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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

13/08/15

I giorni della verità per i nostri marò


 

 
 
Parliamo dei marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Non stiamo a rifare la storia degli ultimi 42 mesi. Conoscete perfettamente il guaio in cui il nostro Paese li ha cacciati. Stiamo agli ultimi eventi. Il 10 agosto si è aperta la procedura d’arbitrato che dovrà stabilire chi, tra l’India e l’Italia, abbia la giurisdizione sul loro caso. Il primo tempo della partita si sta giocando ad Amburgo davanti al Tribunale internazionale della legge del mare.
Il Governo italiano, dopo anni di assurdo immobilismo, finalmente ha trovato il coraggio di ricorrervi per ristabilire quella giustizia di cui gli indiani hanno fatto allegramente strame. Il team dei legali che patrocina l’Italia è impegnato a chiedere all’Alta Corte tre cose: il ritorno in patria di Salvatore Girone; la permanenza a casa di Massimiliano Latorre, che è in convalescenza dopo l’ictus che lo ha colpito; il divieto alle autorità indiane di proseguire qualsiasi azione legale contro i due marò. Gli avvocati della controparte si oppongono alle richieste italiane con argomenti a dir poco indecenti. Il più offensivo riguarda la presunta inaffidabilità del nostro Paese.
Sostengono gli indiani: se consegniamo all’Italia i due militari non ci verranno più restituiti, anche se l’arbitrato dovesse darci ragione. Una bella tesi che conferma in pieno i nostri sospetti, esplicitati anche dall’ambasciatore Francesco Azzarello, presente ad Amburgo in rappresentanza del nostro Governo: i due marò sono ostaggi. Punto. Sono trattenuti contro la loro volontà senza che, a distanza di tre anni e mezzo dall’incidente, sia stato formalizzato a loro carico alcun capo d’accusa. Lo ha spiegato alla Corte Sir Daniel Bethlehem, l’avvocato britannico che patrocina i due marò. L’illustre giurista ha accusato senza mezzi termini la magistratura di Delhi di violare le regole del giusto processo avendo assunto una condotta fondata sul pregiudizio di colpevolezza dei due militari. Nel merito, la difesa italiana ha sostenuto un’elementare verità: i marò sono considerati autori dell’omicidio di due presunti pescatori senza che le prove abbiano dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che siano stati loro a sparare e, soprattutto, che ci sia stato effettivamente contatto in mare tra la “Enrica Lexie” e il peschereccio indiano sul quale erano imbarcate le vittime. Al momento sappiamo che il 15 febbraio 2012 la “Enrica Lexie” navigava in acque internazionali, al largo della costa dello Stato indiano del Kerala. Sulla nave era presente un Nucleo Operativo di Protezione, composto da fucilieri della Marina Militare, disposto da una legge dello Stato del 2011 a sostegno della sicurezza della flotta mercantile italiana.
Un’imbarcazione pirata ha tentato di abbordare la petroliera italiana. I due marò oggi sotto processo hanno esploso alcuni colpi in acqua, a scopi dissuasivi, per costringere l’attaccante ad allontanarsi. Non si ha alcuna certezza sull’identità del natante aggressore né del suo equipaggio. Ma alle autorità indiane poco interessa la verità. Pensano di aver trovato un avversario facile. Non hanno torto. I nostri tre ultimi Governi, in questa macabra farsa, hanno preferito vestire i panni del debole. E ora se ne pagano le conseguenze, visto che gli avvocati indiani hanno addotto come prova di colpevolezza proprio l’arrendevole comportamento delle autorità italiane. Non ci resta che sperare nella capacità di discernimento dei giudici dell’Alta Corte. Il Tribunale ha comunicato che pronuncerà la sua decisione il prossimo 24 agosto. Se tutti provassimo l’orgoglio di essere italiani dovremmo passare queste giornate di attesa col fiato sospeso, idealmente stretti a Massimiliano e Salvatore. Dovremmo serrare i ranghi. Dovremmo dire loro: non abbiate alcun timore perché il Paese è con voi, anche se chi lo rappresenta ha chiuso bottega per ferie e se n’è andato in vacanza.

di Cristofaro Sola
13 agosto 2015
 
fonte:  http://www.opinione.it
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09/07/15

CASO MARO' - LA LETTERA CHE PROVA CHE LA VICENDA DEI MARO' POTEVA CHIUDERSI NEL 2013, INVECE PASSERA E MONTI ......



