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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

12/05/14

Questo è Martin Schulz, l’amicone di Renzi






Martin Schulz è il presidente del Parlamento Europeo. Non solo: Martin Schulz è il candidato del Partito del Socialismo Europeo (PES) alla presidenza della prossima Commissione Europea. E Martin Schulz è anche la scommessa di Renzi per cambiare l’Europa. Renzi e il PD vogliono cambiare l’Europa con Martin Schulz: comprensibile che tacciano quindi, e con loro tutti gli organi di informazione italiani, sulle gravissime accuse che il Parlamento Europeo sta muovendo al suo presidente. Martin Schulz è infatti accusato di censura, di estendere indebitamente una longa manus sull’amministrazione del Parlamento Europeo – testualmente di ‘clientelismo politico‘ -, nonché di usare i soldi pubblici destinati al suo Gabinetto e agli uffici esterni del Parlamento per pagarsi la campagna elettorale e farla al Pd. Se Schulz e il Pd non vogliono rispondere alle richieste del Parlamento Europeo, e se i giornali non li costringono, forse vorranno rispondere alle richieste dei cittadini. Ma andiamo con ordine.

SCHULZ IL CENSORE
Ogni anno il Parlamento Europeo verifica se i soldi sono spesi in maniera corretta e concede il “discarico”, ovvero la dispensa politica dalla responsabilità di gestione, rendendolo esecutivo. Il voto è preceduto da una relazione. Quest’anno, l’assemblea plenaria che doveva votare il bilancio si è riunita il 3 aprile, ma poco prima del voto Martin Schulz ha rimosso dalla relazione un passaggio che lo riguardava, redatto dal membro della Commissione Bilancio Ingeborg Grässle. Che cosa vi si diceva? Nel 2012, l’Olaf (il servizio antifrode) aveva accusato il commissario alla Salute John Dalli di frode, atto al quale erano seguite un’inchiesta e le sue dimissioni. Nella relazione (emendamento 47, qui la versione originale poi censurata), la Grässle accusava Schulz di avere ostacolato la condivisione delle informazioni su Dalli, trattenendo documenti riservati e destinati alla commissione COCOBU (la Commissione per il controllo del Bilancio) per oltre due mesi. E Schulz cosa fa? Rimuove il passaggio che lo critica dalla relazione, poco prima del voto in aula, avvalendosi di una sua interpretazione dell’articolo 157  del regolamento, impedendo così il voto degli europarlamentari su se stesso: un atto per il quale è stato accusato di censura e di “minare seriamente i principi democratici dell’istituzione europea” e che ha causato il rinvio da parte della plenaria del voto sul bilancio, in segno di protesta. 
 
SCHULZ E IL CLIENTELISMO POLITICO
Ma non è finita qui. Il 16 aprile la plenaria si riunisce nuovamente e approva una relazione a larga maggioranza, la quale al paragrafo 63 lo accusa esplicitamente di clientelismo politico. Testualmente, vi si legge: “Il Parlamento Europeo constata che per cinque membri del gabinetto del Presidente è prevista la nomina a direttore o direttore generale nell’amministrazione del Parlamento; critica questa longa manus politica su posizioni manageriali che finisce per minare lo Statuto del personale; osserva che l’Unione critica il clientelismo politico in tutto il mondo e chiede formalmente che tale principio sia rispettato anche presso l’amministrazione del Parlamento“. Cosa è successo? E’ successo che Schulz, la scommessa di Renzi per cambiare l’Europa, ha nominato cinque alti funzionari del Parlamento Europeo, e li ha scelti tutti tra gli uomini del suo Gabinetto, ovvero il suo staff personale. Una pratica che noi in Italia conosciamo bene e che deve avere incontato l’approvazione di Renzi, che lo sostiene con aperta convinzione.

SCHULZ E LA CAMPAGNA ELETTORALE PAGATA COI SOLDI PUBBLICI
Ma le accuse più gravi devono ancora venire. La campagna elettorale per le europee è in corso: ragion per cui tutti i sei Commissari che vi partecipano, per una questione di opportunità, hanno chiesto un congedo non retribuito tra il 19 aprile ed il 25 maggio. Solo Karel De Gucht,  il Commissario europeo al commercio, non avendo intenzione di fare campagna e avendo già dichiarato che, se eletto, rinuncerà alla nomina ad eurodeputato, è rimasto in carica al suo posto. Bene: Schulz è stato l’unico a non richiedere un aspettativa non retribuita e a continuare a intascare i soldi nonostante faccia campagna elettorale attiva. Non solo: Schulz utilizzerebbe lo staff del suo Gabinetto ai fini della sua campagna elettorale e questo è espressamente vietato dal regolamento del Parlamento europeo, in quanto i membri del Gabinetto e il suo funzionamento vengono pagati con i soldi dei cittadini. Le apparizioni pubbliche di Schulz coincidono con gli impegni della campagna elettorale. Per esempio è stato recentemente a Genova, in veste di presidente del Parlamento europeo, a sostenere il candidato socialista del PD Sergio Cofferati (i viaggi del Presidente del Parlamento Europeo sono pagati dai contribuenti, mentre se si tratta di campagna elettorale dovrebbero essere pagati di tasca sua). Ha trasformato inoltre il suo account Twitter, cresciuto e sponsorizzato grazie alla presidenza del Parlamento Europeo ai danni di quello istituzionale (e in virtù di questo forte di oltre 105mila followers) nel profilo pubblico dedicato alla sua campagna elettorale, relegando il profilo istituzionale a uno scarso o nullo rilievo (è plausibile che un presidente del Parlamento Europeo abbia accumulato meno di 5mila followers in tutto il suo mandato?). Accuse pesanti, messe nero su bianco dal Parlamento Europeo nella relazione del 16 aprile al paragrafo 51: “Il Parlamento Europeo chiede informazioni dettagliate sulle modalità con le quali il Presidente, che ricopre un incarico politicamente neutro, abbia tenuto distinta la sua gestione amministrativa dalla sua campagna di candidato di punta dei Socialisti e Democratici alle elezioni europee, con specifico riguardo al personale del suo Gabinetto e degli uffici esterni del Parlamento e ai costi di viaggio; ritiene che per molte di tali attività non si sia fatta distinzione fra i due ruoli; chiede formalmente una chiara separazione delle funzioni dei titolari di pubblici uffici sul modello della Commissione, per evitare che siano i contribuenti dell’Unione a dover pagare per le campagne elettorali di candidati capolista europei“.
Questa è l’Europa che vuole costruire il Pd. Questa è l’Europa sulla quale sta scommettendo Renzi: un’Europa di burocrati attaccati alla poltrona (“L’Unione Europea non ha bisogno di un Presidente che non sa distinguere tra la sua campagna elettorale e il suo ruolo e che si aggrappa disperatamente alla poltrona” [fonte]), un’Europa di predatori di risorse pubbliche e un’Europa di insabbiatori e censori. Un Europa troppo, troppo simile all’Italia che conosciamo bene, e che noi vogliamo cambiare.

