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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

23/10/14

“The United States of Gas”? Il miraggio dell’indipendenza energetica





USA-shale gas-energia
di Alessandro Tinti


Allo sfruttamento intensivo dello shale gas analisti e politici americani hanno accostato a colpo sicuro il termine “rivoluzione”. Gli incrementi produttivi innescati dall’estrazione di gas da argille e scisti bituminosi sono predicati quali il vettore che nel prossimo futuro ripoterà gli Stati Uniti alla posizione di preminenza occupata agli inizi del Novecento, ossia a quella di prima potenza energetica. Per un gigante economico che a lungo è stato centro di gravità delle transazioni di energia e che ha improntato la vocazione internazionale al dogma della liberalizzazione delle linee di approvvigionamento, le implicazioni geostrategiche di quest’annunciato cambio di paradigma del mercato energetico sono certamente imponenti. Tuttavia, una serie di questioni sottaciute dalle proiezioni sulla curva di produzione impone una lettura prudente della condizione d’indipendenza energetica eventualmente perseguibile dagli Stati Uniti – tanto sul piano della diversificazione globale dei siti estrattivi, quanto su quello dei costi non manifesti.
La crescente rilevanza degli idrocarburi non convenzionali nel mix energetico statunitense è stata sollecitata dai recenti sviluppi delle tecnologie estrattive; precisamente, la frantumazione idraulica e la trivellazione orizzontale hanno rapidamente creato un nuovo orizzonte di opportunità, consentendo l’utilizzo di vasti bacini altrimenti non commercializzabili in termini di redditività. Dal 2000 a oggi lo shale gas è passato dal 2% al 40% del gas complessivamente estratto, guidando aumenti costanti del livello di produzione che nel 2010 hanno permesso di sopravanzare la concorrenza russa. Secondo le proiezioni dell’Energy Information Administration (EIA) gli Stati Uniti diventeranno esportatori netti di gas naturale prima del 2020 ed esportatori di 5.8 trilioni di piedi cubi (Tcf) nel 2040, quando il gas non convenzionale peserà per metà dell’intera quota prodotta; si ipotizza, inoltre, che entro il 2035 il gas avrà soppiantato il carbone quale risorsa principale per la generazione di elettricità [1]. Secondo i dati forniti dall’EIA gli Stati Uniti potranno contare su un serbatoio di riserve sufficienti a sostenere almeno 90 anni di produzione. Emblematiche di questo cambiamento di prospettiva sono le numerose richieste [2] sottoposte al vaglio del Department of Energy per la conversione dei rigassificatori, costruiti per la ricezione di gas naturale liquefatto (LNG nell’acronimo inglese) e largamente inutilizzati, in impianti di liquefazione, al fine di sostenere le (eventuali) esportazioni verso i mercati asiatici, sudamericani ed europei.


La maggiore disponibilità di gas comporta ricadute importanti sull’economia interna: tra le più significative, il rilancio dei consumi provocato dalla riduzione della spesa familiare per il riscaldamento, il sostegno dell’occupazione nell’industria estrattiva, l’incentivo ad investimenti nel settore manifatturiero in ragione dei prezzi declinanti degli input energetici [3]. La rivoluzione americana non è tuttavia ancorata unicamente all’accresciuta abbondanza di gas naturale e al conseguente ampliamento degli utilizzi finali. Gli avanzamenti tecnologici hanno parallelamente incoraggiato lo sfruttamento del “tight oil”, ossia di petrolio anch’esso intrappolato in rocce impermeabili, la cui immissione sul mercato ha ribaltato un andamento negativo di lungo periodo nella produzione di greggio. Dopo il punto di minimo toccato nel 2008, la quantità di petrolio prodotta è cresciuta regolarmente, raggiungendo nell’agosto 2014 una media di 8.6 milioni di barili giornalieri (bbl/d) – un livello che l’industria petrolifera statunitense aveva da ultimo toccato nel luglio 1986 [4]. Nel 2013 gli Stati Uniti hanno registrato un incremento annuale di 1.1 bbl/d, un aumento assoluto non corrisposto da alcun competitore e che non ha precedenti negli annali della superpotenza [5]. I modelli EIA prevedono una produzione di 9.6 bbl/d nel 2019, con un differenziale positivo di 3.1 bbl/d rispetto al 2012, e prorogano al 2040 la contrazione inevitabile dello stock di greggio [6]. In altre parole, ciò significherebbe tornare alla capacità estrattiva degli anni Settanta, contendendo il primato dell’Arabia Saudita – con quest’ultimo che potrebbe essere già intaccato entro la fine dell’anno.


Benché occorra tenere concettualmente distinti i livelli di produzione dalla disponibilità di riserve, i dati attuali e le proiezioni correlate non solo accertano un rafforzamento degli Stati Uniti in una delle componenti costitutive della potenza nazionale, ma sembrano prefigurare un mutamento dei rapporti di forza globali. Il dibattito interno è concorde nel ritenere che i fattori scatenanti lo “shale boom” (la proprietà privata dei giacimenti, lo studio avanzato della geologia del Paese, un mercato dei servizi competitivo, un quadro legislativo accomodante, la presenza d’infrastrutture preesistenti e di adeguate conoscenze tecniche) potranno essere difficilmente replicati dai principali antagonisti di Washington, spesso frenati (è il caso cinese) da burocrazie elefantiache e verticistiche [7]. In questo senso una maggiore capacità produttiva tenderebbe ad una maggiore flessibilità strategica, allentando i pesanti vincoli contratti nei teatri mediorientali a tutela prioritaria della stabilità dei pozzi del Golfo Persico.
Le attese americane sembrano però peccare di eccessivo ottimismo poiché la guerra di cifre lanciata dai media d’oltreoceano lascia trasparire più di qualche incertezza sulla lettura dei prossimi equilibri energetici. In primo luogo, gli Stati Uniti consumano più idrocarburi di quanto siano in grado di produrne. Pertanto, l’ingente domanda interna deve essere continuativamente soddisfatta dalle importazioni. Guardando al gas naturale, nel 2013 ad una produzione di 687.6 bilioni di metri cubi (bcm) è corrisposto un consumo di 703.2 bcm, secondo tassi di incremento annuale rispettivamente dell’1.3% e del 2.0% [8]. La differenza è stata colmata dai gasdotti canadesi che hanno irrorato l’economia statunitense di 78.9 bcm [9] – a copertura anche delle quantità di gas pari a 44.5 bcm esportate dagli Stati Uniti in direzione dei partner NAFTA. Deve essere inoltre annotato che nel medesimo anno di riferimento sia Federazione Russa che Cina hanno seguito un passo più spedito, realizzando aumenti del 2.4% e del 9.5%.


