prossimo alle 18.30, presso palazzo della Rovere a Roma.

Professore, può parlarci delle differenze fra il suo studio e quelli che sostengono l’opposto?
Prima della mia ricerca esistevano solo piccoli studi su scala locale, relativi ai bambini ancora in casa. Il mio studio, invece, è stato il primo a prendere come campione la popolazione nazionale di giovani adulti, già usciti di casa, e cresciuti con persone dello stesso sesso. Abbiamo domandato loro quanto il modo in cui sono cresciuti ha influito sulla loro persona. Abbiamo intervistato singolarmente centinaia di persone cresciute con due uomini o due donne e abbiamo comparato la loro situazione con quella di altre persone, sia vissute con un solo genitore, sia con i genitori separati, con i genitori adottivi oppure con una madre e un padre sposati. Ci siamo accorti che il tasso di disoccupazione, di difficoltà psicologiche, di dipendenza dai servizi sociali erano maggiori nei giovani adulti cresciuti con due persone dello stesso sesso. Nella maggioranza dei casi si tratta di madre biologica divorziata e convivente con un’altra donna.   

Qual era la sua posizione iniziale in merito ai bambini cresciuti con due persone dello stesso sesso?
Quando ho cominciato non avevo un’opinione precisa in merito, ma ho cercato di analizzare il più imparzialmente ed esattamente possibile le varie situazioni per formarmene una. I dati infatti si possono usare anche per piegarli alla propria visione preconcetta, cosa che ho evitato di fare. Se, ad esempio, si prendono i risultati relativi a chi è cresciuto con due uomini e due donne separati e li si unisce a quelli di chi è cresciuto in un’unione stabile di uomo e donna e poi si compara questo campione con quello di chi è cresciuto con due persone dello stesso sesso non ci saranno differenze enormi. Al contrario se, come ho fatto io, si comparano le coppie dello stesso sesso con quelle di una famiglia naturale stabile le differenze sono grandi.

Le reazioni alle conclusioni del suo studio sono state violente. Come è cambiata la sua vita?
Caspita… lo si dovrebbe chiedere a mia moglie. La mia carriera era ormai avviata, stavo per diventare professore associato, ma dopo la pubblicazione dello studio tutto si è bloccato. Non sono più stato invitato ai convegni e agli eventi a cui ero solito partecipare. Devo dire che io stesso, quando mi sono trovato davanti ai risultati, mi sono preso un colpo e ho capito che la mia vita sarebbe cambiata. È stato frustrante e, anche se ora mi sono abituato, non è giusto che questo mi sia accaduto. Purtroppo, però, le persone sono sempre più ossessionate dalla reputazione, motivo per cui l’ambiente accademico delle scienze sociali è più viziato che mai.

Lei avrebbe potuto ritrattare. Perché ostinarsi?
Perché è una questione che riguarda l’umanità intera e la sua salvaguardia. Raccogliere e leggere i dati il più correttamente possibile è poi lo scopo del mio lavoro. Soprattutto, stare di fronte alla sofferenza dei bambini cresciuti con due persone dello stesso sesso e alla serenità di quelli che sono diventati grandi nell’amore stabile di mamma e papà, mi ha impedito di tacere. Ciò non significa che un bambino educato da una madre e un padre non avrà mai problemi, ma questa è l’unica condizione ideale per poterlo crescere sereno. Ogni altro stato implica comunque delle ferite e delle difficoltà, per quanto si possano superare.

Alla fine anche l’università per cui lavora si è dovuta arrendere al fatto che la sua ricerca era stata condotta correttamente.
Per questo hanno difeso il mio diritto di parlare. Nel 2012 aprirono un’inchiesta e alla fine fui dichiarato innocente. Ma nell’ottobre 2014, in seguito alle continue proteste, l’università ha deciso di riaprire le indagini. Sono risultato ancora innocente, ma, ancora una volta, l’unica cosa che hanno fatto è stata quella di difendere il mio diritto di espressione. Sui contenuti della mia ricerca, invece, non hanno mai preso posizione. Come tutti, anche le accademie hanno il problema di piacere al mondo e quindi di non opporsi a chi ha potere.

Qualcuno che l’ha difesa?
Tanti colleghi mi hanno difeso privatamente, pochi lo hanno fatto in pubblico. Però, dopo la mia ricerca, ne sono uscite altre tre a confermarla. Su queste non si sono scatenate le stesse ire solo perché la mia era la prima e, inoltre, aveva tutti dati originali. Gli altri studi successivi si basano su dati raccolti da altri e, quando è così, è più facile difendersi.

