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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

11/01/17

Nella grande nebbia italiana le illusioni di un ceto politico



politica italiana


Il quadro politico italiano si evolve senza una vera direzione se non la disperata ma pressante deriva guidata dai grillini. Le mosse di quel che resta del renzismo sono orientate a far votare prima che svaniscano i ricordi positivi di un triennio pur non brillantissimo, magari in anticipo su una finanziaria 2017 che metta in luce le eredità negative di quella elettoralistica precedente, ed evitando anche un congresso del Pd che potrebbe modificare gli equilibri interni del partito. L’ideale per Matteo Renzi sarebbe votare a giugno.
Il cuore delle intenzioni di Sergio Mattarella (e del suo vasto e crescente “partito”) appare sostanzialmente (doverosamente) istituzionale ma senza un’anima politica: l’esigenza di definire una legge elettorale minimamente decente, garantire le operazione di messa in sicurezza del sistema bancario e, in connessione con questo, del bilancio dello Stato, costruire intanto un qualche rapporto meno conflittuale con tedeschi e francesi. L’ideale per il Quirinale sarebbe votare nel febbraio del 2018.
La sinistra Pd tenta di ridefinire un nuovo profilo del partito e l’avvenimento più importante di questi giorni è lo schierarsi contro l’austerità di Angela Merkel da parte del suo vice Sigmar Gabriel: dopo avere guidato la catastrofe del socialismo europeo, forse, la Spd incomincia a pensare che senza ridare una prospettiva a quel che resta dell’idea socialista ci si condanna a scomparire. In questo contesto la sinistra Pd, peraltro abbastanza disgregata, vorrebbe un voto dopo un congresso che aiuti a recuperare un’anima socialista, e  magari elezioni a novembre, appena approvata una finanziaria i cui esiti sarebbero scaricati su Renzi.
Silvio Berlusconi sotto scacco economicamente dopo le mosse di Vincent Bolloré e politicamente per gli spazi che gli sottrae Matteo Salvini, cerca di temporeggiare, di predisporre un sistema elettorale che consenta uno spazio a una formazione politica da lui direttamente gestita rinviando ogni trattativa sul futuro a dopo che avrà acquisito un po’ di tempo e un minimo di presenza autonoma. In questo suo traccheggiare s’incontra sia con il partito di Mattarella sia con settori del mondo dell’impresa delusi da Matteo Renzi ma al fondo indecisi a tutto.
Matteo Salvini da una parte alza la voce per mantenere il controllo di una base sociale percorsa da un forte malcontento che potrebbe finire (si è visto con chiarezza nel voto di Torino) per orientarsi verso i Cinque stelle, dall’altra si collega ai grandi sommovimenti internazionali: dalla vittoria di Donald Trump alla nuova centralità di Vladimir Putin, fino all’attenzione per le presidenziali francesi (nonché alle politiche olandesi). E infine cerca di capitalizzare il suo peso nel potere amministrativo locale (dalla Regione Lombardia, un po’ sottotono, a quella veneta, invece in grande spolvero, e infine alla crescente influenza in Friuli Venezia Giulia). Non accetta i tempi berlusconiani e se risorgesse un centrismo simil-montiano potrebbe finire nelle braccia di Grillo.
Beppe Grillo cerca di sfruttare fino in fondo il vento dell’antipolitica che le manovre descritte, largamente centrate prioritariamente su interessi da ceto politico (o di scambio tra interessi di ceto politico e vari singoli interessi) alimentano alla grande. Chi spera di sfruttare contro di lui i pasticci della giunta Raggi dovrebbe rendersi conto di come una certa sistematica persecuzione giudiziaria contro il sindaco di Roma stia producendo lo stesso effetto che questa pratica provocava quando sperimentata contro il Berlusconi triumphans: diventava un certificato di garanzia, per chi era sottoposto a questo trattamento, dell’essere estraneo a un establishment sempre più vastamente disprezzato. Per Grillo va bene sia votare subito sfruttando la disgregazione degli equilibri politici in atto sia nel 2018 quando centrosinistra e parte del centrodestra si saranno logorate nel tenere in piedi un quadro politico ormai senza più un’anima.
