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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

01/02/15

Marò, Il sequestro dei fucilieri di Marina Latorre e Girone - aspettando la soluzione indiana... in silenzio




IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE -
ASPETTANDO LA 'SOLUZIONE' INDIANA …..... IN SILENZIO.
1 Febbraio 2015
Stefano Tronconi
Silenzio …... tre anni sono passati e siamo sempre lì.
Dopo tre anni di illegale sequestro e malgrado ormai tutti sappiano che i due marò sono del tutto estranei ai fatti loro contestati ….. l'Italia rimane in silenzio. Tutto viene lasciato nelle mani dell'India.
E come potrebbe essere altrimenti? Sotto la spinta 'colpevolista' dei vertici della marina militare italiana e la costante e discreta regia dell'ormai ex-Presidente Napolitano:
- il governo Monti ha da subito riconosciuto la giurisdizione indiana ed ha consegnato i due fucilieri;
- il governo Letta aveva già dato luce verde alla loro condanna schierandosi a favore del 'giusto' e 'veloce' processo indiano, salvo poi essere preso in contropiede dall'uscita delle prove che scagionano Girone e Latorre;
- il governo Renzi non ha saputo fare di meglio che provare a percorrere la strada della violazione dei diritti degli imputati per la mancata formulazione di un capo d'accusa, come se la dimostrata innocenza dei due fucilieri fosse un dettaglio insignificante.
Silenzio. Il silenzio di tre governi italiani, ed un Paese intero, che, malgrado la provata innocenza dei suoi due soldati, si sono piegati ed umiliati di fronte all'India ed al mondo. Tre governi italiani, ed un Paese intero, che hanno rinunciato a rivendicare ed a pretendere giustizia ancora una volta dimostrandosi un Paese piccolo, piccolo.
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L'India da quasi un anno ha voltato pagina. Ed ha cambiato quel 'verso' che l'Italia sa cambiare solo a parole. Ha tra l'altro un nuovo governo che nulla ha a che fare con il sequestro di Girone e Latorre e con la manipolazione delle indagini.
Il nuovo primo ministro indiano, Modi, però non è tipo da amare i Paesi che si fanno piccoli, piccoli. Non è tipo da amare chi non riesce neppure ad avere il coraggio delle proprie ragioni.
In questi primi mesi di governo, Modi non ha esitato a rinsaldare i rapporti con un Paese come gli Stati Uniti che per anni gli avevano negato perfino il visto d'ingresso.
Non ha esitato a rimettere su un binario positivo i rapporti difficili da anni con la Danimarca che aveva rifiutato l'estradizione in india di un cittadino danese accusato di terrorismo.
Non ha esitato a riposizionare la tradizionale politica 'terzomondista' del Partito del Congresso per stringere nuove e più forti relazioni in particolare con Germania e Giappone.
Perché ai suoi occhi l'India è un Paese che merita e deve giocare nella serie A del mondo. Ma dell'Italia e dei marò non ha ritenuto di doversi occupare perché l'Italia in serie A non gioca più da tempo.
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I marò non sono stati 'incastrati' da Modi, dal suo governo o dal suo partito. I marò sono stati 'incastrati' dal governo e dal Partito del Congresso e soprattutto dall'Italia.
Il nuovo governo indiano non ha mai assunto davanti ai giudici una posizione ostile nei confronti dei marò. Ha lasciato semplicemente che la questione venisse risolta dai giudici stessi perché non ritiene di dover spendere capitale politico su una questione del genere. Non c'è fretta perché l'Italia non gioca nella serie A del mondo. E poi fretta non dimostra di averne in primo luogo l'Italia.
Se i giudici indiani una soluzione non la dovessero trovare il governo indiano della vicenda dovrà prima o poi seriamente occuparsene. Perché oltre a non poter mettere in scena un processo con l'impianto accusatorio completamente manipolato, l'India sa di non disporre neppure delle leggi applicabili alla vicenda dei marò.
Ma se ne occuperà senza fretta, perché è l'Italia a starsene in silenzio. Ufficialmente perché il governo italiano è impegnato in delicate trattative per risolvere la vicenda, di fatto perché il governo italiano è semplicemente in attesa di essere chiamato da Modi a firmare qualsiasi soluzione venisse proposta. Nei tempi e nei modi più congeniali all'India.
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Dopo tanto scrivere, vale ormai la pena che anch'io attenda in silenzio. Tra una settimana, un mese od un trimestre la soluzione 'indiana' arriverà …..
 