Perché tanta avversione?
La cultura transgender ha un grande potere economico e quindi di boicottaggio e ha investito molto nel campo delle scienze sociali. Assistiamo a sforzi congiunti e coordinati che hanno invaso le accademie di tutto l’Occidente. Ma sopratutto in America hanno sradicato l’idea di un bene comune, per cui esiste solo il diritto del singolo ad avere tutto, che poi alla fine è il diritto del più forte che riesce a imporsi a discapito degli altri. Il movimento lgbt, contrario al matrimonio, mira proprio all’atomizzazione dell’individuo, sciolto da qualsiasi vincolo e limite. Inoltre gli Stati Uniti sono fortemente empiristi: se una cosa esiste, solo per il fatto che c’è, va accettata e guai a chi si domanda se sia giusta o sbagliata. È severamente vietato chiedersi quale tipo di società vogliamo e chi solo mette in discussione quella che c’è è considerato un violento.

Cosa è successo con la pubblicazione dello studio?
Alcune delle stesse persone che ho intervistato hanno preso coraggio e hanno cominciato a parlare. Anche se penso che la maggioranza non riuscirà a farlo pubblicamente, perché è difficile criticare chi, comunque, ti ha cresciuto. Inoltre, molti di coloro che hanno vissuto con due donne e due uomini hanno alle spalle anche dei divorzi o passaggi da una casa all’altra. Difficile separare i piani della devastazione e imputarla solo a un genitore. In ogni caso, quello che è certo, a partire dai dati, è che ai figli serve la stabilità di un uomo e una donna.

Quali sono le sue speranze?
Negli anni Settanta chi criticava il divorzio veniva emarginato, anche se non esistevano i mezzi diffamatori di oggi, ma poi una volta passata la legge le cose sono cambiate. Così è per le unioni fra persone dello stesso sesso: quando ogni norma sarà ormai tarata forse la verità potrà essere meno ostacolata. Anche se credo che la campagna denigratoria continuerà finché la morale non sarà sconvolta. E finché le persone come me non saranno messe a tacere.

Di cosa parlerà al pubblico romano?
Proverò a spiegare quello che sta accadendo negli Stati Uniti e che è travisato dai media. Spiegherò i contenuti del mio studio e il suo sviluppo e perché l’unica garanzia per i bambini è il matrimonio indissolubile fra uomo e donna. Farò capire come mai il vero problema, ancor prima delle coppie dello stesso sesso, è la mentalità comune avversa ad ammettere che la famiglia naturale è l’unica condizione ideale e che il divorzio è sempre un danno. Si preferisce, infatti, pensare comodamente che ogni scelta sia lecita e senza conseguenze sui nostri figli. Ecco, il vero problema è qui: finché questo tabù non cadrà, sarà sempre difficile opporsi alle unioni fra due uomini o due donne.