La forbice import/export è ben più ampia in riferimento al petrolio, laddove nel 2012 la domanda di greggio è stata sostenuta per il 42% da fonti estere. Rovesciando i termini dell’equazione, gli Stati Uniti possono provvedere autonomamente a poco più di un terzo del proprio fabbisogno. Sebbene l’introduzione di misure di efficienza energetica abbia ridotto il consumo pro-capite, l’apparato industriale americano drena quasi 18 bbl/d, che riflettono il 19.9% dell’intera domanda mondiale. Se nel caso del gas naturale il bacino nordamericano nel suo complesso protegge la posizione di Washington, per quanto concerne il petrolio gli Stati Uniti non sono dunque in grado di recedere da una condizione di dipendenza esterna. In questa prospettiva tra l’ascesa produttiva e la recente riduzione delle quote importate non esiste alcun nesso di causalità: se è pur vero che la domanda di greggio si è abbassata di circa il 10% rispetto al 2005, è piuttosto il crollo dell’attività economica generato dalla crisi finanziaria del 2006 ad aver asciugato la sete di petrolio, moderando i flussi in entrata.
Conseguentemente, la tesi dell’indipendenza energetica del polo americano pare a dir poco affrettata, oltre che avvallata da studi di fattibilità non ancora maturi. Lo shale gas è certamente destinato a rivestire un ruolo fondamentale nel sostentamento dell’economia statunitense, ma la conversione dei sistemi produttivi a tale fonte energetica rappresenta un traguardo ad oggi lontano, basti pensare che il settore dei trasporti è interamente monopolizzato dai derivati del petrolio [10]. Nel caso di riferimento fissato dall’EIA il tasso di crescita annuale nella produzione di gas naturale raddoppia quello del consumo (1.6% contro lo 0.8%), ma questa ipotesi non è confermata dai trend attuali, come evidenziato nel paragrafo precedente. La stessa agenzia governativa precisa che l’attendibilità dei prospetti è sensibilmente condizionata da incognite geologiche (l’effettiva entità delle formazioni bituminose), economiche (il livello dei prezzi) e tecnologiche (lo sviluppo delle tecniche di estrazione) [11]. A tal proposito il grafico sottostante mette in luce la variabilità di questa tipologia di proiezioni.



Proiezioni sulla produzione mondiale di petrolio rilasciate dall’EIA nel periodo 2000-2011 e confronto con la produzione attuale – Fonte: Post Carbon Institute
Proiezioni sulla produzione mondiale di petrolio rilasciate dall’EIA nel periodo 2000-2011 e confronto con la produzione attuale – Fonte: Post Carbon Institute


Diversamente da valutazioni di corto respiro che puntualizzano l’accrescimento delle riserve fruibili dall’industria statunitense [12], uno studio del Post Carbon Institute raccomanda di considerare il rendimento energetico netto della risorsa, ossia il differenziale tra l’energia richiesta per lo sfruttamento della risorsa e l’energia contenuta nel prodotto finale. Poiché il rendimento netto degli idrocarburi non convenzionali è minore rispetto a quello delle fonti fossili convenzionali, il discrimine circa l’efficienza del loro impiego è determinato dai costi complessivi (anche ambientali) del ciclo estrattivo, che in ultima istanza definiscono l’indice di approvvigionamento della risorsa [13]. Da questo punto di vista i pozzi di shale gas accusano un crollo di rendimento elevatissimo, mediamente oscillante tra il 79% ed il 95% dopo i primi 36 mesi di attività. Secondo i report pubblicati dall’EIA, il mantenimento di livelli di produzione in linea con le proiezioni costringe una continua immissione di capitali per l’apertura di nuovi siti di estrazione. Tale esborso finanziario è stimato dal Post Carbon Institute in 42 mld di dollari, da versare annualmente al fine di garantire la trivellazione di oltre 7mila nuovi pozzi – una spesa che eccede il valore commerciale del gas estratto (nel 2012 stimato in 32.5 mld) [14]. La legge dei rendimenti decrescenti è parimenti applicabile ai prodotti petroliferi. In tal senso, per ottenere nel 2040 un atteso aumento del 41% dell’intera produzione domestica di idrocarburi sarà necessario un incremento annuale del 77% nella perforazione di pozzi. Non è un caso che nel corso del 2012 l’industria del gas e del petrolio degli Stati Uniti abbia chiuso con un passivo di 60 mld, a fronte degli onerosi investimenti effettuati [15].