 

Stop alle missioni antipirateria: prima si deve risolvere il caso dei marò




Niente missione antipirateria per la fregata Grecale. Arriva la smentita da parte del ministero della Difesa dopo che si era diffusa la notizia della sua prossima partenza da Taranto alla volta del bacino somalo, nell’ambito dell’operazione antipirateria “Atalanta”. La notizia, resa nota dalla Marina, aveva lasciato sconcertati. «Il governo smentisca la partenza di una nostra nave domenica all’interno della missione anti pirateria», aveva subito richiesto Maurizio Gasparri. «Il Parlamento è stato chiaro. Nessun nuovo contributo se prima non si risolve la questione dei nostri due Marò».
Prima si risolva il caso Marò
Nessuno poi, ha spiegato Gasparri , «ha visto il decreto di proroga della nostra partecipazione alle missioni internazionali che, allo stato attuale, non risulta sia stato approvato. Se questa notizia fosse confermata il governo si assumerebbe una grave responsabilità sulla quale non potremo rimanere in silenzio». La notizia poi smentita era apparsa sconcertante anche perché il Parlamento aveva sempre lasciato intendere che una eventuale ulteriore nostra partecipazione alle missioni antipirateria sarebbe stata valutata in base agli sviluppi della vicenda Marò, purtroppo, come noto, non ancora conclusa» e senza spiragli di distensione da parte dell’India.
La Difesa smentisce
Così, il sobrio comunicato della Difesa pone fine alla polemica: «In merito alle notizie circa la partenza della fregata Grecale per la missione antipirateria Atalanta, si smentisce l’impiego dell’unità navale nel bacino somalo. La nave – si legge ancora – ha terminato le operazioni di approntamento connesse con le normali operazioni della Marina militare nel bacino mediterraneo».

Guglielmo Federici - 30/01/2015

fonte: http://www.secoloditalia.it

MARE NOSTRUM, IMMIGRAZIONE, ALLARME TERRORISMO E I TAGLI A DIFESA E FORZE DELL'ORDINE ___ " CONNECTION IMMIGRAZIONE-TERRORISMO ISLAMICO: IL GOVERNO SCOPRE L’ACQUA CALDA "


" CONNECTION IMMIGRAZIONE-TERRORISMO ISLAMICO: IL GOVERNO SCOPRE L’ACQUA CALDA "

 
Di fronte al montare delle minacce alle porte di casa il nuovo bilancio della Difesa mortifica le forze armate e promette di azzerarne le capacità operative con tagli che contraddicono pesantemente quanto detto più volte dal ministro Roberta Pinotti (la “Difesa non è un bancomat”) mentre la riduzione di fondi al comparto sicurezza impone la chiusura di 251 commissariati di polizia e stazioni dei carabinieri.
Il decreto tanto sbandierato per far fronte con misure urgenti all’emergenza terrorismo dopo i fatti di Parigi slitta di settimana in settimana. Forse perché il governo non sa bene cosa fare dal momento che le forze dell’ordine sono del tutto impreparate a gestire eventuali plotoni di fratelli Kouachì armati di kalashnikov e lanciagranate nelle strade delle nostre città.

 

I poliziotti non sparano più un colpo per addestrarsi, dispongono di armi vecchie e di pochi giubbotti antiproiettile peraltro di un tipo ben poco utile contro armi da guerra. I carabinieri vedono il 96% del loro bilancio assorbito dalle retribuzioni, ciò significa che restano poco più di 200 milioni per pagare le utenze di caserme e stazioni, tenere in manutenzione infrastrutture e mezzi, acquisire nuovi equipaggiamenti e addestrarsi.
Il decreto dovrebbe contenere misure legislative utili a contrastare la propaganda e il proselitismo jihadista ma il governo non sembra aver fretta confermando così la scarsa sensibilità nei confronti di difesa e sicurezza.