Questa situazione lasciata a se stessa porta naturalmente, come scrive bene sul Corriere della Sera Paolo Franchi, a una vittoria dei grillini. Anche un ritorno a un proporzionalismo abbastanza puro porterebbe a questo esito: il movimento 5 stelle senza una svolta politica non starà sotto il 30 per cento e la protesta che si esprimerà attorno al voto leghista  in caso di revival di un’offerta politica centrista, arriverà intorno al venti per cento orientandosi alla fine ad appoggiare i grillini, piuttosto che un conglomerato di resti di establishment. Comprendo le preoccupazioni per certe semplificazioni demagogiche espresse dall’ala più protestataria del centrodestra, ma queste sono anche una reazione all’ossificata retorica - particolarmente evidente in certe dichiarazioni euro entusiaste prive ormai di riscontro con la realtà concreta - di quello che si considera il polo moderato dello schieramento liberal-popolare-conservatore.
Il 20 gennaio Donald Trump inizierà a praticare una politica di protezionismo selettivo che inciderà nelle politiche economiche di tutti gli Stati del mondo, e a fare rientrare nel gioco politico la Russia modificando gli equilibri europei, il 20 marzo si voterà in Olanda, il 23 aprile e il 7 maggio per le presidenziali francesi, il 22 ottobre per le politiche tedesche. C’è qualcuno che veramente può prevedere come saranno gli assetti del Vecchio continente alla fine di questi dieci mesi? E se sono certamente semplicistiche le varie ricette di uscita dall’euro, di flat tax senza riscontri di bilancio, di contrasto dell’immigrazione senza un’adeguata politica di potenza, potranno sembrare a qualcuno più concrete le soluzioni che si affidano alle magie di  un povero Mario Draghi sempre più isolato e al tran tran di una Berlino (più maggiordomi luxemburg-bruxellesi) di cui persino il vicecancelliere denuncia gli infernali limiti strategici?
E’ evidente come un quadro nazionale centrato sulla sopravvivenza del ceto politico (e di quei settori economici che con questo “ceto” praticano scambi) non potrà che alimentare un sindacato della rabbia sociale che svolgerà la sua funzione di rappresentanza (con gli annessi vari salari sociali, decrescita felice, avvenire da liquidatori di un vasto patrimonio nazionale nonché  da subappaltatori o da operatori turistici) rispetto ai vari poteri (con i quali Grillo sta già trattando: vedi pasticci Europarlamento) ai quali sarà consegnata una nazione disfatta. Il contesto internazionale (con la Brexit, la vittoria di Trump, la possibile ripresa della Spd, una qualche autonomizzazione della Francia dalla Germania, il ruolo di Vladimir Putin) offre ancora una chance a chi resiste - pur non senza scoramento - all’idea di un’Italia nuovamente ridotta a pura espressione geografica, ma questo spiraglio non potrà essere utilizzato con il mix di furbate e tran tran che caratterizza le prospettive del ceto politico centrale della Repubblica.
Senza verità (cioè: non esistono possibilità di rinverdire stagioni centriste, si devono ricostruire polarità di destra e di sinistra che integrino moderatismo e radicalismo, le necessarie convergenze per gli interessi nazionali, per fondamentali obiettivi costituenti e anche per uno sforzo teso a costruire una vera Europa dei popoli, non devono sovrapporsi  a distinti ruoli di governo e opposizione) e coraggio (si deve superare sia la demagogia sia la retorica, si deve ridare legittimità politica al parlamento votando il più presto possibile, non si possono fare scelte solo subalterne agli interessi del ceto politico o agli scambi con questo, e l’Europa rappresenta una sfida non una soluzione già bella e funzionante), non si andrà da alcuna parte se non nelle mani del sindacato – non privo, dalla sua, di giustificazioni - della rabbia sociale con annessa schiacciante subalternità di quel pochissimo che resterà della nostra sovranità.

