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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

21/11/15

ISIS E TERRORISMO "Perché la sinistra non può sconfiggere l’Isis"


hollande
Roma, 20 nov – Soffiano venti di guerra da oltralpe. La Francia scossa dalle stragi di Parigi si dice pronta a sconfiggere militarmente il califfato nero dei fondamentalisti islamici. L’Europa, tramite la Mogherini, si dice pronta ad aiutare la République: ma quale sarà la strategia? Qual è il piano di attacco? Italia e Germania, ad esempio, non sembrano così convinte dell’opzione militare e, al momento un impiego delle nostre forze armate in Siria pare molto improbabile. Insomma, Hollande nella sua “crociata” ha, come unica alleata, la Russia di Putin, la sola potenza mondiale che senza indecisioni è intervenuta in maniera efficace contro i tagliagole di Raqqa. Tralasciando, però, gli schieramenti geopolitici e le strategie militari, siamo sicuri che le sinistre europee, oggi al comando in moltissimi stati dell’Unione, abbiano gli strumenti culturali per condurre una guerra lunga e faticosa, interna ed esterna, contro il fondamentalismo islamico? 

1) Confini
I confini non esistono o non dovrebbero esistere. Si tratta di una convinzione radicata nella sinistra italiana ed europea. Dal predetto principio discendono alcune importanti conseguenze: accoglienza indiscriminata di profughi, assistenzialismo nei confronti degli stranieri, ius soli etc. Ciò che la sinistra non comprende, e non è in grado di comprendere, è che i confini svolgono l’importante funzione, tra le altre, di emarginare il conflitto: il nemico si situa al di là di una linea, esso per giungere a colpirmi deve attraversarla e per farlo deve superare le forze poste a presidio di quella linea. L’assenza di confini, la realtà di fatto che tutti noi oggi viviamo, porta i conflitti nel cuore della nazione, sul pianerottolo di casa, nei bar, nei ristoranti e nelle sale concerti.
2) Antimilitarismo
La sinistra europea – si guardi il caso francese – quando governa è solita ridimensionare il budget messo a disposizione della difesa. L’esercito, d’altronde, è per loro un’anticaglia, un marmaglia di parafascisti violenti, che vivono in un mondo fatto di regole e gerarchie. L’avversione antropologica della sinistra verso i militari porta inevitabilmente a delle fratture nel fronte interno, quando per vincere una guerra serve la massima coesione da parte di tutta la nazione e l’incondizionata fiducia delle forze armate. Oggi, per sconfiggere il terrorismo, Hollande si affida proprio a quell’esercito che negli anni della sua presidenza ha sempre osteggiato e depotenziato.

3) Senso di colpa
Per la sinistra, in fondo, è soprattutto colpa dell’occidente se un gruppo di pazzi invasati decide di farsi esplodere nel mezzo della movida parigina. Infatti, questi poveri terroristi provengono dalle banlieu, luogo di ghettizzazione ed emarginazione sociale, dove vi è una disoccupazione, giovanile e non, diffusa. In pratica per evitare che qualcuno, magari perché senza lavoro, decida di ammazzare 129 persone, dovremmo dare lavoro a tutti gli stranieri, regalare loro la casa e riempirli di aiuti economici, mentre, ovviamente, gli autoctoni possono continuare a morire di fame, tanto “loro” (che saremmo noi!) non si fanno esplodere in aria. Altra causa del terrore andrebbe ricercata nel colonialismo. La sinistra ci ricorda che “noi li abbiamo invasi e quindi loro oggi rispondono come possono”. Ci dovrebbero spiegare, però, per quale motivo “loro”, gli africani, hanno il diritto di emigrare in Europa e “noi”, europei, non potevamo e non possiamo fare altrettanto. E, poi, perché gli algerini che tanto hanno combattuto contro la Francia per l’indipendenza, una volta che l’hanno ottenuta hanno deciso di emigrare in massa proprio nella odiata “madrepatria”? Non conveniva, a questo punto, che si tenessero il dominio francese, invece di dover “invadere” Parigi per poter vivere meglio? Il giustificazionismo della sinistra tradisce un insopportabile razzismo di stampo illuminista, in quanto si ritiene, in sostanza, che i musulmani non siano in grado di autodeterminarsi nella scelta delle opzioni culturali e politiche, che il loro centro del mondo sia il nostro ombelico e che tutto dipenda da “noi”, popoli del progressismo, della democrazia e dell’egualitarismo. Il senso di colpa della sinistra è un sentimento tipicamente moderno, frutto di una secolarizzazione di alcuni paradigmi cristiani che costituiscono il substrato ideologico dell’ideologia universale dell’egualitarismo. Mentre l’Europa è infarcita di “pensiero debole” e di (dis)valori moderni, il resto del mondo non ha sensi di colpa e … spara.

