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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

06/03/14

La Nato si schiera ufficialmente con Kiev





Redazione
6 marzo 2014
 
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La Nato aumenterà il livello di cooperazione con l’Ucraina e ha intenzione di rivedere quello con la Russia. Lo ha detto ieri il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, al termine di un incontro con l’ambasciatore di Mosca presso l’Alleanza. La Nato, ha detto Rasmussen, ”intensificherà la partnership con l’Ucraina e rafforzerà la cooperazione a sostegno delle riforme democratiche”. In questo quadro “rafforzeremo il nostro sforzo per costruire la capacità militare dell’Ucraina, comprese più esercitazione e addestramento comuni.”Abbiamo deciso di rivedere tutta la cooperazione Nato-Russia” e di sospendere la missione congiunta per la distruzione delle armi chimiche siriane, ha precisato Rasmussen. Il segretario generale della Nato ha sottolineato come la situazione in Ucraina “presenti serie implicazioni per la sicurezza e la stabilità” della regione e come la Russia “continui a violare” la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina.



Per questo motivo, l’Alleanza ha deciso di sospendere la sua prima missione congiunta con la Russia, la scorta alla nave americana Cape Ray, incaricata di distruggere le armi chimiche siriane. Tuttavia, la sospensione non avrà alcuna ripercussione sullo smantellamento dell’arsenale di Damasco. “Allo stesso tempo, vogliamo lasciare la porta aperta al dialogo”  ha detto Rasmussen (nella foto a fianco) mantenendo le riunioni del Consiglio Nato-Russia a livello di ambasciatori. L’agenzia di stampa nazionale russa Itar-Tass ha diffuso ieri la notizia che il parlamento ucraino avrebbe già registrato una proposta per l’ingresso di Kiev nella Nato aggiungendo che il disegno di legge è stato avanzato da deputati del partito di Iulia Timoshenko ‘Patria’, secondo cui lo status di Paese non allineato non ha garantito all’Ucraina nessuna sicurezza. La notizia è destinata ad alimentare le preoccupazioni di Mosca per un ulteriore ampliamento  est della Nato che con l’adesione dell’Ucraina avrebbe i suoi confini a poca distanza da Mosca. 

Il Pentagono intanto  ha più che raddoppiato il numero dei propri aerei da combattimento nel Baltico. Lo ha annunciato il Segretario alla Difesa, Chuck Nagel confermando che gli stati Uniti  invieranno altri 6 aerei F-15 più un aerocisterna in aggiunta ai 4 F-15 che provvedono attualmente a garantire la difesa delle repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania), prive di aerei da combattimento e  che come la polonia hanno mostrato preoccupazione per le tensioni militari in atto in Ucraina. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) invierà inoltre in Ucraina 35 osservatori militari (2 sono italiani) per monitorare la situazione. Ad aumentare le tensioni e soprattutto a gettare più di un ombra sul nuovo governo ad interim ucraino e sulla “rivoluzione democratica che secondo il luogo comune diffuso in Occidente sarebbe in atto a Kiev è emersa ieri una telefonata tra il ministro degli Esteri estone Urmas Paet e il commissario Ue agli Affari Esteri Catherine Ashton (insieme nella foto sotto) che contiene nuove inquietanti, rivelazioni.

Pubblicata da Russia Today e rilanciata in questi giorni su Youtube, la telefonata risale al 25 febbraio e Paet (che è appena tornato da Kiev dove ha incontrato esponenti della Nuova Coalizione e rappresentati del movimento di piazza Maidan) afferma  che i cecchini che aprirono il fuoco sulla piazza “uccidevano persone su entrambi i fronti, manifestanti e poliziotti. C’è l’impressione sempre più forte che dietro i cecchini non ci sia il presidente Yanukovych (poi rimosso e fuggito in Russia) ma qualcuno della nuova coalizione”. Paet cita la testimonianza di Olga Bogomolets, medico e fisico vicina ai manifestanti di piazza Maidan, che gli racconta come le ferite sui cadaveri tanto della polizia quanto dei manifestanti portassero le impronte “della stessa mano, gli stessi proiettili”. Una rivelazione che, nelle parole dello stesso Paet, screditano il nuovo governo di Kiev sin dagli esordi.



