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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

02/12/15

La Turchia è il peggior partner per combattere il terrorismo

01/12/15

I jihadisti di Isis e Boko Haram stanno convergendo sulla Libia


I combattenti dell'Isis si stanno trasferendo a Sirte. In arrivi anche i miliziani di Boko Haram. La Libia rischia di diventare il nuovo fulcro dello Stato islamico


Sirte la nuova Raqqa. Il califfo Abu Bakr al Baghdadi e la sua cerchia più stretta vogliono trasformare la città nel nordest della Libia nella nuova capitale dello Stato islamico.


In questo modo potranno continuare a seminare terrore, a due passi dall'Europa, anche se dovessero essere cacciati via dalla Siria e dall'Iraq. I servizi di intelligence libici hanno riferito dell'arrivo "a Sirte di vari combattenti jihadisti, tra cui alcuni leader dell’Isis, giunti sulla città costiera libica dall’Iraq e dalla Siria attraverso il Mediterraneo". Le stesse fonti hanno parlato di "diverse decine di Boko Haram provenienti dal Mali, Ciad e Nigeria e arrivati a Sirte per sostenere" lo Stato islamico.

La Libia è il primo Stato, al di fuori di Iraq e Siria, dove i tagliagole governano davvero. Qui hanno il controllo di una vasta area nell'est del Paese: quella di Sirte appunto, città natale di Gheddafi e roccaforte dell'ex rais. Una regione che gli uomini dello Stato islamico non solo hanno in pugno grazie alla a presenza di oltre 5.000 combattenti (fino a pochi mesi fa si parlava di alcune centinaia), ma che amministrano attraverso l'azione di "emiri" che impongono le brutali regole del Califfato (dal divieto di fumare o ascoltare la musica all'obbligo del velo integrale per le donne) e gestiscono le risorse. Queste ultime provenienti soprattutto dal petrolio, di cui il Paese nordafricano è ricco. Ma anche dal traffico di profughi. Al momento i jihadisti controllerebbero oltre 250 chilometri di costa libica, dalla città di Abugrein a ovest di Sirte (non lontano da Misurata) a quella di Nawfaliya a est. Ma le milizie dell'Isis puntano ora ancora più a est, minacciando Harawa, Nufaliya e Bin Jawad, con l’obiettivo di piantare le sue bandiere nere nell’area di Ajdabiya, la porta verso i campi della mezzaluna petrolifera, a metà strada tra Bengasi e Sirte. "I terroristi stanno trasportando armi pesanti e veicoli blindati verso est", fanno sapere fonti locali a Alwasat spiegando che "elementi della formazione pattugliano armati le strade principali, accompagnati dalla polizia islamica". Il controllo delle risorse energetiche del Paese è strategico per i tagliagole del Califfo, proprio come nel nord dell’Iraq, dove i terroristi ne utilizzano i proventi vendendoli al mercato nero per autofinanziarsi.

Sirte rischia di diventare il nuovo fulcro dello Stato islamico. "Dalla Siria e dall'Iraq - spiega Omar Adam, a capo di una delle principali milizie di Misurata - è in corso un grande esodo della leadership dell'Isis che si sta stabilendo in Libia". "Sirte non sarà meno di Raqqa" è intanto il mantra ripetuto incessantemente dai leader jihadisti libici che in queste settimane, secondo fonti militari del Paese, starebbero accogliendo in città un vero e proprio fiume di reclute straniere insieme alle loro famiglie. "Del resto proprio la Libia - spigano fonti di intelligence - viene sempre più indicata negli ultimi tempi come la meta da preferire a Siria e Iraq". Un invito martellante da parte dei massimi responsabili dello Stato islamico e dei suoi reclutatori in tutto il mondo occidentale e arabo. Il quadro è dunque allarmante.