 

Un disinteresse dimostrato non solo dai continui tagli ai bilanci ma anche dal fatto che il Presidente del Consiglio non si è ancora recato in visita a un contingente militare oltremare e quando parla di temi legati a questo settore le sue dichiarazioni sono pesso di una superficialità disarmante.
Nemmeno la notizia che i terroristi dello Stato Islamico stanno avanzando a grandi passi anche in Libia e gestiscono i lucrosi affari legati al traffico di immigrati clandestini verso l’Italia sembra aver dato una scossa al governo o fatto emergere la necessità di rivedere  le misure di sicurezza e la sciagurata politica dei confini spalancati.
Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, si è lasciato sfuggire che l’arrivo indiscriminato di immigrati può far aumentare il rischio terroristico. Poi si è reso conto di aver detto una cosa politicamente scorretta e per non sembrare un leghista ha corretto il tiro dicendo che i terroristi non sbarcano come gli immigrati mentre il titolare del Ministero degli interni, Angelino Alfano ha negato vi siano segnali d’infiltrazione attraverso i barconi.


 

Proprio Alfano fu uno dei fautori dell’Operazione Mare Nostrum, dipinta all’epoca come un’operazione militare di deterrenza contro l’immigrazione clandestina.
Le cose non sono andate proprio così e solo l’anno scorso abbiamo fatto sbarcare in Italia 200 mila clandestini provenienti da Medio Oriente e Africa oltre la metà dei quali hanno fatto perdere le proprie tracce in Italia oppure hanno raggiunto altri Paesi europei.
Come hanno ammesso tempo fa autorevoli fonti militari l’Italia non ha neppure preteso di conoscere l’identità dei clandestini che portava in Europa grazie alle unità della Marina Militare. Nessuno è stato obbligato a  fornire le proprie generalità favorendo così il deflusso degli immigrati verso altri Paesi europei.
La Ue prevede infatti che gli immigrati clandestini vengano registrati nel Paese dove sbarcano e lì attendano l’eventuale riconoscimento dello status di rifugiato. La gran parte di  coloro che sono sbarcati volevano andare altrove ma sono giunti in Italia solo perché il nostro l’unico Paese che fa oltrepassare le sue frontiere a chiunque paghi il pizzo alla mafia islamica che gestisce i traffici di esseri umani.

 

Tanto accogliente buonismo avrebbe potuto farci apparire un po’ buoni samaritani e un po’ “pirla”, poi le indagini hanno portato alla luce le speculazioni generalizzate nella gestione dei fondi per l’assistenza ai clandestini con il coinvolgimento della malavita organizzata permettendo così all’Italia di riappropriarsi del suo clichè storico di Paese corrotto e mafioso.
Le reazioni di fronte alle recenti rivelazioni sulla connection tra immigrazione e terrorismo islamico fanno un po’ ridere perché si tratta di notizie note da moltissimo tempo e più volte denunciate. Non c’era bisogno dei mercantili salpati dalla Turchia e arrivati davanti alle coste italiane senza equipaggio ma carichi di clandestini per sapere che quei traffici sono gestiti da malavita e gruppi jihadisti.
Così come non c’è bisogno di un documento attribuito allo Stato Islamico e ripreso dai giornali libici per sapere che l’IS intende sbarcare i suoi miliziani in Europa infiltrandoli sui barconi degli immigrati.  Il successo (per i terroristi) è garantito, basta istruire i miliziani a negare l’identificazione davanti alle autorità italiane dichiarando che hanno parenti in Germania o in Svezia.

 

Con questo semplice “stratagemma” al-Qaeda e lo Stato Islamico potrebbero aver già infiltrato in Europa intere brigate di “foreign fighters” considerati i ritmi con cui sbarcano (anche d’inverno)  gli immigrati clandestini.
L’anno scorso il ministro Mauro rivelò, peraltro senza suscitare molto clamore, che il business dei clandestini dalla Libia all’Italia finanziava il terrorismo islamico. Lo stesso Mauro ha reso noto che una dozzina di scafisti egiziani arrestati soffrivano di un tipo di tubercolosi presente solo nel Waziristan pakistano e nel sud dell’Afghanistan: aree  dove sono presenti i campi d’addestramento e le basi di talebani e al-Qaeda.
Inoltre tutte le organizzazioni internazionali che monitorano il fenomeno in Africa Occidentale e nel Sahel concordano da anni nel valutare che i traffici di armi, droga e persone diretti verso l’Europa seguono le stese rotte e sono gestiti da organizzazioni che includono i movimenti qaedisti e jihadisti attivi in quei Paesi.

