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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

03/04/14

Quelli che accusano il popolo di populismo mentre servono i banchieri



Quelli che accusano il popolo di populismo mentre servono i banchieri




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Francesco Venerando Mantegna

La Nuova Italia lo ha sancito a chiare lettere nel proprio manifesto fondativo: non si tratta di far uscire l’Italia dall’Euro, bensì di sopprimerlo, in quanto moneta orfana di sovranità nazionale o federale, cioè politica ed istituzionale. L’Euro è privo di controllo diretto da parte dei parlamenti e dei governi degli Stati membri della UE. Nei quindici anni trascorsi dalla sua introduzione, esso ha fallito l’obiettivo sostanziale, che era quello di migliorare la circolazione monetaria favorendo la dinamicità dei mercati ed i consumi, ingranaggi di sviluppo in un contesto sociale ampio, senza confinamenti rigidi.  Apprezzabile l’idea, ma sbagliati i modi, i tempi e la logica di gestione. E’ stato un atto di malafede e di idiozia politica aver soppresso le banche centrali e le sovranità monetarie nazionali, per dar luogo ad una moneta unica il cui soggetto politico di riferimento è inesistente. In questo caso l’inesistente Federazione  (politica) di Stati con una banca centrale unica, interamente pubblica e controllata dal Parlamento e dal Governo federali, oltre che dai singoli Stati federati, comunque sovrani su parecchie materie.
L’Euro non ha fatto diventare l’Europa quella potenza economica strombazzata da tanti demagoghi, né ci sono le condizioni per credere, sia pure in prospettiva, che esso possa diventare rivale del dollaro. In buona sostanza, non potrà esistere una moneta unica forte europea sin quando i governi degli Stati membri non avranno realizzato riforme strutturali che siano compatibili ed armonizzabili tra loro, e soprattutto sin quando non sarà votata direttamente dai popoli una Costituzione federale.
Quindi la prima questione Euro sul tappeto è politica ! Chi è titolare dell’Euro ? A chi appartiene il denaro sotto forma di euro ? Era  questo l’interrogativo di Giacinto Auriti, allorquando tutti eravamo distratti da altre cose o eventi, magari avvenuti perché programmati di proposito. Nel Trattato di Maastricht non v’è una riga che spieghi a chi appartiene l’euro, diceva Auriti. Se ci venisse detto che il denaro appartiene ai popoli e che la Bce ha solamente il diritto di stamparlo, questo potrebbe essere accettabile, ma se ci viene detto che appartiene alla Bce, allora prende corpo la colossale truffa  ! Si, aveva  visto proprio giusto, Auriti, mentre quasi tutti avevamo le bande dei ciuchi agli occhi.
Una verità fasulla e paradossale è emersa sull’appartenenza della moneta unica. Olli Rehn, da vicepresidente della Commissione europea, ha affermato che  “al momento dell’emissione, le banconote in euro appartengono all’Eurosistema e che, una volta emesse, sia le banconote che le monete in euro appartengono al titolare del conto su cui sono addebitate in conseguenza”. Si arguisce perciò che la proprietà della moneta è in prima istanza dell’Eurosistema, cioè l’insieme della Bce e delle banche centrali nazionali che ormai ne sono filiali. La moneta diventa dei cittadini solo in seguito ad un prestito da parte della banca. Ma in quale Costituzione di quale Stato Europeo è stata mai scritta e votata una tale scelta ?
Come si è potuti arrivare all’art.128 comma 1 del “Trattato di funzionamento della UE” saltando la volontà dei popoli europei ? Quel Trattato afferma: “La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione.”
Frase confezionata senza possibilità di errore dai banchieri e condivisa nei fatti da una classe politica collusa, complice, non certo dai popoli ! Nel Trattato non esiste alcun riferimento alla “proprietà” della moneta, ecco perché appare legittima e oggettiva la deduzione di una colossale truffa in danno dei cittadini.
A tutti coloro che alimentano dubbi e timori sulle possibili conseguenze di un’uscita dall’Italia dall’euro, c’è semplicemente da chiarire che non si tratta di uscire dall’euro, ma da un sistema di truffa legalizzato, estraneo a qualsivoglia diretto mandato popolare. E’ quindi l’Euro che deve scomparire, non i popoli europei ad uscirne.  In una democrazia la proprietà della moneta non può che appartenere al popolo, che producendola attraverso il lavoro ed il risparmio dei cittadini,  ne forma il valore. L’esempio che faceva il prof. Auriti, al riguardo, era di singolare chiarezza: se un banchiere va su un’isola deserta e stampa moneta, quella moneta non avrà alcun valore.
La base della truffa risiede nel suo stesso atto d’origine, cioè nella stampa del denaro, in quanto la Bce non possiede in precedenza i soldi che presta, li crea nell’atto stesso di prestarli. Abbiamo quindi subìto un esproprio di portata epocale. Una banca dovrebbe poter prestare i soldi che  realmente possiede, di cui è proprietaria in virtù delle proprie  “legittime” prestazioni di servizio, non i soldi di cui sono legittimi proprietari i cittadini. E se la banca presta soldi non suoi, applicando interessi e lucrando, la sua attività è da definire a tutti gli effetti una truffa in danno della società.