1. LA TELENOVELA DEI MARÒ POTEVA FINIRE TANTO TEMPO FA, NEL MARZO 2013, QUANDO LA SEVERINO AVVERTÌ I MINISTRI: 'IN INDIA C'È LA PENA DI MORTE, DOBBIAMO TENERLI QUI'


2. ECCO LA LETTERA AI COLLEGHI IN CUI SI SPIEGA CHE RIMANDARE INDIETRO GIRONE E LATORRE E' INCOSTITUZIONALE. INVECE SIA IL NOTO ESPERTO DI RELAZIONI INTERNAZIONALI, CORRADO PASSERA, CHE L'AMMIRAGLIO DI PAOLA, CONVINSERO MONTI A INGINOCCHIARSI DAVANTI A DELHI


3. RICEVENDO SOLO CALCI IN BOCCA. COME POI LETTA E PITTIBULLO, CHE INIZIO' IL SUO MANDATO CON I SOLITI TWEET CAZZARI "RISOLVEREMO RAPIDAMENTE LA VICENDA", E ORA È COSTRETTO A INVOCARE L'ARBITRATO INTERNAZIONALE, CON DUE ANNI E MEZZO DI RITARDO


4. LA TELENOVELA CONTINUA. E OCCHIO ALLE INDAGINI DEI PM DI TORINO SULL' IMPORTAZIONE ILLEGALE DI AMIANTO IN ITALIA, REGISTRATA REGOLARMENTE DALLE STATISTICHE INDIANE


la lettera della severino sul caso dei maro 1 
  la lettera della severino sul caso dei maro 1
 
MARIA GIOVANNA MAGLIE 
MARIA GIOVANNA MAGLIE
Due marò così, peggio di una telenovela, invece poteva finire tanto tempo fa. Lo volete un bel documento riservato su come andarono veramente le cose in quegli sciagurati giorni di marzo 2013, quando due poveracci sicuri di restare in Italia per essere giudicati furono invece impacchettati e rispediti in India con minacce di ritorsioni se si fossero rifiutati? Volete la prova che l'intero governo di Mario Monti col zelante contributo di Corrado Passera, quello che ora si è messo l'Italia nel logo di partito, e dell'ammiraglio Di Paola, che ha inventato la storia che il titolare della Farnesina, Giulio Terzi, avesse fatto tutto da solo e avesse combinato un pasticcio da dimissioni.
monti severino passera 
  monti severino passera
 
Eccola, è la lettera ufficiale del ministro Paola Severino per mano del suo capo di gabinetto, che scrive ai colleghi di governo per confermare le ragioni per le quali i due marò non solo possono ma proprio devono restare in Italia. L'impegno sottoscritto con l'India, detta in soldoni, non vale perché gli indiani imbrogliano e perché in quel Paese è contemplata la pena di morte, e giù articoli della Costituzione, avete presente quella più-bella-del-mondo quando fa comodo, ma anche i Diritti dell'Uomo, Ginevra e la Convenzione europea, insomma una roba che a far diversamente l'Italia dovrebbe poi risponderne, tipo alto tradimento.
maro girone e latorre 
  maro girone e latorre 
 
Sulla base di questo documento nei giorni seguenti furono inviati comunicati e fax a tutti i governi e le istituzioni del mondo, preparata la richiesta di arbitrato internazionale al Tribunale del Mare di Amburgo e poi... Poi il Passera, che ancora oggi osa frignare di correttezza verso l'India, si agitò a tal punto nell'orecchio sensibile dei Monti, Di Paola, della stessa Severino, che il documento se lo mangiarono, ruminarono e pensarono di averlo eliminato per sempre. Non è così.
la lettera della severino sul caso dei maro 2  
la lettera della severino sul caso dei maro 2
Certo, un magistrato interessato non s'è visto neanche a morirci, certo il governicchio Letta ha strisciato come un cobra senza occhiali nella real politik degli affari e la Bonino ministro gli ha dato una mano facendo pure la colpevolista oltre che l'incapace. Certo, il Parlamento con poche eccezioni dei Fratelli d'Italia, subito accusati di fascismo militarista, ha taciuto, si segnalano per arte acrobatica le recenti intemerate di Fabrizio Cicchitto, come se si fosse risvegliato da un lungo coma, o il duo bipartisan Malan/Manconi, pronti a favorire una bella condanna per omicidio purché accompagnata da espulsione dall'India.
la lettera della severino sul caso dei maro 5 
  la lettera della severino sul caso dei maro 5
 
