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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

04/02/17

Lo “schema Soros” e l’immigrazione indotta


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1, 2, 3… TANA PER SOROS!
Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.
Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).
Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.
Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

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SOROS E L’IMMIGRAZIONE ILLEGALE
Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).
Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).
E infatti i suoi miliardi li ha fatti (e continua a farli) mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992, subimmo l’attacco speculativo orchestrato dal suo fondo “Quantum” che bruciò il corrispettivo di 48 mila miliardi di dollari delle nostre riserve valutarie, costringendo la Lira ad uscire dallo Sme (insieme alla sterlina inglese).

E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

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LO SCHEMA SOROS: POVERI-PROFUGHI-IMMIGRATI
Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in Usa grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.
In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombe solo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

A COSA SERVE L’IMMIGRAZIONE INDOTTA?
L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.
La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.
Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.
Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

di Gianpaolo Rossi - 2 febbraio 2017

TRUMP SULLE ORME DI REAGAN, CON QUALCHE CONTINUITA’ CON OBAMA


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Donald Trump, come previsto, rompe gli argini e nella prima settimana da inquilino della Casa Bianca conferma tutte le intenzioni manifestate nel programma che lo ha portato a vincere le elezioni presidenziali.
In politica estera ribadisce il rinnovato asse con Londra nell’incontro con Theresa May, il premier britannico elogiata per l’uscita dall’Unione Europea che Trump definisce pubblicamente uno strumento controllato dalla Germania e avversario degli Stati Uniti.
Non è un caso che la signora May sia stata il primo capo di Stato a incontrare Trump dopo l’insediamento alla Casa Bianca, a conferma di un’ulteriore smarcamento britannico dalla Ue i cui leader continuano a esprimere perplessità se non addirittura disprezzo (è il caso di Lean Claude Juncker e Francois Hollande) nei confronti del nuovo presidente statunitense.
La riconferma dell’intesa anglo-americana, che sembra voler rinnovare i fasti raggiunti negli anni ’80 dalla coppia Ronald Reagan-Margareth Thatcher, avrà probabilmente tra i suoi obiettivi il contenimento della Cina e il contrasto alla Ue “germanocentrica”.
Obiettivi che, pur con “stile” e linguaggio diversi, erano stati perseguiti anche da Barack Obama che non a caso si rammaricò dell’esito del referendum britannico di giugno valutando che con l’uscita di Londra la Germania avrebbe assunto indisturbata le redini dell’Europa grazie a un asse con la Francia che, militarmente parlando, è ancora la maggiore potenza del Vecchio Continente.
Pur senza usare la retorica di facile presa e un po’ da cow-boy di Trump, Obama aveva in più occasioni criticato la politica economica basata sull’austerity che Berlino ha imposto ai partner.
Politica funzionale ad ampliare il dominio tedesco sull’economia degli altri paesi Ue ma che secondo Obama ostacola la ripresa dell’economia mondiale dopo la crisi scoppiata nel 2008.
La richiesta al generale James Mattis, segretario alla Difesa, di mettere a punto un piano per incrementare la guerra allo Stato Islamico conferma la volontà di Trump di vincere il lungo conflitto col jihadismo iniziato ufficialmente l’11 settembre 2001 ma in realtà in atto già da dieci anni prima. Una guerra all’estremismo islamico che Trump ritiene possa essere vinta sui campi di battagli grazie a un’intesa con la Russia basata proprio sulla necessità di combattere il nemico comune.
Un’opzione che, se concretizzata, permetterà all’asse Mosca-Washington di affrontare con maggiore incisività la guerra al jihad dalla Siria all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia.
I provvedimenti sul fronte interno assunti da Trump vanno nella stessa direzione. Lo stop all’ingresso di cittadini islamici provenienti dai Paesi a più intensa e capillare presenza jihadista, inclusi Iraq e Siria, lascia intendere che ormai è stata maturata la consapevolezza della pericolosità intrinseca di un’immigrazione islamica dalle potenzialità esplosive in termini di terrorismo e proselitismo.
L’annuncio di privilegiare l’accoglienza di rifugiati cristiani va in questa direzione ed evidenzia ancora di più le differenze con un’Europa ormai in balìa della minaccia interna di matrice islamista ma incapace di assumere decisioni politiche efficaci e consequenziali.