Confronto tra il numero di pozzi di gas naturale operativi negli Stati Uniti e la loro produttività media – Fonte: Post Carbon Institute
Confronto tra il numero di pozzi di gas naturale operativi negli Stati Uniti e la loro produttività media – Fonte: Post Carbon Institute



In definitiva, se si incrociano i dati sul rapido declino della produttività media dei giacimenti non convenzionali con quelli descrittivi del divario consumo-produzione, gli andamenti discussi in apertura all’articolo non sembrano sostenibili nel lungo periodo. Ad appesantire questo bilancio intervengono due aspetti che non saranno oggetto di specifico approfondimento in questa analisi: da un lato, la convenienza nell’impiego su larga scala del gas naturale nel tessuto industriale americano sarà primariamente determinata dalle oscillazioni dei prezzi, bassi dal 2008 ma storicamente volatili e condizionati tanto da fattori macroeconomici quanto dall’evoluzione del settore estrattivo; dall’altro, i danni ambientali procurati dalla frantumazione idraulica (dalla contaminazione delle falde acquifere alla distruzione degli ecosistemi locali [16]) potrebbe raccomandare l’introduzione di regolamentazioni restrittive, fissando dei limiti ai volumi prodotti ovvero imponendo sanzioni, che condizionerebbero l’esplorazione e lo sfruttamento dei bacini non convenzionali.
I dati riportati avvalorano la tesi per cui il gas naturale possa costituire una “risorsa ponte” per il sistema produttivo statunitense, in grado di aggiornare l’efficienza energetica degli utilizzi industriali e residenziali, di ridurre il livello di emissioni e soprattutto di allungare la coperta in vista di un inderogabile ripensamento delle fonti energetiche (si tenga presente che l’86% della domanda statunitense è colmata da fonti fossili). Tuttavia, non pare realistico ritenere che le vaste riserve di gas non convenzionale in dote agli Stati Uniti possano risultare decisive sullo scacchiere globale poiché la crescita più che proporzionale del consumo interno diminuisce la credibilità ed il peso strategico delle quote esportabili oltre oceano. 

Conviene ricordare in tal senso il caso indonesiano, laddove lo sviluppo economico stimolato dall’abbondanza di petrolio ha gradualmente sollevato la domanda interna, trasformando l’Indonesia da Paese esportatore a importatore. Gli analisti che enfatizzano le potenzialità del “secolo del gas” a direzione americana tendono inoltre a trascurare un aspetto non marginale, ossia i costi di trasmissione delle esportazioni di gas che la condizione di insularità accresce sensibilmente. È infatti il mercato internazionale e non la quantità di riserve nazionali a definire l’export sulla base del prezzo di vendita della materia prima: in questo frangente i maggiori costi risultanti dal necessario processo di liquefazione e dal trasporto di volumi modesti influiscono negativamente sull’appetibilità del gas statunitense. In altri termini, è altamente improbabile che Washington abbia la capacità produttiva e commerciale di egemonizzare i mercati europei (riducendo il potenziale di ricatto di Mosca) [17] ed asiatici – con una possibile eccezione rappresentata dal Giappone, primo importatore di LNG (119 bcm nel 2013) ma conteso dalla concorrenza australiana.


Pertanto, nell’agone della politica internazionale gli Stati Uniti avranno l’opportunità di spendere la moneta del gas sul terreno del prestigio nazionale e delle percezioni altrui, piuttosto che sfruttarne i dividendi per alterare a proprio favore la bilancia dell’energia mondiale ovvero agitare una ancor meno probabile fuga isolazionista nell’emisfero occidentale. Da questo punto di vista il monumentale accordo per la fornitura (trentennale) di gas sottoscritto da Federazione Russa e Cina irradia un impatto strategico incomparabile con le deboli declamazioni di una prossima autosufficienza energetica della potenza statunitense, il cui baricentro politico-economico si rivela progressivamente eccentrico rispetto all’evoluzione dei contesti regionali. Secondo questa lettura, gli statisti americani (e con loro le cancellerie europee) dovranno guardare con crescente preoccupazione agli effetti conflittuali determinati dalla corsa globale al consumo di energia e dalla distribuzione iniqua del consumo. Come già riportato, gli Stati Uniti consumano mediamente un quinto del petrolio complessivamente immesso sul mercato, mentre il consumo mondiale di greggio è destinato a salire dagli attuali 90.5 bbl/d ai 117-121 bbl/d del 2040 – trainato quasi interamente dalle cd economie emergenti. È la crescita strutturale di quest’ultime a rendere ancor più complessa la partita energetica giocata dagli Stati Uniti.

 by on

* Alessandro Tinti è Dottore in Relazioni Internazionali (Università di Firenze)
[1] U.S. Energy Information Administration, Annual Energy Outlook 2014 With Projections to 2040, Department of Energy, Washington, aprile 2014.
[2] Su 31 richieste per l’autorizzazione ad esportare LNG inoltrate al dicastero competente, almeno 8 prevedono l’adattamento dei rigassificatori esistenti, con un costo stimato tra i 6 e i 10 mld di dollari per singolo stabilimento. Cfr. Michael Ratner, Paul W. Parfomak, Ian F. Fergusson, Linda Luther, U.S. Natural Gas Exports: New Opportunities, Uncertain Outcomes, Congressional Research Service, 17 settembre 2013, p. 11.
[3] Cfr. Robert A. Hefner, The United States of Gas, in “Foreign Affairs”, vol. 93, n. 3, 2014.
[4] U.S. Energy Information Administration, Monthly Energy Review, Department of Energy, Washington, settembre 2014, p. 37.
[5] BP, Statistical Review of World Energy, giugno 2014.
[6] U.S. Energy Information Administration, Short-Term Energy Outlook, Department of Energy, Washington, settembre 2014.
[7] Cfr. Lynann Butkiewicz, North America’s Natural Gas Boom Comes to the Asia-Pacific, in “The Diplomat”, 27 settembre 2012; Robert A. Hefner, op. cit.; Edward L. Morse, Welcome to the Revolution, in “Foreign Affairs”, vol. 93, n. 3, 2014.
[8] BP, Statistical Review of World Energy, giugno 2014.
[9] A questi si aggiungano 2.7 bcm di LNG.
[10] Cfr. Michael Ratner, Carol Glover, U.S. Energy: Overview and Key Statistics, Congressional Research Service, giugno 2014.
[11] U.S. Energy Information Administration, Annual Energy Outlook 2014 With Projections to 2040, Department of Energy, Washington, aprile 2014.
[12] Henry D. Jacoby, Francis M. O’Sullivan, Sergey Paltseva, The Influence of Shale Gas on U.S. Energy and Environmental Policy, in “Economics of Energy & Environmental Policy”, vol. 1, n. 1, 2012.
[13] J. David Hughes, Drill, Baby, Drill: Can Unconventional Fuels Usher in a New Era of Energy Abundance?, Post Carbon Institute, 2013, pp. i-ii.
[14] Ibidem, p. 50.
[15] Edward L. Morse, op. cit.
[16] Cfr. Bipartisan Policy Center, Shale Gas: New Opportunities, New Challenges, gennaio 2012;  Michael Ratner, Mary Tiemann, An Overview of Unconventional Oil and Natural Gas: Resources and Federal Actions, Congressional Research Service, gennaio 2014;
[17] Cfr. Matteo Villa, Sicurezza energetica: Obama (non) ci salverà, ISPI, 24 luglio 2014.