di Ludovico Festa - 10 gennaio 2017
fonte: https://www.loccidentale.it

Terrorismo | La "sinistra" governativa rincorre la sicurezza



Vi è una sinergia importante tra l'attuale Capo della Polizia ed il neo-ministro dell'Interno, che in comune hanno una pregressa esperienza nel settore dei "servizi segreti". Il ministro dell'interno dal 2013 ha avuto la delega ai Servizi segreti, il Capo della Polizia è stato direttore del SISDE. E questa sinergia la si vede in una cambio significativo di rotta in materia di comunicazione.

 
L'Italia verrà colpita, non è più una questione di se, ma di come, dove e quando. Allarmi in tal senso vennero lanciati nel 2015 nella relazione sulla politica della sicurezza. Una relazione che invitava l'Italia e l'Occidente a mantenere elevata l'allerta in merito alla nota minaccia terroristica di matrice jihadista che si è attestata negli ultimi anni su livelli significativi.
Ed in merito all'Italia, nel 2015, si scriveva che " el quadro di dinamiche di competizione tutt’altro che univoche la minaccia interessa anche l’Italia, potenziale obiettivo di attacchi pure per la sua valenza simbolica di epicentro della cristianità evocata, di fatto, dai reiterati richiami alla conquista di Roma presenti nella propaganda jihadista". Dalla potenzialità dell'attacco, si è passati alla certezza. Probabilmente qualcosa è mutato, forse, dopo la sparatoria di fine 2016 nei pressi di Milano? O perché si avvicinano le elezioni?
Ma la sensazione che si ha è che se la certezza è certezza, e che il rischio di divenire, in materia di gestione della sicurezza, dell'ordine pubblico, come una Gerusalemme estesa, è elevatissimo, nello stesso tempo il binomio sicurezza e sinistra, soprattutto con quella attuale governativa, oltre ad essere tardivo, è anche politicamente non credibile. E la Francia dovrebbe insegnare qualcosa in tal senso.
Sembra essere diventata una ossessione, vedi in FVG, al primo o secondo o terzo atto criminale compiuto da uno "straniero" ora da una certa "sinistra" si accende il faro della reazione. E' innegabile che un fatto compiuto da uno straniero è oggi giorno percepito come più deprecabile rispetto a quello compiuto da un cittadino italiano. Così come è innegabile che se un tremendo atto delittuoso è compiuto, non dal terrorismo, pur essendo simili gli effetti, ma da un qualunque fuori di testa, il tutto viene percepito in modo diverso. Vedi l'ultimo caso della sparatoria in uno scalo americano. Ammazzate diverse persone. Non è stato un terrorista? Sollievo. O l'aggressione subita da due preti a Roma in un luogo sensibile e che doveva essere protetto. Non è stato un terrorista? Sollievo.
L'atto criminale rimane, ma muta la percezione sociale. Per non parlare del problema delle mafie, oggi non se ne parla più, come se non esistessero, eppure ci sono e son più forti che mai, altro che terrorismo islamista. Si è scelto, tardi, per ragioni di opportunismo politico, di rincorrere una strategia fallimentare, diabolica.
La miglior forma di sicurezza passa attraverso l'integrazione, attraverso la scuola, la formazione, l'inserimento sociale e non solo attraverso un fantomatico pugno duro da incredibile Hulk. Per anni, ad esempio, sono state lasciate in balia del nulla migliaia di persone ritenute dal sistema come "irregolari". Sfruttate dallo schiavismo nei luoghi di lavoro, dalla prostituzione a chissà quante altre situazioni umanamente pesanti da digerire ma senza che si sia fatto un bel niente per intervenire, prevenire.
Basta pensare a quello che accade nelle campagne non solo del Sud ma anche del Nord Est. Quando l'Italia verrà colpita da qualche atto di terrorismo, vigliacco e maledetto, gli scudi tardivi alzati dalla "sinistra" governativa riveleranno tutta la loro debolezza e la reazione figlia della paura ma anche dell'odio che esiste e viene sistematicamente coltivato da decenni sarà tremenda e si scaglierà contro chi non ha colpa alcuna. Intanto, continuiamo ad incrociare le dita.
 
Marco Barone - 9 gennaio 2017
 
Foto di Guillaume Galmiche
 

10/01/17

Grillo ha deciso di “suicidarsi”. Chiedetevi: a chi conviene?