Certo, il Cav, in sella ed anche da ex, due parole che siano due si è ben guardato dal dirle, si vede che la pecunia indiana arrivava anche a villa San Martino. Un gruppo di gente di buona volontà che da anni sostiene i due marò, come il generale a riposo Ferdinando Termentini, si illuse di suggerire al Berlusca un intervento presso l'amico fidato Putin, uno che una richiesta diretta e perentoria agli indiani gliela può fare. Sembrava geniale: il Cav riporta i ragazzi a casa superando tutti gli ostacoli, la sua stella brilla solitaria e non più appannata dai complotti dei cattivi europei. Evidentemente non era così.
la lettera della severino sul caso dei maro 3  
la lettera della severino sul caso dei maro 3
 
Certo, poi è arrivato il royal baby, e tutto sembrò schiarirsi. 22 febbraio 2014, il giorno dell'insediamento dell'attuale Governo, il Renzi da Rignano lanciava un tweet definitivo: "Ho appena parlato al telefono con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone”. Il 25 febbraio alla Camera ribadiva "Il governo farà di tutto per "risolvere rapidamente la vicenda". Un unico obiettivo: "riportare in Italia .....i due fucilieri.... ". "Vanno giudicati in Italia”. E vai con l'annuncite, praticata con entusiasmo anche dal ministro della Difesa, la Pinotti da corsa, e da quello degli Esteri, la Mogherini da spiaggia.
giulio terzi ammiraglio giampaolo di paola 
  giulio terzi ammiraglio giampaolo di paola
 
Segue la fase della secret diplomacy, viaggi del capo 007 Minniti e agenti vari, tanto che a un ricevimento dell'ambasciata di Israele PittiBullo dà a pochi privilegiati la notizia bomba: tornano, è fatta. Si, vabbé. Farsi venire in mente, gli augusti componenti il governo e i loro molti consiglieri giuridici, un argomento sulla pena di morte, visto che ci teniamo in Italia anche il peggior criminale se al suo Paese c'è il boia? Macché, in fondo il vero eroe dell'intera vicenda, il diplomatico per mancanza di prove Staffan De Mistura, strapromosso per anni di viaggetti turistici a Delhi, aveva rassicurato: in India la forca si usa di rado, tranquilli.
TERZI E MARO 
  TERZI E MARO
Alla fine si ricomincia da capo: un bell'arbitrato con due anni e mezzo di ritardo, dopo accordi oscuri, cedimenti non richiesti, affari loschi, figuraccia internazionale, balle colossali; un bell'arbitrato dai contorni oscuri, messo su solo ora, per la serie ci piace perdere tempo, da uno pseudo esperto inglese che per un anno ha sostenuto di poter risolvere tutto con la diplomazia, forse perché la professoressa Angela De Vecchio, italiana, esperta eccellente di dispute marittime, ha osato in questo lungo estenuante periodo esprimere critiche sull'operato dei governi, PittiBullo incluso;
I DUE MARO GIRONE E LATORRE I DUE MARO GIRONE E LATORRE
un bell'arbitrato che era pronto a marzo del 2013 in totale legalità, ma poi qualcuno ha deciso che pecunia non olet, soprattutto quella delle tangenti sugli affari, e chi se ne frega della politica estera, della sovranità nazionale, figurarsi di due marò qualunque in missione antipirateria, colpevoli o innocenti che siano, non è questo il punto, e a questo punto qualunque prova è stata eliminata.
staffan de mistura  
staffan de mistura
La telenovela continua, occhio alle indagini della Procura di Torino sull' importazione illegale di amianto degli ultimi quattro anni registrata regolarmente dalle statistiche indiane.
CORRADO PASSERA E MARIO MONTI 
  CORRADO PASSERA E MARIO MONTI 

Maria Giovanna Maglie per Dagospia - 9 luglio 2015
fonte: http://www.dagospia.com  

25/06/15

IMMIGRAZIONE - Dai barconi alle caserme: immigrati insieme ai militari? - Analisi Difesa



Hanno suscitato un certo clamore a Padova le dichiarazioni del Prefetto Patrizia Impresa (vedi foto sotto) che, recatasi alla festa della fondazione della Guardia di Finanza, parlando coi giornalisti a proposito del problema dei migranti in arrivo in città (circa 300) ha detto“stiamo cambiando target per quel che riguarda le strutture in cui accoglierli. Non più abitazioni ma caserme. E non intendo caserme dismesse, ma caserme ancora in funzione”.
Un concetto chiarissimo, tranchant, originale, che però, per essere attuato, vista la mancanza di attribuzioni di un Prefetto in tema di impiego delle strutture militari, necessita perlomeno del placet dei diretti interessati.