Claudio Messora - 12 maggio 2014

fonte: http://www.byoblu.com

11/05/14

CASO MARO': UNA QUESTIONE DI STATO ............DI DIRITTO




- See more at: http://www.sicurezzaegiustizia.com/index.php/caso-maro-una-questione-di-stato-di-diritto/#sthash.smbMgqay.dpuf
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«Ho visto Latorre fare segnali luminosi mentre Girone monitorava il bersaglio con il binocolo. Quando le sue azioni non hanno prodotto risultati, Latorre mi ha ordinato di attivare il resto del nucleo. Ho usato la radio Vhf per chiamare gli altri e sono corso nella cabina a prendere le mie armi», si leggerà nella deposizione di un Marò.

«L’equipaggio della St Antony era in navigazione da giorni e tutti, eccetto i pescatori Valentine Jelestine e Ajeesh Pink, stavano dormendo sul ponte. Jelastine era al timone», si legge nel Rapporto ad interim della polizia del Kerala.

«Girone identifica tramite binocolo, la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla», riporta l’”Inchiesta Sommaria” condotta dall’ammiraglio Alessandro Piroli, capo del terzo reparto della Marina.
Diversa la testimonianza del comandante Vitelli: «Ho mandato un’email al Centro di soccorso marittimo italiano alle 17,47 ora della nave».
Le autorità del Kerala, dopo aver contato, una per una, più di 10.000 cartucce trovate a bordo della Lexie, hanno appurato che mancavano 20 proiettili di calibro 5,56 dai fucili mitragliatori Beretta in dotazione ai Marò italiani. Attraverso la perizia balistica hanno poi accertato che il calibro dei proiettili sparati contro il peschereccio e i due indiani era esattamente lo stesso, 5.56. E che le loro caratteristiche erano quelle tipiche delle munizioni Nato usate nei fucili Beretta. A essere contestate dagli esperti italiani sono le conclusioni successive della perizia balistica. Gli indiani hanno infatti concluso che Jelestine e Binki sono stati uccisi da pallottole sparate da due fucili diversi. Non solo: che quei fucili non erano in dotazione ai Marò accusati, Latorre e Girone, bensì a due loro commilitoni.
La metodologia usata dagli indiani per la perizia balistica è stata criticata poiché, sebbene abbiano utilizzato microscopi comparatori della Leika di un modello un po’ più vecchio ma non troppo dissimile da quelli italiani, hanno lavorato a un livello di ingrandimento insufficiente. Altresì, l’esame è stato approntato da un perito giovane, senza aiuto e senza includere alcuna foto. Le traiettorie dei colpi, oltre che le testimonianze, indicano infatti che la distanza tra i due mezzi era di almeno 200 metri. E poiché i fucili Beretta non erano dotati di cannocchiali, vuol dire che i fucilieri non erano in grado di prendere la mira.

A quasi due anni di distanza, l’azione del governo italiano e del Ministero degli Esteri si è immediatamente attivata con la presenza in India del sottosegretario De Mistura ed è stata continua e incessante. La linea sostenuta con fermezza dall’Italia è che l’episodio incriminato sia avvenuto in acque internazionali, dove vige il diritto dello Stato la cui nave batte bandiera, e che i due Marò in quel momento stessero esercitando funzioni di militari in missione all’estero e che dunque agissero per conto dello Stato italiano; in tale veste essi godono dell’immunità della giurisdizione rispetto agli Stati stranieri. D’altra parte, lo Stato del Kerala ha da subito considerato il fatto di propria competenza, in quanto i due pescatori uccisi erano di nazionalità indiana; ed il governo centrale, soggiogato dal potere politico, ha avuto uno strettissimo margine di manovra.