4) Islam ed egualitarismo
Se è vero che sinistra è meno attratta dall’ipotesi “scontro di civiltà”, più cara agli ambienti miopi della destra, è altrettanto vero, però, che la sinistra non è in grado di capire che l’Islam è strutturalmente incompatibile con lo spirito faustiano dell’Europa. Anche noi abbiamo subito l’imbastardimento dei valori cristiani, però in europa è sempre sopravvissuto un spirito storico, libero, conquistatore (non solo di spazio, ma anche e sopratutto di tempo), che non può confrontarsi con un dogmatismo esasperato ed uno stile di vita improntato alla sottomissione. A chi scrive – a scanso di equivoci – è perfettamente chiaro che l’Isis non è minimamente rappresentativo della umma islamica. Ciò non toglie, che solo chi non vuole vedere non si rende conto che un milione e 500 mila musulmani di origine straniera in Italia e 6 milioni in Francia rappresentano dei corpi estranei, portatori di valori e stili di vita incompatibili con il nostro. Non siamo tutti uguali e le stragi di Parigi ci ricordano, drammaticamente, che l’integrazione non funziona quando devi assimilare milioni e milioni di stranieri. Non puoi farlo perché il mondo non è uguale, ma diverso e pensare che siamo tutti adatti a vivere come “noi” crea, inevitabilmente, emarginazione, esclusione e … terrorismo. Va da se che un discorso analogo vale anche per i migliaia di africani cristiano-animisti che vivono nelle nostre città e che regolano i conti a colpi di machete e si abbandonano a stupri e violenze. Il problema, insomma, sta tutto nel pensare che i diritti astratti degli uomini siano effettivamente diritti universali, condivisi da tutti e che, quindi, il nostro stile di vita sia esportabile a tutti e che tutti lo debbano acquisire. Ovviamente non è così, lo sappiamo tutti, ma abbiamo paura di dirlo. A casa nostra, però, abbiamo tutto il “diritto” di decidere come si vive e, preso atto che non tutti possono integrarsi, decidere chi può vivere assieme a noi e chi è meglio che rimanga a casa sua.

5) L’ipocrisia della retorica anti-Assad
La Francia, l’Europa e gli Usa hanno pensato di utilizzare un branco di criminali (l’Isis) per rovesciare il presunto tiranno Assad. Il risultato sono 129 morti a Parigi. Che l’occidente abbia aiutato, foraggiato e sostenuto gli islamisti radicali in funzione antisiriana è un dato di fatto incontrovertibile. Secondo la vulgata diffusa a piene mani soprattutto dalla sinistra (Hollande e Renzi in testa) Assad sarebbe uno spietato dittatore, che gasa i suoi concittadini. Peccato però che in Siria ci siano libere elezioni (praticamente unico paese del mondo arabo), la sharia sia proibita, le minoranze etniche e religiose siano tutelate, non vi siano prove dell’utilizzo di armi chimiche, ma è certo che Assad abbia consegnato a Russia e Usa i propri arsenali – cosa mai avvenuta prima con nessun altro “stato canaglia”. Mentre Assad è un pericoloso dittatore, Renzi incontra amabilmente i membri della famiglia Saud, i monarchi assoluti e fondamentalisti dell’Arabia, facciamo affari con gli Emirati, il Qatar ed il Kuwait, tutte monarchie assolute e dispotiche dove le minoranze religiose sono perseguitate e le donne contano meno dei cavalli degli sceicchi. La sinistra non vincerà contro l’Isis perché non vuole cambiare il proprio atteggiamento nei confronti di Assad, quel socialismo panarabo profuso dal presidente siriano profuma troppo di “destra” e quindi, nel dubbio, sempre meglio abbattere il presunto dittatore che farselo alleato per eliminare i tagliagole.

6) Detenzione delle armi
Nessuno lo ha detto, ma gli attentati parigini negli Stati uniti o nella vicina Svizzera, con le modalità che abbiamo visto, non ci sarebbero stati. In Svizzera in un centro abitato i residenti invece di limitarsi a filmare l’orrore avrebbero avuto la possibilità di abbattere i terroristi. Negli Usa nei bar e nei ristoranti, sotto il bancone, pistole e fucili certamente non sarebbero mancati per mettere in fuga gli assalitori. La sinistra ci vuole, oltre che culturalmente, anche fisicamente disarmati. E’ normale che onesti cittadini, incensurati o con precedenti per reati bagatellari, non possano acquistare e detenere armi da fuoco? In passato si definivano uomini liberi quelli che potevano portare le armi. Oggi, sicuramente, la libertà per noi europei scarseggia.

Federico Depetris - 20 novembre 2015
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

20/11/15

Il Governo, i marò, le supercazzole interpretative: la sostenibile leggerezza dell'incoerenza.

Scrivere un articolo per raccontare quanto avvenuto lo scorso mercoledì, 11 novembre, durante la riunione delle Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati intente a discutere il decreto legge sulle missioni di guerra che il nostro Paese conduce e combatte in quasi ogni parte del mondo, mi avrebbe fatto correre il rischio di omettere o interpretare in modo errato i fatti così come realmente accaduti. Per evitare ciò, e fugare ogni dubbio ho ritenuto opportuno riportare integralmente il testo della discussione avvenuta nella sede parlamentare con la consapevolezza di sottoporre l'incauto - ma sempre affezionato - lettore ad una lunga, se non estenuante e per certi versi noiosa, lettura che potrebbe anche fargli correre il rischio di cominciare a dubitare seriamente di alcuni aspetti della politica estera italiana e della coerenza di questa o quella parte politica su una particolare vicenda che da più di tre anni coinvolge due nostri militari: i marò.

Prima di passare al resoconto parlamentare mi concedo solo una piccola ma doverosa premessa per consentire all'amico lettore di comprendere meglio l'ennesima giravolta con genuflessione delle forze politiche di maggioranza ai dicktat del Governo.