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L’incremento della lotta all’immigrazione clandestina, simboleggiato con il via al completamento del muro lungo il confine col Messico può apparire un evidente simbolo del “razzismo” di Trump solo a chi finge di non sapere che quel muro venne eretto per la parte già completata dal democraticissimo Bill Clinton mentre sotto l’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno respinto migliaia di cubani che tentavano di raggiungere la Florida con barconi e gommoni ed espulso quasi 3 milioni di immigrati clandestini, per lo più messicani e centro-americani.
Che Trump voglia continuare su questa strada bloccando futuri ingressi illegali ed espellendo almeno lo stesso numero di clandestini di Obama scegliendoli prioritariamente tra coloro che hanno commesso reati e crimini, può stupire solo un’Europa che ha ormai rinunciato ad esercitare qualunque tipo di sovranità inclusa quella sui suoi confini.
“Una nazione senza frontiere non è una nazione” ha detto il neo presidente americano. Una frase che suonerebbe banale in ogni epoca storica ma che diventa rivoluzionaria (o reazionaria, a seconda dei punti di vista) nell’Occidente di oggi, specie in Europa. Un’espressione che offre una sponda, da questa parte dell’Atlantico, ai movimenti patriottici che si oppongono agli sbarchi indiscriminati di milioni di asiatici e africani quasi tutti di fede islamica.
Meglio però non farsi illusioni e non contare troppo su Trump come paladino dei partiti cosiddetti “sovranisti” o populisti europei. Attenzione infatti a considerare Trump, come i suoi predecessori, un “amico” o un “nemico”. Il presidente degli USA difenderà sempre gli interessi americani sia che lo dica apertamente (America First!) sia che esprima concetti opposti come il “multilateralismo” o l’inconcludente “soft power” enunciati a suo tempo da Obama.
Trump sostiene i movimenti populisti e nazionalisti europei perché sono lo strumento più funzionale al contrasto a un’Unione Europa considerata espressione di un nascente “Quarto Reich” tedesco.
Non può essere casuale che Trump stia stringendo nuovamente l’alleanza con Londra, una “relazione speciale” dalle radici lontane che si era molto diluita dopo l’uscita di scena di George W. Bush e Tony Blair, ma al tempo stesso punti a un’ampia intesa strategica con Mosca.


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Fa quasi sorridere pensare che gli stessi alleati di 70 anni fa sono di nuovo pronti a mobilitarsi contro l’egemonia tedesca nell’Europa continentale, uno schema storico che richiama le parole di Winston Churchill che dopo la vittoria del 1945 prefigurò un nuovo scontro in Europa “tra 50 anni” quando la Germania rialzerà la testa. Potrebbe non essere una coincidenza che Trump abbia voluto che il busto di Churchill, fatto rimuovere da Obama, tornasse al suo posto nella Sala Ovale della Casa Bianca.
L’opportunità di rientrare nel novero delle grandi potenze grazie al “patto d’acciaio” con Trump non è sfuggita al governo di sua Maestà, pronto a compiere un’inversione clamorosa di marcia sulla Siria, accettando ora che Bashar Assad resti al suo posto come pretende Mosca.
Oltre alla Germania nel mirino di Trump c’è però anche la Cina contro la quale il presidente sembra voler utilizzare due strumenti: il potenziamento militare e soprattutto navale nel Pacifico e una guerra commerciale con la limitazione dell’accesso delle merci cinesi al mercato americano.
Una decisione giudicata da molti azzardata ma che sta premiando Trump anche con un boom senza precedenti di Wall Street.
L’obiettivo strategico sembra quello di portare Pechino verso un ulteriore corsa al riarmo che coincida con il crollo, o almeno lo stop alla crescita della sua economia (già pericolante) che potrebbe determinare ampie rivolte e disordini interni in un Paese dove oltre un miliardo di persone vivono in condizioni difficili, sotto il tallone di un regime oppressivo quanto corrotto e nutrono una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni locali e centrali.
Trump sembra avere in mente qualcosa di simile alla strategia adottata da Ronald Reagan contro l’Unione Sovietica. Del resto anche l’ex attore di Hollywood che cambiò il mondo e la sua mappa venne accolto al suo insediamento con marce di protesta, insulti e dal disprezzo dagli ambienti intellettuali, radical-chic e di sinistra.
In fondo “continuità” potrebbe significare per Trump anche concludere coni regimi cinese e nordcoreano l’opera di demolizione del comunismo avviata da Reagan con l’Urss.