 

Quindi dov’è la novità?  Che i terroristi incassino milioni di euro al mese grazie al governo italiano che utilizza la flotta per favorirne gli affari invece di impiegarla (come fa l’Australia ad esempio) per respingere i barconi e riportare indietro i clandestini? A Roma hanno scoperto l’acqua calda ma sapevano già tutto da tempo.
I terroristi islamici già ben presenti a Tripoli e Zawiya (una delle aree più importanti per le partenze verso l’Italia) che gestiscono barconi e mercantili non hanno certo difficoltà a imbarcavi non solo i “clienti paganti”  ma anche i loro uomini. Lo dimostrano i rapporti dell’intelligence emersi da diverse dichiarazioni pubbliche ma, a dirla tutta, bastava leggere i giornali per essere consapevoli della minaccia.
Nel marzo 2014 in un reportage di Gian Micalessin su “Il Giornale “ un inquirente della procura di Tripoli impegnato in un’indagine condotta dai servizi d’intelligence libici (quelli fedeli al governo  laico di Tobruk, non ai “Fratelli Musulmani”) disse che nel deserto meridionale il lucroso affare dell’immigrazione clandestina è ormai sotto il controllo di una milizia qaedista interessata non solo ai lucrosi proventi in denaro, ma anche alla possibilità d’infiltrare informatori e militanti sui barconi diretti in Italia.

 

“Al sud il gruppo più attivo – spiegò la fonte – è quello legato ad Ahmed Asnawi un comandante (emerso alla testa di milizie jihadiste durante la rivolta contro Gheddafi –ndr) molto vicino ad al-Qaeda. Lui e i suoi uomini sono stati i primi a cercar di mettere le mani sul commercio di esseri umani. Li prendono sotto il proprio controllo li trasferiscono verso la Cirenaica e a Sirte e da lì organizzano la partenza verso l’Italia su grosse imbarcazioni.
A differenza dei trafficanti tradizionali garantiscono barche più sicure a prezzi inferiori, intorno ai mille dollari. Quei soldi oltre a finanziare il gruppo di Asnawi garantiranno l’arrivo nel vostro Paese e nel resto d’Europa di molti terroristi”.
L’articolo venne pubblicato il 20 marzo 2014 ma già nel novembre 2013 (mentre prendeva il via Mare Nostrum) un rapporto presentato dalla Fondazione ICSA  riferiva che  “in una vastissima area del mediterraneo meridionale si sta realizzando una saldatura non solo ideologica ma permeata anche da interessi economico-criminali tra le diverse formazioni jihadiste, con la creazione di veri e propri santuari del terrorismo”.
All’inizio di novembre del 2013 l’allora ministro degli Esteri Emma Bonino disse che “ci sono sospetti che dalla Libia fra i vari disperati arrivino in Europa anche jihadisti o qaedisti” aggiungendo che si trattava di “uno dei metodi che hanno usato spesso”.  Ciò nonostante due governi italiani hanno continuato a far passare i nostri confini e quelli europei a chiunque senza reali controlli e ben sapendo chi gestiva i traffici.

di Gianandrea Gaiani31 gennaio 2015

fonte: http://www.analisidifesa.it


Guerini: «Niente voto. Andremo avanti fino al 2018»

Il vice segretario del PD: «Con Berlusconi nessun problema. Ora avanti con le riforme»