La questione dei due fucilieri di marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che dal 15 febbraio del 2012 sono coinvolti nella tragica morte di due pescatori indiani ha visto alti e bassi. Tra le innumerevoli dichiarazioni politiche del tipo armiamoci e partite e le finte fughe in avanti, dai millantati avvii delle procedure davanti alle corti arbitrali internazionali agli "abbiamo deciso che", "abbiamo fatto", “abbiamo voluto dare un segnale fermo e deciso” fino ad arrivare ai vorrei ma non posso scritti tra le righe di ampollosi comunicati stampa di matrice governativa, la storia dei due militari, delle loro famiglie e dell'intero paese si trascina lenta e inesorabile da più di tre anni.

Il 17 aprile scorso, con l'articolo 13, comma 3, secondo periodo, del decreto-legge 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 43, in attuazione di un precedente ordine del giorno - ampiamente condiviso da tutti gli schieramenti politici e accolto dal Governo - sulla necessità di rivedere proprio la partecipazione dell'Italia alla missione europea antipirateria in caso la situazione dei due fucilieri non fosse cambiata, il Parlamento decide, finalmente, di decidere e approva una modifica alla norma con la quale stabilisce che conclusa la missione antipirateria in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del medesimo decreto e comunque non oltre la data del 30 settembre 2015, la partecipazione italiana dovrà essere decisa, sentite le competenti Commissioni parlamentari. Nel mese di ottobre il Governo ha presentato il suo decreto-legge sul rinnovo delle missioni senza, ovviamente, ascoltare le Commissioni sulla questione come invece è espressamente previsto dalla legge.

Salvatore Girone è tuttora in India, mentre Massimiliano Latorre è in Italia, cioè la situazione rispetto allo scorso anno è rimasta immutata. Per questo motivo il pentastellato Manlio Di Stefano ha presentato un emendamento per sospendere la partecipazione del personale militare all'operazione dell'Unione europea per il contrasto alla pirateria denominata Atalanta fino alla soluzione positiva della vicenda. Tale proposta ovviamente non va bene al Governo che prima di respingerla ai voti tenta di ottenerne il ritiro con l'aiuto di pontieri e mediatori d'occasione.

Un'altra brutta pagina sulla vicenda dei due fucilieri di marina è stata scritta ancora una volta proprio dal parlamento che, in perfetta incoerenza con le sue precedenti determinazioni, ha deciso, ancora una volta, di voltare le spalle alla realtà dei fatti che vede immutata la situazione dei due “marò”.

Nella discussione parlamentare - che preferisco riportare integralmente così come scritta nei resoconti della seduta delle Commissioni riunite Esteri e Difesa - non può sfuggire come il Governo, per voce dei suoi rappresentanti, sia stato capace di “interpretare” la legge secondo le proprie esigenze arrivando, per giustificarle, anche a sostenere che l'obbligo di sentire il parere delle Commissioni parlamentari, espressamente previsto dall'articolo 13, comma 3, del decreto-legge n. 7 del 2015, sarebbe stato comunque assolto dal Governo lo scorso 6 ottobre, durante le comunicazioni sullo stato delle missioni in corso e degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno di processi di pace e stabilizzazione rese dai ministri Pinotti e Gentiloni e che «la recente sentenza del Tribunale del mare di Amburgo ha prodotto uno sviluppo nel senso auspicato anche dal Parlamento».

Per fortuna, sul punto, è stato proprio il deputato del PD Giampiero Scanu ad osservare che la norma – che prevede che le Commissioni siano «sentite» – avrebbe dovuto essere interpretata, «per non mortificare il ruolo del Parlamento, nel senso che doveva essere chiesto alle Commissioni di pronunciarsi espressamente sul punto». Poi anche lui, come da copione, ha annunciato la condivisione del suo gruppo – il PD - dell'orientamento del Governo di proseguire la partecipazione dell'Italia alla missione Atalanta.

Cari Salvatore e Massimiliano fino a quando durerà il vostro silenzio la giostra dell'ipocrisia e dell'incoerenza continuerà a girare. Sta a voi decidere di fermarla.



Emendamento 3.6 presentato dai parlamentari del Movimento 5 Stelle (Di Stefano Manlio, Corda Emanuela, Rizzo Gianluca, Frusone Luca, Basilio Tatiana, Bernini Paolo, Scagliusi Emanuele, Tofalo Angelo, Del Grosso Daniele, Sibilia Carlo, Di Battista Alessandro, Spadoni Maria Edera, Grande Marta)

«Il comma 1 è sostituito dal seguente:

  1. In ottemperanza alle disposizioni di cui all'articolo 13, comma 3 del decreto-legge 1o febbraio 2015 n. 7, convertito in legge 17 aprile 2015 n. 43, non essendo stata modificata la condizione di restrizione della libertà dei due fucilieri di marina del Battaglione San Marco, la partecipazione del personale militare all'operazione dell'Unione europea per il contrasto alla pirateria denominata Atalanta è sospesa fino alla soluzione positiva della vicenda.» 



Estratto dal resoconto dal «BOLLETTINO DELLE GIUNTE E DELLE COMMISSIONI PARLAMENTARI - Commissioni Riunite (III e IV)» di Mercoledì 11 novembre 2015.