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Eh già, c’è chi decide di suicidarsi buttandosi giù da un ponte. E chi prendendo le decisioni sbagliate nel momento più sbagliato, dimostrando una miopia politica così clamorosa da chiedersi se sia davvero solo il frutto di un errore di valutazione o se invece non sia voluta, con estrema e raffinata perfidia, per distruggere il Movimento 5 Stelle.
Mettiamo in fila gli elementi.
Il M5S ha combattutto una battaglia durissima contro il sistema; il suo fondatore e vera mente politica, Gian Roberto Casaleggio, è stato oggetto di attacchi durissimi e personali, che lo hanno sfiancato nella salute, con un epilogo drammatico.
Dopo la scomparsa di Casaleggio, il mondo ha iniziato a cambiare. Da tempo Movimento 5 Stelle si era schierato all’Europarlamento con lo “scandaloso” Farage, considerato per anni poco più che un velleitario buffone. Ma Farage ha guidato la Gran Bretagna alla Brexit.
Nel frattempo i pentastellati conquistano due grandi città italiane, Roma e Torino. Negli Stati Uniti vince contro ogni pronostico Trump, spostando il baricentro degli interessi degli Usa su posizioni molto più vicine a quelli di movimenti alternativi di protesta (sì, i cosiddetti “populisti”) come il M5S e la Lega di Salvini. Il 4 dicembre questi stessi partiti guidano la campagna referendaria che si risolve con un KO clamoroso di Renzi.
Il mondo sembra volgere dalla loro parte. E infatti da Washington arrivano segnali incoraggianti. Notate bene: Nigel Farage, pur essendo britannico, è uno dei pochi politici di cui Trump si fida; è l’uomo che, sulle vicende europee, può sussurrare all’orecchio del presidente eletto.
Un’occasione propizia per chi è sempre stato amico di Farage. Lo capiscono tutti. Proprio sabato 7 gennaio sul quotidiano la Stampa esce un retroscena molto interessante, intitolato “Dai migranti al terrorismo, Trump cerca un alleato in Italia per rilanciare l’alleanza con gli Usa” , in cui vengono riportate le indiscrezioni di due collaboratori presidenziali. I quali spiegano che
E’ chiaro che Trump sia contento del risultato referendario alla luce dei discorsi e delle dichiarazioni fatte in passato non solo sull’Italia ma anche in merito alla Brexit. Tutti i suoi consiglieri, a partire da Steve Bannon che è molto vicino alla politica europea, consideravano il “no” come un primo passo verso un processo di ricollocazione dell’Italia, una sorta di distacco, non nel senso di uscita dall’Unione europea, ma di presa di distanza dagli schemi conformisti di un certa politica e di una certa Europa. Un passaggio verso la strada del popolarismo che privilegia l’economia reale, il lavoro, la real politik e l’allontanamento dall’ideologia conformista che sta decretando il fallimento del progetto europeo così com’è. Un no che rende l’Italia più».
Quei consulenti assicurano che Trump vuole:
individuare il giusto interlocutore con cui l’amministrazione americana dovrà interloquire per rilanciare i rapporti con lo storico alleato”.
In un’Unione europea di cui non hanno fiducia, perlomeno non di quella che ha governato finora:
«Alcune settimane fa ho incontrato Farrage e abbiamo discusso della situazione in atto, quello che sta avvenendo in Europa è un processo storico, il baricentro si sta spostando dalla parte della gente, in Italia, in Francia e in Germania”
afferma il generale Paul Vallely, secondo cui
Il popolo sta prendendo coscienza della propria sovranità, di essere la spina dorsale di nazioni indipendenti che non devono per forza essere parte di un movimento globalista e globalizzante. «E questa è un ottima cosa, per l’Italia ad esempio si è compiuto un passo nella direzione che favorisce la gente. Siamo contenti». Secondo il veterano allo stato attuale le nazioni europe non hanno l’obbligo di essere parte di una entità sovranazionale come la Ue che ha dimostrato – specie in alcuni specifici casi come l’Italia – «di esigere più di quanto offra». «Non mi sembra che Bruxelles abbia fatto molto per i popoli europei fuorché creare una burocrazia pesante comandata dai soliti noti. Sta emergendo una nuova visione dell’Europa e con questo passo ci saranno interessanti scenari di cooperazione con l’America di Trump».
Musica per le orecchie innanzitutto di Salvini e della Meloni, che sono sempre stati su queste posizioni. Ma anche di Grillo che in passato non ha esitato a sparare sulla Ue e sulla globalizzazione e ad allearsi con Farage.
La strada sembra spalancata per un atteso e fino alla scora primavera insperato sdoganamento internazionale.
E il Movimento 5 Stelle cosa fa? Anziché mettersi in scia e godersi il momento, cambia improvvisamente rotta prorpio a Bruxelles.
Abbandona lo Ukip per allearsi con l’Alleanza liberale del belga Verhofstadt, le cui idee sono antitetiche a quelle di Grillo e di Farage: pro Ue, pro globalizzazione; insomma un gruppo che affianca l’establishment che ha governato finora.
Grillo, incredibilmente, scende dal carro del vincitore. E contraddice se stesso, la propria storia, la propria identità.
Lo fa anche nei modi peggiori: lanciando senza preavviso e senza dibattito una consultazione interna nel week-end dell’Epifania. E ottenendo il risultato più ovvio: quello di spaccare il Movimento, di disamorare la base e molti sostenitori, di incrinare i rapporti con Farage e con Trump per abbracciare quell’establishment e quei poteri forti che ha sempre dichiarato di voler combattere.
Harakiri.
Un’ottima notizia per Salvini e la Meloni, che immagino, non mancheranno di ringraziare Grillo. Ma anche e forse soprattutto, per quell’establishment che da un decennio cerca il modo di spaccare il Movimento, senza mai riuscirci, almeno finchè era in vita Casaleggio. Sono passati pochi mesi ed è bastata una trattativa segreta a Bruxelles per raggiungere quell’obiettivo.
Chissà se chi l’ha voluta e l’ha ideata ne è consapevole. 