La situazione è precipitata quando la “cupola finanziaria” è riuscita a chiudere il cerchio (la truffa) facendo perdere ai governi degli Stati membri ogni facoltà di controllo sull’emissione della moneta. Senza neanche rendercene conto, ci è stata scippata la sovranità monetaria. Oggi la Bce (posseduta integralmente da banchieri privati) emette la moneta e la presta a chi essa decide, come dove e quando. E’ ora di finirla con i giochi di parole, voltando le spalle alla vera origine dei problemi: i banchieri sono riusciti ad imporre alla società una condizione vincolante, rendendola ineluttabile come una sorta di dogma: cioè che il denaro da loro emesso è l’unico strumento di misura di ogni attività umana. Attraverso questo sistema hanno umiliato il lavoro vero ed esaltato quello virtuale, assieme all’attività speculativa. Si è passati ad una dittatura finanziaria che sfrutta il lavoro di milioni di persone per arricchire a dismisura una casta di poche migliaia di individui. Da ciò deriva il fatto che in Italia, ad esempio, un operaio prende 1.500 euro al mese ed il manager dell’azienda pubblica in cui lavora, ne prende 500 mila, sedicimila euro al giorno ! 
Va riformato dalle fondamenta l’intero sistema bancario e finanziario che sta alla base della gestione UE. Sono i governi quali organi elettivi a stabilire criteri e metodi di gestione del rapporto tra banche e Stati, tra banche e privati, quindi: soppressione della riserva frazionaria (la banca presta solo i soldi che ha nel proprio portafoglio, non quelli dei clienti e dei risparmiatori), accettazione del rischio d’impresa per i banchieri, eliminazione di qualsivoglia concorso di finanza pubblica, diretto o indiretto, in favore delle banche.
I Francesci l’hanno capito, gli Spagnoli e i Portoghesi pure, i Greci lo stanno subendo in termini di massacro economico. Noi Italiani continuiamo a tifare per questo o quel leader, abituati come siamo alle stravaganze ed alla inveterata immaturità politica. Siamo truppa, vogliamo essere guidati da un pastore col bastone, non importa sotto quale simbolo elettorale. In realtà ci sarebbero già i numeri per stoppare questa Unione Europea pilotata dal sistema bancario, a partire dalla Trilateral Commission (fondata nel 1973 da David Rockefeller), per giungere alla logica della Troika ed al superclub affaristico-speculativo Bilderberg.
Grazie a questo sistema, sono diventati ministri economici dei governi solo quelli graditi alla “cupola finanziaria”, veri affidatari/fiduciari dei poteri forti, per blindare ed applicare le logiche bancarie in stretta connessione con la spremitura fiscale. Qui entra per l’appunto in scena il MES (Meccanismo di Stabilità Europea), quello che la bieca malafede politica ha fatto passare come “Fondo salva-stati”. Un meccanismo perverso che esalta la truffa dei banchieri in danno dei popoli. Ci indebitiamo in Italia per ulteriori 125 miliardi di euro (il nostro debito pubblico è ad oltre 2.000 miliardi di euro), 15 miliardi da dare subito e… siccome non li abbiamo, facciamo nuovi debiti, a cui vengono applicati nuovi interessi. Ma per essere salvati da cosa e da chi ? Nessun salvataggio, se dovessimo essere sull’orlo del fallimento (e lo siamo già) la cupola finanziaria ci offrirà la cortese “opportunità” di nuovi prestiti, ingigantendo il debito e rendendo perenne la macchina degli interessi passivi. Ci sono quelli che di soldi vivono e quelli che di soldi muoionoMilioni di persone potranno soffrire,  subire la fame, fallire, impiccarsi… I banchieri no, loro non fanno impresa come tutte le altre imprese, affrontando il rischio, loro non hanno alcun rischio, lavorano con la cartastraccia che stampano sotto forma di banconote . Se i banchieri rubano i risparmi dei cittadini che lavorano e li trasformano in arricchimento proprio, sono considerati dei ricchi galantuomini…, tanto i buchi neri delle loro banche, i latrocini, le tangenti, i titoli tossici… li coprono i cittadini grazie alla spremitura fiscale.
Partiamo da questo problema, se vogliamo discutere di politica economica, saltando a piè pari le quotidiane oscillazioni delle borse e dello spread. Un tumore maligno, o viene estirpato o ti porta inesorabilmente alla morte.  Se non moriamo prima e riusciremo a superare questa grande truffa organizzata, dovremo mettere mano alle riforme vere di cui abbiamo bisogno, a partire dallo smantellamento di una burocrazia sterile, che si traduce in un danno della società Italiana, un sistema elefantiaco corresponsabile della dissoluzione dell’impresa, determinato in primo luogo da una classe politica incapace e maneggiona, ai vari livelli, da quello nazionale alla scala municipale.