La diplomazia italiana si è sempre mossa a difesa della cooperazione internazionale: se l’episodio si risolvesse a sfavore dell’Italia, questo costituirebbe un pericoloso precedente per le missioni antipirateria. Ferma su questo punto, l’Italia non ha mai nascosto di cercare stati alleati per far pressione in questo senso sull’India.
La chiusura delle indagini era bloccata anche dal fatto che la polizia investigativa NIA riteneva fondamentale prima di presentare il risultato del suo lavoro al giudice interrogare gli altri quattro Marò che formavano con La Torre e Girone il team di sicurezza sulla Enrica Lexie. Di fronte all’impossibilità di disporre dei quattro a New Delhi per l’opposizione del governo italiano, l’interrogatorio è avvenuto in videoconferenza l’11 novembre. I quattro fucilieri – Renato Voglino, Massimo Andronico, Antonio Fontana e Alessandro Conte – sono giunti all’ambasciata indiana di via XX Settembre alle 9 circa, accompagnati dall’inviato del governo italiano per il caso dei Marò, Staffan De Mistura, e dall’avvocato dello Stato che segue i legali indiani di Latorre e Girone, Carlo Sica. Ad attenderli, in collegamento da New Delhi, c’era la National Investigation Agency. I quattro, ascoltati separatamente alla mera presenza di un traduttore, «hanno detto tutto quello che sapevano» anche perché, essendo interrogati «in qualità di persone informate dei fatti e, potenzialmente, futuri testimoni non potevano rifiutarsi».



La Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982 ratificata, tra gli altri, dall’Italia e dalla stessa India, recita che in caso di incidenti nel mare internazionale spetta allo Stato di cui la nave batte bandiera esercitare la giurisdizione. Questo vuol dire che nel caso della Enrica Lexie la competenza a iniziare azioni penali o disciplinari è unicamente delle autorità italiane visto che, come sembra, i fatti sono avvenuti nel mare internazionale. L’intervento dei due militari del battaglione San Marco nei confronti del peschereccio indiano sospettato di pirateria è avvenuto al di là del mare territoriale, al largo delle coste di Kerala, nel mare internazionale. Qui, per fissare regole certe sulla competenza, la Convenzione di Montego Bay ha stabilito che la giurisdizione, proprio per evitare l’insorgere di controversie tra Stati sull’attribuzione della competenza, debba essere affidata allo Stato di cui la nave batte bandiera. In questo caso l’Italia. Non solo. L’articolo 97 della Convenzione stabilisce che il fermo o il sequestro della nave non possono essere disposti da nessuna autorità che non sia lo Stato di bandiera che ne ha la giurisdizione esclusiva.
Altresì, i due militari che operavano a bordo della Enrica Lexie hanno agito in base alla legge n. 130 del 2 agosto 2011, adottata dal Parlamento per dare esecuzione alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Sono state le Nazioni Unite a chiedere agli Stati l’adozione di misure più efficaci per combattere la pirateria che prolifera nelle acque al largo dell’India e della Somalia. I militari, inviati a bordo di una nave privata per garantirne la sicurezza, agiscono in base al diritto internazionale, nel pieno rispetto del codice penale militare di pace, ricevendo ordini non dal comandante della nave privata, ma dai vertici militari. È il comandante del nucleo ad avere la piena responsabilità delle operazioni condotte per contrastare la pirateria. Gli atti dei due militari, quindi, sono imputabili allo Stato che, al massimo, ne potrebbe essere chiamato a rispondere con un risarcimento dei danni se si dimostrasse un’illiceità del comportamento. La stessa Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare prevede che, in caso di interventi motivati da un sospetto di pirateria che poi risulta infondato, lo Stato sia responsabile unicamente per i danni e le perdite provocate.


Sotto il profilo processuale, non bisogna dimenticare i fatti più importanti:i pescatori hanno dato nell’arco di due mesi successivi al fatto diversi orari e posizioni, tutti incompatibili per l’uno o per l’altro elemento con la posizione della Enrica Lexie al momento degli spari; i testimoni italiani sono univoci nell’affermare che la barca oggetto dell’azione antipirateria non fosse il St. Antony.

L’unico elemento di rilievo tecnico è la perizia balistica ad opera di un consulente indiano. La decisione del Tribunale di Kollam del 29/02/2012 di non ammettere alla perizia balistica i due esperti nominati dalla difesa, invaliderebbe la stessa in qualsiasi tribunale di uno Stato di Diritto. La perizia balistica è giuridicamente nulla e andrebbe rifatta, ma ad oggi non esistono gli elementi per poterla rifare. Poi, il referto dell’autopsia delle salme eseguita in India il giorno 16/02 ed esaminato per le vie brevi da un giornalista italiano indica la repertazione di un proiettile con misure totalmente incompatibili a quelli in dotazione ed usati dai due imputati. Calibro 7.62mm quello repertato, calibro 5.56mm quelli in dotazione ai militari italiani a bordo della Enrica Lexie. Infine, i numeri di matricola dei fucili sequestrati dalle autorità indiane da cui si dichiara siano usciti i proiettili che hanno colpito il peschereccio e ucciso le due vittime non sono quelli in dotazione ai due imputati.






Dopo due anni dall’incidente, l’accusa dispone delle registrazioni radar le quali permetterebbero di vedere, quello che è accaduto con buona precisione, ma queste registrazioni non sono state mai “tirate fuori” da dove sono “conservate”. Uno Stato di Diritto, benché la locuzione in termini internazionalistici non esiste, mantiene saldi alcuni principi fondamentali anche se traslato in contesti culturali diversi e il principio del rispetto dei diritti dell’uomo ne fa da collante. Tutti questi elementi dovrebbero portare a chiedere una commissione di controllo internazionale su questo processo.