Manlio DI STEFANO (M5S), intervenendo sul suo emendamento 3.6, chiede ai colleghi commissari valutarlo attentamente. Ricordando, infatti, che il Movimento 5 Stelle non condivide moltissimi aspetti del provvedimento in titolo, richiama in particolare l'attenzione sulla questione dei fucilieri «marò». Nell'osservare che l'avvio dell'arbitrato internazionale non ha portato a sostanziali modifiche nella vicenda, che vede tuttora cristallizzata la condizione di restrizione della libertà dei due militari, e rammentando anche i tentativi di risoluzione precedentemente operati da Staffan de Mistura, chiarisce come la finalità della proposta emendativa in esame sia quella di sospendere la partecipazione del personale militare italiano all'operazione dell'Unione europea per il contrasto alla pirateria Atalanta finché non si pervenga ad una positiva soluzione della vicenda. Ribadisce come il Movimento 5 Stelle consideri del tutto illegale la richiamata condizione di restrizione di libertà dei due fucilieri. Nell'osservare come non si stia ottenendo nulla dall'India tramite lo strumento dell'arbitrato internazionale, chiede di prendere posizione al di là della dialettica diplomatica, rimarcando peraltro come la posizione del Movimento 5 Stelle si differenzi da quella di altri gruppi – quali, ad esempio Fratelli d'Italia, che domandano un semplice «ritorno a casa» dei fucilieri di Marina – essendo orientata al rigoroso rispetto del diritto internazionale.

Vincenzo AMENDOLA (PD), replicando alle osservazioni dell'onorevole Di Stefano, pur manifestando concordanza sul tema, rileva come la ricostruzione della vicenda da parte dello stesso onorevole Di Stefano non si possa considerare completa. Ricorda che fin dalla missione svolta nel gennaio del 2014, anche su stimolo dell'allora presidente della Commissione Difesa, onorevole Elio Vito, si è avviato un dibattito parlamentare che ha sistematicamente registrato l'unità di intenti delle forze politiche presenti in Parlamento sulla questione. Ricorda come l'allora ministra degli affari esteri e della cooperazione internazionale Federica Mogherini avviò il percorso dell'arbitrato internazionale, entrato nella sua fase attuativa con l'attuale ministro Gentiloni. Anche sulla scorta dell'atto di indirizzo condiviso da tutti i gruppi in occasione dell'esame del decreto-legge n. 109 del 2014, l'arbitrato ha portato significativi elementi per la risoluzione della questione, con particolare riferimento alla decisione sulla non prevalenza della giurisdizione indiana sulla controversia e sulla valutazione delle determinanti prove balistiche. Pertanto, nel valutare positivamente la scelta compiuta dal Governo circa l'arbitrato internazionale e ritenendo che non vi sia diversità di percezione o di vedute sulla vicenda tra i gruppi di maggioranza e di opposizione, giudica controproducente assumere in questa fase una linea di contraddittorio con la comunità internazionale e auspica, invece, un nuovo atto di indirizzo al Governo per un rapido rientro in Patria dei due fucilieri in libertà e onore.

Francesco Saverio GAROFANI, presidente e relatore per la IV Commissione, ricorda che, oltre all'ordine del giorno richiamato dal deputato Amendola, ci sono state le ultime comunicazioni periodiche del Governo sullo stato delle missioni in corso, svoltesi il 6 ottobre scorso, nel corso delle quali la ministra della difesa ha informato il Parlamento del fatto che il Governo riteneva che l'Italia dovesse proseguire la propria partecipazione alla missione Atalanta.

Manlio DI STEFANO (M5S), replicando a sua volta alle considerazioni dell'onorevole Amendola, ricorda come l'ordine del giorno e la norma inserita nel provvedimento nel 2014 fossero connessi ad un'interazione con l'India, da cui però non è mai pervenuta alcuna apertura. Ritiene che l'arbitrato internazionale in corso richiederebbe una collaborazione fattiva anche da parte indiana, collaborazione ad oggi non riscontrabile. Appare quindi opportuna pressione sulla comunità internazionale finalizzata alla positiva soluzione della vicenda, data la non evoluzione del rapporto diplomatico tra i due Paesi.

Gian Piero SCANU (PD), premesso di condividere l'intervento del deputato Amendola, esprime l'avviso che le Commissioni dovrebbero tuttavia evitare di dividersi su iniziative riguardanti la vicenda dei due marò, rispetto alla quale si è sempre mantenuta in passato l'unità di spirito e di intenti di tutte le forze politiche. Per questa ragione, invita il deputato Manlio Di Stefano a valutare la possibilità di ritirare il suo emendamento 3.6, per ragionare assieme agli altri gruppi in vista della presentazione in Assemblea di un ordine del giorno condiviso da tutti, auspicabilmente anche dal Governo, per chiedere all'Esecutivo quanto è necessario per una positiva conclusione della vicenda.

Massimo ARTINI (Misto-AL), premesso di condividere lo spirito dell'emendamento Manlio Di Stefano 3.6, invita i deputati presentatori dello stesso a valutare l'offerta di dialogo avanzata dal deputato Scanu, ricordando come l'Italia, anche se in ritardo, abbia ormai intrapreso la strada dell'arbitrato internazionale: strada che da più parti in Parlamento si è indicata fin dall'inizio come quella giusta.

Donatella DURANTI (SI-SEL) concorda con il deputato Scanu che sarebbe preferibile che le Commissioni non procedessero al voto dell'emendamento Manlio Di Stefano 3.6, con il rischio di dividersi sulla questione dei due marò, e che i gruppi lavorassero invece alla stesura di un ordine del giorno al Governo largamente condiviso.