Francesco Venerando Mantegna - 27/3/2014


Province, Bianconi: oggi è passata abolizione della democrazia




Province, Bianconi: oggi è passata abolizione della democrazia





"La legge sul mantenimento delle province e l'abolizione della democrazia e' passata oggi. Giorno triste per la democrazia ,mentre la Vanna Marchi della politica italiana si vanta falsamente di aver abolito le province. Ma ancora piu' truffaldino e' che con questa pseudoriforma il mentitore professionale Renzi rafforza la cricca di amministratori locali che, senza elezioni, domineranno su territori e comuni, cricca che e' stata la sua band elettorale nelle primarie Pd e che oggi riscuotono la marchetta come ho ben spiegato in Aula.
Infine bugia da venditore da suk tunisino quella twittata dal Matteo impunito: 'abbiamo mandato a casa 3000 amministratori'. Menzogna, perche' con lo stesso provvedimento sono stati ripristinati 26000 consiglieri comunali e 4000 assessori sui quali, vergognosi, tacciono i piddini in piena trance da ipocrisia politica. I nostri elettori devono sapere che abbiamo combattuto una grande battaglia, contro questa vergogna nazionale, che e' la cartina di tornasole per quegli illusi che cullano il mito di un Renzi diverso. In effetti diverso lo e' : e' il peggiore di tutti". E' quanto dichiara il deputato di Forza Italia, Maurizio Bianconi. 
ilVelino/AGV NEWS - 03/04/2014

IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - UN RIEPILOGO DELLA VICENDA ( E VIDEO TGCOM 24 CON COMMENTI ALLA SOSPENSIONE DEL PROCESSO, E ALLE RAGIONI DELL'INNOCENZA)








Non ho l'illusione di riuscire ad evitare che sulla tragica vicenda che vede coinvolti Massimiliano e Salvatore continuino purtroppo a circolare sui media in generale - e sulla rete in particolare - ricostruzioni ed opinioni talvolta del tutto strumentali, altre volte solo fantasiose, talvolta del tutto fuorvianti, altre volte vere solo in parte, spesso perlopiù utili a questo o quel soggetto (o a chi per loro simpatizza) nel gioco infinito della politica e del rimpallo delle responsabilità.
Il mio dovere è comunque continuare a provarci.
E quindi oggi provo nuovamente a sintetizzare gli aspetti fondamentali di quello che, con convinzione, credo sia avvenuto da due anni a questa parte con la speranza di aiutare chiunque in questa vicenda voglia arrivare al più presto all'affermazione della verità.
Più persone avranno chiari i punti che di seguito mi accingo sinteticamente a riproporre più sarà veloce ed ineluttabile che giustizia e verità possano essere ristabilite.

1° Punto – Come si sono svolti gli eventi

Il 15 febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala avvennero due diversi incidenti.
Nel primo incidente poco dopo le ore 16.00 un tentativo di abbordaggio della nave Enrica Lexie da parte di un'imbarcazione pirata venne respinto senza vittime grazie all'intervento di Latorre e Girone a 20.5 miglia dalla costa indiana.
Nel secondo incidente alle ore 21.20 il peschereccio St. Anthony rimase coinvolto nel tentativo di abbordaggio della nave Olympic Flair da parte di un'imbarcazione pirata all'interno delle 12 miglia delle acque territoriali indiani. Il St. Anthony rimase verosimilmente intrappolato nello scontro a fuoco tra il personale dell'Olympic Flair e la barca pirata in fuga con la conseguente morte di due pescatori.
Esistono innumerevoli elementi, già presentate nei mesi scorsi insieme a Toni Capuozzo e Luigi Di Stefano, a prova di tale ricostruzione degli eventi.
La nave Enrica Lexie ed il peschereccio St. Anthony non si sono mai incontrati.
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono del tutto innocenti delle accuse a loro rivolte ed il loro sequestro che dura da oltre due anni ha quindi tutt'altre motivazioni. 