(le foto sono state aggiunte)

di Monica Capizzano

fonte: http://www.sicurezzaegiustizia.com

Roma-Juve, gli agenti si danno malati

 

 

Troppi rischi e poche garanzie ai poliziotti che scendono in strada. Anche i vigili urbani minacciano di stare con le braccia conserte

Assenti per timori di scontri, perché domenica a Roma potrebbe consumarsi la vendetta dei tifosi dei napoletani contro chi una settimana fa ha sparato ai biancoazzuri a Tor di Quinto. La preoccupazione è tanta.
Si parla che su un "plotone" di 120 agenti abbiano rinunciato alla chiamata alle armi circa 60, quasi la metà. In sintesi, starebbe montando il fenomeno del «marco visita» nei ranghi delle forze dell’ordine, proprio in queste ore di vigilia della partita di calcio Roma-Juventus, in calendario domani pomeriggio alle 17.45 allo stadio Olimpico di Roma. Diversi poliziotti si sono dati malati. E i vigili urbani minacciano di non scendere in strada perché il Comune di Roma non paga loro gli straordinari. Insomma, pare che stia circolando uno strano tam tam tra le divise. Nelle ultime ore hanno presentato certificato diversi poliziotti tra quelli comandati dalla Questura di prendere servizio domani. Il documento medico dice che il soggetto non può scendere in strada perché sopraffatto da malanno improvviso. Ciascuno ha il suo: mal di pancia, crisi influenza fulminante e intensa, dolori articolari che si riaffacciano dopo traumi subiti in passato. Ma c’è chi spiega l’epidemia con un’altra patologia cronica e diffusa, il malumore che serpeggia tra gli agenti. «Siamo stanchi di sentire belle parole e di non vedere i fatti - dice il segretario generale del sindacato Consap, Giorgio Innocenzi - L’alto numero di persone che ha marcato visita o comunque ha presentato certificato è il segnale del malessere che c’è. Esiste un deficit di sicurezza all’interno del personale e c’è una scarsa attenzione del pericolo. Nessuno dei vertici dell’Amministrazione è andato a trovare i feriti: anche questo è un altro segno della scarsa attenzione che c’è. Il personale risente tantissimo di queste sviste - continua il segretario - le avverte parecchio. In questi giorni il ministro dell’Interno ha parlato di un nuovo protocollo di sicurezza che si sta preparando per le forze dell’ordine. Vogliono dirci come bisogna mettere le manette, perché serrare i polsi portati alla schiena potrebbe provocare danni alla respirazione della persona da fermare. Stiamo attenti - sottolinea Innocenzi - non possiamo burocratizzare l’ordine pubblico.
Si rinnovino invece gli strumenti di lavoro che sono consumati e obsoleti. Si formi il personale, che spesso non ha la preparazione adeguata». Ieri in Prefettura c’è stato il tavolo tecnico tra i responsabili di polizia, carabinieri, Finanza e polizia municipale, presieduti dal prefetto Giuseppe Pecoraro. È stato fatto il punto della situazione. L’allarme c’è. È rappresentato dal rischio di infiltrazione degli ultrà napoletani. Potrebbero mischiarsi tra i supporter juventini e dare fuoco alle polveri, scatenare la violenza per saldare i conti aperti dopo gli spari esplosi una settimana fa alla finale di Coppa Italia Fiorentina-Napoli e i tre tifosi campani finiti all’ospedale, uno ancora grave. Insomma, c’è alta tensione nell’aria. Oltre alla polizia c’è fermento anche nella polizia municipale. I vigili minacciano di stare con le braccia conserte. Il pretesto è il salario accessorio, i soldi che non hanno in busta paga dal Comune di Roma. Ma le ripercussioni sono sull’ordine pubblico da garantire domani. Dice il segretario Uil di Roma e Lazio, Francesco Croce: «In preparazione dello sciopero unitario del 19 maggio abbiamo dato indicazione a tutti i dipendenti di astenersi da ogni forma di straordinario a partire da quelli elettorali e di attenersi rigorosamente al mansionario, negandosi a forme di servizio che possano compromettere la sicurezza individuale. Tutto ciò - continua - con apposita copertura sindacale perché in questa fase delicata i lavoratori devono essere maggiormente tutelati». In altre parole, spiega la Uil, questo vuol dire che i vigili romani ai quali verrà chiesto lo straordinario per Roma-Juve potranno non garantire la loro presenza in piazza ma anche che le auto del Corpo non usciranno se non perfettamente a norma. «Martedì - ha aggiunto Croce - ci saranno assemblee di lavoratori sui posti di lavoro. Spiegheremo loro come portare avanti la lotta sul salario accessorio».

Fabio Di Chio - 10 maggio 2014

fonte: http://www.iltempo.it

10/05/14

Staffan De Mistura, sottosegretario del caso India e quell'oscura nomina a vice ministro degli Esteri...........e la nomina a Presidente dell'EIP.






Tu pensa, Staffan De Mistura, fino al 26 marzo sottosegretario degli Esteri, che il 27 marzo, poco dopo le dimissioni di Giulio Terzi di Sant’Agata e la nomina di Mario Monti a ministro degli Esteri, viene promosso vice ministro degli Esteri. Niente male, per chi ha collezionato un bidone dietro l’altro sul caso India, a meno che non sia la giusta ricompensa per aver ubbidito a Palazzo Chigi, facendo tutto ciò ch’era necessario, come, ad esempio, opporsi al ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, dimessosi in contrasto con il governo Monti e la sua decisione di rispedire in India Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due fucilieri del Reggimento San Marco della Marina Militare accusati d’aver ucciso al largo del Kerala due pescatori di tonno scambiati per pirati. O ancora, come scortare i due in India a bordo di aereo militare dopo la riunione del 21 marzo 2013 del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica e la loro convocazione a Palazzo Chigi, presenti Monti, De Mistura e il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, per dirgli, chiediamo scusa, vero è che v'avevamo promesso che sareste rimasti in Italia, ma ci dispiace, ora ve ne tornate in India. Colpo di sole? No, business, come abbiamo raccontato il 27 marzo 2013, qui su Tiscali, in un articolo sui siluri BLACK SHARK per i sottomarini classe Scorpene della Marina indiana e che tanto fanno gola alla Whitehead Alenia Sistemi Subacquei, società della galassia Finmeccanica

http://notizie.tiscali.it/socialnews/Carnemolla/6758/articoli/India-Express-il-governo-Monti-e-l-affare-dei-siluri-BLACK-SHARK.html.