di Marcello Foa - 9 gennaio 2017

IMMIGRAZIONE " La questione dei migranti "


 


Sembra che il nuovo ministro dell’Interno voglia fare qualcosa. Sembra intenzionato a muoversi, a prendere provvedimenti; almeno, a provarci. Intanto è apprezzabile il realismo nel parlare del problema ed anche l’abbandono di una certa qual reticenza sugli aspetti più scabrosi politicamente. Marco Minniti finora, a parole, sembra meglio di Angelino Alfano, un pretino pieno di bontà ed accoglienza, che è stato spostato dall’Interno agli Esteri perché continuasse a far nulla anche lì. È proprio vero che, quando bisogna essere ruvidi nel governare, un postcomunista serve più di un postdemocristiano. In fatto di giustizia, legge, ordine, il grande Michel Eyquem de Montaigne, che ai liberali è Maestro, insegna che “È regola delle regole e legge delle leggi che ciascuno rispetti quelle del paese in cui si trova”. Invece da anni ed anni i governi ed i ministri competenti, per dire, hanno lasciato che la questione dei migranti andasse alla deriva come i barconi dai quali sbarcano e che la legge non si applicasse a costoro perché, poverini, provenivano da luoghi di sofferenza e tanto loro stessi avevano sofferto per raggiungere il nostro Bengodi.
Dunque, secondo tali governi e tali ministri “la regola delle regole e la legge delle leggi” sono applicabili ai pochi che vengono da noi per rifondare la loro vita secondo i costumi degli ospitanti e non invece ai tanti che qui arrivano con l’albagia di dover essere mantenuti a prescidere dalle loro pretese e condotte. Una nazione che segue insegnamenti sbagliati, qualunque autorità li impartisca e per quanto astrattamente ammirevoli, agisce alla stessa stregua degli scafisti, odierni negrieri, che stracaricano i gommoni senza curarsi del probabile affondamento. Il risvolto sorprendente dell’umanitarismo irresponsabile sta in ciò, che fu la Chiesa ad insegnare la morale del male minore e che la fede non basta a governare gli esseri umani nella sfera terrena. Il mio principio etico sulla questione desidero enunciarlo in forma lapidaria: emigrare non può voler dire semplicemente cambiare il luogo della sofferenza oppure indurre sofferenza in chi concede asilo.
Mi lusingo di credere che, se la disciplina regolatrice e l’azione esecutiva e la pratica amministrativa si conformassero a tale principio etico, facendone così l’indirizzo governativo, molte delle brutture che vediamo nel modo in cui oggi è affrontata, anzi: non affrontata o male affrontata, la questione dei migranti svanirebbero, senza ledere né i valori umanitari né il diritto d’asilo né la condizione dello straniero. Può uno Stato tenere confinati degli esseri umani, decine di migliaia, senza nome, senza prospettive, senza termini? Può uno Stato mantenere tale massa di uomini, donne, bambini, in un limbo giuridico e fisico, sostenerli alla bell’e meglio, alloggiarli e sfamarli, lasciandoli sopravvivere nell’ignavia e privandoli pure della speranza? Sì, la speranza in un futuro non di segregazione ma d’integrazione oppure di trasferimento in luoghi desiderati e possibili? L’applicazione del principio, che scongiurerebbe quanto sopra, impone di rispettare anche un limite quantitativo. Il numero dei migranti accolti condiziona la questione: oltre un certo numero, essa diventa irresolubile e il principio stesso risulta inapplicabile. Questa fattuale conclusione generale non sarebbe inficiata neppure dalle particolari virtù eroiche che dovessero sublimare la carità degli accoglienti.