Sergio Rame - 01 dicembre 2015
fonte: http://www.ilgiornale.it

RUSSIA/TURCHIA -" Perché le accuse di Putin alla Turchia di comprare petrolio dall’Isis sono fondate "


Erdogan ha sfidato la Russia a fornire le prove. Un’indagine del Financial Times punta il dito contro Ankara, che da anni favorisce i jihadisti in Siria





A margine della Conferenza sul clima di Parigi, il presidente russo Vladimir Putin doveva incontrare il suo omonimo turco, Recep Tayyip Erdogan, per favorire la riconciliazione tra i due paesi dopo l’abbattimento di un jet russo da parte di Ankara. Putin invece, dopo aver rifiutato l’incontro, ha rincarato la dose: «Sospettiamo che il Su-24 sia stato abbattuto per assicurare forniture illegali di petrolio dall’Isis alla Turchia. Il petrolio proveniente dalle zone controllate dall’Isis viene consegnato in Turchia su scala industriale».

«VEDIAMO LE PROVE». Erdogan ha subito ribattuto alzando ulteriormente i toni: «È immorale accusare la Turchia di comprare il petrolio dall’Isis. Se ci sono i documenti, devono mostrarli, vediamoli. Se questo viene dimostrato, io non rimarrò nel mio incarico. E lo dico a Putin: lui manterrà il suo incarico?». È difficile che Mosca abbia delle prove documentali, ma anche se le avesse cambierebbe poco. E in fondo, non servono proprio.  

BUSINESS DEL PETROLIO. Il business del petrolio, secondo un’indagine del Financial Times, frutta allo Stato islamico 1,53 milioni di dollari al giorno. I jihadisti producono circa 34-40 mila barili di petrolio al giorno, che vengono venduti a un costo che varia dai 20 ai 45 dollari l’uno, a seconda della qualità. Su 10.600 bombardamenti aerei condotti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, solo 196 hanno colpite le infrastrutture petrolifere. Il petrolio, sempre secondo l’indagine del Ft, viene venduto dagli intermediari non solo a tutte le formazioni ribelli e jihadiste, ma anche alla Turchia. Nel paese i barili di petrolio «entrano su camion o a dorso di mulo».

VIA LIBERA AI FOREIGN FIGHTERS. Ma il rapporto tra Isis e Turchia non si limita al petrolio. Per anni Ankara ha fatto di tutto per favorire le milizie jihadiste che combattono contro Assad, consentendo a centinaia di combattenti stranieri di unirsi alle fila dei ribelli e dell’Isis passando attraverso i suoi porosi confini.

L’ESEMPIO DI KOBANE. A cavallo tra il 2014 e il 2015, durante i circa quattro mesi di assedio della città di Kobane da parte dell’Isis, vicina al confine con la Turchia, Erdogan ha fatto di tutto per ostacolare la milizia curda che difendeva la città: prima ha schierato i suoi carri armati sul confine senza però andare ad aiutare Kobane da cui sono fuggite oltre 200 mila persone, poi ha cercato di impedire ai soldati del Kurdistan di andare in aiuto dei curdi siriani, infine ha tentato di bloccare il rifornimento di armi americane ai nemici dell’Isis perché «i curdi sono come lo Stato islamico». E anche quando ha bombardato, sono più le bombe che hanno colpito i curdi di quelle che hanno preso di mira i jihadisti.

LE ARMI E IL PROCESSO. Così come ha smentito di importare petrolio dall’Isis, Erdogan ha sempre negato di aver armato terroristi islamici in Siria. Insieme a Doha e Riyad, in realtà, Ankara appoggia la milizia Jaish Al-Fatah, Esercito di conquista, che comprende anche gruppi di Al-Nusra (la milizia qaedista siriana) ed è operativa nel nord della Siria. Inoltre il direttore di Cumhuriyet, con uno scoop internazionale, ha pubblicato le foto e un video delle armi turche inviate in Siria in un’area controllata da Al-Qaeda. Per questo, Can Dündar si ritrova a processo per spionaggio e terrorismo. La prima udienza si è tenuta il 27 novembre ed Erdogan, invece che dimettersi, l’ha denunciato personalmente chiedendo per il giornalista l’ergastolo più 42 anni aggiuntivi di carcere.

Foto Ansa/Ap

dicembre 1, 2015 Leone Grotti
fonte: http://www.tempi.it
 

La Ue, la Turchia e il compromesso al ribasso


merkel erdogan 


Unio­ne eu­ro­pea
e Tur­chia si­gla­no un ac­cor­do per fer­ma­re il flus­so di mi­gran­ti che, par­ten­do dal­l’A­na­to­lia, sta som­mer­gen­do il Vec­chio Con­ti­nen­te. A que­sto scopo ad An­ka­ra sa­ran­no ver­sa­ti 3 mi­liar­di di euro l’an­no. Non solo: la Ue apre ul­te­rior­men­te le porte sul fu­tu­ro in­gres­so della Tur­chia nel­l’U­nio­ne.