Staffan De Mistura, nato a Stoccolma il 25 gennaio 1947, è famoso nell’ambiente per essere il principe delle “tecniche negoziali in situazioni di conflitto”. E meno male, ci viene da dire. Quando non è alla Farnesina o in India a giocare al piccolo ambasciatore, va per convegni, riunioni e salotti. Il 18 ottobre 2012 era, ad esempio, a Roma, nella sede di Confitarma, per parlare con gli armatori italiani e alcuni ufficiali della Marina Militare di “misure legislative di contrasto alla pirateria”. E fin qua. Ma dev’essere stata grande la commozione se Paolo D’Amico, presidente di Confitarma, ha ringraziato il sottosegretario di Monti che “con la sua presenza alla riunione odierna ha voluto testimoniare ancora una volta l’attenzione del Governo alle problematiche connesse alla pirateria”, esprimendogli al tempo stesso “vivo apprezzamento per quanto il Governo, ed in particolare il Ministero degli Affari Esteri, sta facendo per riportare in patria in due militari italiani trattenuti in India”. Se solo Confitarma avesse saputo.

A Roma, nella sede di Confitarma di Piazza Santi Apostoli, c’erano anche i nuovi capi team degli NMP, i Nuclei Militari di Protezione della Marina Militare che dal 2011, grazie a una legge dello Stato e su richiesta degli armatori, s’imbarcano sui mercantili per contrastare eventuali attacchi di pirati. È a uno di questi nuclei che appartenevano, ad esempio, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Parlando ai militari presenti a Roma dell’importanza degli NMP come “efficace deterrente” a protezione dei mercantili, nonché della necessità di “andare avanti” nonostante gli incidenti, De Mistura s’è quindi lasciato sfuggire, involontario attimo di comicità, “perché mai e poi mai l’Italia mollerà i suoi militari”. Ora, sarà stato il momento alto e solenne se anche il Capo di Stato Maggiore del Comando in Capo della Squadra Navale, ammiraglio di Divisione Donato Marzano, ha ringraziato “calorosamente il Sottosegretario De Mistura per quanto, sin dal primo momento, il Ministero degli Esteri ha fatto per tutelare in India i due Fucilieri Latorre e Girone e per quanto sta facendo per riportarli in patria”.

E siamo al 20 dicembre 2012, con Confitarma che accoglie con gioia il “ritorno in Italia di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone per le festività natalizie”. E siamo al 13 marzo 2013 con Paolo D’Amico, presidente degl armatori, che “plaude alla decisione del governo” di non far tornare i due militari in India. Quanta cieca fiducia nel governo Monti. Questa la nota: “Ritengo giusto non far rientrare in India i due fucilieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ed esprimo soddisfazione per la decisione del Governo. Pur consapevole dell’apertura di una controversia internazionale che di fatto tale decisione comporta, non possiamo dimenticare che per più di un anno le autorità indiane hanno rinviato la decisione in merito la giurisdizione del caso e non hanno mai voluto riconoscere a questi militari lo status di agenti dello Stato di bandiera la cui sovranità nelle acque internazionali è esclusiva. Nel ribadire la piena solidarietà e gratitudine di tutto l’armamento italiano ai due fucilieri italiani, auspico che l’intera vicenda possa essere definita al più presto, con una soluzione amichevole della questione in via giudiziaria o arbitrale, come del resto è previsto dalla Convenzione del mare, nel pieno rispetto del diritto internazionale”.

Il 21 marzo 2013 il governo Monti rinunciava però, nonostante gli annunci, ad aprire una controversia internazionale, ordinando ai due militari del Reggimento San Marco, ora scortati dal sottosegretario De Mistura, di lasciare l’Italia a bordo di aereo militare con decollo da Brindisi. Negli stessi giorni il siluro BLACK SHARK, dopo lo stand by degli affari fra Italia e India a causa delle tangenti sulla compravendita degli elicotteri Agusta, altra società Finmeccanica, tornava sulla rampa di lancio di Palazzo Chigi, che il 27 marzo, in tutta segretezza, ha ben pensato di nominare De Mistura vice ministro degli Esteri. Una nomina sospetta, se è vero che anche la presidenza dell’Associazione Marinai d’Italia, in accordo con la Presidenza di Assoarma, poco prima di Pasqua ha tuonato contro il governo italiano, accusandolo di aver “superato il limite della accettabilità di decisioni prese senza interpellare le autorità militari e sulla pelle di soldati tali da poterne compromettere la vita, l’onorabilità, l’impegno e la fiducia”, ricordando altresì come ancor prima di organizzare la manifestazione nazionale del 31 marzo 2012, il presidente nazionale avesse ottenuto “un’udienza dal Ministro della Difesa”, cui aveva manifestato “tutto lo sdegno dei Marinai e dei veterani delle Associazioni d’Arma in merito all’ignobile comportamento delle autorità indiane ed alla palese violazione di ogni norma del diritto internazionale” e che “nulla di più” s’era ottenuto durante l’incontro di “verbali condivisioni ed assicurazioni che il governo avrebbe fatto di tutto per risolvere la questione salvaguardando la dignità nazionale, quella delle Forze Armate e quella personale dei due fucilieri”.

Perché è stato promosso Staffan De Mistura, visto che i due fucilieri sono ancora in India e che nulla è stato fatto o s’è voluto fare quand’era possibile farlo? La risposta è solo una, affare BLACK SHARK, quello da trecento milioni di dollari.

di Stefania Elena Carnemolla - 2 aprile 2013

fonte: http://notizie.tiscali.it
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Tratto da:

Staffan De Mistura nominato presidente dell’EIP? e la rottamazione?