 

Ma su questo fronte il Prefetto non sembra avere nessunissimo problema, anzi, qui gioca la sua carta migliore e cioè l’approvazione del progetto da parte delle superiori autorità militari, anzi, la loro completa disponibilità -”Abbiamo avuto un report dal Ministero della Difesa”- ha detto il Prefetto Impresa -“che ci ha dato una lista di caserme buone per le nostre necessità”.
Tutto sembra dunque procedere nel migliore nei modi per il Prefetto, i migranti e a questo punto anche per i militari che saranno coinvolti e che almeno così potranno sapere, come si dice, chi resterà col cerino in mano (a Padova hanno sede vari enti militari tra cui il Comando Forze di Difesa Interregionale Nord, il 15° Centro Rifornimenti e Mantenimento (CERIMANT) e il 32° Reggimento Trasmissioni).
La struttura prescelta è quella in dismissione dell’Aeronautica Militare presso l’aeroporto “G.Allegri” (vedi foto sotto), già sede fino al 2009 della 1^ Brigata Aerea ed ora in carico al 2° Reparto Manutenzione Missili. Un primo incontro è già avvenuto tra il Prefetto e l’Aeronautica ma, secondo quanto riportato dalla stampa locale per ora nulla è stato ancora definito, anche se lo sarà a breve.

 

Del resto, dice ancora la stampa locale, vi sarebbe a monte una piena intesa tra il Ministero degli Interni e quello della Difesa. L’iniziativa padovana si presenterebbe quindi come una sorta di apripista ad un tipo di soluzione del tutto nuova in tema di “accoglienza” che vede il diretto coinvolgimento di strutture in cui vi sono reparti militari che, all’improvviso, si troveranno a gestire non senza difficoltà delle situazioni non del tutto prevedibili incluse quelle particolarmente spinose attinenti alla vigilanza e alla sicurezza e la cui inosservanza, some si sa, ha risvolti anche di natura penale.
C’è poi qualche discrimine sui criteri con cui verranno individuate le caserme destinate a ospitare i migranti? Per esempio escludendo le strutture di unità appartenenti all’area operativa dell’Esercito?
A quanto si sa le direttive interministeriali prevedono semplicemente di individuare in tutte le province delle caserme che siano ancora attive (ovvero agibili e idonee sotto il profilo igienico-sanitario) e al tempo stesso che non siano ubicate nei centri-città, criterio quest’ultimo che non mancherà di suscitare qualche critica dato che sembra voler nascondere l’evidenza del problema ed anche la sua attuale soluzione.

di *Fabio Ragno - 25 giugno 2015
Fabio Ragno

*Fabio Ragno Padovano, classe 1954, è Colonnello dell'Esercito in Ausiliaria. Ha iniziato la carriera come sottufficiale paracadutista. Congedatosi, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza ed è rientrato in servizio come Ufficiale del corpo di Commissariato svolgendo incarichi funzionali in varie sedi. Ha frequentato il corso di Logistic Officer presso l'US Army ed in ambito Nato ha partecipato nei Balcani alle missioni Joint Guarantor, Joint Forge e Joint Guardian.