Tatiana BASILIO (M5S) ricorda che l'articolo 13, comma 3, del precedente decreto-legge di proroga delle missioni internazionali (decreto-legge n. 7 del 2015) prevedeva che, entro il 30 settembre 2015, la prosecuzione della partecipazione dell'Italia all'operazione Atalanta sarebbe stata valutata in relazione agli sviluppi della vicenda dei due fucilieri della Marina militare, «sentite le competenti Commissioni parlamentari». Considerato che nel frattempo la situazione dei due fucilieri non è cambiata, dal momento che Salvatore Girone è tuttora in India, mentre Massimiliano Latorre è in Italia con un permesso temporaneo per ragioni di salute, ritiene che l'Italia debba a questo punto sospendere la propria partecipazione all'operazione e invita pertanto le Commissioni ad approvare l'emendamento Manlio Di Stefano 3.6. A parte questo, chiede al Governo di chiarire come mai, nonostante la disposizione citata prevedesse che il Governo dovesse sentire le Commissioni competenti, il decreto-legge in esame abbia stabilito che la partecipazione dell'Italia ad Atalanta sia finanziata ancora fino al 31 dicembre 2015.

Il sottosegretario Domenico ROSSI evidenzia che il Governo ha ottemperato all'obbligo di sentire le Commissioni parlamentari competenti il 6 ottobre scorso, in occasione delle ultime comunicazioni periodiche sullo stato delle missioni in corso e degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, già menzionate dal presidente. In quella sede, infatti, la ministra della difesa ha informato le Commissioni che per il Governo sussiste la «concreta necessità che l'Italia continui a operare efficacemente per contrastare la pirateria, soprattutto al largo del Corno d'Africa» e che «il Governo considera quindi coerente proseguire con la partecipazione dell'Italia alla missione dell'Unione europea denominata Atalanta, quale membro affidabile e responsabile della Comunità internazionale, che sa tenere fede ai suoi impegni»; e questo anche in considerazione del fatto che «la recente sentenza del Tribunale del mare di Amburgo ha prodotto uno sviluppo nel senso auspicato anche dal Parlamento» per quanto riguarda la vicenda dei due fucilieri di marina Latorre e Girone. Conclude osservando che, se le Commissioni avessero ritenuto di non condividere questo orientamento del Governo, avrebbero dovuto adottare atti di indirizzo conseguenti.

Il sottosegretario Mario GIRO osserva come in relazione alla vicenda dei due marò debbano svolgersi due riflessioni. In primo luogo, invita a considerare come l'adesione alla procedura dell'arbitrato internazionale abbia sollevato veementi proteste in India, rappresentando così un modello efficace di public diplomacy. In secondo luogo, richiama il fatto che l'Italia è già ricorsa all'utilizzo del diritto di veto verso lo Stato indiano, con particolare riferimento ad un accordo internazionale in materia militare cui l'India era particolarmente interessata. Rileva dunque come le due fattispecie costituiscano un indubbio strumento di pressione sulle autorità indiane, da non sottovalutare ai fini della soluzione della questione.

Tatiana BASILIO (M5S) prende atto che nell'interpretazione del Governo l'obbligo di «sentire» le Commissioni competenti può essere assolto nel modo descritto dal sottosegretario Rossi, e cioè, da una parte, senza che le Commissioni si pronuncino espressamente sul punto su cui devono essere sentite e, dall'altra parte, attraverso comunicazioni non aventi a oggetto specifico il tema sul quale le Commissioni dovrebbero essere sentite.

Gian Piero SCANU (PD) osserva che, a suo avviso, l'articolo 13, comma 3, del decreto-legge n. 7 del 2015 – che prevede che le Commissioni siano «sentite» – avrebbe dovuto essere interpretato, per non mortificare il ruolo del Parlamento, nel senso che doveva essere chiesto alle Commissioni di pronunciarsi espressamente sul punto. Ciò premesso, ribadisce che il suo gruppo condivide l'orientamento del Governo di proseguire la partecipazione dell'Italia ad Atalanta.