In que­sto modo An­ge­la Mer­kel porta a com­pi­men­to la pro­mes­sa fatta a Er­do­gan alla vi­gi­lia delle re­cen­ti ele­zio­ni po­li­ti­che tur­che, quan­do, con il ri­sul­ta­to an­co­ra for­mal­men­te in bi­li­co (anche se la stret­ta sulle op­po­si­zio­ni non la­scia­va molto spa­zio a pos­si­bi­li al­ter­na­ti­ve), si recò in Ana­to­lia ad of­fri­re il suo so­ste­gno, e quel­lo del­l’Eu­ro­pa tutta, al pre­si­den­te turco, fa­vo­ren­do così il suc­ces­so elet­to­ra­le del suo par­ti­to.

Ciò av­vie­ne men­tre la Tur­chia di Er­do­gan è preda di una de­ri­va au­to­ri­ta­ria senza pre­ce­den­ti. In un’in­ter­vi­sta ri­la­scia­ta alla Re­pub­bli­ca del 29 no­vem­bre, Yavuz Bay­dar, gior­na­li­sta turco che vive a New York, ha ri­cor­da­to i 23 cro­ni­sti rin­chiu­si nelle se­gre­te di An­ka­ra per «lesa mae­stà». A que­sti si ag­giun­go­no Can Dun­dar e Erdem Gul, ri­spet­ti­va­men­te di­ret­to­re e gior­na­li­sta di Cu­m­hu­riyet, im­pri­gio­na­ti con l’ac­cu­sa di spio­nag­gio per aver do­cu­men­ta­to i ri­for­ni­men­ti di armi ai mi­li­zia­ni ji­ha­di­sti si­ria­ni.

Pro­prio que­sti ul­ti­mi hanno scrit­to una let­te­ra in­di­riz­za­ta ai ver­ti­ci della Ue nella quale si legge: «Vor­rem­mo anche spe­ra­re che il vo­stro de­si­de­rio di porre fine alla crisi [dei mi­gran­ti ndr.] non osta­co­le­rà la vo­stra sen­si­bi­li­tà verso i di­rit­ti umani, la li­ber­tà di stam­pa e di espres­sio­ne come va­lo­ri fon­da­men­ta­li del mondo oc­ci­den­ta­le».
Mis­si­va che è stata di fatto oblia­ta, in con­tra­sto con quei va­lo­ri ai quali i due cro­ni­sti si erano ap­pel­la­ti: a quan­to pare l’on­da lunga della re­to­ri­ca sulla li­ber­tà di in­for­ma­zio­ne che seguì alla stra­ge di Char­lie Hebdo è già in piena ri­sac­ca…

Non è solo la li­ber­tà di in­for­ma­zio­ne a ri­schio nella Tur­chia di Er­do­gan: men­tre Ue e Tur­chia fir­ma­va­no l’in­te­sa, ve­ni­va uc­ci­so Tahir Elci, av­vo­ca­to che di­fen­de­va i di­rit­ti della mi­no­ran­za curda. Non un av­vo­ca­to qual­sia­si, ma una fi­gu­ra ca­ri­sma­ti­ca nel­l’am­bi­to del va­rie­ga­to mo­vi­men­to po­li­ti­co curdo.
L’op­po­si­zio­ne ha par­la­to di omi­ci­dio di Stato, lo Stato ha ne­ga­to. Resta che da tempo i curdi, e in ge­ne­re i par­ti­ti di op­po­si­zio­ne, sono al cen­tro del mi­ri­no: non solo le stra­gi di Soruc e alla Sta­zio­ne fer­ro­via­ria di An­ka­ra, che hanno fatto cen­ti­na­ia di vit­ti­me, ma anche sva­ria­ti omi­ci­di mi­ra­ti.