"................Nulla contro la persona di Staffan De Mistura, che ha brillato per non aver riportato a casa i marò ancora trattenuti in India, ma si resta attoniti nel vedere che le operazioni di riciclaggio continuano ad essere la prassi corrente del regime renziano che prometteva cambiamento e rottamazione. Suvvia, Renzi e Mogherini fate autocritica in pubblico!..............."

di Paolo Raffone - 9 maggio 2014

fonte: http://www.formiche.net


09/05/14

IL CASO AUGUSTA COME I DUE MARO'. L'INDIA AL VOTO TRITURA L'ITALIA







Manifesto del partito del Congresso
con 
Sonia Gandhi e il figlio Rahul

I nove milioni di seggi indiani aperti per le elezioni parlamentari della più grande democrazia del mondo stanno per chiudersi (il 12 maggio) e decreteranno con molta probabilità la fine dell'era del dominio della famiglia più potente dell'India moderna, la dinastia Nehru-Gandhi che sin dall'Indipendenza del 1947 ha gestito il partito del Congresso, da dieci anni al governo. Una gestione finita sul banco degli imputati per aver infranto le promesse di crescita da Bric (5% circa nel 2013, una percentuale ben lontana dal 9% di inizio 2011, ora insufficiente ad assorbire l'aumento di una popolazione che conta oltre 1,1 miliardi di persone di cui 841 milioni continuano a vivere con meno di 2 dollari al giorno) e per aver lasciato il Paese in un bisogno urgente di infrastrutture, in balia della corruzione rampante e bloccato da una burocrazia che si rafforza invece di lasciare spazio all'iniziativa privata.
In una campagna elettorale cominciata anzitempo e che ha visto l'ascesa del principale partito (di destra) di opposizione, il Bharatiya Janata Party (Bjp) e del suo candidato premier Narendra Modi (nella foto sotto), controverso leader induista artefice del boom economico del Gujarat (uno degli Stati più business friendly e meglio amministrati di tutto il Subcontinente), l'azione di governo del partito di Sonia e del figlio Rahul Gandhi si è fatta condizionare da un dibattito politico interno intriso di nazionalismo e di populismo. Strumentalizzazioni senza freni in cui sono finiti triturati anche due casi che riguardano da vicino l'Italia: la vicenda dei due marò e la rescissione unilaterale del contatto di fornitura dei 12 elicotteri AgustaWestland per il ministero della Difesa a causa di una presunta maxi-tangente da 51 milioni di euro. Stecca che è costata la poltrona all'ex amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, per 20 anni alla guida di Agusta. Orsi, finito in carcere nel febbraio dello scorso anno, è accusato di corruzione internazionale dalla Procura di Busto Arsizio. Vicenda per cui ora, a più di due anni dall’inizio delle indagini (in Italia è in corso il processo di primo grado, mentre in India è stato aperto un arbitrato), nessuna accusa di corruzione nei confronti di AgustaWestland ha ancora trovato definitivo fondamento nei due Paesi. E il danno reputazionale, al netto delle responsabilità oggettive del gruppo italiano tutte da dimostrare, rischia di compromettere le sue gare future per le redditizie commesse dei Paesi emergenti, soprattutto asiatici.soprattutto asiatici.


Se il primo caso, e cioè il processo che vede i due fucilieri della Marina tricolore accusati di aver ucciso due pescatori al largo delle coste di Kerala, come anche quello delle ripicche diplomatiche con gli Stati Uniti, è stato letto come l'ambizione frustrata di una ex tigre della crescita di voler contare ancora sullo scacchiere internazionale ristabilendo le gerarchie e  rilanciando nell'immaginario collettivo nazionale la figura della vecchia potenza Bric, la vicenda di Agusta è finita invece nel frullatore di un regolamento di conti tutto interno al partito di maggioranza e della retorica anti-corruzione di Modi. Per il Congress Party, già zavorrato dalle ricadute d'immagine per una serie di scandali nei settori delle telecomunicazioni e del carbone, e per i Gandhi l'argomento corruzione è sempre stato come la criptonite per Superman. Tema su cui i discendenti del Mahatma sono ipersensibili.
Oltre a quello del momento, che ha coinvolto il gruppo  controllato da Finmeccanica con sede nel Varesotto, un altro scandalo ha pesato infatti per anni sulla reputazione dei Gandhi, fin da quando nella seconda metà degli anni '80 un uomo d'affari italiano amico della famiglia più potente d'India e in stretti rapporti con Sonia e il marito Rajiv (poi assassinato), Ottavio Quattrocchi, fu accusato di aver intermediato una tangente (sempre per contratti militari). Le accuse poi non sono mai state provate fino in fondo: ciò nonostante, da allora le relazioni di Sonia Gandhi (Maino da nubile) con la terra natia sono sotto lo scrutinio occhiuto della stampa e degli avversari politici. Tanto da spingere la donna alla guida della gloriosa dinastia indiana addirittura a non parlare italiano in pubblico e a limitare al massimo il numero di rapporti con il Paese d'origine. Insomma, materia da maneggiare con estrema cautela.