Il ministro degli Esteri estone racconta anche come la popolazione non abbia più fiducia nella classe politica, nonostante il cambio di governo: “L’impressione è che non ci sia fiducia verso i politici. Le persone di Maidan e della società civile dicono che gli esponenti del nuovo governo hanno un passato losco.” Racconta inoltre di un clima tesissimo, di intimidazione verso i membri del parlamento:  “giornalisti che erano con me hanno visto che in pieno giorno un deputato è stato picchiato davanti al Parlamento da questi ragazzi con dei fucili.

Foto: Ue, Usaf, Nato, Reuters - Analisi Difesa

LA GRANDE....BRUTTEZZA




• 05 mar, 2014

A noi, se vogliamo dirla in tutta franchezza, ”La grande bellezza” non ha provocato entusiasmi. Abbiamo visto questo film come un tentativo di ripescaggio di stile,linguaggio, situazioni tipicamente felliniani. E non riuscito al meglio, certamente non all’altezza dell’originale. Siamo contenti per il riconoscimento internazionale all’opera di Sorrentino magistralmente interpretata da Toni Servillo e riteniamo che dall’Oscar a questo film il cinema italiano, da tempo in brutta crisi, riceverà una carica di cui aveva un gran bisogno. Non possiamo tuttavia evitare di chiederci se di tale carica beneficerà anche il nostro paese. Noi temiamo di no.
Ha scritto “Le Monde”, il più autorevole quotidiano francese:”Hollywood premia una Roma in fallimento, dove non cambia nulla, non si fa nulla, o lo si fa con tale ritardo che diventa inutile. Questo è il riassunto della vita oziosa di Jep, osservatore distaccato del declino della città e suo simbolo perfetto.”
Confessiamo, e con non poco dispiacere, che la vediamo così anche noi. E temiamo che la possano vedere così gran parte dei milioni e milioni di spettatori che in tutto il mondo, invogliati dall’Oscar, andranno ad applaudire “La grande bellezza” e nel farlo scopriranno anche una grande bruttezza : quella della decadenza, della corruzione, della mancanza d’ideali che ha sede nella più affascinante città del mondo, Roma. Roma che è la capitale d’Italia e rappresenta di questo paese non solo la storia, l’arte, i paesaggi ma anche i vizi, le colpe,l e ingiustizie, le inefficienze, un insieme che costituisce, appunto, una grande bruttezza .
Una grande bruttezza che ha ostacolato seriamente i tentativi che alcuni nostri statisti più seri, più preparati, moralmente più presentabili hanno fatto per diffondere nel mondo una diversa ’immagine di Roma e del paese di cui Roma è capitale. Alcune volte,come negli ultimi tempi del governo Letta, mentre il premier, nei suoi viaggi,cominciava a raccogliere disponibilità di governi e imprenditori di vari paesi a investire in Italia, a considerare di conseguenza l’Italia con rispetto se non ammirazione l’obiettivo è sia pur vagamente parso possibile. Ma sempre, sotto forma di scandali a raffica, di congiure di palazzo, di personalismi esasperati il vento della grande bruttezza ha ripreso a soffiare con incontrollabile violenza e ha fatto tabula rasa . E ora, con un film di successo, premiato nientedimeno che da un Oscar, acquisisce la dimensione e l’immagine di fenomeno incurabile e se prima tentare di eliminarlo appariva come un’impresa difficilissima ora diventa una missione pressocchè impossibile.
Riuscirà tuttavia ad affrontare e portare al successo questa missione , il più giovane premier della storia repubblicana, Matteo Renzi, che per ogni problema promette soluzioni rivoluzionarie e rapide? Glie lo auguriamo, nonostante la poca fiducia e la minore simpatia che-come più volte abbiamo confessato-abbiamo per lui. Gli facciamo però contemporaneamente presente che egli perderà ogni chance di successo, anche minima, se già dai suoi primi atti di governo non riuscirà ad evitare posizioni che appaiono, senza ombra di dubbio, di grande bruttezza. Come quelle da lui assunte sulla spinosa questione dei sottosegretari oggetto, per vari motivi, d’indagini giudiziarie ma indotti, o meglio costretti, a lasciare i loro incarichi di governo solo in un caso, quello del senatore Gentile, del nuovo centro destra: mentre per gli altri quattro, guarda caso tutti del pd, Renzi ha preferito chiudere un occhio, anzi tutti e due. E ha cominciato così male, molto male la sua battaglia contro la grande bruttezza