come da noi - Spesi 70mila euro in creme Le ministre si scusano umiliandosi in diretta tv

Scandalo in Giappone: sperperano soldi pubblici in cosmetici e ventagli. Il Paese non perdona: dimissioni e pubblica gogna



Quando la tentazione vince sull'ambizione allora succede come a Yuko Obuchi, promessa della politica giapponese, ministra giovanissima e rampantissima della giustizia, accusata di aver speso tra il 2007 e il 2012 più di 10 milioni di yen, circa 74mila euro, in creme di bellezza.


Yuko Obuchi fa l'inchino e si dimette da ministro dell'Industria giapponese


Scivolata brutta e imperdonabile in un Paese dove ancora il rispetto per la buona condotta hanno un senso. La ministra avrebbe speso fondi per spese personali ed elargito regali ai suoi, qualche biglietto di teatro gratis, qua e là. E se qui in Italia siamo ormai abituati a storie di questo tipo, in Giappone no. Il Paese del Sol levante deluso e profondamente offeso, ha preteso - e immediatamente ottenuto- scuse e dimissioni con doloroso e dispiaciuto mea culpa pubblico.
Carriera addio. È finita così, nel peggiore dei modi possibili per la bella ministra, figlia della migliore borghesia, cresciuta in un ambiente protetto e d'elite, il padre un nome di peso, l'ex premier Keizo Obuchi. Lei appena 40enne, elegante e telegenica, madre di due figli, era considerata l'immagine giusta per convincere l'opinione pubblica più scettica della necessità di riapertura dei reattori nucleari chiusi dopo il disastro di Fukushima; nel 2011 candidata lei stessa ad un futuro da premier, astro nascente per la politica giapponese, in un mondo dove ancora la percentuale di maschi al potere è altissima. Ma la tentazione l'ha fatta cadere. Rovinosamente, perchè il Giappone non perdona e qui la vergogna e il disonore pesano ancora come macigni.
Si è scusata Obuchi. Si è presentata in conferenza stampa per rassegnare le dimissioni, docile e remissiva, occhi bassi e mani giunte lungo le cosce. Un vestito nero formale e a lutto. E guardando la platea, livida e composta si è piegata. Prostrata in un grande e umilissimo inchino. «Offro le mie più sincere scuse per non essere in grado di contribuire alla ripresa economica e alla realizzazione di una società in cui le donne brillano», ha detto visibilmente scossa. La colpa e la vergogna, parole cariche di senso a pesare sulla coscienza. Sulla buona condotta, sull'esempio da dare al prossimo, il Giappone ci ha fondato una cultura, principi presi sul serio, per cui spesso si è disposti anche al suicidio.
È un colpo durissimo per il premier Shinzo Abe, lui che tanto aveva voluto l'effetto quote rosa, operazione per ottenere nuova popolarità e proporre una nuova immagine delle donne nel mercato del lavoro, ora è stato costretto ad accusare il colpo. Ma non solo, a poche ore dallo scandalo Obuchi ecco che è stata costratta a dimettersi anche Midori Matsushima, ministro della Giustizia, accusata dall'opposizione di aver violato la legge elettorale.


Come per Obuchi un inciampo di vanità: avrebbe fatto distribuire ventagli-volantini di carta per difendersi dall'afa (del valore di 50 centesimi l'uno) con il suo ritratto e il suo nome agli elettori della sua circoscrizione. Matsushima è inoltre sotto accusa per avere usato un appartamento fornito dal Parlamento mentre teneva le sue guardie del corpo nella sua residenza privata in centro a Tokyo. Dal suo arrivo al potere nel 2012, questo è il colpo più duro per il primo ministro nipponico Shinzo Abe, che aveva voluto le due donne nella sua squadra e ha presentato pubbliche scuse per la situazione.
Sono durate troppo poco le due ministre inebriate dal profumo del potere; erano state nominate appena il 3 settembre scorso nell'ambito di un rimpasto.
A rimpiazzare la giovane rampante ministra all'Industria Yuko Obuchi sarà Yoko Kamikawa, parlamentare quarantenne del Partito liberal-democratico (Pld) del premier, mentre il posto della ministra della Giustizia, Midori Matsushima, sarà preso da Yoko Kamikawa, sessantuno anni, ex ministra al Declino della natalità.
Ancora una doppia scommessa al femminile per Abe. Ci deve credere e deve sperare che funzioni se non vuole che sia l'ultima.

di Manila Alfano - 21 ottobre 2014
fonte: http://www.ilgiornale.it

BUON COMPLEANNO SALVATORE .




Spero che questo silenzio sia dovuto a trattative in corso... e non sintomo di uno Stato imbelle nei confronti di due suoi servitori.




                             " A PRESTO LEONE "



22/10/14

Uno Stato al servizio dei cittadini…? Storie e misfatti di un paese alla deriva.