2° Punto – Chi c'è dietro al sequestrato di Latorre e Girone in India

Il primo ministro del Kerala, Chandy, ed il ministro della difesa indiano, Antony, nel Febbraio 2012 avevano tutto l'interesse politico a strumentalizzare la vicenda e questo interesse lo mantengono tutt'ora in quanto sul caso si giocano ormai i destini politici di entrambi.
Per questa ragione questi due potenti politici del Partito del Congresso di Sonia Gandhi per oltre due anni hanno costruito false prove, manipolato dati e boicottato ogni tentativo di soluzione della vicenda.
Sul piano investigativo hanno indotto i pescatori del St. Anthony a cambiare versione sugli eventi ed a testimoniare il falso, hanno spinto la Guardia Costiera indiana a ricostruire eventi mai accaduti e manipolare orari, hanno provato a nascondere o far sparire prove a discolpa come l'incidente dell'Olympic Flair e l'autopsia sul corpo dei pescatori morti.
Sul piano politico hanno orchestrato una campagna mediatica falsa e colpevolista sulla stampa indiana senza precedenti e hanno condizionato tanto il lavoro di polizia e magistratura quanto le scelte del governo centrale indiano.

3° Punto – L'Italia è colpevole di tante cose, ma Latorre e Girone non lo sono!

Gli errori dei vertici politici, militari e diplomatici italiani sono infiniti e Chandy, Antony ed i loro complici ne hanno tratto vantaggio fin dal primo momento. Per ricordarne alcuni:
- la nave Enrica Lexie non avrebbe potuto trovarsi nella zona economica esclusiva indiana con guardie armate senza autorizzazione,
- le regole di ingaggio tra marina militare ed armatore non erano definite,
- il nucleo anti-pirateria imbarcato sulla Lexie era sprovvisto delle dotazioni minime previste,
- il rientro nelle acque territoriali indiane è stato il risultato di superficialità ed incompetenza senza precedenti per non parlare poi della ancora più grave decisione di far scendere a terre Latorre e Girone,
- la scelta di salvaguardare prioritariamente e ad ogni costo gli interessi economici anche a scapito dell'accertamento della verità,
- le dichiarazioni colpevoliste di De Mistura,
- il cosiddetto rapporto Piroli che si è mosso sulla stessa linea,
- il pagamento fatto alle famiglie dei pescatori indiani,
- il silenziatore consigliato/imposto ai media italiani,
- e poi …. e poi …. e poi ….... potremmo continuare quasi all'infinito.

Un simile disastro nazionale in cui è affondata l'intera classe dirigente del Paese (quindi non solo quella politica) ha fatto sì che fin dall'inizio tutti coloro che avrebbero dovuto difendere Latorre e Girone, che in quanto militari hanno sempre e solo fatto conto sul personale e sull'azione di difesa a loro garantita dallo Stato italiano, abbiano in realtà purtroppo soprattutto cercato di difendere gli interessi dei 'potenti incompetenti' che non quelli degli innocenti Girone e Latorre.