Di Mario Pinzauti - Il Journal


Toni Capuozzo: ecco perché nessuno vuole davvero risolvere il caso dei nostri due marò





marzo 6, 2014 Francesco Amicone
 
I magistrati indiani non possono condannare Girone e Latorre perché le prove non ci sono. Ma il processo è continuamente rinviato. Perché? Per businnes, propaganda politica e per oscurare storie di tangenti che lambiscono Sonia Gandhi

India, marò italiani liberi su cauzione

Negligenze, sbagli, manipolazioni, interessi economici e politici compromettono irreversibilmente l’inchiesta che deciderà il destino dei marò del reggimento San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. «I governi italiani, da Monti a Letta, hanno tentato inutilmente di salvare capra e cavoli. Il business con l’India, e in subordine, i due marò. Il risultato è che stanno perdendo i cavoli e che anche la capra se la passa male». Questa è la chiave di lettura del giornalista Toni Capuozzo sulla vicenda processuale e diplomatica che da due anni costringe i due soldati italiani all’esilio forzato a Kochi, nello stato del Kerala, con l’accusa di aver ucciso due pescatori scambiandoli per pirati.

Capuozzo, il business fra Italia e India mette in secondo piano la salvaguardia dei due militari italiani?
Al secondo rientro in India era stato il ministro Giulio Terzi a parlare di pressioni da parte del dicastero dell’economia. L’interscambio fra i due paesi stava crescendo da vent’anni. Fino a due anni fa. Dopo il caso dei marò, scoppiato nel febbraio 2012, si è invertita la tendenza. Il commercio è diminuito di quasi il venti per cento.

Come dovrebbe agire il governo Renzi?
Credo che non possa fare peggio del governo Letta. L’ex ministro degli esteri, Emma Bonino, ha usato toni bassissimi con l’India senza mai interessarsi davvero alla questione e alle indagini. Il governo Renzi dovrebbe, invece, alzare la voce. Che non significa “parlare a voce alta”. E poi dovrebbe agire su più piani. Dopo aver scampato il processo per terrorismo, che avrebbe invertito l’onere della prova imponendo alla difesa di provare l’innocenza dei marò, bisogna affrontare due prospettive. La prima è il ricorso a un arbitrato internazionale, che però costringerebbe a tempi lunghi; la seconda è il processo in India, che andrebbe affrontato dicendo ad alta voce che i due marò non sono innocenti perché hanno la divisa, ma perché sull’inchiesta pesano forti dubbi. Ci sono molti dettagli che sono segnali innocenza.

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Di quali prove si tratta?
La polizia indiana ha raccolto una sessantina di testimonianze fra cui quelle degli italiani, ha sequestrato 45 oggetti e ha svolto una perizia senza che fossero presenti i periti della difesa. Sarebbe già di per sé indicativo per capire come si è svolta l’indagine. Ma dobbiamo anche ricordare la distruzione dei due terzi del corpo reato, il relitto semi-affondato ed esposto alle intemperie del St. Anthony, la barca sulla quale sono stati colpiti da colpi di arma da fuoco i pescatori indiani. Le perizie non si possono più rifare e bisognerebbe fidarsi di quella indiana. C’è poi il caso della manipolazione degli orari. La rivista guardia costiera indiana riporta orari diversi da quelli della polizia.