Uno Stato al servizio dei cittadini…? Storie e misfatti di un paese alla deriva.
Guardia di Finanza: ecco il testo integrale della grave “denuncia” di un maresciallo.
By donnemanagerdinapoliit on 27 aprile 2014 *


Non è il caso di aggiungere altre parole. Come già detto ieri ci si sente male a leggere quanto riportiamo. Noi ribadiamo la nostra fiducia ed ammirazione per tutti gli uomini e le donne non solo della Guardia di Finanza ma di tutte le Forze di Polizia e militari che credendo in valori come la legalità, la giustizia, il rispetto, l’etica e la morale, ecc… tutti i giorni indossano l’uniforme per servire lo Stato con onore.
Ciò non toglie che l’informazione deve essere fatta anche quando fa male. Abbiamo già trattato l’argomento negli articoli “Guardia di Finanza, agghiacciante dichiarazione di un maresciallo” ed “Italia, Stato di Polizia? E’ caccia al Maresciallo della Guardia di Finanza che ieri…” ed oggi come ne siamo venuti a conoscenza abbiamo riportato il testo integrale dello “sfogo” del Maresciallo della Guardia di Finanza. (Fonte: FICIESSE.IT)

NOI FINANZIERI, AL LAVORO PER ROVINARVI. UN MARESCIALLO DELLA GDF RIVELA: DOBBIAMO RAGGIUNGERE I TARGET PREFISSATI. SOLO COSI’ SI LEGITTIMANO GLI STIPENDI DEI NOSTRI GENERALI, CHE SONO DECINE. I NOSTRI VERTICI SONO LONTANI DALLA REALTÀ. FORMAZIONE ASSENTE, RISORSE ALL’OSSO, OSSESSIONE NUMERI (Libero)
Libero, 26 aprile 2014

Memorie di un finanziere della polizia tributaria. Si potrebbe intitolare così il sorprendente documento esclusivo che state per leggere. Si tratta della trascrizione, fedele alla lettera, del disarmante sfogo di un disincantato, onesto e preparato maresciallo della Guardia di Finanza, impegnato da diversi lustri nei temutissimi controlli alle imprese. L’uomo, di cui evitiamo di indicare dati anagrafici e curriculum per non renderlo riconoscibile, ha apparecchiato per Libero uno zibaldone di pensieri, suddiviso in capitoletti, sul suo lavoro di tutti i giorni. Che per lui è diventato un tran tran asfissiante, capace di condurlo quasi al rigetto. Il risultato è questa spietata radiografia che stupisce e, in un certo senso, preoccupa di un mestiere che tanto trambusto porta nelle vite degli italiani. 

Infatti in questo sfogo il militare dipinge le ispezioni delle Fiamme gialle come un ineluttabile meccanismo stritola-imprenditori il cui obiettivo non sarebbe una vera e sana lotta alle frodi fiscali, ma una fantasiosa e famelica caccia al tesoro indispensabile a lanciare le carriere di molti professionisti dell’Antievasione. «Nel nostro lavoro ci sono forzature evidenti, a volte imbarazzanti», ammette con Libero il maresciallo. Che qui di seguito svela retroscena e segreti dei controlli che intralciano ogni giorno il lavoro di centinaia di imprenditori. Una lettura che potrebbe agitare qualcuno e far alzare il sopracciglio ad altri. Ma a tutti deve essere chiaro che non di fiction si tratta e che domani il nostro maresciallo e la sua pattuglia potrebbero bussare alla vostra porta. Preparatevi a leggere il testo di questo finanziere raccolto in esclusiva da Libero.

Ossessione numeri – Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. Nel nostro Corpo esistono vere e proprie task-force che si occupano di fare previsioni di recupero d’imposta e a fine anno queste devono essere raggiunte, come se l’evasione fiscale si basasse su dei budget. Gli operatori sul territorio sono meno di chi elabora questa realtà virtuale, su 64 mila finanzieri siamo circa 4 mila a fare i controlli.

Indietro non si torna – A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima. Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima. Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera. Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità. I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato. Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto. Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta. Ma spesso non lo è. Per la Finanza quello che conta è il dio numero. Il nostro unico problema è come tirarlo fuori.

Per riuscirci c’è un nuovo strumento infernale, la cosiddetta “mediana”, che va di gran moda tra gli ufficiali. La si pronuncia con rispetto e deferenza, anche perché da essa dipende la carriera di chi la evoca. Si tratta di uno studio fatto a tavolino, che stabilisce il valore medio della verifica necessario a raggiungere gli obiettivi, il tetto al di sotto del quale non si può andare. Se capiamo che in un’azienda il verbale sarà di entità inferiore alla mediana, derubrichiamo la verifica a controllo in modo che non entri nelle statistiche ufficiali.
Alla Guardia di Finanza abbiamo uffici informatici che elaborano dati in continuazione. Ma si tratta di numeri “drogati”, come lo sono quelli dei sequestri. Nei magazzini dei cinesi ho visto colleghi registrare alla voce “giocattoli” ogni singolo pallino delle pistole per bambini. Spesso questi servizi si fanno in occasione delle feste natalizie, così passa l’informazione che sul territorio c’è sicurezza.
Con questi numeri i generali si riempiono la bocca il 21 giugno, giorno della festa del Corpo. Lo speaker spara cifre in presenza di tutte le autorità, dei presidenti dei tribunali, dei politici, ecc. ecc. Quel giorno è un tripudio di dati pronunciato con voce stentorea: recuperata tot Iva, scovati tot milioni di redditi non dichiarati, arrestati x emittenti fatture false. Una festa!

Normativa astrusa – La normativa tributaria italiana è talmente ingarbugliata che si presta alla nostra logica del risultato a ogni costo. Per noi è piuttosto semplice fare un rilievo visto che siamo aiutati da questa legislazione astrusa e abnorme, spesso contradditoria e conflittuale. Nel nostro Paese è quasi impossibile essere in regola e per chi lo sembra ci prendiamo più tempo per spulciare ogni carta. Infatti se una norma può apparire favorevole all’imprenditore, c’è sicuramente un’altra interpretabile in maniera opposta. E in questo ci aiuta l’oceanica produzione di sentenze, frutto di un eccessivo contenzioso. Un contratto, un’operazione possono essere interpretati in mille modi e alla fine trovi sempre una sentenza della Cassazione che ti permette di poter fondare un rilievo su basi giuridiche certe. Questo è il Paese delle sentenze.