Montecitorio Camera dei Deputati

FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images


Quando alla seconda votazione, venerdì mattina, Laura Boldrini ha letto il nome Arnaldo Forlani, in molti hanno pensato che quel voto fosse un omaggio rivolto a lui. Lui è Lorenzo Guerini, l’Arnaldo, secondo felice soprannome affibbiatogli da Matteo Renzi come fosse una medaglia di democristianità doc. Chi lo conosce bene sa che a Guerini quel soprannome non dispiace. Tanto più, crediamo, ne andrà orgoglioso oggi, con un democristiano doc che ascende al Quirinale sedici anni dopo la fine del settennato di Oscar Luigi Scalfaro. Ancor di più, se si pensa che proprio lui, Guerini, è stato uno dei tessitori che hanno reso possibile quest’elezione.
Facciamo un passo indietro, Guerini. A quella  sera di mercoledì 28 gennaio in cui l’Ansa batte una sua dichiarazione, secondo cui avrebbe detto che «si parte e si arriva con Mattarella». Dichiarazione che coglie in contropiede e indispettisce Alfano e Berlusconi…
Io in realtà quella dichiarazione non l’ho mai fatta. O meglio, non ho mai pronunciato il nome di Mattarella. Rispondendo a una giornalista – che si è successivamente scusata – io ho semplicemente detto che il Pd avrebbe sostenuto il nome che sarebbe uscito dall’Assemblea dei grandi elettori della mattina seguente. Che non ci sarebbe stato spazio per ulteriori trattative, per nuovi nomi. Noi venivamo dallo psicodramma del 2013, dovevamo cancellare quella pagina. I nostri elettori non ci avrebbero perdonato un’altra brutta figura…
Sta di fatto che Berlusconi Mattarella non l’ha digerito, né votato, alla fine. Eppure, stando a una ricostruzione di Franco Bechis su Libero, datata 31 dicembre 2014, pare che al Cavaliere Mattarella piacesse, eccome.. È una ricostruzione errata, oppure Berlusconi ha cambiato idea?
Lo svolgimento è più lineare di quanto sembri. Sulla figura di Mattarella nessuno, nemmeno Berlusconi, ha mai espresso riserve. Tutti, al contrario, hanno sostenuto la qualità della candidatura. Le perplessità, semmai, hanno riguardato questioni di metodo.
Perché allora forzare la mano, allora? È stata una scelta tattica per spaccare il fronte avverso, pur su un nome condiviso?
Avevamo la necessità di tenere unito il partito, prima di tutto. Sapevamo che saremmo dovuti arrivare a una candidatura condivisa, ma non potevamo correre il rischio di un altro caso Prodi. Così siamo partiti da lì, da un nome che piacesse a tutte le anime dei Democratici. Tra quei nomi, abbiamo scelto quello che, a nostro giudizio, poteva incontrare il favore degli alleati di governo e delle opposizioni. A posteriori, possiamo dire che la scelta di Mattarella sia stata un’ottima scelta.
D’accordo, ma adesso? C’è chi parla di maggioranza dei tre forni: siete al governo con Alfano, fate le riforme con Berlusconi, eleggete Mattarella con Vendola…
Anche questa lettura mi sembra un po’ ingenerosa e parziale. Noi siamo al governo con il Nuovo Centro Destra e Scelta Civica, ma non possiamo cambiare le riforme e la legge elettorale a colpi di maggioranza. Per farlo, abbiamo aperto un confronto con tutte le forze politiche. Forza Italia ha risposto, sta collaborando e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ok, ma il Presidente della Repubblica?
Il Presidente della Repubblica era una partita ancora diversa. Noi abbiamo sempre detto che il Patto del Nazareno era sulle riforme e non sull’elezione del Presidente della Repubblica. Giustamente, chi sosteneva il contrario, oggi sostiene che abbiamo tradito quel patto. Ma noi, con Berlusconi, non abbiamo mai sottoscritto nessun accordo sul Quirinale. E mi pare che i fatti l’abbiano dimostrato.
Le incomprensioni di questi giorni con Berlusconi e Alfano rallenteranno le riforme? Oppure sarà la ritrovata serenità all’interno del Pd ad accelerarle?
Non credo che l’elezione del Presidente della Repubblica avrà strascichi sulle riforme. La Riforma Costituzionale è in aula, alcuni articoli sono già stati approvati e quando riprenderanno i lavori, tra un paio di settimane, contiamo di chiudere. Lo stesso vale per la riforma elettorale appena arrivata in Commissione alla Camera. Ci vorrà qualche mese, soprattutto perché le riforme costituzionali necessitano di doppia lettura, ma siamo in dirittura d’arrivo.
E poi al voto?
No. Il nostro orizzonte è il 2018. Questa è una legislatura nata malissimo, senza nessun vincitore, e adesso siamo riusciti a trasformarla in un’importante stagione costituente. Sarebbe un peccato interrompere l’azione di governo. Tanto più ora che ci sono i primi segnali di ripresa.
Nemmeno un rimpasto? Che democristiani siete…
No, nemmeno quello. Dovremo sostituire la Lanzetta, dimissionaria, ma per il resto andiamo avanti così.