Foto Reuters e AP

di Gianandrea Gaiani - 30 gennaio 2017

Le ragazze yazide vengono vendute come schiave sessuali, mentre le donne marciano contro Trump


  • Alcune ragazze yazide sono state vendute per qualche pacchetto di sigarette.
  • "Alcune di queste donne e ragazze hanno dovuto vedere bambini di 7-8-9 anni morire dissanguati davanti ai loro occhi, dopo essere state stuprati più volte al giorno dalle milizie dell'Isis. Questi stessi miliziani hanno bruciato vive molte ragazze yazide perché si erano rifiutate di convertisti. (...) Per quale motivo? Perché non sono musulmane...". – Mirza Ismail, presidente dell'Organizzazione dei diritti umani yazidi.
  • "Si tratta di un genocidio contro le donne." – Zeynep Kaya Cavus, leader del movimento alevita.
  • Purtroppo, molte delle organizzatrici e delle partecipanti alla "Marcia delle donne" a Washington hanno ignorato le donne torturate e sterminate dai terroristi islamisti e quelle che in altri parti del mondo non ricevono un'istruzione e non possono uscire di casa senza il permesso di un uomo.
  • Se solo queste donne si sentissero motivate a protestare contro la riduzione in schiavitù, gli stupri e le torture delle donne e dei bambini yazidi come hanno fatto per il costo degli assorbenti interni.
Il 21 gennaio, alcuni gruppi che si battono per i diritti delle donne hanno organizzato la "Marcia delle donne" in numerose città degli Stati Uniti e del mondo. Queste manifestazioni di protesta hanno principalmente preso di mira il neopresidente americano Donald Trump.
Queste marce hanno visto un gran numero di oratrici e partecipanti. Una di queste, Ashley Judd, ha letto una poesia a Washington, D.C., che chiedeva perché "gli assorbenti interni sono tassati quando il Viagra e il Rogaine non lo sono".
Mentre la signora Judd parlava della sua terribile tragedia, migliaia di donne e bambine yazide, prigioniere dello Stato islamico, erano vittime di schiavitù sessuale in Iraq e in Siria ed erano scambiate o vendute al mercato come schiave sessuali.


Mentre l'attrice Ashley Judd si lamentava a Washington, D.C., alla "Marcia delle donne" del fatto che "gli assorbenti interni sono tassati quando invece il Viagra e il Rogaine non lo sono", migliaia di donne e bambine yazide, prigioniere dello Stato islamico, erano vittime di schiavitù sessuale in Iraq e in Siria.