4° Punto – Cosa si dovrebbe fare

Il governo Monti ha sbagliato tutto e si attende che magistratura e/o commissioni d'inchiesta facciano luce.
Il governa Letta, infilando la testa sotto la sabbia ed accettando fin dall'inizio come soluzione che l'India processasse i due marò italiani, ha, se possibile, peggiorato la situazione.
L'inviato De Mistura, che in questi 26 mesi ha assunto più 'ferme' posizioni di quante posizioni esistano nel Kamasutra (con l'Italia sempre in posizione 'ricevente') dovrebbe semplicemente essere rimosso per evitare ulteriori danni e ristabilire, se e per quanto possibile, una qualche credibilità italiana.
Il governo Renzi deve trovare il coraggio di sposare e rendere pubblica la verità per quanto difficile essa sia tanto per l'India che per l'Italia.
Le dichiarazioni dell'ultimo mese sull'internazionalizzazione della vicenda o sulla richiesta di arbitrato internazionale da avviare in modo unilaterale servono a prendere tempo ed a dare l'impressione all'opinione pubblica che si stia facendo qualcosa, ma, al punto in cui siamo arrivati, da sole non possono certo rappresentare, anche in prospettiva di lungo termine, la soluzione della vicenda.
La verità deve essere fatta conoscere alle opinioni pubbliche, quella indiana in primo luogo, fin qui tratte in inganno da giornali e televisioni asserviti al potere ed ai giochi politici. A scuola, studiando Socrate, si imparava che esiste un solo vero bene, la verità, ed un solo vero male, l'ignoranza.
Se il governo Renzi ha avuto affidabili rassicurazioni dall'India, che pure ha interesse a trovare una via d'uscita, che attraverso il ricorso in Corte Suprema si potrà arrivare ad un primo sblocco della vicenda nelle prossime settimane almeno con il rientro di Latorre e Girone in Italia come primo passo, posso anche chiudere gli occhi ed accettare l''ammuina' di questi giorni.
Ribadisco comunque quanto già scritto nei giorni scorsi. Fino a quando l'Italia non troverà le palle (non è necessario che siano d'acciaio) per affermare con forza L'INNOCENZA dei marò, senza più confonderla con altre questioni, per il rientro ci si affida sostanzialmente alla 'benevolenza' indiana con tutti gli ineludibili rischi connessi.
Quando (e se) l'Italia troverà invece finalmente la forza e la dignità per rivendicare L'INNOCENZA dei fucilieri il loro rientro sarà allora questione di pochissimo tempo.


Video tgcom 24 :
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3 Aprile 2014 - Stefano Tronconi


fonte: https://www.facebook.com/stefano.tronconi.79?ref=ts&fref=ts
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02/04/14

India, al via le “più grandi elezioni” del mondo; ed i Marò sono motivo di scontro tra candidati


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Domanda: ma quando si tengono le tanto annunciate elezioni politiche 2014 in India? Domanda ovvia, alla quale è però praticamente impossibile rispondere. Perlomeno non con una singola data. Non perchè l’India non tenti di essere un Paese democratico e non cerchi di fare le cose per benino ed in modo corretto e trasparente, ricorrendo ad ogni accorgimento per limitare per quanto possibile frodi ed imbrogli elettorali. Ma mettiamoci nei loro panni : hanno il compito tremendo di portare al voto una moltitudine di elettori che supera quella di tutta l’Europa e gli Stati Uniti messi insieme. Tutto è da record in queste elezioni di primavera per i 543 deputati della Lok Sabha, la Camera del Popolo o Camera Bassa (si osservi che per governare 1300 milioni di persone si accontentano di 87 deputati in meno che in Italia, dove la popolazione è un ventiduesimo di quella dell’India!). Sono infatti 814 milioni gli aventi diritto al voto, 100 milioni in più di quelli fatti registrati nell’ultima tornata elettorale del 2009, distribuiti in circa un milione di sezioni elettorali. Per consentire un flusso ai seggi ordinato e regolare è stato stilato un calendario secondo il quale in varie date si recheranno al voto i cittadini di 28 stati e 7 territori, tra i quali quello dell’immensa aerea metropolitana di New Delhi. L’avvio delle votazioni si avrà il 7 di aprile, per poi proseguire con tornate a tappe previste per i giorni 9, 10, 12, 17, 24 e 30 di aprile, per poi chiudere il 7 ed il 12 di maggio. Lo spoglio dei voti, se tutto andrà secondo i piani, partirà il 15 maggio e l’esito elettorale dovrebbe essere ufficializzato il giorno dopo. Tra i criteri presi in considerazione per fissare tale calendario stato per stato, oltre a festività locali ed il profilo climatico delle varie regioni indiane, si sono considerate le tipicità delle attività lavorative, specie nel settore agricolo dove in alcuni stati i raccolti sono molto anticipati rispetto ad altri e già avviati.
Per la prima volta, sarà introdotto nel sistema elettorale indiano l’opzione “none of the above” (nessuno di quelli indicati sopra), l’equivalente di una scheda bianca con la quale si possono bocciare tutti i candidati elencati nelle liste dei partiti in competizione. Una misura che mira ad incentivare i partiti al ricorso a candidature pulite, cioè di personaggi non compromessi con la giustizia. La situazione attuale in India fa impallidire persino il PD nostrano. Stando ai dati pubblicati dall’Association for Democratic Reforms, oggi in India il 30% dei deputati della Lok Sabha, molti dei quali riproposti in lista, ha in corso procedimenti giudiziari per reati che spesso sfociano nel penale, e che vanno da corruzione e frode fino all’omicidio ed alla violenza sessuale. 