Foto da Shutterstock

giugno 20, 2016   Benedetta Frigerio
fonte: http://www.tempi.it 

La propaganda USA attrae estremisti



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Seddique Mateen, il padre dello stragista di Orlando, Florida, Omar Mateen e sedicente capo di un governo in esilio pro-taliban in Florida, è emblematico della politica statunitense che permette agli estremisti di alimentare la loro propaganda sul suolo nordamericano. Dalla Guerra Fredda, la CIA degli Stati Uniti eccelse nel scovare cubani, est-europei, afgani, uiguri ed altri estremisti inventare e diffondere via radio propaganda incendiaria finanziata dal governo degli Stati Uniti. Come il giornalista di ABC News e Christian Science Monitor e preminente esperto di Medio Oriente John Cooley aveva correttamente osservato nel suo libro, “Payback: America’s Long War in the Middle East”, quando gli Stati Uniti sostituirono Gran Bretagna e Francia come principale potenza occidentale in Medio Oriente, più volte scontarono “scarsa capacità di giudizio ed errori politici spesso disastrosi”. Uno degli errori politici peggiori fu la decisione dell’amministrazione Carter di armare e sostenere i più radicali “guerrieri santi” islamisti in Afghanistan. Presto, tali radicali afghani entrarono nella “Legione Araba” jihadista formata da cellule terroristiche in Egitto, Yemen, Libia e altri Paesi del Medio Oriente e Nord Africa. Le amministrazioni Carter e Reagan posero le basi per la campagna militare jihadista dei veterani radicalizzati contro l’Unione Sovietica e la Repubblica Democratica dell’Afghanistan, creandosi una base in Afghanistan e altre parti del Medio Oriente. Per un intero decennio, l’Operazione Ciclone della CIA permise ai jihadisti estremisti, la cui sola comunanza con gli Stati Uniti era un fervente anticomunismo, di essere spediti dalle basi nel nord-ovest del Pakistan alle zone sicure in Afghanistan per attaccare le forze sovietiche ed afghane. I fondi di CIA, Arabia Saudita e altri Paesi musulmani andarono al Maqtab Qadamat al-Mujahidin al-Arab (Ufficio sei servizi arabi afghani) o MAK, di Usama bin Ladin e Ayman al-Zawahiri, per reclutare i jihadisti nella loro Legione Araba da Medio Oriente e Nord Africa. I taliban crearono l’Emirato islamico dell’Afghanistan nel 1996, ed accolsero il vecchio alleato nella guerra contro i sovietici, Bin Ladin, che spostò la sua organizzazione al-Qaida in Afghanistan. I taliban, al-Qaida e varie fazioni jihadiste radicali in Afghanistan si avvantaggiarono della miope politica di Washington armando tali gruppi fino ai denti, senza preoccuparsi del “contraccolpo” che esperti come Cooley, e pochissimi altri, trovarono problematico.
Seddique Mateen arrivò negli Stati Uniti quando Ronald Reagan considerava i mujahidin afghani “combattenti per la libertà” contro l’“oppressione” nello spirito della lotta di George Washington contro i colonizzatori inglesi. La completa ignoranza di Reagan permise ad individui come Mateen di trovare rifugio politico e sostegno negli Stati Uniti, un Paese dal quale lui e i suoi compagni di viaggio poterono diffondere una visione radicale e antiquata. Gli attentati jihadisti alla maratona di Boston, Fort Hood, Texas; a un centro di reclutamento in Tennessee; a una festa di Natale a San Bernardino, California, e alla discoteca Pulse di Orlando, hanno tutti origine nella folli schermaglie amorose degli USA coi jihadisti nelle guerre iniziate con la campagna in Afghanistan arrivando a invasione ed occupazione dell’Iraq, destabilizzazione di Libia e Siria, e complicità con le forze jihadiste nel combattere la Russia nel Caucaso, come in Cecenia. È un “contraccolpo” nel vero senso della parola. Lo zio di Timurlan e Dzhokhar Tsarnaev, Ruslan Tsarni (alsai Tsarnaev), è legato alla CIA. Tsarni era sposato con la figlia di Graham Fuller, uno dei principali architetti della CIA nella radicalizzazione dei musulmani per conto degli Stati Uniti, in Afghanistan contro i sovietici o nel Caucaso contro la Russia. Mir Seddique, alias Mir Seddique Mateen, è il sedicente capo di un governo in esilio dell’Afghanistan a Port St. Lucie, Florida, dove chiede il rovesciamento del presidente afghano Ashraf Ghani e il suo processo col predecessore Hamid Karzai. L’impegno degli USA nella “guerra di propaganda” ha anche permesso ai jihadisti di diffondere il loro messaggio radicale tramite radio e satelliti sovvenzionati dal governo degli Stati Uniti. Seddique Mateen guidava in Florida una società non-profit denominata “The Durand Jirga, Inc”. Per anni la CIA ha sovvenzionato stazioni radio e televisive dei cubani in Florida, per esempio Radio e TV Martí, che non facevano altro che spargere odio verso governo e popolo di Cuba. Tali sforzi talvolta portarono ad attentati commessi da espatriati di destra cubani negli Stati Uniti contro Cuba e altri obiettivi. Il modello degli espatriati musulmani afghani ed altri negli Stati Uniti, coinvolti nella propaganda di CIA e VOA, non è diverso da quello dei cubani e in passato di profughi e disertori dell’Europa orientale. Messaggi radicali sono “di rigore” per tali elementi.