Quindi non è soltanto per cause politiche che il processo è continuamente rimandato?
I continui rinvii non sono dovuti soltanto a motivi di campagna elettorale dei partiti indiani che usano la vicenda per farsi propaganda, ma al forte imbarazzo per le prove manipolate male e per le indagini della polizia del Kerala condotte a senso unico. Nessun tribunale potrebbe condannare i marò sulla base degli indizi raccolti. Prove chiare e nette avrebbero suscitato meno imbarazzi e il processo sarebbe partito speditamente. Se un giudice istruttore avesse le prove inconfutabili della colpevolezza di Latorre e Girone avrebbe già chiesto il rinvio a giudizio, impedendo il deteriorarsi dei rapporti diplomatici. Però ho il sospetto che ci sia anche dell’altro. Nemmeno il governo indiano ha interesse a far tramontare la vicenda.
Perché?
Perché oscura altri processi, come la storia di tangenti fra aziende estere, come Finmeccanica e Rolls Royce, e che lambiscono Sonia Gandhi e il partito del Congresso. Il caso dei marò distoglie l’attenzione dei media. L’India ha una giustizia lenta e una magistratura indipendente. Ma noi italiani sappiamo bene cosa vuol dire una giustizia lenta e una magistratura solo in teoria indipendente. Sappiamo come può essere usata una accusa in un processo che non si conclude mai. Consente di tenere sempre alta la tensione. E a molti politici indiani conviene.

fonte: Tempi

05/03/14

LE MASCHERE DELLA VERGOGNA AL CIRCOLO ARCI



Polemica sul carnevale di Reggio Emilia: offese a Girone e Latorre



Reggio Emilia - L'unica attenuante è il detto «scherza coi fanti», per il resto l'indignazione c'è tutta.
A Gattatico, il circolo Arci Fuori Orario è il tempio della musica e della cultura di Sinistra che conta: riceve lauti finanziamenti pubblici per la sua alta attività culturale, gode di vantaggi fiscali rispetto alle altre attività commerciali ed orienta il voto, basti pensare che ha sostenuto il Pd Luca Vecchi alle recenti primarie, da domenica candidato a succedere a Graziano Delrio alla carica di sindaco. Ma il carnevale andato in scena sabato ha disgustato anche a sinistra. In due scimmiottavano la divisa della Marina. Una gigantesca palla di cartapesta agganciata alla cintola e un cartello inequivocabile: «Che due marò» (nella foto). Crasse risate. La maschera ha vinto il primo premio, un viaggio per due persone in una capitale europea. Il circolo ha postato sul suo profilo Fb la foto con la scritta «Siete stati meravigliosi». Una buffonata dove emerge l'ipocrisia della sinistra: al governo promette massimo impegno per riportare a casa i due fucilieri, nel privato fa il contrario e ingrassa le file di quelli che i marò è meglio che marciscano in India. La pagina Facebook del circolo è stata tempestata di insulti. Il giorno dopo, anche a seguito del clamore mediatico è arrivato il dietrofront del circolo Arci: «Abbiamo rimosso il post», ammettendo che quelle foto «avrebbero potuto turbare chi è coinvolto in questa triste vicenda. A questi vanno le nostre scuse». Non prima di una chiusa velenosa: «Non lo abbiamo tolto per accontentare i facinorosi». Dunque protestare per uno sfottò verso due famiglie che soffrono e due militari che rischiano la vita è un atto da facinorosi.





fonte: Libero.it 

LA RISPOSTA INTERNAZIONALE. Tutti insieme appassionatamente per la Crimea… forse


A “Fuori dal Mondo” avevamo deciso di concentrare l’analisi sull’azzardo del Cremlino nell’affare di Ucraina, ma è forse il caso di procedere, antecedentemente, con una panoramica della propensione globale alla vicenda principale di questi ultimi giorni. I due punti di riflessione in realtà non sono affatto disgiunti, dal momento che un policy maker di respiro internazionale come il Presidente della Federazione Russa è cosciente di come un’azione di Mosca debba tenere conto di ogni variabile estera, specie nel principio di un “azzardo”, come è stato definito da molti l’inclinazione russa verso il suo vicino occidentale. Che si possa sovrastimare o sottovalutare (come qui si pensa) la contro-risposta internazionale, almeno nel breve periodo, è una variabile imprescindibile per valutare l’effettiva portata dell’azione di uno stato nei confronti di un’altra realtà politica, seppure friabile. Valutare quindi l’impatto internazionale dell’azione russa potrà sicuramente dirci di più sulla lungimiranza, o tragica miopia, della “visione da scacchiera” di Vladimir Vladimirovich Putin.