IL CASO AGUSTAWESTLAND
L’ARRESTO DI ORSI. La vicenda degli elicotteri VVIP, commessa da 560 milioni di euro per cui il gruppo italiano ha incassato solo 250 milioni, consegnando 3 veivoli (altri 3 sono in attesa di consegna) comincia il 12 febbraio 2013, quando a seguito di indagini condotte dalla magistratura italiana, Giuseppe Orsi, amministratore delegato di Finmeccanica, viene messo in custodia cautelare e Bruno Spagnolini, a.d. di AgustaWestland, agli arresti domiciliari. Entrambi sono accusati di corruzione internazionale nell’ambito del contratto con l’India. Orsi trascorre 80 giorni in carcere prima di tornare in libertà, ma subito alle prese nel processo con rito immediato che lo vede imputato per corruzione internazionale, concussione e peculato. A guidare le indagini su uno dei manager più potenti del Paese niente di meno che Sergio De Caprio, alias Capitano Ultimo, il famoso ufficiale noto per aver arrestato il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina.

LE ACCUSE. Su Orsi si alza subito un’aria pesante. Viene accusato di aver ottenuto l’appalto per la vendita di 12 elicotteri AgustaWestland tramite il pagamento di una maxi tangente da 51 milioni di euro. Secondo i magistrati di Busto Arsizio nella vendita degli elicotteri all'India "vi fu corruzione di pubblici ufficiali indiani posta in essere dagli intermediari italo svizzeri" Haschke e Gerosa "con l'assenso della dirigenza dell'Agusta Westland, in particolare di Orsi” e di Bruno Spagnolini, ad di AgustaWestland. Le "somme" sarebbero state conferite "mediante un iniziale fittizio contratto di scouting per elicotteristica civile" e poi con "altrettanti fittizi contratti di ingegneria stipulati con le società Ids India e Ids Tunisia, che facevano sempre capo a detti intermediari". In particolare Orsi e Spagnolini "quali corruttori" e Haschke, Gerosa e Cristian Mitchell (titolare della 'Global Service Fze con sede a Dubai e consulente di AgustaWestland) "quali intermediari", avrebbero corrisposto “per il tramite dei fratelli Tyagi somme di denaro, non esattamente quantificate nella complessiva entità, al maresciallo Sashi Tyagi, capo di Stato maggiore dell'Indian Force dal 2004 al 2007 per compiere e per aver compiuto un atto contrario ai doveri d'ufficio". Il potente Orsi diventa subito un diseredato. Gli altri potenti gli voltano subito la schiena. Secondo quanto riportato nell'ordinanza d'arresto, le indagini su Finmeccanica avrebbero determinato "un palese imbarazzo da parte dei più importanti esponenti governativi per la condotta di Orsi". Il Gip nell'ordinanza cita un colloquio intercettato in cui un manager "sembra riporti le parole di Monti" che direbbe: "Non gli stringo la mano, capirà che si deve dimettere". Dimissioni che in effetti arrivano il 16 febbraio 2013, tre giorni dopo che il Cda di Finmeccanica affida le sue deleghe ad Alessandro Pansa. 

BEGHE POLITICHE INDIANE. Con l’avvicinarsi delle elezioni nel Subcontinente, il caso degli elicotteri VVIP finisce nell'arena politica. Da una parte, il Bjp party usa il caso Agusta per criticare il Governo su come questa vicenda, come altre, sia stata mal gestita dal Congress party. Dall’altra parte, vi è il ministro della Difesa indiano AK Anthony, uno dei più importanti rappresentanti del Congress party, alla guida del dicastero da 8 anni e con l’ambizione di occupare posizioni di rilievo con le elezioni politiche. Parte della sua reputazione si basa sulla sua risolutezza nei confronti di casi di corruzione e violazioni. Di conseguenza, ha sempre mostrato la massima intransigenza nella vicenda degli elicotteri VVIP, arrivando ad annunciare, dopo averlo congelato, la terminazione del contratto nonostante l’assenza di alcuna prova di illecito. Anthony aspira a una forte indigenizzazione del mercato della difesa indiano e questo è uno degli argomenti su cui fa leva in campagna elettorale. Al momento le società straniere possono partecipare con non più del 26% in società indiane, con possibili deroghe fino al 49% in casi eccezionali. Ma i prodotti indiani per la difesa mancano di qualità e affidabilità, e in tempi recenti ci sono stati diversi incidenti. Le forze di difesa indiane hanno un’urgente necessità di ammodernamento, ma molte gare restano bloccate per questioni amministrative. La condotta del Ministero della Difesa in questo come in altri casi è stata considerata dai commentatori ingiusta, per lo meno da un punto di vista legale, compromettendo l’affidabilità dell’India come partner commerciale a livello internazionale. Nonostante ciò, AgustaWestland continua a vincere gare e a ottenere ordini in tutto il mondo, in particolare con l’AW101, l’elicottero che era stato selezionato per la fornitura all’India di elicotteri VVIP e che è stato recentemente scelto dalla Norvegia per svolgere attività di ricerca e soccorso. Una commessa che ha fruttato ad Agusta oltre 1,1 miliardi di euro.


LA REAZIONE DEL GOVERNO DI NEW DEHLI. Alla notizia dell'arresto dell'a.d. di Finmeccanica, il Ministero della Difesa indiano fa subito aprire diverse indagini interne. Allo stesso tempo però sospende tutti i pagamenti destinati ad AgustaWestland, procedimento non previsto da alcuna clausola contrattuale, congelando di fatto il contratto in vigore in attesa di far luce sul caso. Due giorni dopo, lo stesso Ministero, in un lungo e dettagliato comunicato stampa asserisce che la gara si è svolta correttamente durante tutto il processo di assegnazione. AgustaWestland, da parte sua, dichiara fin da subito di non avere alcuna evidenza di qualunque forma di illecito né tantomeno di corruzione nell’ambito del contratto.