di Luca Marco Comellini  - 18 novembre 2015
fonte: http://notizie.tiscali.it

19/11/15

La Russia schiera contro lo Stato islamico i più potenti aerei sulla terra


I bombardieri russi spianano lo Stato islamico



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militari russi informavano Putin sull’ulteriore escalation delle operazioni aeree in Siria. Le nuove forze aeree schierate sono di una potenza mai vista prima. Operano dalle basi nella Russia. Non esiste apparentemente un piano per inviare altri aeromobili in Siria. La base aerea di Lataqia è al completo. Non c’è spazio per altri aeromobili. A quanto pare non ci sono piani per il momento per creare un’altra base in Siria. I russi continuano ad escludere l’invio di una forza di terra. Il piano è che aerei diretti in Siria dalla Russia condurranno gli attacchi a logistica e infrastrutture dei jihadisti l’obiettivo principale della forza d’attacco russo a Lataqia finora. Il gruppo d’attacco a Lataqia è ora libero di fornire supporto aereo ravvicinato all’Esercito arabo siriano che continua l’offensiva. Ciò suggerisce che il nuovo dispiegamento era pianificato da tempo. I nuovi aerei sono schierati in tre gruppi:
Bombardieri strategici Tu-160 e Tu-95 che volano da Engels, base aerea nei pressi di Saratov, nel sud della Russia
Bombardieri medi Tu-22M3 che volano da Mozdok, grande base aerea nel nord dell’Ossezia, nel Caucaso settentrionale
Caccia Su-27 e cacciabombardieri Su-34, che volano da una base aerea non identificata, forse Mozdok o più probabilmente Budjonnovsk, presso Stavropol, nel nord del Caucaso.
Tutti questi aeromobili hanno l’autonomia per raggiungere obiettivi in Siria dalle loro basi in Russia, anche se i Su-27 e Su-34 dovrebbero utilizzare serbatoi di carburante esterni e volare con carichi più leggeri. Il velivolo di gran lunga più vecchio è il Tu-95. Questo velivolo fu progettato ed entrò in servizio negli anni ’50. Era l’equivalente russo del bombardiere statunitense B-52 entrato in servizio nello stesso periodo. Il Tu-95 ha un carico di bombe più leggero del bombardiere B-52. Tuttavia la sua autonomia è probabilmente maggiore. Sembra antiquato perché utilizza giganteschi turboeliche controrotanti invece dei motori a reazione Ma tuttavia ciò è ingannevole. Il Tu-95 vola a velocità appena inferiori a quelli degli aviogetti subsonici. La sua straordinaria autonomia, il pesante carico di bombe e bassi costi operativi l’hanno mantenuto in servizio nell’Aeronautica russa dagli anni ’50. L’efficacia di questo aereo è dimostrato dal fatto che i russi ne hanno riavviato la produzione negli anni ’80. Tutti i B-52 in servizio nell’aviazione degli Stati Uniti sono stati costruiti prima del 1963. Tutti i Tu-95 in servizio nell’Aeronautica russa sono stati costruiti dopo il 1981. Sorprendentemente, anche se il Tu-95 è stato in servizio da quasi 60 anni, è la prima volta che entra in azione.

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L’altro bombardiere strategico Tu-160 è molto più moderno e molto più potente. Il Tu-160 è il bombardiere più pesante e più veloce del mondo. Può volare a velocità supersoniche e trasporta il maggiore carico di bombe (40000 kg) di qualsiasi bombardiere. I russi non hanno detto quanti Tu-95 e Tu-160 partecipavano alla campagna aerea in Siria. Tuttavia hanno confermato che questi aerei nel loro primo attacco non hanno lanciato bombe, ma hanno colpito bersagli ad Aleppo e Idlib con missili da crociera a lunga gittata. I missili utilizzati erano i missili da crociera Kh-65 nel caso dei Tu-95 e i molto avanzati missili da crociera Kh-101 nel caso dei Tu-160. Alcuni rapporti riferiscono che i missili lanciati dai Tu-95 erano Kh-55. Il Kh-55 è essenzialmente lo stesso missile Kh-65. Tuttavia a differenza del Kh-65 utilizza una testata nucleare. Questi missili da crociera sono completamente diversi dai missili da crociera navali Klub/Kalibr già utilizzati nel conflitto, lanciati da navi della Marina russa nel Mar Caspio. Sono stati progettati da team di progettazione completamente diversi. I missili Kh-65 e Kh-101 sono stati progettati dal Design Bureau Raduga. I missili Klub/Kalibr sono stati progettati dal Design Bureau Novator. Con gittate di 3000 km e 5000 km rispettivamente, i missili Kh-65 e Kh-101 hanno una gittata maggiore dei missili Klub/Kalibr lanciati dal Mar Caspio. Kh-65 e Kh-101 sono missili da crociera aerolanciati subsonici a lungo raggio. L’avanzatissimo Kh-101 è un missile altamente furtivo, praticamente invisibile alla maggior parte dei radar. Ha anche un sistema di puntamento più avanzato e più preciso del Kh-65. Il Tu-95 trasporterebbe 16 missili Kh-65, e il Tu-160 12 missili Kh-101. Secondo i russi 34 missili da crociera sono stati utilizzati nel primo attacco. Ciò potrebbe significare che il numero di Tu-95 e Tu-160 utilizzati nel primo attacco sarebbe stato soltanto di 3. Una buona ipotesi potrebbe essere 1 Tu-160 e 2 Tu-95. Dato che Kh-65 e Kh-101 sono missili a lungo raggio, è probabile che i Tu-95 e Tu-160 hanno lanciato i loro attacchi missilistici fuori dallo spazio aereo siriano, probabilmente mentre sorvolavano Iran o Iraq. I russi dicono che il numero totale di Tu-95, Tu-160 e Tu-22M3 che hanno bombardato i jihadisti in Siria era di 25. La maggior parte probabilmente Tu-22M3.

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Tu-22M3 è un potente bombardiere supersonico a medio raggio, entrato in servizio nel 1970. Tuttavia è stato aggiornato costantemente. Il Tu-22M3 non avrebbe difficoltà a raggiungere obiettivi in Siria dalla base di Mozdok a pieno carico. Possono trasportare 24000 kg di missili e bombe. Anche se in grado di lanciare missili da crociera, i rapporti russi suggeriscono che i Tu-22M3 hanno utilizzato nel primo attacco bombe, nei bombardamenti del primo mattino su Raqqah e Dayr al-Zur. Secondo i russi 12 Tu-22M3 vi hanno preso parte. L’impiego di aeromobili potenti con 24 tonnellate di bombe non è dovuto solo all’autonomia con cui possono raggiungere obiettivi in Siria dalla Russia. Possono trasportare le bombe più pesanti dell’arsenale russo, come le bombe FAB-9000 da 9500 kg ad alto esplosivo, la bomba più pesante del mondo, o le mostruose AVBP da 7000 kg (“la madre di tutte le bombe”), una bomba incendiaria; la bomba convenzionale più potente esistente, con un effetto esplosivo pari a 44000 kg di TNT. Una di queste bombe avrebbe un effetto assolutamente devastante sulle strutture dello Stato islamico. Possono facilmente distruggere anche i più pesantemente induriti bunker o rifugi. E al fine di utilizzare tali bombe che i Tu-22M3 sono stati probabilmente dispiegati. I rapporti affermano che, in risposta al crescente numero di incursioni aeree russe, lo Stato islamico cerca di seppellirsi. Lo schieramento di bombardieri pesanti con gigantesche bombe è la risposta della Russia.