fonte: http://www.analisidifesa.it
 

24/06/15

Il Qatar, bancomat dell’Isis. Con cui noi facciamo affari d’oro



al-thani tamin bin hamad


Nuovi elementi danno il Qatar come uno dei principali finanziatori del Daesh, acronimo arabo dell’Isis.
Il Qatar, per intenderci e per arrivare subito al sodo, è quello del “Milano, i grattacieli di Porta Nuova passano tutti al fondo del Qatar” (1), del “Al Qatar l’ex San Raffaele, entro 2015 attivo il nuovo ospedale” (2), del “Qatar e magnate dei Dolphins pronti ad acquistare la F.1” (3), e di tanti altri acquisti ed investimenti in tutto l’occidente.
Ci si va a braccetto, quindi, con il Qatar e con il suo emiro Tamim bin Hamad al-Thani, perché si fanno affari d’oro. Tuttavia la storia del Qatar degli ultimi anni non è proprio coerente con l’immagine che il ricco regno mediorientale vuole dare e soprattutto che noi occidentali ci ostiniamo a voler vedere. Perché dietro alle primavere che hanno infiammato il mondo arabo, dietro all’Isis come pure ai Fratelli Musulmani, c’è sempre il Qatar.
Ne avevamo già parlato sulle pagine di Notizie Geopolitiche (4) dei molti elementi che danno il coinvolgimento del Qatar con quel Daesh che decapita gli occidentali, distrugge i siti archeologici e soprattutto stermina le minoranze etniche di Iraq e Siria, ma la recente notizia dell’uccisione tramite drone del terrorista Ali Awni al-Harzi ne ha fornito un’ulteriore prova.
La teoria che dà l’Isis come strategia di Turchia, Usa e Qatar per ribaltare il governo di Bashar al-Qssad senza sporcarsi le mani, è sotto gli occhi di tutti, salvo poi il giocattolo sfuggire ad ogni controllo. L’ex Segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha ammesso in modo sorprendente che l’Isis “è stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler mettere in piedi una guerriglia anti al-Assad credibile. La forza di opposizione che stavamo creando era composta da islamisti, laici e da gente nel mezzo: l’incapacità di fare ha lasciato un grande vuoto che i jihadisti hanno ormai occupato. Spesso sono stati armati in modo indiscriminato da altre forze e noi non abbiamo fatto nulla per evitarlo” (5).
In tale quadro, il ruolo del Qatar è stato sostanzialmente quello del principale finanziatore dello Stato Islamico, almeno fino a quando non è venuto ad essere necessario l’intervento contro il Daesh. Il motivo va ricercato in più fattori tra i quali la lotta in corso con l’Arabia Saudita per contendersi il primato nel Medio Oriente sunnita e nel contempo di fungere da interlocutori privilegiati con l’occidente.
Fatto sta che lo scorso 25 agosto 2014 il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller, subito ripreso da una furiosa Angela Merkel, era intervenuto sul canale televisivo pubblico ZDF affermando: “Un suggerimento, chi finanzia queste truppe dell’Isil? Il Qatar” (6). Mueller aveva così completato la battuta del collega vicecancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel, il quale era intervenuto in un dibattito ponendosi la domanda su chi finanziava il gruppo qaedista, cioè uno Stato, ma senza dare nessuna indicazione.
Panorama riportava in febbraio addirittura che i film dell’Isis dove venivano mostrati i nemici venire decapitati, bruciati vivi e annegati, sarebbero stati realizzati grazie a corsi intensivi di regia, tenuti proprio a Doha, presso la sede della tv panaraba al-Jazeera (7).
L’ultima notizia è del 24 giugno, giorno in cui è stata comunicata l’eliminazione, in realtà avvenuta una settimana prima, a Mosul del terrorista tunisino Ali Awni al-Harzi.
Ali Awni al-Harzi era forse il principale anello di congiunzione fra i jihadisti del Nordafrica e l’Isis, “aveva lunghi e profondi legami con il terrorismo internazionale”, come ha spiegato l’intelligence Usa, e soprattuto aveva un ruolo di primo piano nel reperimento dei soldi destinati al Daesh: il dipartimento del Tesoro Usa ha appurato che nel settembre 2013 al-Harzi aveva ricevuto 2 milioni di dollari dal Qatar da versare nelle casse dello Stato Islamico.
L’atteggiamento ambiguo di Qatar e occidente in materia di Daesh ha certamente avuto fine con l’intervento della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, ma è un dato di fatto che i “pasticci” del Qatar in tutta l’area creano non pochi grattacapi agli alleati occidentali e soprattutto sconvolgono le realtà politico-territoriali, portano guerre e terrorismo; la longa manus del Qatar è data nel Mali in sostegno dei separatisti dell’Azawad, tanto da arrivare a riconoscerne l’effimera repubblica nell’aprile 2012; in Egitto dietro ai Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi, movimento fuori legge ed i cui esponenti non arrestati si trovano in esilio a Doha; in Libia dietro agli islamisti di Tripoli, ed anche lì, mentre la comunità internazionale riconosce il governo “di Tobruk”, Doha riconosce quello “di Tripoli” con premier Khalifa al-Ghwei; a Gaza dietro ad Hamas, movimento finanziato con i soldi che arrivano da Doha, ed anche in questo caso il presidente del partito palestinese Khaled Meshal vive in Qatar (8); in Siria dietro all’Isis e all’Esercito libero siriano.
Un disegno che indica un preciso piano per arrivare all’egemonia sul mondo arabo sunnita, dove le istanze di democrazia e di libertà dei popoli sono assolutamente secondarie.