31 gennaio 2015
fonte: http://www.linkiesta.it

Mattarella eletto INCOSTITUZIONALMENTE Capo dello Stato


Sergio Mattarella ha superato il quorum, è il nuovo presidente della Repubblica. Il quorum e’ 505 voti. “L’esito è ormai scontato – ha detto il presidente del Senato, Pietro Grasso – e siamo felici di questo esito”.
RENZI PUNTA SU MATTARELLA, IL NOME RICOMPATTA IL PD


Ecco la «persona di assoluta lealtà, correttezza, coerenza democratica e alta sensibilità costituzionale»
Non sono molti gli scheletri nell’armadio di Sergio Mattarella, il nuovo Capo dello Stato beatificato da un endorsment sinistrorso dalle santificazioni del mainstream de noiantri unite alle benevoli dichiarazioni di Giorgio Napolitano ex Re d’Italia: «persona di assoluta lealtà, correttezza, coerenza democratica e alta sensibilità costituzionale»
Ai casti, puri, limpidi e cristallini ma affetti da amnesia patologia conclamata corre l’obbligo di ricordare il ritratto a tinte fosche sul loro Presidente.
Cominciamo dallo sbianchettamento delle bozze relative al dossier Mitrokhin; le “relazioni pericolose” intrecciate dall’Antonino martire, il fratello meno noto di Sergio, che balzò agli «onori delle cronache alla fine degli anni Novanta nell’ambito di un’inchiesta della procura di Venezia per riciclaggio di denaro e associazione mafiosa. Procedimento poi archiviato nel 1996 per mancanza di prove». Per gli inquirenti al lavoro su quella difficile indagine, Antonino avrebbe convogliato a Cortina un’ingente massa di soldi sporchi, riconvertendo in multiproprietà alcuni grandi alberghi». Un coinvolgimento indiretto, certo: e allora, sempre in tema di scandali a «macchiare l’immagine del Presidente invece c’è la confessione di aver accettato, alla vigilia delle Politiche del 1992, un contributo elettorale di tre milioni di lire – sotto forma di buoni benzina– dall’imprenditore agrigentino Filippo Salamone, noto in Sicilia per essere vicino a Cosa Nostra».
Poi, nel 1999 le nefandezze della commissione Mitrokhin, l’archivio contenente le attività illecite del Kgb in Italia, Sergio Mattarella allora era vicepresidente del Consiglio dei Ministri con delega ai servizi segreti. Nel Paese irrompe la notizia dell’esistenza di documenti dirompenti. «E per far luce su quando i vertici di quel governo seppero del dossier – ricostruisce Il Tempo – sul perché non fu informata per tempo la magistratura italiana, sul chi e come «corresse» le bozze del libro su quell’archivio e sul perché, guarda caso, si fece in modo che l’archivista Mitrokhin non venne ascoltato dal Sismi, venne istituita, qualche anno dopo, una commissione d’inchiesta parlamentare presieduta dal senatore Paolo Guzzanti. E fra le molte persone sentite ci fu anche Mattarella». Il quale, tra contraddizioni, smentite e sbalzi temporali, in diverse audizioni sostenute di fronte alla commissione, replicò in maniera poco convincente con argomenti che tamponarono sul momento, ma non chiusero la falla dei tanti interrogativi a lungo rimasti senza risposta. La sentenza definitiva sul giallo dello sbianchettamento, poi, l’avrebbe pronunciata anni dopo, nel 2004, un altro illustre presidente della Repubblica, il picconatore Francesco Cossiga che, sul dossier Mitrokhin disse: «Chi è stato? I servizi segreti. Su ordine di chi? Il più adatto, ovvio, era Sergio Mattarella»…
Come se non bastasse, a questo bisogna aggiungere qualche altra quisquiglia. Sempre da ministro della difesa, ebbe il coraggio di negare la presenza di uranio impoverito nei proiettili USAti dalla Nato in Kosovo e nei Balcani. Da non sottovalutare che è lui che ha fregato agli italiani il Referendum per cancellare la vergognosa Legge Fornero.
Ed infine, è con il suo contributo che il 13 gennaio 2014 la Corte Costituzionale emise la Sentenza n. 1/2014 con cui il 4 dicembre 2013 bocciò le norme elettorali previste dal cosiddetto Porcellum. Porcellum con il quale è stato eletto incostituzionalmente il Parlamento che oggi altrettanto incostituzionalmente lo ha eletto Capo dello Stato.

Armando Manocchia

Mattarella presidente della repubblica 665 voti
Imposimato 127
Schede bianche 105
Feltri 46
Rodotà 17
Napolitano 2
Bonino 2
Martino 2

31 gennaio 2015
fonte: http://www.imolaoggi.it