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Perché 6 Su-27 e 8 Su-34 sono volati in Siria dalle basi in Russia? Il Su-27 è un aereo da caccia. La variante utilizzata è la Su-27SM. Diversamente dal Su-30, che ha pilota e navigatore, il Su-27SM è un caccia monoposto. È un velivolo molto più avanzato, con migliori radar e motori rispetto ai Su-27 originali degli anni ’80. Non ha tuttavia la super-manovrabilità del Su-30 schierato a Lataqia. Comunque è un aereo da caccia formidabile con un’autonomia maggiore del Su-30 e può trasportare gli stessi sofisticati missili aria-aria del Su-30. Il suo compito è fornire protezione aerea (“copertura”) ai Su-34 e Tu-22M3 che effettuano le missioni di bombardamento. I russi hanno diffuso video che mostrano i Su-27SM fare questo: scortare i Tu-22M3. Lo schieramento del Su-27SM, come del Su-30, dimostra che i russi considerano vari rischi. Anche se lo Stato Islamico non ha una forza aerea, i russi pensano chiaramente al rischio che altri aerei da combattimento tentino d’interferire nei loro bombardamenti. Questi altri aeromobili possono essere solo quelli di Stati Uniti, Turchia e Israele. Il dispiegamento di Su-27SM, come dei Su-30, riduce il rischio fornendo protezione, se le cose andassero male.
Sugli 8 nuovi Su-34, il loro scopo è effettuare attacchi di precisione su obiettivi più piccoli, dove l’uso dei grandi Tu-22M3 sarebbe eccessivo e non redditizio. I russi hanno detto che questi nuovi aerei raddoppieranno la forza d’urto della forza d’attacco a Lataqia. Non è vero. Il carico bellico massimo teorico di tutti gli aerei che formano il gruppo d’attacco a Lataqia, nell’insieme è di circa 200 tonnellate. Il carico di bombe massimo teorico di tutti gli aerei in volo ora in Siria dalla Russia è di circa 600 tonnellate. Ovviamente né i velivoli a Lataqia, né quelli in volo dalla Russia trasportano mai o di solito il totale carico bellico teorico. Tuttavia questo confronto dà un’idea della misura di quanto la forza che i russi utilizzano in Siria si sia moltiplicata. Non l’hanno raddoppiata come dicono, ma almeno quadruplicata. A ciò va aggiunto l’effetto moltiplicatore delle bombe gigantesche che i Tu-22M3 quasi certamente trasportano. I russi hanno diffuso video di tutti gli aeromobili presentati in questo articolo attivi nel primo attacco. Tu-95 e Tu-160 appaino lanciare i loro missili. Il video può essere visto qui.
Putin ha detto che l’operazione russa non è limitata nel tempo. I russi hanno confermato di avere almeno 10 satelliti che sorvegliano la Siria. L’intera operazione è controllata dal Centro operativo dello Stato Maggiore Generale russo a Mosca. Lo Stato islamico e gli altri gruppi jihadisti che combattono al fianco di esso in Siria ora subiscono bombardamenti del genere, mai conosciuti prima o che avessero probabilmente neanche immaginato.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

Daniel Fielding, Russia Insider - 19 novembre 2015
fonte: https://aurorasito.wordpress.com/


Se la Francia colpita al cuore mostra di non avere paura


I parigini coraggiosi resistono anche sotto assedio


La Francia vive lo stato d'assedio, decretato dal presidente della Repubblica dopo gli attacchi terroristici di venerdì 13, con palese serenità, se non addirittura con indifferenza.