di Enrico Oliari - 24 GIUGNO 2015
FONTE: http://www.notiziegeopolitiche.net 

Marò, la vergogna del silenzio (e il silenzio della vergogna)

I due Marò: Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

Un silenzio totale.
Cercato, voluto, insistito.
Perché, si spera, con il silenzio, di coprire l’imbarazzo, la vergogna, la colpa.
E fin qui, va detto, l’obiettivo è stato raggiunto.
Nessuno che si alzi a puntare il dito.
Nessun evento fragoroso per squarciarlo, il maledetto silenzio. Niente fiaccolate.
Niente lenzuola ai balconi.
Nessun appello di intellettuali.
Niente di niente.
Tace il governo italiano.
Tace il suo premier campione di logorrea.
Tace anche il governo indiano.
Che ha deciso di disertare Expo 2015.
O meglio, per parafrasare un celebre monologo di Nanni Moretti, ha scelto di esserci, ma non ufficialmente, con un bizantinismo formale che lo umilia e umilia l’Italia.

Proviamo noi, allora, a rompere il silenzio.
Lo facciamo, con rabbia e speranza, tornando a scrivere dei due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, oggi lontani 10.382 chilometri l’uno dall’altro (Latorre è convalescente a Taranto; Girone è agli arresti nell’ambasciata italiana di Nuova Delhi), ma, da tre anni e quattro mesi, uniti dentro la stessa, infame storia.
Questa: sono accusati, senza prove, di aver ucciso due pescatori indiani il 15 febbraio del 2012 nelle acque del Kerala, stato dell’India sud occidentale.
Due presidenti della Repubblica (Giorgio Napolitano, che nemmeno li citò nel discorso d’addio; e Sergio Mattarella, che rimediò alla gaffe del predecessore inserendoli nel discorso d’insediamento), tre presidenti del consiglio (Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi) e cinque ministri degli esteri (Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, Mario Monti che lo sostituì ad interim, Emma Bonino, Federica Mogherini e Paolo Gentiloni) non sono stati capaci di risolvere la faccenda.

Come questa debacle diplomatica sia stata possibile lo racconta, bene, un giornalista serio, Toni Capuozzo, nel libro in uscita da Mursia che s’intitola “Il segreto dei marò”.
Le parole di Capuozzo compongono un quadro devastante per l’Italia, facendo emergere, con chiarezza, ciò che le risse fra gli ex montiani avevano lasciato abbondantemente intuire.
In sintesi: molti, ai vertici dello Stato e nell’amministrazione militare, riuniti in un perverso intreccio di business e carrierismo, hanno anteposto il tornaconto personale alla liberazione di Latorre e Girone.
La cui odissea, piaccia o meno, tra pochi giorni tornerà a far notizia.
Scade, infatti, il 15 luglio la licenza di convalescenza concessa dalle autorità indiane a Latorre, operato al cuore il 5 gennaio scorso al Policlinico San Donato (Milano). E, quindi, se non interverrà un deus ex machina, il buon Massimiliano dovrà tornare a Delhi dall’amico Salvatore, che, nel frattempo, è riuscito a studiare e a diplomarsi via Skype (chapeau!).
Già, Skype.
La moglie Vania e i figli Michele (14 anni) e Martina (8 anni) solo grazie a Skype sono riusciti a far sentire quotidianamente il loro affetto a Girone. Che hanno incontrato per l’ultima volta a Pasqua, in un’ambasciata svuotata dalle vacanze e presidiata solo dai carabinieri, con tanti saluti al bon ton istituzionale e, più banalmente, alla buona educazione…
Salvatore, però, non si è fatto piegare da niente e da nessuno. E ora aspetta di riabbracciare Massimiliano. Ma a Nuova Delhi o in Italia?
Lo scopriremo solo il 15 luglio.
Nel frattempo ci limitiamo a ricordare che, a oltre tre anni dai fatti di cui vengono accusati, i marò (che, tutti lo sanno, sono due e non tre, come disse, con una celebre gaffe, Giovanni Toti, neogovernatore della Liguria) aspettano ancora il processo.
Sono detenuti in attesa di giudizio, insomma.
E, soprattutto, in attesa di uno Stato che, vergognosamente, si nasconde – appunto - nel silenzio…


Hypercorsivo di Massimo Donelli -lunedì 22 giugno 2015

fonte:  http://www.tvsvizzera.it