Il 3 agosto 2014, l'Isis attaccò la cittadina yazida di Shingal, in Iraq: più di 9.000 yazidi furono uccisi, rapiti o costretti alla schiavitù sessuale. Gli yazidi sono una minoranza religiosa storicamente perseguitata in Medio Oriente.
Lo Stato islamico ha istituzionalizzato una cultura di stupri e schiavitù sessuale. L'Isis conduce una vera e propria guerra contro le donne. Ha perfino pubblicato un "tariffario" delle bambine yazide e cristiane da uno a nove anni.
Raymond Ibrahim, specialista di Medio Oriente, ha raccontato la storia di una ragazza yazida resa schiava all'età di 15 anni e che è rimasta per diversi mesi prigioniera prima di riuscire a fuggire:
"Ricordo che un uomo di circa 40 anni venne a prendere una bambina di 10 anni. Quando la piccola osò opporgli resistenza, lui la pestò a sangue, con delle pietre, e avrebbe aperto il fuoco contro di lei se non lo avesse seguito. Tutto contro la sua volontà. Erano soliti venire a comprare le ragazze che non avevano un prezzo, intendo dire che essi ci dicevano che noi ragazze yazide eravamo sabiya [bottini di guerra, schiave del sesso], kuffar [infedeli], che venivamo vendute senza fissare un prezzo", vale a dire senza che avessero un valore di base e questo spiega il motivo per cui le ragazze yazide potevano essere "vendute" in cambio di qualche pacchetto di sigarette.
"Ogni giorno sono morta 100 volte e anche più. Non una sola volta al giorno. Sono morta ogni ora. (...) per le percosse, le sofferenze e le torture", ha raccontato la ragazza.
Mirza Ismail, fondatore e presidente dell'Organizzazione dei diritti umani yazidi, ha detto in un discorso pronunciato davanti al Congresso americano:
"Secondo le numerose donne e ragazze che sono riuscite a fuggire con cui ho parlato nel nord dell'Iraq, sono stati rapiti più di 7.000 yazidi, per lo più donne e bambini.
"Alcune di queste donne e ragazze hanno dovuto vedere bambini di 7-8-9 anni morire dissanguati davanti ai loro occhi, dopo essere state stuprati più volte al giorno dalle milizie dell'Isis. Questi stessi miliziani hanno bruciato vive molte ragazze yazide perché si erano rifiutate di convertisti. Per quale motivo? Perché noi non siamo musulmani e perché il nostro cammino è un cammino di pace. Per questo, veniamo bruciati vivi: per aver voluto vivere da uomini e donne di pace".
Nel dicembre 2015, fonti giornalistiche hanno rivelato che l'Isis ha venduto donne e bambini yazidi nella città di Gaziantep (o Antep), situata nella Turchia sud-orientale. Gaziantep è conosciuta per essere il centro di diverse attività dello Stato islamico.
Malgrado le minacce, i difensori dei diritti delle donne a Gaziantep hanno protestato contro l'inerzia del governo turco di fronte alle attività dell'Isis.
Un'attivista del gruppo "Piattaforma delle donne democratiche di Gazientep", Fatma Keskintimur, ha letto un comunicato alla stampa, di cui ecco un estratto:
"Tutti sanno che le bande jihadiste che combattono in Siria ricevono l'aiuto più cospicuo dalla Turchia e tutti conoscono le case che le cellule jihadiste utilizzano. (...) Tenuto conto del pericolo che questa situazione crea per gli abitanti di Antep, lo sconcerto della gente va crescendo di giorno in giorno.
Anche in simili circostante, i paladini dei diritti delle donne in Turchia – in particolar modo i curdi – continuano a battersi e a protestare contro il governo.
L'anno scorso, ad esempio, "l'Assemblea delle donne yazide" ha celebrato il 3 agosto "la giornata dell'azione internazionale contro i massacri delle donne e il genocidio". I membri del Partito democratico del popolo (HDP, filo-curdo) hanno organizzato delle proteste in molte città della Turchia per condannare il genocidio yazida e mostrare la loro solidarietà alle vittime.
Safak Ozanlı, un ex deputato dell'HDP, ha detto che l'Isis tiene ancora prigioniere 3.000 donne yazide come schiave sessuali: "a Shingal e Kobane le donne sono considerate dallo Stato islamico come un bottino di guerra. Le donne che rimangono in vita sono vendute agli sceicchi arabi. Noi – come donne – resteremo unite contro l'Isis e tutti i dittatori".
Anche i membri della minoranza religiosa alevita hanno appoggiato le proteste a Mersin. Zeynep Kaya Cavus, leader del movimento alevita, ha detto che le donne yazide vengono "rapite e ridotte in schiavitù come bottino di guerra ed esposte a sistematiche aggressioni sessuali. Si tratta di un genocidio contro le donne".
Ci sono inoltre degli americani che fanno del loro meglio per aiutare il popolo yazida, come Amy L. Beam, un'attivista per i diritti umani che vive in seno a questa comunità e opera a sostegno degli yazidi dal 2014. Il suo libro, The Last Yezidi Genocide, è di prossima pubblicazione. La Beam è direttore esecutivo di "Amy, Azadi e Jiyan" (AAJ – che sta per "Amici, Libertà e Vita"), un'organizzazione umanitaria che opera nel Kurdistan iracheno.
"Migliaia di yazidi hanno una lunga lista di familiari morti o scomparsi in Iraq o in Siria, nelle zone sotto controllo dello Stato islamico", ella ha scritto. "Il loro morale è a pezzi, dal momento che gli aiuti internazionali, un anno dopo l'attacco, sono pressoché inesistenti".
"I combattenti dell'Isis che hanno ricevuto una ragazza come trofeo di guerra sottopongono queste ragazze e donne yazide con i loro figli (...) a delle violenze fisiche e a stupri ripetuti. Più di un migliaio di loro sono riuscite a scappare da sole o sono state liberate".
Ci si sarebbe aspettato che le femministe in America avrebbero alzato la voce contro gli attacchi genocidi alle donne e bambini yazidi. Ma non lo hanno fatto. "I gruppi che si battono per i diritti delle donne negli Stati Uniti non hanno espresso il loro sostegno alle donne in Iraq e in Siria che vengono oppresse, rapite e violentate", ha dichiarato Amy Beam al Gatestone.
Alcune della partecipanti alla marcia delle donne a Washington hanno affermato che Trump le priverà dei loro diritti, un'accusa che molte donne che soffrono sotto i governi o le organizzazioni islamiste troverebbero ridicola. Esse si preoccupano a giusto titolo che venga loro riconosciuto il diritto all'aborto. Ma alla Casa Bianca non si sono insediati gli ayatollah. E Trump sembra determinato a lottare contro il terrorismo islamista, la più grande minaccia per la dignità e la libertà delle donne di tutto il mondo. Questo già mostra il suo impegno per la libertà – soprattutto la libertà delle donne.
Il radicalismo islamico è una minaccia universale. Qualunque colpo inferto che lo indebolisca o lo sconfigga contribuisce a liberare anche le vittime che vivono in altre parti del mondo.
Per così tante persone perseguitate in Medio Oriente, la presidenza di Trump rappresenta una speranza per un cambiamento positivo.
Il 7 novembre, l'Organizzazione dei diritti umani yazidi ha emesso un comunicato pubblico intitolato "Gli yazidi sperano che la presidenza Trump li aiuterà a sradicare l'Isis". Di recente, una donna yazida in Iraq ha chiamato suo figlio "Trump".
La marcia delle donne, nonostante tutte le buone intenzioni di un gran numero di partecipanti, ha violato il principio cardine dei diritti umani: "Il peggio prima".
Purtroppo, molte delle organizzatrici e delle partecipanti alla "Marcia delle donne" a Washington hanno ignorato le donne torturate e sterminate dai terroristi islamisti e quelle che in altri parti del mondo non ricevono un'istruzione e non possono uscire di casa senza il permesso di un uomo.
Se solo queste donne si sentissero motivate a protestare contro la riduzione in schiavitù, gli stupri e le torture delle donne e dei bambini yazidi come hanno fatto per il costo degli assorbenti interni.
Agire come egoiste o come fanatiche deliranti, il cui odio verso un presidente eletto gli fa chiudere gli occhi di fronte ai veri problemi del mondo, non aiuta nessuno. Ci sono state altrettante persone che potrebbero aver odiato altri presidenti.
Che le nostre azioni rammentino alle donne del Medio Oriente che prendiamo a cuore le loro sofferenze.
Uzay Bulut, musulmana di nascita, è una giornalista turca che vive a Washington D.C.