IL PROCESSO. A giugno 2013 è cominciato il processo con rito immediato ai due dirigenti Finmeccanica. Un processo nel quale per ora, secondo alcuni, l’accusa si è un po’ cristallizzata alla fase iniziale. Non ha affondato il colpo uno dei principali testimoni, vale a dire Haschke. In udienza l’intermediario ha parlato di una cena a Lugano nel quale Orsi non avrebbe pagato il conto con la carta di credito per non lasciare tracce del suo passaggio in Svizzera, ma allo stesso tempo ha parlato di un contratto di ingegneria e non di interventi sulla gara per alterarne il risultato. Agli atti c'è anche una intercettazione di Orsi che, secondo il procuratore Fusco, dimostrerebbe la sua consapevolezza del pagamento di mazzette a pubblici funzionari indiani. Il 13 ottobre il presidente e ad di Finmeccanica è al telefono con un collaboratore. Si parla di quello che i giornali hanno pubblicato sull'inchiesta che lo riguarda. A un certo punto i due fanno riferimento a un articolo del Sole 24 Ore che elenca i nomi degli indagati. "Non mette i nomi degli indiani?" chiede preoccupato Orsi. "No", gli risponde il collaboratore. "E il Fatto Quotidiano non mette i nomi?", chiede ancora Orsi. "Ho paura che Il Fatto Quotidiano mi mette in linea quel documento". E il collaboratore risponde: "No, però parla di...". Orsi: "Dell'Indiano!?". Il collaboratore: "No, di un generale dello 0,5". Orsi: "Ah cazzo! Ah... lo dice?". In attesa di capire se i giudici crederanno all'interpretazione dell'accusa, nelle ultime settimane la difesa ha registrato un punto a favore con la testimonianza del professor Stefano Sandri, ex direttore della ricerca del centro militare studi strategici del ministero della Difesa, che ha spiegato che l’allora capo di Stato maggiore indiano Sashi Tagy non avrebbe potuto avere in alcun modo un ruolo decisivo nell’assegnazione dell’appalto. Proprio quel Tagy che secondo l’accusa sarebbe il terminale delle tangenti per l’appalto da 560 milioni. Peccato che secondo Sandri “Tiagy non poteva decidere niente”, spiegando che la nuova normativa indiana sulla trasparenza delle gare d’appalto prevede una serie di “organi collegiali misti militari-civili che presiedono con competenze diverse alle decisioni sulle gare d’appalto”. Sandri ha anche aggiunto che Tiagy è entrato in carica nel gennaio 2005, mentre il report sull’appalto era stato elaborato dalla commissione parlamentare già un anno prima. Invece secondo il principale accusatore di Orsi, Lorenzo Borgogni (ex responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica), dal contratto per la vendita di elicotteri all’India sarebbe stata ricavata proprio una tangente da 10 milioni che sarebbe stata girata alla Lega e a Comunione e Liberazione, ma soprattutto al Carroccio, per favorire la nomina di Orsi ad amministratore delegato di Finmeccanica. Borgogni è stato querelato da Roberto Maroni per le sue affermazioni considerate diffamatorie e i riferimenti alla Lega sono stati considerati dal gip penalmente irrilevanti tanto che l'ipotesi iniziale di finanziamento illecito non ha trovato nessuno spazio nell'ordinanza di custodia cautelare del febbraio 2013.

LA DIFESA. In attesa delle sentenza su Orsi e Spagnolini, attesa per il prossimo luglio, la difesa continua a battere il tasto della calunnia. Orsi ha denunciato Lorenzo Borgogni, l’ex responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica. Secondo Orsi Borgogni, il suo principale accusatore, avrebbe mentito per vendetta dopo che lui aveva scalzato Pier Francesco Guarguaglini, di cui Borgogni era stato a lungo tempo il braccio destro. L’intero processo si basa principalmente sulle accuse di Borgogni. Accuse che la difesa di Orsi, rappresentata dal legale Ennio Amodio, si basano, appunto, su una calunnia. “Non si capisce perché i magistrati di Napoli e Busto Arsizio non hanno ancora voluto chiudere con un tratto di penna, nonostante due anni di indagini in cui non è emerso il benché minimo riscontro”, afferma Amodio. Secondo la difesa i magistrati si sono fermati alle prime accuse di Borgogni, senza però aver mai trovato rilievi davvero compromettenti sulla presunta tangente. “Sembra quasi che la corruzione internazionale abbia subìto una mutazione genetica per rimanere racchiusa nel recinto delle mura italiane”. AgustaWestland ha perso svariate centinaia di milioni di euro. Orsi ha trascorso 80 giorni in carcere e ha perso il suo ruolo e il suo potere. Tutto, secondo la difesa dell’ex ad di Finmeccanica, per una guerra intestina alla seconda industria italiana.

DUE ANNI DOPO. A 15 mesi di distanza dall’arresto di Orsi, però, parte della faccenda sembra non quadrare. Fino adesso, infatti, le accuse di corruzione nei confronti di AgustaWestland non sono ancora state provate né in Italia né in India. Nonostante tutto ciò, viene comunque stracciato il contratto di fornitura e sospeso il pagamento delle rate destinate ad AgustaWestland, un procedimento non previsto da alcuna clausola. Una vertenza in attesa di una soluzione che però sembra lontana dall’arrivare. Per il momento, l'India ha accettato solo di confrontarsi con la compagnia italiana in un arbitrato con sede a New Delhi e per il quale le parti hanno già scelto i loro rappresentanti legali fra gli ex giudici della Corte Suprema: B.N. Srikhrishna per AgustaWestland e Jeevan Reddy per il ministero della Difesa indiano. Esiste invece ancora un forte dissenso sul terzo giudice che integrerà il tribunale dell'arbitrato. E per questo, il gruppo guidato ora da Mauro Moretti si è rivolto alla International Chamber of Commerce di Parigi
fonte:http://www.affaritaliani.it
Giovedì, 8 maggio 2014 - 15:58:00