NAVE DA GUERRA 
La storia insegna e la Russia, di storia, ne conosce molta. Tirare l’acqua al proprio mulino è chiaramente un esercizio che appartiene ai maggiori “makers” dello scenario internazionale, Stati Uniti in primis, ma i russi hanno un particolare “expertise” da questo punto di vista, un trascorso esperienziale che è venuto in aiuto (sarà veramente tale?) dei pianificatori strategici del Cremlino agli albori della decisione dell’operazione in Crimea, e ora non più solo nella Penisola (peraltro da sempre a maggioranza russa, non solo russofona).
Così sarà spontaneamente tornata alla memoria del Cremlino l’imbarazzante e stampellata reazione del “fronte occidentale” alle ultime vicende internazionali, dalla Libia a soprattutto la Siria, dove lo scoramento francese e lo stop britannico hanno forse salvato Obama e gli USA dall’impiccio peggiore che sarebbe potuto svilupparsi. Applicarlo anche al caso ucraino è un esercizio tanto spontaneo quanto razionale nella sua genesi, almeno all’apparenza, dal momento che se la Libia ha creato quel che ha creato, poiché gli interessi in gioco erano solo pressochè regionali, mentre il quadro internazionale avviluppato su Damasco ha impedito una definizione dei problemi siriani per i troppi interessi globali in gioco, in particolare quelli russi.
Se l’America non è esente da ipocrisie e la frase di Obama: “Putin sta dal lato sbagliato della storia” (qual è quello giusto?) non è proprio il massimo in termini di pragmatica efficienza estera, quale può essere il freno all’azione moscovita in Ucraina in assenza, così credono i quadri militari e d’analisi, di una risposta compatta da parte della NATO, dagli USA e, ancor meno probabile, dall’Unione europea, certamente non una forte opposizione.

GNAM 
Ma sarà poi vero? Non sarà forse invece una situazione diversa da quella libica e non sarà forse un caso in cui Putin arriva consumato dalla sua performance in Siria, legato a un rispetto della sovranità (del tutto di comodo) che potrebbe ritornargli contro in Ucraina, visto che la protezione della popolazione russa o russofona appare del tutto pretestuoso, dal momento che, almeno in Crimea, la parola della Russia è legge, da Sebastopoli a Sinferopoli?
Alcune considerazioni in merito si possono già compiere valutando la propensione globale sul caso della Crimea, del destino dell’Ucraina e dell’azione russa. In molti casi si verificano dinamiche ampiamente prevedibili e previste, dalla poca coesione della (dis)Unione europea alle sterili lamentele degli Stati Uniti, dalle ancor più sparute rimostranze della NATO e delle Nazioni Unite, all’annunciato schieramento cinese a fianco, anzi, al retro, della Russia, per non dare l’impressione di accodarsi alle lamentele dell’Occidente e fare uno sgarbo, uno di più, all’amministrazione Obama.
Tuttavia si nota un forte, crescente imbarazzo da parte di chi, come la Germania, si trova presa tra due fuochi, da un lato quello politico istituzionale dell’Unione, dall’altro quello economico strategico dei legami con l’orso moscovita. E non sono gli unici tentennamenti, a dimostrazione che l’ “Affare Ucraina” potrebbe risultare troppo grande, persino per Putin e, nella fattispecie, inutile, come vedremo nel prossimo articolo. E poi ci sono gli ovvi, immancabili e giustamente interessi connaturali in gioco ad animare il gioco delle parti su cui conta Putin per poter agire indisturbato nell’ennesima riedizione dell’epopea della potenza russa. Qualcosa, però, potrebbe non andare per il verso prescelto dal Cremlino…