Analizzando un bilancio, un’imperfezione si trova sempre. Magari per colpa dello stesso controllore che prima dice all’imprenditore di comportarsi in un modo e poi in un altro, inducendolo in errore. Per esempio, su nostro suggerimento, un’azienda non contabilizza più certe spese come pubblicità (deducibili), ma come spese di rappresentanza (deducibili solo in parte). Quindi arriva l’Agenzia delle Entrate e spiega che quelle non sono né l’una né l’altra. A volte succede che qualcuno abbia già subito un controllo, abbia aderito a un condono e, zac, arriviamo noi e contestiamo lo stesso aspetto, ma in modo diverso. Dopo i primi anni nel Corpo non ho più sentito di controlli chiusi con un nulla di fatto e in cui si torna a casa senza aver contestato qualcosa. Alla fine chi lavora impazzisce.

Chi sbaglia non paga – Come è possibile tutto questo? Semplice: perché chi sbaglia non paga, ma anche perché chi sbaglia non saprà mai di averlo fatto. Il motivo è semplice: noi non comunichiamo con l’Agenzia delle Entrate e non sappiamo mai che fine facciano i nostri verbali. Per questo se ho commesso un errore non lo verrò mai a sapere: il nostro è solo un verbale di constatazione, a renderlo esecutivo è l’Agenzia delle Entrate che lo trasforma in verbale di accertamento. Però raramente i nostri colleghi civili bocciano il nostro lavoro, anzi questo non succede nel 99,9 per cento delle situazioni. Si fidano di noi e, anche se sono molto più preparati, nella maggior parte dei casi prendono il nostro verbale e lo notificano, tale e quale, al contribuente. Quello che sappiamo per certo è che i nostri verbali, giusti o sbagliati che siano, diventano numeri e quindi non ci interessa che vengano annullati, tanto non ne verremo mai a conoscenza né saremo chiamati a risponderne. Per noi resta un grosso risultato. E visto che nessuno paga per i propri errori, il povero imprenditore continuerà a trovarsi ignaro in un castello kafkiano fatto di norme e risultati da ottenere.

Imprese sacrificali – Gli imprenditori con noi sono sempre gentili, ci accolgono con il caffè, sopportano di averci tra i piedi per settimane, ma si capisce che vorrebbero dirci: scusateci, ma avremmo pure da lavorare. A noi però questo non interessa: dobbiamo contestargli un verbale a qualsiasi costo e quando bussiamo alla loro porta sappiamo che non hanno praticamente speranza di salvezza. Per contrastare e contestare questa trappola infernale l’imprenditore è costretto a pagare consulenti costosissimi, ma noi rimaniamo sempre sulle nostre posizioni. A volte capita che per provare a difendersi il presunto evasore chiami in soccorso come consulenti ex finanzieri, ma spesso questo non gli evita la sanzione. Anzi.
Negli ultimi anni ho notato una certa arrendevolezza da parte degli imprenditori: dopo un po’ si stancano. Capiscono, e ce lo dicono, che tanto dovranno fare ricorso perché noi non cambieremo idea. Per tutti questi motivi molti di loro costituiscono a inizio anno un fondo in previsione della visita della Finanza. Sono coscienti che qualcosa dovranno comunque pagare.
Chi fa veramente le grandi porcate, chi apre e chiude partite Iva, emette false fatture o costituisce società di comodo magari alle Cayman è molto più veloce di noi e per questo non lo incastriamo, mentre azzanniamo quelli che operano sul territorio e che sono regolarmente censiti nelle banche dati. Alla fine lo Stato colpisce sempre i soliti noti. Non è una nostra volontà, ma dipende dal fatto che non abbiamo risorse per fare la vera lotta all’evasione e in ogni caso dobbiamo fornire dei numeri al ministero per poter legittimare la nostra esistenza come istituzione. Anche in Europa.

Tangente di Stato – L’imprenditore, se accetta la proposta di adesione al verbale entro 60 giorni, paga solo un terzo di quanto gli viene contestato e spesso salda anche se non lo ritiene giusto, per togliersi il dente ed evitare ricorsi costosi (a volte più dei verbali) e sine die. In pratica accetta di pagare una tangente allo Stato. Agli imprenditori i ricorsi costano molto e se la commissione provinciale, il primo grado della giustizia tributaria, dà ragione allo Stato, l’imprenditore prima di ricorrere alla commissione regionale, il secondo grado, deve pagare metà del dovuto. Per questo chi lavora spesso preferisce chiudere la partita all’inizio, pagando un terzo.

Giustizia da farsa – Il contradditorio tra Guardia di Finanza e imprenditori durante le verifiche è una farsa, perché ognuno rimane sulla propria posizione, ma va fatto per legge. Nel contradditorio gli imprenditori non hanno scampo: quel numero, quell’ipotesi di evasione, ormai è stato venduto e non può più essere ridimensionato. È entrato nel sistema e nelle nostre statistiche. A noi non interessa se magari dopo anni quel verbale verrà annullato e non avrà prodotto alcun introito per lo Stato.
Le cose non vanno meglio con la giustizia tributaria, gestita da commissioni composte da avvocati, commercialisti, ufficiali della Finanza in pensione che fanno i giudici tributari gratuitamente giusto per fare qualcosa o per sentirsi importanti. È incredibile, ma in Italia il sistema economico-finanziario viene affidato a un servizio di “volontariato”.
La verità è che un tale esercito di volontari senza gratificazioni economiche non se la sente di cassare completamente il lavoro di finanzieri e Agenzia delle Entrate e l’imprenditore qualcosa deve sempre pagare. Difficilmente questi giudici per hobby danno torto allo Stato.
L’assurdità è che vengono pagati 30-40 euro per motivare sentenze complesse che hanno come oggetto verbali da milioni di euro, scritti da marescialli aizzati dal sistema.