In­fi­ne, sul­l’ac­cor­do pesa il so­ste­gno, più o meno na­sco­sto, di An­ka­ra allo ji­ha­di­smo ar­ma­to in­ter­na­zio­na­le, da tempo og­get­to di con­tro­ver­sia sui media e nel di­bat­ti­to po­li­ti­co. Una con­tro­ver­sia che non ha tro­va­to spa­zio nel dia­lo­go tra Ue e Tur­chia av­ve­nu­to a Bru­xel­les.
Par­ti­co­la­re che stri­de, e non poco, sia con l’or­ro­re delle stra­gi di Pa­ri­gi che con i pro­cla­mi e le ini­zia­ti­ve eu­ro­pee con­tro il ter­ro­ri­smo.

Sem­pre sul fron­te ester­no, va in­fi­ne ri­cor­da­to che la Tur­chia si è lan­cia­ta in un duro con­fron­to con la Rus­sia. A Putin, giu­sta­men­te in­di­gna­to per l’ab­bat­ti­men­to del bom­bar­die­re russo da parte del­l’a­via­zio­ne di An­ka­ra, Er­do­gan ha ri­spo­sto con la boria del bullo di quar­tie­re, af­fer­man­do: «Mosca non scher­zi con il fuoco».

Un bullo, tra l’al­tro, che non ha i mezzi per un con­fron­to vero e pro­prio, dal mo­men­to che la Rus­sia po­treb­be in­ce­ne­ri­re l’an­ta­go­ni­sta in due mi­nu­ti, ma che pren­de la sua forza dal­l’ap­par­te­nen­za al bran­co, nel caso spe­ci­fi­co l’am­bi­to Nato.
Così, in­ve­ce di ri­por­ta­re il bullo alla ra­gio­ne (ché nella con­tro­ver­sia con Mosca ha torto mar­cio), il bran­co, la Ue nel caso spe­ci­fi­co, fir­man­do ac­cor­di ed elar­gen­do lauti fi­nan­zia­men­ti, lo spal­leg­gia, ac­cre­scen­do i ri­schi glo­ba­li in­si­ti in que­sto ir­ra­gio­ne­vo­le con­fron­to.

È in que­sta tem­pe­rie che la Ue si ac­cor­da con il Ca­lif­fo di An­ka­ra. Anzi la Mer­kel, la quale, ar­ro­gan­do­si senza al­cu­na le­git­ti­mi­tà il ruolo di do­mi­nus d’Eu­ro­pa, ha por­ta­to a com­pi­men­to l’in­te­sa rag­giun­ta in pre­ce­den­za con Er­do­gan.
Al­tret­tan­to tra­gi­co che quan­to av­ve­nu­to a Bru­xel­les sia in­qua­dra­to nel­l’ot­ti­ca della real­po­li­tik.

In real­tà la real­po­li­tik è ben altra cosa: è alta po­li­ti­ca che vive della ri­cer­ca del com­pro­mes­so in ra­gio­ne di un bene su­pe­rio­re. Nel caso spe­ci­fi­co si trat­ta di una po­li­ti­ca di bassa lega, dove si è ot­te­nu­to un mi­ni­mo be­ne­fi­cio (che pe­ral­tro si po­te­va ot­te­ne­re in altri modi) ce­den­do a un ri­cat­to. Un com­pro­mes­so al ri­bas­so che raf­for­za Er­do­gan sia sul fron­te in­ter­no che in­ter­na­zio­na­le, a danno dei di­rit­ti del po­po­lo turco e della si­cu­rez­za e del­l’e­qui­li­brio del mondo.