CIA et Jihad

La propaganda degli Stati Uniti abbonda di frodi, sprechi e abusi. Come osservò il giornalista Fulton Lewis Jr. nel 1958, Radio Free Europe aveva ben più di 2000 dipendenti che, quando non vomitavano notizie ricopiate senza fondamento sull’Europa orientale, traccheggiavano nei loro uffici in attesa della busta paga. Lewis scrisse che Radio Free Europeè un ridicolo spreco che con giovanile futilità assegna posti di lavoro principalmente a un’orda di scrocconi”. Gli scrocconi della guerra fredda sono oggi divenuti personaggi come Seddique Mateen e la sua banda di radicali che blaterano messaggi sconnessi in dari, urdu, pashto, farsi, uiguro, ceceno, arabo e curdo, il tutto a spese dei contribuenti statunitensi. Il vecchio Mateen ospitò anche un programma televisivo chiamato “Durand Jirga Show”, trasmesso sulla rete satellitare afghana “Payam-e-afghana” di Los Angeles, e trasmissioni in pashtu e parsi. Los Angeles è la patria di numerose trasmissioni satellitari in arabo per il Medio Oriente e in farsi per l’Iran, finanziate da CIA e VOA. Le operazioni di Seddique Mateen chiaramente rientrano nella rete di propagandisti afghani e pakistani pro-taliban che utilizzano reti televisive e radiofoniche finanziate dalla Broadcasting Board of Governors (BBG) influenzata dalla CIA per diffondere i loro messaggi nel mondo. Mateen ha sostenuto di dirigere una sua rete d’intelligence. Tuttavia, tale rete consisterebbe nei suoi compari coinvolti nella guerra di propaganda in Asia meridionale con programmi satellitari trasmessi in pashtu, la principale lingua in Afghanistan e Pakistan; invece Mateen trasmette in lingua dari e urdu. I tentativi della BBG di conquistarsi cuori e menti dei popoli di Pakistan e Afghanistan sono considerati dei grossi fallimenti e uno spreco dei fondi dei contribuenti. Anche dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre contro gli Stati Uniti, il servizio pashtu della VOA fu la piattaforma della propaganda dei taliban afghani. Dopo l’attacco dell’11 settembre, Spozhmai Maiwandi, direttore del servizio pashtun della Voice of America, scherzosamente soprannominato “Kandahar Rose” dai colleghi, trasmetteva articoli favorevoli ai taliban, tra cui un’intervista controversa col capo talib Mullah Omar. Non dovrebbe sorprendere quindi che Seddique Mir Mateen la vedesse come i taliban. La presenza di numerosi afghani-americani pro-taliban negli Stati Uniti fu facilitata dal sostegno della CIA ai mujahidin nella guerra jihadista afghana contro l’Unione Sovietica, negli anni ’80. Anche il diplomatico afgano-americano Zalmay Khalilzad, ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq e Nazioni Unite, fu l’interlocutore fondamentale tra governo afghano talib e compagnia petrolifera UNOCAL di Houston, alla fine degli anni ’90. Oggi, questi legami servono a Khalilzad, CIA e Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS) legato alla CIA di Washington, dove Khalilzad fa il consulente. Circa il 60 per cento dei commenti sul sito Ashna TV del servizio pashtu della VOA, elogia Omar Mateen e la sua azione ad Orlando. E i contribuenti statunitensi finanziano tale attività tramite il sostegno di VOA e BBG. E come segretaria di Stato, Hillary Clinton sostenne l’espansione di tali trasmissioni. Nel 2011, Clinton testimoniò alla Commissione Affari Esteri della Camera che il suo dipartimento aveva bisogno di ulteriori fondi per la guerra di propaganda, dicendo, “Durante la guerra fredda abbiamo fatto un grande lavoro per diffondere i messaggi degli Stati Uniti. Dopo il crollo del muro di Berlino abbiamo detto, ‘Ok, va bene, è abbastanza, abbiamo finito’, e purtroppo ora la paghiamo cara… I nostri media privati non possono colmare questa lacuna”. I messaggi trasmessi dai radicali afghani su Payame e Ashna TV sono i risultati degli sforzi della Clinton per espandere le trasmissioni di propaganda degli USA. Per la CIA, mantenere espatriati come Seddique Mir Mateen e i suo colleghi pro-taliban della VOA col sussidio di disoccupazione governativo, garantisce la pronta fornitura di interlocutori e che agenti d’influenza restino nei circoli radicali.La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

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                                                                     Seddique Mateen

J.Hawk, Daniel Deiss, Edwin Watson, South Front, 18/06/2016
Traduzione di Alessandro Lattanzio


fonte: https://aurorasito.wordpress.com/