CINA_-_Protestanti 

Restano le impressioni internazionali da sottolineare. La Cina, come detto, sostiene la decisione moscovita di aiutare la popolazione di origine russa che popola la penisola e la parte est della nazione ucraina, anche se questo stride e non poco contro il principio di non ingerenza che anima non solo il governo di Pechino ma quel fiore all’occhiello dei cinesi (e dei russi) che è la “Shangai Cooperation Organization”. Che poi, a corollario di tale linea d’azione, ci sia anche l’acquisto di 100.000 ettari di terreno agricolo su suolo ucraino, proprio in faccia all’orizzonte della penisola di Crimea, che potrebbero diventare 5.000.000 a scopo agricolo per ridurre l’annoso problema della “food security” di Pechino, questo è un altro discorso. Rimane il forte impaccio, ad ogni modo, di 3 miliardi di dollari di prestiti che, si dice, la Cina vorrebbe ripagati in mais dal governo di Kiev; un accordo sancito nel febbraio 2012 (in cambio l’Ucraina avrebbe concesso 3 milioni di tonnellate di mais alla Cina ogni anno) che avrebbe dovuto permettere a Kiev di utilizzare i soldi cinesi sempre a scopo agricolo, per il potenziamento degli impianti di irrigazione.
Il portavoce del governo cinese, che ha ampiamente discusso con il ministro degli esteri russo Lavrov, ha ripetutamente sostenuto che Pechino non si sognerebbe mai di tirare fuori una questione di debito in questo frangente ma tant’è… (d’altronde Gazprom stessa si dice molto preoccupata per i debiti di 2 miliardi di Kiev nei confronti del governo russo per le forniture di gas arrivate da tempo). E il gas è a farla da padroni, è chiaro, ma solo a livello preliminare, e per l’analisi più superficiale della questione.

Renzi, non vogliamo Ue che dà linea a Italia 

Mentre Francia, Regno Unito e Stati Uniti si schierano fortemente per una serie di sanzioni e per l’estromissione della Russia dal G8 (oltre che all’ovvio boicottaggio di Sochi, di nuovo lei, sede del prossimo meeting internazionale), Germania e Italia guardano con orrore a una visione di questo tipo, seppur per motivi diversi. È vero che le possibili ripercussioni in tema di esportazioni di gas russo passando per l’Ucraina, in caso di cataclisma geopolitico, sarebbero molto gravi soprattutto per il Nord Europa, visto che l’80% del gas russo passa per l’Ucraina e l’Europa è per il 40% importatrice del gas moscovita, ma l’approvvigionamento energetico conta fino a un certo punto.
L’incertezza della questione di Crimea, e dell’Ucraina nel suo complesso, visto che la situazione a Donetsk e Odessa sembra degenerare e assomigliare sempre più a quella di Sinferopoli, pesa come per un macigno per gli accordi commerciali stretti dallo stato di Kiev e alcuni grandi partner europei tra cui, guarda caso, l’Italia, che con ENI ha siglato proprio il novembre scorso un accordo di “producing sharing” per l’esplorazione “offshore” del Mar Nero Ucraino. Gli accordi di questo tipo e la tradizionale simpatia tra Roma e Mosca sono molto più pressanti del gas moscovita, per fortuna sostituibile dalla buona e consolidata struttura di diversificazione energetica nazionale (che in passato ha dovuto sostenere preoccupazioni ben peggiori). Politica e dialogo divengono quindi le armi della diplomazia italiana, in verità le uniche che potremmo usare in questo frangente, anche per liberarci dall’imbarazzante impaccio di dover di nuovo prendere parte a uno scontro in cui si sommano interessi contrapposti ma a noi molto amici (come in Libia).