03/02/17

Quando il cittadino si ribella e rifiuta di farsi manipolare


La propaganda che per decenni è servita a plasmare le masse rendendole docili, a mascherare la vera natura di decisioni prese in apparenza “nell’interesse del popolo”, a proclamare guerre e interventi militari basati su giustificazioni morali fallaci o totalmente inventate, quella propaganda oggi non funziona più.
Viviamo un’epoca è straordinaria perché un numero crescente di cittadini rifiuta di farsi ingannare, di vivere in un mondo dove le promesse restano virtuali mentre il malessere è sempre più reale e diffuso. L’influenza dei grandi media, fino a pochi anni fa debordante e incontrastata, soprattutto in Paesi come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti ma anche l’Italia, risulta ormai affievolita. La gente non crede più alla tv, ai giornali appiattiti sul mainstream, ai politici tradizionali. Cerca altrove, in primis su internet, le risposte ai propri dubbi, riscontri alle proprie esperienze, trova il coraggio di ribellarsi, di difendere il proprio benessere e la democrazia.
Un’onda incredibile si è alzata, le cui implicazioni sociali e politiche sono straordinarie, come ho spiegato in un intervento, che ho improvvisato l’altra sera a Milano. Ero andato al Palazzo delle Stelline ad assistere al convegno “Oltre l’euro per tornare grandi“, dove intervenivano, tra gli altri, amici come Alberto Bagnai, Claudio Borghi Aquilini, Mario Giordano, quando Matteo Salvini mi ha invitato a parlare sul palco.
Tema, naturalmente, l’informazione e la manipolazione dell’opinione pubblica. Che ho affrontato come di consueto,  con passione civica. Sono nove minuti di denuncia ma anche di speranza. Buona visione a tutti.






di Marcello Foa - 2 febbraio 2017

02/02/17

Matteo Renzi: dietro le parole, niente



 