Secondo gli ultimi opinion polls, largamente in testa alle intenzioni di voto degli indiani c’è Narendra Modi, beneamato primo ministro dello stato del Gujarat e candidato del partito nazionalista indù Bjp (Bharatiya Janata Party). Come mostra la tabella aggiornata a ieri limitatamente ai più importanti Stati dell’India, la coalizione Nda (National Democratic Allinace) centrata sul Bjp si accaparrerebbe oltre il 52 % , 166 su 319, dei seggi dei grandi stati. Nonostante la cautela sia d’obbligo perchè nulla è più volatile dei sondaggi pre-elettorali in India, questa sembra la volta buona per l’opposizione di destra per smantellare il pluridecennale potere dell’Upa, il centrosinistra in cui domina l’Inc (Indian National Congress), il partito della dinastia Gandhi-Nehru della quale è storico oppositore. Modi per molti anni è stato un personaggio moltro controverso, uno di quelli che o si ama o si odia. Sessantatre anni, cresciuto all’ombra della formazione paramilitare ultra-induista “Rashtriya Swayamsevak Sangh”, nemico giurato degli islamici, Modi si è sempre rifatto ai principi dell’Hindutva, il nazionalismo indiano a matrice religiosa hindu, in contrapposizione al secolarismo dello stato laico peculiare dei governi di centrosinistra dei Gandhi-Nehru. Nel 2002, durante il suo primo mandato di governo in Gujarat, nello stato esplose la violenza inter-religiosa tra hindu e musulmani, figlia del mai sopito rancore islamico per la distruzione 10 anni prima della moschea Babri ad Ayodhya (Uttar Pradesh) da parte di gruppi estremisti hindu, si dice, ispirati da Modi. Quella locale guerra di religione produsse oltre mille vittime, quasi tutte di fede musulmana.
A 12 anni di distanza, Modi s’è ricostruito un’immagine di credibilità e su di lui puntano forte i mercati che chiedono l’attuazione di politiche d’impronta liberista e fortemente orientate allo sviluppo, come quelle che gli hanno permesso di ottenere nel Gujarat risultati che tutti gli indiani e gli investitori nazionali ed esteri sottoscriverebbero subito. Un dato per tutti : il Gujarat anche in tempi di crisi è continuato a crescere più del Paese e nei sei anni fino al 2012, il suo Pil è salito a tassi medi superiori al 10% e nel 2013 l’espansione è stata dell’8%, contro il 4,9% fatto registrare complessivamente dall’India. Valendosi della sua immagine di politico tutto orientato verso impresa, lavoro e mercato Modi ha condotto una campagna elettorale all’insegna di un programma a dir poco ambizioso: creazione di 250 milioni di posti di lavoro in dieci anni, nascita di 100 nuove smart city, investimenti infrastrutturali a pioggia, semplificazioni normative, taglio della burocrazia e sviluppo delle esportazioni e del commercio usando il motore di una accorta politica estera del Paese (quante volte, inascoltati, abbiamo battuto sull’importanza di questo tasto per risolvere il caso Marò?). Tutto sommato, però, i più si accontenterebbero che il leader del Bjp replicasse in tutta l’India quanto realizzato in Gujarat : strade asfaltate, collegamenti, ammodernamento dello Stato, erogazione di energia elettrica su base regolare evitando alle fabbriche ed alle imprese la necessità di costosissimi gruppi di continuità per sopperire ai frequenti black out. Rimedi efficaci per sostenere l’economia e lo sviluppo, consci che per reperire quei 12-20 milioni di nuovi posti di lavoro necessari ogni anno occorre uno sviluppo medio del Pil non inferiore al 6,5 %. Poi si chiede acqua per tutti e drastiche semplificazioni delle regole per gli investitori per attrarre capitali anche dall’estero. La sensazione è che Modi ce la farà a vincere, anche se non riuscirà a raggiungere i 247 seggi che gli consentirebbero di governare con un monocolore. Gli osservatori locali della politica ritengono che gli basteranno 200 seggi per governare, perchè a quel livello potrà facilmente tirare dentro alla maggioranza alcuni dei molti partiti di importanza regionale, che vedono nella sua leadership un modello da seguire.