30 nove,bre 2015
fonte: http://piccolenote.ilgiornale.it

Turchia terrorista e guerrafondaia? L’Ue la premia con tre miliardi


Bruxelles, 30 nov – Dopo i drammatici eventi della scorsa settimana che hanno visto la Turchia violare le regole d’ingaggio non scritte della Nato e abbattere un jet russo, insieme all’assalto ai diritti civili e d’espressione attraverso l’arresto di due giornalisti che avevano rivelato il contrabbando di armi alla Siria, e culminato nell’assassinio del capo degli avvocati curdi in diretta televisiva, chiunque si sarebbe aspettato che i paesi occidentali tanto democratici e umanitari almeno condannassero aspramente il comportamento del padre-padrone di Ankara, Erdogan.
Al contrario, quello che è accaduto è che l’Unione Europea, dopo il tavolo di confronto bilaterale ai massimi livelli con la controparte turca, ha deciso di pagare alla Turchia stessa tre miliardi di euro per aiutarla a interrompere il flusso di rifugiati dal conflitto in Siria, 2,2 milioni dei quali si trovano attualmente in Turchia, e per impedire che la peggiore crisi immigratoria europea peggiori ulteriormente.
Inoltre, sono stati riavviati i colloqui per l’adesione della cleptocrazia islamica – involuzione della Turchia laica nell’era del clan Erdogan – alla stessa Unione Europea, che oggi sembra più vicina. Tanto che nel frattempo è prevista la facilitazione dei visti per l’ingresso di cittadini turchi nell’area Schengen.
In una conferenza stampa congiunta con il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, il presidente della Ue – il polacco molto filo-americano Donald Tusk – ha dichiarato: “Il nostro accordo definisce un piano molto chiaro per il tempestivo ristabilimento dell’ordine alle nostre frontiere comuni. Inoltre, aumenteremo la nostra assistenza ai rifugiati siriani in Turchia attraverso nuove infrastrutture”.
Più in dettaglio, l’accordo prevede che la Turchia chiuda i propri confini ai veri o presunti rifugiati siriani, inoltre che accetti gli immigrati deportati dall’Europa, impegnandosi altresì a organizzare il ritorno degli immigrati non aventi diritto alla protezione internazionale ai rispettivi paesi d’origine.
La somma già ingente di tre miliardi di euro potrà anche essere rivista al rialzo in base agli sviluppi della situazione.


turkey pathway


Infografica della AFP sulla via turco-greca dell’immigrazione in Europa
Dal canto suo, l’inviato di Erdogan, quel Davutoglu che dovrebbe rappresentare il volto pacifico e accomodante di Ankara, ha sostenuto che l’accordo servirà ad accelerare l’adesione della Turchia alla Ue, aggiungendo che si tratta “di un giorno storico, del primo meeting di questo tipo in 11 anni”, avvertendo al contempo che “nessuno può garantire alcunché sul futuro della questione siriana… ma posso assicurare che la Turchia soddisferà le promesse del piano congiunto [con la Ue]. Un obiettivo [comune] con la Ue è quello di impedire nuove ondate di rifugiati dalla Siria e di gestire la crisi esistente”.
Rimandando per ogni dettaglio ulteriore al testo completo della dichiarazione ufficiale congiunta Ue-Turchia, scaturita dalla riunione dei capi di Stato o di governo del 29 novembre, non si può fare a meno di notare che si tratta del più classico caso di compensazione illecitamente corrisposta a un soggetto che ha attivamente e proditoriamente contribuito a creare lo stesso problema che i tre miliardi di euro che i cittadini europei saranno costretti a sborsare intenderebbero risolvere.
In altre parole, la Turchia si è fatta beffe di un’Europa inetta e colpevole, prima creando il problema e poi guadagnando a piene mani a fronte di una mera promessa di risolverlo.
Che dire, poi, sull’affidabilità del partner turco?
Vogliamo ricordare, a monte e all’origine del disastro siriano, gli interessi vitali della Turchia rispetto alla questione del gasdotto qatariota che avrebbe dovuto attraversare il territorio di Damasco contro la volontà del legittimo governo di Assad?
Oppure, a valle del conflitto siriano, la vera e propria mafia dedita al contrabbando del petrolio dell’Isis, che vedrebbe coinvolti la stessa Turchia con ruolo di primo piano (e in testa il clan Erdogan), il Kurdistan iracheno, Israele e perfino l’Italia?
Ma tutto questo non ha evidentemente avuto alcuna importanza per Donald Tusk come per Renzi, Merkel, Cameron e compagnia brutta, incluso quell’Hollande cui i recenti fischi diretti alle vittime di Parigi nello stadio turco non devono aver fatto nemmeno sollevare un sopracciglio.
Speriamo soltanto che i tre miliari di euro che ci tiriamo fuori di tasca non siano immediatamente sottratti alla causa ufficiale per – chi lo sa – finire nell’acquisto di nuove navi petroliere da parte dei figli di Erdogan, oppure in nuovi caccia F-16 di fabbricazione americana, o perfino nell’estensione della reggia dell’autocrate di Ankara.

Francesco Meneguzzo - 30 novembre 2015
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it