Parigi è presidiata da militari in assetto di guerra, che passeggiano ovunque e sono guardati dai passanti come fossero in libera uscita, e da poliziotti armati fino ai denti che controllano i punti sensibili. Ma, malgrado la raccomandazione di non uscire di casa, se non in caso di urgente e assoluta necessità, i parigini si sono riversati nelle strade senza apparente paura e, contravvenendo un'altra raccomandazione, si sono radunati in piazza della Repubblica a manifestare il proprio orgoglio di appartenere alla Nation in questo momento difficile - e davanti al Bataclan - la sala concerti dove i terroristi hanno ucciso numerosi giovani - nonché al ristorante dove gli avventori che stavano cenando all'aperto sono stati a loro volta falciati, a manifestare la loro solidarietà alle vittime e alle loro famiglie. Un magnifico esempio, di civiltà. Forse molti parigini hanno paura, ma non lo danno a vedere, confermando la sensazione che gli attacchi abbiano prodotto un risultato imprevisto. Di fronte a un attacco che ha colpito la gente comune è scattata una reazione che i terroristi avevano probabilmente sottovalutato. Oggi, i terroristi possono dedurre che attaccare gente comune è stato un errore psicologico grave che, non solo ha compattato il Paese, ma ha prodotto un risultato opposto a quello che si proponevano: ha indotto la gente comune a mostrare di non avere paura e di voler affrontare gli eventuali rischi di altri attacchi con palese serenità, se non con coraggio. Se gli attacchi si proponevano di creare e diffondere la paura, si può ben dire che hanno fallito il loro scopo.Il terrorismo non è stato sconfitto militarmente ma pacificamente. Chi è andato a piazza della Repubblica e davanti al Bataclan ha sconfitto il terrorismo e la propria paura nel solo modo che era possibile in questo momento: disattendendo la raccomandazione di non uscire di casa e di non creare assembramenti. Le decine di morti e di feriti hanno creato uno stato emotivo forte che sarebbe sciocco sottovalutare, ma non il risultato che gli stessi terroristi avevano probabilmente preventivato.La Francia non ha paura e, ammesso che ce l'abbia, non mostra di averla, rivelando d'esse un Paese forte che nelle circostanze più tragiche e difficili tira fuori tutto il suo carattere. Se uno scontro di civiltà, o di modi d'essere, è quello che sta vivendo il Paese, a uscirne sconfitto è l'estremismo islamico e vittorioso è il laicismo repubblicano. Sono patetici e persino ridicoli, quegli italiani che continuano ad attribuire all'Occidente democratico-liberale e capitalista la responsabilità indiretta degli attacchi terroristici. Avrebbe fatto loro bene vedere come i francesi hanno reagito alla tragedia.Ho casa nel quartiere dove sono avvenuti gli attacchi, ma non ho avvertito, da parte di nessuno dei vicini, la benché minima reazione di paura. Ho finito con non averne manco io e sono uscito tranquillamente di casa per andare a colazione in centro. Se la paura rischia di essere contagiosa, evidentemente lo è stata anche la serenità, il coraggio dai quali mi sono sentito circondato. La Francia è davvero un grande Paese. Viva la repubblica, viva la Francia!

Putin smaschera Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Turchia. Da loro arrivano i soldi all’Isis



Al G20 il presidente russo ha distribuito un rapporto americano che analizza i flussi di denaro provenienti dai cittadini di questi Stati. «Sono molti i ricchi arabi che giocano sporco.




Sono gli «angeli investitori» i cui fondi «sono semi da cui germogliano i gruppi jihadisti» ed arrivano da «Arabia Saudita, Qatar ed Emirati». Oggi sulla Stampa c’è una interessante corrispondenza di Maurizio Molinari da Antalya (Turchia) dove si è svolto il G20.
Molinari racconta la mossa a sorpresa del presidente russo Vladimir Putin che, al termine del summit, è stato molto esplicito nello spiegare che «l’Isis è finanziato da individui di 40 Paesi, inclusi alcuni membri del G20». E giusto per avvalorare le sue parole ha fatto distribuire ai presenti un dossier americano preparato a Washington dalla Brookings Institution in cui si analizzano dati raccolti nel 2013 e pubblicati nel 2014 che raccontano chi sono coloro che, attraverso donazioni private, foraggiano i terroristi. Follow the money, si diceva una volta. E le piste portano a cittadini del Qatar e dell’Arabia Saudita che hanno aiutato l’Isis «attraverso il sistema bancario del Kuwait».
DONAZIONI PRIVATE. I governi degli Emirati, dell’Arabia Saudita e del Qatar, a parole, condannano i terroristi. Ma cosa fanno per bloccare gli «angeli investitori»? Molinari riporta le parole del rapporto:
Fuad Hussein, capo di gabinetto di Massoud Barzani leader del Kurdistan iracheno, ritiene che «molti Stati arabi del Golfo in passato hanno finanziato gruppi sunniti in Siria ed Iraq che sono confluiti in Isis o in Al Nusra consentendogli di acquistare armi e pagare stipendi». «Una delle ragioni per cui i Paesi del Golfo consentono tali donazioni private – aggiunge Mahmud Othman, ex deputato curdo a Baghdad – è per tenere questi terroristi lontani il più possibile da loro». David Phillips, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato Usa ora alla Columbia University di New York, assicura: «Sono molti i ricchi arabi che giocano sporco, i loro governi affermano di combattere Isis mentre loro lo finanziano». L’ammiraglio James Stavridis, ex comandante supremo della Nato, li chiama «angeli investitori» i cui fondi «sono semi da cui germogliano i gruppi jihadisti» ed arrivano da «Arabia Saudita, Qatar ed Emirati».
DOPPIOGIOCO TURCO. Putin non ha messo in imbarazzo solo chi governa gli Stati suddetti. Suo obiettivo polemico è stata anche la Turchia, paese in cui, secondo il Cremlino, abitano altri «angeli investitori».
Ankara assicura di aver rafforzato i controlli lungo la frontiera ma un alto ufficiale d’intelligence occidentale spiega che «la Turchia del Sud resta la maggior fonte di rifornimenti per Isis». «Ci sono oramai troppe persone coinvolte nel business nel sostegno agli estremisti in Turchia – conclude Jonathan Shanzer, ex analista di anti-terrorismo del Dipartimento del Tesoro Usa – e tornare completamente indietro è diventato assai difficile, esporrebbe Ankara a gravi rischi interni». Lo sgambetto di Putin è stato dunque anche a Recep Tayyp Erdogan, anfitrione del summit.
Foto Ansa

novembre 17, 2015 Redazione
fonte: http://www.tempi.it