L’avversario da batter per Modi è l’Inc (Indian National Congress), il partito fulcro della coalizione di centrosinistra Upa (United Progressive Alliance) che governa da tempo immemore, il partito feudo privato dei Gandhi, che punta tutto sul figlio Rahul dell’italiana Sonia Gandhi, che da 16 anni occupa la poltrona di presidente del partito. Gli ingredienti del programma dell’Inc sono il mantenimento della laicità dello Stato, aiuti alle fasce più indigenti della popolazione, unità nazionale contro le spinte centripete del separatismo, rilancio dello sviluppo. Insomma le solite cose che promettevano quando il Pil cresceva a doppia cifra, mentre ora arranca sotto il 5 %, che per un Paese emergente è un dato nefasto. Promesse completamente disattese negli ultimi otto anni, per colpa anche della recessione, ma soprattutto a causa degli scandali sempre più numerosi, del clientelismo eretto a sistema, della corruzione dilagante, degli sprechi (ma quante affinità con l’Italia) che i Gandhi pagheranno a carissimo prezzo in termini di consenso elettorale, perchè sul piano delle promesse, Modi è più credibile. Lui può esibire risulati concreti e l’affezione dei suoi amministrati, l’Inc solo fallimenti clamorosi.
Desta curiosità l’avventura elettorale del terzo incomodo, il fenomeno Aam Aadmi Party (Aap), il M5S indiano guidato da Arvind Kejriwal. Dopo l’exploit alle elezioni locali di New Delhi, in cui è risultato il secondo partito della capitale, l’Aap per la prima volta quest’anno si candida a livello nazionale, facendosi facile paladino di una lotta senza quartiere alla corruzione. L’obiettivo, per Kejriwal ed i suoi, è quello di confermarsi come terza forza politica nazionale, assumendo il ruolo privilegiato di ago della bilancia quando la ricerca di una maggioranza in parlamento dovrà per forza, secondo Aap, bussare alla porta del movimento anti-corruzione indiano. Da questo punto di vista, appare completamente diverso dal M5S, perchè si propone come partner di alleanze di governo, assumendosi quelle responsabilità che Grillo e Casaleggio invece rifiutano. Anche tra populisti c’è chi è meglio e chi è peggio del peggio.
In questi ultimi giorni di campagna elettorale al calor bianco, ogni argomento è buono per polemizzare o demonizzare gli avversari, tanto che i Marò sono stati involontari protagonisti di una rissa verbale a distanza tra Modi e Sonia Gandhi, immortalata da tutti i media indiani. E’ stata Sonia Gandhi, nata nel vicentino, cresciuta ad Orbassano, hinterland torinese dove il padre avviò un’azienda edile, naturalizzata indiana nel 1983, a lanciare la prima bomba verso Modi, quando nel corso di un comizio dell’Inc ha affermato che “ci sono alcuni che rullano i tamburi di un falso patriottismo, ma vogliono solo ingannare il popolo per arrivare al potere”. La replica di Modi non s’è fatta attendere e dall’Arunachal Pradesh dove era impegnato in una manifestazione elettorale le ha chiesto pubblicamente con pesante sarcasmo: “Signora Sonia, visto che lei mette in dubbio il nostro patriottismo, può per cortesia dirci in quale carcere sono detenuti i due suoi connazionali (i Marò, ndr)? Per favore, lasci perdere, non abbiamo bisogno di certificati di patriottismo rilasciati da lei. A proposito, chi ha aiutato ad uscire (in licenza, ndr) dal Paese i due militari italiani che avevano ucciso due nostri pescatori? Me lo dica, coraggio”.
Una sanguinosa e tormentosa polemica che la Sonia ha scatenato insensatamente, senza pensare che le si sarebbe comunque ritorta contro come poi puntualmente accaduto. Sarebbe bastato poco per rintuzzare il contrattacco di Modi, affermando che i Marò non sono ancora nemmeno stati accusati, per cui non dovrebbero neanche stare in India, se il diritto non è solo una parola priva di qualsiasi significato in quel Paese e nella mente di Modi. Ma si sarebbe data la zappa sui piedi, perché è proprio il governo incentrato sul suo partito, ed in particolare il ministro della Difesa A.K. Antony ad aver fatto della vicenda Marò un caso. Meglio per lei se non ne avesse parlato proprio.
Questo battibecco centrato sulla sorte dei Marò ha suscitato reazioni di sdegno in Italia. Il vice presidente del Senato, Maurizio Gasparri ha tuonato: “I nostri marò non possono essere oggetto dello scontro politico-elettorale in atto in India. Quanto dichiarato dal leader del partito nazionalista Modi è intollerabile ed evidenzia che Latorre e Girone sono ancora a New Delhi per ragioni di carattere politico”. Gasparri ha poi anche proposto che il presidente della Repubblica nomini i due Marò senatori a vita. 