di Pietro Di Muccio de Quattro - 10 gennaio 2017

09/01/17

Le Nazioni Unite dichiarano guerra alla civiltà giudaico-cristiana

  • Com'è possibile che la giurisprudenza occidentale, creata dopo la Seconda guerra mondiale per impedire nuovi crimini contro l'umanità, venga ora utilizzata contro le democrazie e per perpetuare ulteriori crimini?
  • Si tratta di una terribile manipolazione per cercare di cancellare tutta la storia ebraica e cristiana, far credere che tutto il mondo sia sempre stato solo islamico. Ecco com'è un jihad. Non è soltanto tute arancioni, decapitazioni e schiavitù. Se si può cancellare e riscrivere la storia, si può reindirizzare il futuro.
  • Se gli uomini palestinesi picchiano le loro mogli, è colpa di Israele, ha affermato con tono serio l'esperta delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic.
  • Il mese scorso il presidente dell'Assemblea generale dell'ONU ha sfoggiato la famosa kefiah, simbolo della "resistenza palestinese" (si legga terrorismo). Questo è semplicemente il prosieguo dell'annientamento culturale di Israele, che dovrebbe giustificare il successivo annientamento fisico.
  • La guerra delle Nazioni Unite agli ebrei di Israele è, in fondo, una guerra contro l'Occidente. L'ONU e i suoi sostenitori stanno rapidamente spianando la strada al Califfato europeo.
Il 2016 è stato un anno splendido per gli antisemiti delle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha appena colpito l'unica democrazia del Medio Oriente: lo Stato di Israele. L'uscente amministrazione Obama avrebbe orchestrato ciò che anche Haaretz ha chiamato una campagna "mordi e fuggi" in seno alle Nazioni Unite per denigrare lo Stato ebraico e lasciarlo a un destino in cui si profilano solo conflitti e odio. Questo è un genocidio culturale che non è meno pericoloso degli attacchi terroristici. Un genocidio basato sulle menzogne antisemite e che crea l'atmosfera non per raggiungere "la pace", come sostenuto in malafede, ma per perpetuare la guerra.
La Risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell'Onu è il coronamento di un anno incredibilmente fruttuoso per gli antisemiti. Lo scorso novembre, le commissioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite in sole ventiquattr'ore hanno adottato 10 risoluzioni contro Israele, l'unica società aperta del Medio Oriente. Quante risoluzioni sono state approvate contro la Siria? Una. Quante contro lo stato canaglia della Corea del Nord? Una. Quante contro la Russia quando ha annesso la Crimea? Una.
Hillel Neuer di UN Watch ha rilevato:
"Mentre il presidente siriano Bashar el Assad sta preparando il massacro finale del suo popolo ad Aleppo, le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione, redatta e co-sponsorizzata dalla Siria, che condanna falsamente Israele per 'le misure repressive' contro i cittadini siriani sulle alture del Golan. È scandaloso".
Non una sola risoluzione è stata approvata per coloro che abusano davvero dei diritti umani come Arabia Saudita, Turchia, Venezuela, Cina o Cuba, per non parlare di molte tirannie di fatto in tutta l'Africa. Una sola risoluzione è stata approvata sulle "proprietà dei rifugiati palestinesi", ma non una risoluzione sui beni dei cristiani iracheni a Mosul.
Un'altra risoluzione di questo banchetto razzista delle Nazioni Unite riguarda "l'applicazione della convenzione di Ginevra nei territori occupati". Ci sono centinaia di contese territoriali nel mondo, dal Tibet a Cipro, ma solo Israele merita una risoluzione?