Merkel, EP 

La posizione politica viene fortemente condivisa dalla Germania di Angela Merkel, irritatissima per il forte imbarazzo provocatole dalla perentoria decisione di Putin di voler procedere con il suo piano di Crimea: le intese tra Berlino e Mosca sono sempre più forti, dal punto di vista economico, con la Russia che è divenuto uno dei principali mercati di esportazione di beni tedeschi e quanto detto dalla Merkel circa il fatto che “Putin abbia perso i riferimenti della realtà” denota una Germania scocciata e imbarazzata liaison con la Russia, tanto da proporre, con una telefonata “Angela-Vladimir” una missione di verifica in Ucraina sotto il controllo dell’OSCE per intraprendere un vero dialogo politico sulla questione.
Quanta stizza nell’agire di Berlino, molto evidente, tanto da lasciare pensare che, in una deprecabile resa dei conti, Berlino sarebbe costretta a mandare il business all’aria e sostenere le rimostranze occidentali nei confronti del ricco partner moscovita. Qualcuno, ad ogni modo, dovrebbe spiegare alla Cancelliere di ferro del nuovo millennio che gli incontri tra Lavrov e il ministro degli esteri tedesco Steinmeir, a margine della conferenza sui diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra (che ironia), possono dare un’immagine non proprio cristallina dell’operato tedesco, visto che Steinmeir è uno dei maggiori sostenitori della non esclusione della Russia dal G8, oltre che essere il protetto dell’ex Cancelliere Schroeder, amicissimo di Putin e grande fautore del progetto “Nord Stream” per il trasporto tramite pipeline del gas naturale russo sul suolo tedesco.


ucraina 

Tutti questi fatti avvengono nel momento in cui viene smentito l’ultimatum alle forze ucraine diffuso in maniera improvvida dall’agenzia russa Itar-tass, mentre il Consiglio straordinario degli Esteri UE ha condannato la Russia e chiesto il ritiro immediato, non senza che il Presidente del Consiglio Europeo, Van Rompuy abbia convocato per giovedì un vertice straordinario con un obiettivo solo “de-escalation”.
Sarà molto arduo ottenere ciò (molto dipenderà anche dalla visita del Segretario di Stato Kerry, oggi a Kiev), ma è certo che la Russia inizi a muoversi un po’ troppo indipendentemente dalle proprie, seppur grosse, zampe d’orso, con la convinzione che tutto andrà come in Georgia o, per altri aspetti, come in Siria.
Già la Georgia, motivo di ulteriore imbarazzo per Berlino verso l’amico moscovita, dal momento che la Germania e l’allora non più cancelliere Schroeder in particolare, furono i più strenui sostenitori della reazione russa allo sciagurato attacco georgiano. Come agire adesso? Tornano a mente le parole di Putin, nel suo celebre op-ed sul New York Times circa la Siria, sulla necessità di utilizzare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per dirimere le controversie internazionali e il caos (quello globale, non quello nell’accezione russa): che Vladimir possa scivolare sulle sue stesse parole e fregare agli americani la palma dell’incoerente parolaio? Sono errori che, alla lunga, si pagano (intanto le borse di tutta Europa, compresa quella russa, sono in picchiata), soprattutto quando si è passato oltremodo una vita a dire agli americani di “farsi gli affari propri”.
Chiudiamo con la notizia per cui pare che la presenza russa in Ucraina sia stata richiesta da una lettera di pugno da parte di Yanukovich, il presidente senza stato deposto e ora in Russia a perorare la propria causa. I russi, per la verità molto infastiditi per il fallimento dell’uomo su cui avevano puntato molto, costringendoli (vedremo) a muoversi, pensano che una giustificazione di Yanukovich li liberi dal fardello morale di essere in Ucraina. Qui si ritiene invece che tale costrutto renda la faccenda non solo più contorta ma anche tendenzialmente fragile nelle mani artigliate dell’orso russo: proteggere i russi o assecondare le richieste di un presidente deposto? (a prescindere dalle notazioni di merito sull’operato di Yanukovich alla guida, democraticamente eletto nel 2010, del paese).
E’ un’ardua sentenza alla quale la Russia cerca forse risposta. Purtroppo per Putin, questa volta, quasi sicuramente, arriveranno altre risposte oltre alla sua, perché il quesito è troppo grande. Vedremo nel prossimo numero (e nelle prossime ore) se per Mosca ne varrà la pena.

fonte : Italia Post