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di Rosengarten 2 apr 2014

fonte: http://www.qelsi.it

CALCOLI SULLE PENSIONI D’ORO




C’è un argomento sul quale – oh, meraviglia – gli italiani non si accapigliano: le pensioni “d’oro”. L’accordo sulla necessità di tagliarle è pressoché universale, sia per motivi morali, sa perché ciò contribuirebbe in modo efficace a migliorare la sorte dei pensionati più poveri.
Diamo per nota la differenza fra metodo contributivo (pensione fondata sui versamenti dei lavoratori) e metodo retributivo (pensione commisurata all’ultima paga). Diamo pure per noto che, con questo secondo metodo, una parte della pensione non è pagata dagli interessati ma dai contribuenti e costituisce un regalo. E chiediamoci come mai lo Stato abbia a lungo adottato il metodo retributivo. Una prima ipotesi è che si sia reputato morale attribuire al lavoratore una pensione che non lo costringesse a ridimensionare notevolmente il livello di vita raggiunto. Un seconda ipotesi è che si sia voluto comprare la riconoscenza di molti cittadini, per motivi politici ed elettorali. Ciò che è sicuro, e ciò che qui interessa, è che il provvedimento non è stato adottato né per motivi giuridici – inesistenti – né per motivi economici. Ché anzi economicamente il provvedimento è stato rovinoso. Infatti, oggi che viviamo il decennio delle vacche magre, si vorrebbero decurtare le pensioni “retributive” alte sia per motivi morali, sia per motivi economici.
La prima osservazione da fare, per quanto riguarda la morale, è che proprio questo motivo è la causa del male cui si vorrebbe mettere rimedio. Se lo Stato non avesse voluto essere “morale” allora, quando ha regalato pensioni superiori alle contribuzioni, non avrebbe la necessità di essere “morale” oggi, violando i diritti quesiti dei pensionati. Lo Stato non dovrebbe mai dimenticare che in campo economico chi guarda agli ideali è spesso un cattivo consigliere.


Né miglior sorte si può riservare all’argomento politico. È vero, la gente sarebbe contenta di veder spogliare i pensionati ricchi. Ma se lo Stato violasse le regole di civiltà per far piacere al popolo, domani potrebbe decretare il sequestro di tutti i beni degli ebrei perché nel frattempo l’antisemitismo si è diffuso a sufficienza. L’unica conclusione, per i motivi politici e morali, è che lo Stato farebbe bene a dare disposizioni per il futuro, lasciando che i pensionati attuali siano tolti di mezzo dalla Grande Falciatrice.
Ma vediamo se l’eventuale provvedimento si giustifichi almeno dal punto di vista economico. Secondo l’ “Istat”, i pensionati sono in tutto 16,6mln e il 42,6% di loro (sette milioni di persone) ha un trattamento inferiore ai mille euro al mese. Soltanto l’1,3% (210.000 persone) percepisce una pensione che supera i 5.000 € e soltanto un pensionato su diecimila riceve diecimila o più euro al mese. Volendo travasare il di più di chi va oltre i cinquemila euro al mese (210.000 persone) nel 42,6% di quelli che incassano mille euro o meno al mese (sette milioni) ipotizziamo che la media dei pensionati abbienti percepisca 7.000 € al mese e gli togliamo i duemila euro in più. 210.000 x 2.000 € = 420 € mln che, divisi per 7mln di pensionati poveri, farebbe circa 60 € a testa. Ma ovviamente protesterebbero tutti quelli che percepiscono da 1.100 € al mese fino a 5.000 €. Dunque prendiamo l’insieme dei pensionati, (16,6mln), togliamo i pensionati ricchi (210mila), e abbiamo la cifra di 16,39mln. Dividiamo poi per essa 420mln di euro e otteniamo che a ciascuno toccherebbero circa 25 euro. Sai che affare. La verità è che la voglia di togliere qualcosa ai pensionati ricchi nasce più da un desiderio di rivalsa e di punizione che da ragioni economiche.
L’unica soluzione è non cercare di mettere rimedio agli errori commessi commettendone di nuovi. Anzi, bisognerebbe far sì che ciò che si è verificato in passato possa servire da lezione per il futuro. C’è da rimanere atterriti quando, perfino oggi, si sentono uomini di sinistra che chiedono allo Stato di largheggiare per motivi morali.  O invocano, per risolvere il problema del lavoro, “investimenti statali”: come se non sapessero che lo Stato questi soldi non li ha e, se li avesse, probabilmente poi si dimostrerebbe un pessimo imprenditore. Il privato non sperpera quasi mai, lo Stato sperpera quasi sempre. È per questo che chi ha memoria pensa che meno lo Stato fa, meglio è.

Gianni Pardo - 2 aprile 2014

fonte: http://scenarieconomici.it