Secondo i bugiardi delle Nazioni Unite, il paese più malvagio al mondo è Israele. L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il principe giordano Zeid Ra'ad Zeid al Hussein, è il promotore di una "lista nera" delle imprese israeliane e delle aziende internazionali che hanno legami con la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan per facilitare la campagna di boicottaggi contro Israele, nella palese speranza di sterminare economicamente l'unica democrazia e nazione pluralistica della regione: lo Stato ebraico.
Anche l'inviata Onu per i bambini nei conflitti armati, Leila Zerrougui, algerina, ha suggerito di includere Israele nella lista nera dei paesi e gruppi che provocano regolarmente danni ai bambini, insieme ad al Qaeda, Boko Haram, lo Stato islamico e i talebani, e a paesi come il Congo, la Repubblica centroafricana, tristemente noti per i loro bambini soldato, ma naturalmente non i palestinesi, che continuano a promuovere l'uso dei bambini in qualità di combattenti e dei bambini "martiri". Com'è possibile che la giurisprudenza occidentale, creata dopo la Seconda guerra mondiale per impedire nuovi crimini contro l'umanità, venga ora utilizzata contro le democrazie e per perpetuare ulteriori crimini?
La Commissione Onu per i diritti delle donne si è limitata a puntare il dito della condanna unicamente contro Israele per aver violato i diritti delle donne. Non contro la Siria, dove le forze di Assad usano lo stupro come tattica di guerra, o contro l'Isis, che schiavizza le donne appartenenti alle minoranze religiose. Non contro l'Arabia Saudita, dove, nonostante le temperature torride, le donne sono punite se non si coprono dalla testa ai piedi. Non contro l'Iran, dove "l'adulterio" (di cui può essere accusata una donna vittima di uno stupro) è punibile con la lapidazione. E se gli uomini palestinesi picchiano le loro mogli, è colpa di Israele, ha affermato con tono serio l'esperta delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic.
Anche l'Organizzazione mondiale della Sanità delle Nazioni Unite ha accusato Israele di essere l'unico paese al mondo a violare "la salute mentale, fisica e ambientale", nonostante esso sia l'unico Stato al mondo a prestare assistenza medica ai propri nemici (si chieda ai figli dei leader di Hamas).
Il professore canadese di diritto, Michael Lynk, è stato poi nominato investigatore "imparziale" dell'ONU di presunte violazioni dei diritti umani da parte di Israele, nonostante la sua attività di lobbying da tempo intrapresa contro Israele, compresa la sua appartenenza al consiglio di amministrazione di molte organizzazioni pro-palestinesi, come Friends of Sabeel e il National Council on Canada-Arab Relations.
Lo scorso ottobre, l'UNESCO, l'organismo culturale delle Nazioni Unite – dichiarando magicamente "islamici" antichi siti biblici ebraici, anche se l'Islam non è esistito storicamente fino al VII secolo, centinaia di anni dopo – ha preteso di cancellare le radici ebraico-cristiane di Gerusalemme con la complicità scellerata dell'Occidente.
Si tratta di una terribile manipolazione per cercare di cancellare tutta la storia ebraica e cristiana, far credere che tutto il mondo sia sempre stato solo islamico. Ecco com'è un jihad. Non è soltanto tute arancioni, decapitazioni e schiavitù. Se si può cancellare e riscrivere la storia, si può reindirizzare il futuro. Se non si sa da dove si viene, quali saranno i valori da difendere o per cui battersi?