Formazione assente – Il nostro vero problema è la mancanza di specializzazione di un Corpo che cerca di riscattarsi nel modo sbagliato, provando a portare a casa grandi risultati, sebbene “storti”. A volte l’ignoranza aiuta a far montare un rilievo che non sta né in cielo né in terra. Sulla nostra formazione non ho niente da dire, perché non esiste. Eppure dobbiamo confrontarci con specialisti agguerriti, leggere documenti in lingue straniere, e la gran parte di noi non sa una parola in inglese. Non ci forniscono nemmeno i codici tributari aggiornati, mentre spendono milioni per farci esercitare ai poligoni, visto che siamo inspiegabilmente ancora una polizia militare, come solo in Equador e Portogallo. Un commercialista lavora 12 ore al giorno e si forma continuamente. Dall’altra parte della barricata c’è gente come noi che non vede l’ora di scappare via dall’ufficio, dove spesso non ha neppure a disposizione una scrivania o la deve condividere con altri colleghi. In questo modo il lavoro diventa l’ultimo dei pensieri. I più bravi vanno in pensione appena possono, per riciclarsi come professionisti al soldo delle aziende. Ci vuole una fortissima motivazione per studiare una materia terribile come il diritto tributario. Avvocati e commercialisti trovano gli stimoli nelle parcelle, da noi un maresciallo con vent’anni di servizio guadagna 1.700 euro. Gli incentivi li dobbiamo trovare dentro di noi, magari pensando di sfruttare il sistema per trovare un altro lavoro. È illogico che un mestiere così delicato, dove si contestano milioni di euro d’evasione, sia affidato a gente sottopagata e impreparata. L’unico modo di tenersi aggiornati è quello di studiare a proprie spese, pagandosi master e corsi. Purtroppo la formazione è costosissima e spesso ci rinunciamo. È chiaro che un sistema del genere presti il fianco al rischio della corruzione.
In più bisogna considerare che per noi le verifiche sono particolarmente rischiose. In base alla mia esperienza non le facciamo con la giusta professionalità, possiamo commettere errori in buona fede, essere invischiati in fatti che neanche capiamo. Per esempio alcuni di noi sono stati accusati di aver ammorbidito un verbale per un tornaconto, in realtà lo avevano fatto per ignoranza e per questo ora quasi nessuno vuole più fare questo tipo di lavoro.

Risorse all’osso – I nostri capi hanno budget di spesa sempre più ristretti. Nonostante ciò ogni ufficiale deve portare a casa i risultati con i soldi e le pattuglie che ha. Risultati almeno uguali a quelli dell’anno precedente. A causa di questa mancanza di mezzi siamo costretti a portare via dalle aziende penne, risme di carta, spillatrici. E secondo me gli imprenditori se ne accorgono, ma non dicono nulla per compassione.
Onestamente gli ufficiali non sono responsabili di questa penuria di risorse, visto che i fondi destinati alla lotta all’evasione vengono decisi dai politici. Ma la frustrazione dei nostri superiori viene compensata da ottimi stipendi personali che lievitano grazie ai risultati conseguiti. Cosa che ovviamente non succede a noi.
Nel nostro lavoro, la mattina, ammesso che trovi una macchina libera, devi prima fare car-sharing e accompagnare diversi colleghi ai reparti, quindi ti restano due o tre ore per fare visita a un’azienda. Quando rientriamo da una verifica il nostro principale problema è segnare sul registro quanti chilometri abbiamo fatto e quanta benzina abbiamo consumato. Arriveremo al paradosso di fare le verifiche in ufficio a contribuenti trovati su Google.

Lontani dalla realtà – I nostri vertici sono lontani dalla realtà, sono convinti che noi facciamo “lotta all’evasione”. C’è una distanza siderale tra chi sta in trincea, come me, e chi vive nei salotti. Un maresciallo può parlare solo con il tenente e non con i gradi superiori. Il nostro messaggio viene filtrato e arriva al vertice completamente distorto. Nel nostro sistema militare non conta quello che pensi del tuo lavoro, ma il grado che hai sulle spalle. L’ufficiale non va a riferire al superiore se l’ispettore gli ha detto che un controllo potrebbe non portare a niente. Al contrario insinua nei vertici la speranza che un risultato arriverà. E così chi va in giro per aziende deve ingegnarsi per trovare il cavillo che porti al risultato, solo per sentirsi dire bravo o per una pacca sulla spalla. L’animo umano si accontenta di poco. In questa catena di comando in cui tutti devono fare carriera non sono ammessi dubbi od obiezioni, l’informazione reale resta a valle, al generale arriva quella virtuale, il famoso “numero”. In nome del quale vengono immolati molti evasori virtuali.

tramite: http://www.lanuovaitalia.eu 

Così gli immigrati occuperanno il Paese



DESTINARE TANTE RISORSE ALLE FAMIGLIE PER PERMETTERGLI DI AVERE FIGLI E MANTENERLI .. NO ??? ___ PAZZESCO !!!!!

L'INVASIONE

Dossier choc delle Nazioni Unite: serviranno a sostenere l’economia. Fino al 2050 l’Italia dovrà ospitarne 120 milioni. L’Unione Europea 700. 