Nella corsa al voto anticipato è Matteo Renzi a tenere, più degli altri, il piede schiacciato sull’acceleratore. È solo crisi d’astinenza dal potere? Non proprio. A monte della fregola per il voto anticipato c’è un problema di coscienza sporca sulla gestione dei danari pubblici.
Renzi trema alla sola idea di doversi presentare al giudizio degli elettori a scadenza naturale di legislatura nella primavera del 2018, a pochi giorni di distanza dalla manovra finanziaria del 2017 che sarà lacrime e sangue. Dopo gli anni dell’allegra finanza del suo governo tocca rimettere a posto i conti. È come dopo una festa con gli amici: non puoi lasciare casa ridotta a un porcile. Si dirà: c’è il servizievole Paolo Gentiloni a fare pulizia. Giusto! Ma gli elettori non sono tonti, sanno benissimo con chi prendersela per il conto salato da pagare. Come sanno bene di chi è la colpa per la strigliata rimediata, in questi giorni, dai guardiani europei dei nostri conti che ci intimano di rientrare dell’ultimo “buffo” renziano di tre miliardi e rotti di euro sul deficit. La furbizia, almeno a Bruxelles, non paga e spetta a Gentiloni intestarsi una manovra correttiva in corso d’opera per sistemare le partite contabili aperte surrettiziamente dal suo predecessore. C’è poi la bomba a orologeria del Jobs Act. Tra non molto si scoprirà che è stata una “bufala”. L’effetto doping degli sgravi fiscali sul costo del lavoro ha prodotto l’allucinazione della ripresa occupazionale. Era fin troppo evidente che, ridotti fino all’azzeramento i benefici, vi sarebbe stato un contraccolpo sulla curva occupazionale con un picco negativo previsto per il prossimo anno. Andare al voto prima significa non dover scoprire il bluff. E soprattutto non pagarlo in perdita di consenso.
Ma se Renzi è sofferente, anche il suo partito si sente poco bene. È in preda alle convulsioni preagoniche delle sue molte anime. Fioccano le minacce di sfracelli prossimi venturi. Verrebbe da pensare che la situazione è grave ma non è seria, visto che finora lo scannamento è stato virtuale: solo illusione ottica, fantasia letteraria, reale come la vita su Marte. Il dramma, quello sì autentico, è che non c’è niente di concreto dietro le forme concave del brulicante attivismo interno. Ciò che davvero agita le acque del Partito Democratico è la preoccupazione, tutta umana, per quel folto personale politico a rischio licenziamento, di accaparrarsi uno strapuntino nel prossimo Parlamento. E non c’è nulla neanche nel leader, autoproclamatosi campione di novità.
Matteo Renzi sta guidando i suoi in una corsa verso l’ignoto a fari spenti nella notte, per citare Lucio Battisti. Non c’è visione del mondo in quello che fa. I suoi interventi pubblici? Sequenze di battute e motti di spirito senza costrutto. Non è che lui sia incapace di un pensiero compiuto, il problema vero è che la sinistra, in tutte le sue declinazioni e articolazioni, ha finito la benzina. Non è questione soltanto italiana, piuttosto investe tutte le società dell’Occidente avanzato. Basta guardare alla Francia, alla Germania o al Regno Unito per accorgersi che ovunque la sinistra tradizionale non ha più niente da dire ai suoi bacini di consenso, alcuni dei quali neanche esistono più. Financo l’enfasi propagandistica caricata nella denuncia del populismo montante, a ben vedere, è aria fritta che serve a nascondere la polvere del vuoto di visione sotto il tappeto della Storia del nuovo millennio. Ma, attenzione! Di là dai facili entusiasmi per la scomparsa della sinistra dalle mappe del grande pensiero contemporaneo, la destra stia in allerta perché il rischio di essere risucchiata nel vortice della caduta della controparte è più che concreto.
La critica della perdita della politica vale per Renzi, per il suo partito e per tutti i corpuscoli sospesi nel campo smagnetizzato del progressismo, ma vale altrettanto per la parte avversa: se non si ha la capacità di vedere oltre, se non si sapranno disegnare scenari credibili, se la politica alta non torna a fare capolino nel dibattito pubblico, se i “ragionamenti” complessi non spazzeranno via il ciarpame dei pensierini inscatolati nei tweet, non saranno certo i cittadini a metterci l’ennesima pezza a colori rinnovando il mandato a una classe politica frusta, priva di adeguata garanzia di lungimiranza sui destini della comunità. Allora sarà un unico, devastante hashtag: #tuttiacasa!

di Cristofaro Sola - 02 febbraio 2017