I nomi hanno importanza. Se il termine è ebraico, allora si parla di "Giudea e Samaria"; se è "Palestina", si può dire che "è stata rubata dagli ebrei" e Israele è un "concetto colonialista" basato sulla "ingiustizia". E allora perché nessuno richiama l'attenzione sull'intero continente sudamericano, conquistato con le armi da Cortés, Pizarro e dagli europei, ai danni degli indios?
L'ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Israele non riguarda solo gli "insediamenti", ma la Città Vecchia di Gerusalemme. I suoi membri vogliono resettare la storia non al 1967, ma al 1948, l'anno in cui è nato Israele.
Quando Marcel Breuer e Bernard Zerhfuss disegnarono il palazzo in cemento e vetro dell'UNESCO a Place de Fontenoy, a Parigi, e Pablo Picasso gli regalò gli affreschi, molto probabilmente essi immaginavano la rinascita della cultura occidentale dopo la guerra, la Shoah e gli incubi nazisti. Mai altrove si erano sentite ripetere così tante volte, parole come "educazione", "scienza", "cultura", "libertà", "pace", e "fratellanza". C'erano la speranza e l'impegno che il futuro sarebbe stato migliore, non peggiore. Ma il sogno non è durato che pochi minuti, il tempo dell'annuncio.
Di fatto, l'Unione Sovietica aveva già colorato di rosso i programmi culturali dell'UNESCO, come quando l'organizzazione promosse un "nuovo ordinamento mondiale dell'informazione", il cui obiettivo era quello di porre fine al dominio della stampa occidentale – presentata come una "minaccia" alla "identità culturale" delle nazioni del "Terzo mondo". All'ombra della Torre Eiffel, il Terzo mondo autoritario e antioccidentale si è impadronito del centro culturale delle Nazioni Unite, che è diventato secondo il Washington Post, "eccessivamente burocratico, esoso, inefficace e intriso di un pregiudizio antioccidentale e anticapitalista".
Da allora, Israele continua a essere trattato come un paria da questi criminali ideologici con attico sulla Senna. E questo anche dopo che, nel 1975, l'ONU "ha svelato le sue carte" diffondendo l'antisemita calunnia del sangue che "sionismo è razzismo".
Il mese scorso il presidente dell'Assemblea generale dell'ONU, Peter Thomson, ha sfoggiato la famosa kefiah, simbolo della "resistenza palestinese" (si legga terrorismo). Questo è semplicemente il prosieguo dell'annientamento culturale di Israele, che dovrebbe giustificare il successivo annientamento fisico.

Il mese scorso il presidente dell'Assemblea generale dell'ONU, Peter Thomson, ha sfoggiato la famosa kefiah, simbolo della "resistenza palestinese" (si legga terrorismo). Questo è semplicemente il prosieguo dell'annientamento culturale di Israele, che dovrebbe giustificare il successivo annientamento fisico. (Fonte dell'immagine: UN/Manuel Elias)


Il destino della civiltà giudaico-cristiana – Cristianesimo e Giudaismo – su cui si basano tutti i nostri valori, è legato al destino dello Stato di Israele. Se Israele cessa di esistere, cesserà di esistere anche il Cristianesimo. Il mondo ha visto come i pochi cristiani e altri non musulmani ancora presenti nel resto del Medio Oriente – un tempo, la gloriosa Bisanzio cristiana – vengono massacrati ora che gli ebrei e i greci non ci sono più.
La guerra delle Nazioni Unite agli ebrei di Israele è, in fondo, una guerra contro l'Occidente. L'ONU e i suoi sostenitori stanno rapidamente spianando la strada al Califfato europeo.

Giulio Meotti, redattore culturale del quotidiano Il Foglio, è un giornalista e scrittore italiano.