 

immigrati
Nel 2050 un terzo della popolazione italiana sarà composta da immigrati. Stranieri sbarcati nel Belpaese per lavorare e figli e nipoti dei migranti che in questi giorni il Mediterraneo sta rovesciando sulle nostre coste. Nello studio «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?», redatto dal Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu vengono analizzati i movimenti migratori a partire dal 1995 e, attraverso modelli matematici, vengono prospettati diversi scenari che disegnano per l’Italia la “necessità” di far entrare tra i 35.088.000 e i 119.684.000 di immigrati per “rimpiazzare” i lavoratori italiani. Visto che tra 36 anni gli over 65 saranno il 35% della popolazione e presupposto che il tasso di natalità per donna resti fermo a 1,2 bambini (negli Anni Cinquanta la media era 2,3).
Se c’è chi chiede se per far fronte ad un declino economico e sociale inevitabile non sarebbe meglio promuovere politiche a favore delle famiglie per supportare chi vuole far figli, dall’altra le Nazioni Unite stanno studiando come “sostituire” ai lavoratori italiani, francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli quelli provenienti dal Terzo Mondo per non far crollare l’economia e il sistema pensionistico. Nel 2050, secondo il dossier, saremo in 41.197.000, solo 194mila in più di quanti eravano 64 anni fa. Il livello demografico più alto dal dopoguerra l’Italia l’ha toccato nel 1995, con 57.338.000 residenti registrati. Da allora una lenta e progressiva discesa, accompagnata dal calo della natalità e dal costante invecchiamento della popolazione. Fenomeno che condividiamo con quasi tutti i paesi europei. Ad esempio la Francia, che nel 1901 vedeva nascere per ogni matrimonio 7,8 figli. Mezzo secolo dopo era già scesa a 2,7 per poi attestarsi a 1.7. In Germania per ogni coppia ci sono 1,30 bambini e in Gran Bretagna 1,78. Nell’Unione Europea la media è di 1,5 nascite per ogni donna. 


Troppo poco per mantenere gli attuali livelli di sviluppo. Meno nascite, alla lunga, significano meno lavoratori attivi che, quindi, non ce la faranno a sostenere con i contributi il peso delle pensioni. Come evitare che la «macchina» s’inceppi? Che milioni di anziani si ritrovino senza indennità? Come mantenere stabili le entrate per i tributi da tradurre in welfare, soldi da spendere per sanità, trasporti e servizi pubblici? Le soluzioni potrebbero essere molte. Le Nazioni Unite intravedono come via principale quello di «rimpiazzare» (come riportato nel titolo del dossier) l’Europa e l’Occidente che invecchia con una massiccia iniezione di immigrati da Asia, Africa e Oceania. Lo studio prende in considerazione quelli in età lavorativa, tra i 15 e i 64 anni, che dopo lo sbarco molto probabilmente si stabiliranno dalle Alpi alla Sicilia. Vivranno con noi, si sposeranno, faranno figli e nipoti. Così che, anno dopo anno, l’Italia degli italiani si trasformerà in un «melting pot», un’insieme di razze, culture, religioni dove tra quarant’anni a stento saremo ancora maggioranza.
Ventiseimilioni di immigrati e i loro discendenti risiederanno a Roma, Milano, Napoli e nei mille Comuni della Penisola nel 2050. Ora sono 4,4 milioni contro i 7,8 presenti in Germania. Il primo ministro inglese David Cameron ha annunciato misure restrittive per gli stranieri in materia di accesso ai sussidi di disoccupazione e alle liste d’attesa per le case popolari. Londra nello scenario più «spinto» dovrà farsi carico di altri 59 milioni di migranti nei prossimi 36 anni, per sostituire i lavoratori che andranno in pensione e quelli che moriranno. Dovranno sostituire pure i connazionali che verranno seppelliti all’ombra dell’Union Jack, che di fatto sono nati nel Regno Unito e lì resteranno. Così accadrà in Italia e nei 27 Stati dell’Ue. «In Francia, Germania e Gran Bretagna - scrive il Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu - il numero di immigrati necessari per mantenere costante sia la popolazione totale che la popolazione in età lavorativa varia irregolarmente nel tempo a causa di strutture di età specifiche . Questi numeri sono paragonabili al numero di immigrati ricevuto nel corso degli ultimi dieci anni. In Germania e in Italia, invece, lo scenario porterebbe tra il 30 e il 40 per cento la popolazione popolazione immigrata nel 2050, che è molto più alta di quella attuale». L’immigrazione, come testimoniano i dati della Guardia Costiera e della Marina Militare che hanno soccorso 150mila stranieri con l’Operazione Mare Nostrum, non segue modelli stabili di crescita ma esponenziali. Di tutti gli sbarchi segnalati negli ultimi vent’anni nel Mediterraneo il 45% è avvenuto nel 2014. E il 48% di chi non ce l’ha fatta, è morto tra le onde quest’anno. Chi è riuscito ad entrare in Italia, dopo mesi, anni di clandestinità pare riesca a trovare lavoro più facilmente degli italiani. Il 60,1% degli stranieri presenti nel Belpaese risulta occupato contro il 59,5% di lombardi, veneti, romagnoli, pugliesi e piemontesi. L’arrivo di nuovi migranti da Tunisia, Egitto, Siria, Cina, Afghanistan, Pakistan, Nigeria, Somalia, Marocco propugnato dalle Nazioni Unite potrebbe essere interpretato da più di qualcuno come uno schiaffo a quel 40,5% di italiani, nella stragrande maggioranza giovani, che non ha lavoro. Milioni di «invisibili» di cui non viene fatta menzione nel dossier. Come se la disoccupazione non esistesse.


L’obiettivo che sembra preoccupare gli statisti che nel Palazzo di Vetro a New York disegnano scenari appare esclusivamente quello di far raggiungere all’Europa, sempre nel 2050, il rapporto di due lavoratori per ogni pensionato. Come modello vengono indicati gli Usa dove il rapporto è 2,8 occupati per ogni cittadino «a riposo». Nell’Ue la media è di 1,45. «L’immigrazione di rimpiazzo è tra le possibili politiche di risposta da considerare», insiste l’Onu, «per mantenere adeguati livelli di crescita». Schede zeppe di dati, analisi, grafici, tabelle. C’è di tutto nel dossier. Nemmeno una parola però, neppure un cenno, agli italiani e agli europei che ora sono senza lavoro e ci resteranno con l’arrivo di milioni di stranieri. Come se la crisi non esistesse. L’immigrazione di massa è destinata a rivoluzionare la realtà sociale, a (s)travolgere l’Europa che conosciamo, ma anche di questo non c’è traccia. Solo numeri e aride statistiche. Basta che i conti tornino.

Alessandra Zavatta- 22 ottobre 2014
fonte: http://www.iltempo.it