UN'ANALISI DETTAGLIATA DELLA FINANZIARIA RENZI-PADOAN: miscuglio di
numeri fantasiosi e di trucchi contabili; ci aspetta una dura realtà
recessiva nei fatti. LEGGETE CON ATTENZIONE!!!!
E' noto come
Mussolini usasse spostare di continuo i pochi ed inefficienti carri
armati di cui disponeva per far credere a tutti, e ad Hitler in
particolare, di avere un esercito ben più potente della misera realtà
che la guerra dimostrerà ben presto.
Passano gli anni, l'Italia non è
in guerra, ed al posto del fascista romagnolo c'è solo un fiorentino in
odore di massoneria. E, tuttavia, certi vizi paiono davvero immortali.
Al posto dei carri armati ci sono ora i miliardi di una manovra
economica che ha la stessa credibilità dell'esercito mussoliniano.
Allora Hitler non si fece certo impressionare dal suo alleato italiano,
tanto ambizioso quanto subordinato nei fatti. Vedremo ben presto quale
sarà la risposta di Angela Merkel, ma il «cambiare verso» all'Europa è
ormai soltanto un ricordo a cui nessuno più crede.
Il
prestigiatore Renzi, fin dal liceo chiamato non casualmente «il
bomba»,piace spararle grosse con gli annunci sui miliardi. Che a tal
fine conta e riconta più volte. E' questa la spiegazione di una
finanziaria che doveva essere di 20 miliardi (md), cresciuti rapidamente
a 30 ed infine diventati miracolosamente 36. E nessuno a chiedersi come
avrà fatto mai...
Eseguendo qualche conteggio risulta, in base alle
tabelle rese note dal governo stesso, una manovra di 16,1 md sul
versante delle entrate e di 13,2 md su quello delle uscite. Non poco, ma
meno della metà di quanto proclamato ai quattro venti dal bomba.
I
trucchi usati sono diversi. Partiamo dalle entrate. Alla voce spending
review l'imbroglione ha messo 15 md, ma di questi 2,7 derivano da minori
spese già previste nel «decreto Irpef» approvato mesi fa. Dunque
scendiamo, ammesso e non concesso che i tagli riescano davvero, a 12,3
md. La stessa operazione è stata compiuta sull'incremento della
tassazione delle rendite finanziarie. Dei 3,6 miliardi indicati, 2,4
derivano dal vecchio aumento, dal 20 al 26%, in vigore già dal luglio
scorso. Dunque la manovra sul 2015 è di 1,2 md. A questo aggiungiamo
altre tre voci, che per farla breve prendiamo per buone (Banda larga,
Slot machine, Riprogrammazione), per un totale di 2,6 md. Otteniamo così
un totale di 16,1 md.
Per spiegare la differenza tra questa cifra e
gli sbandierati 36 md, oltre agli scarti già evidenziati, dobbiamo
considerare altre due voci ben presenti nelle slide del bomba. Egli ha
fatto figurare come «entrata» la mancata copertura di 11 md rispetto al
deficit tendenziale previsto in precedenza. E' questo un aspetto
assolutamente centrale della finanziaria 2015, ma di certo non si
tratta né di una maggiore entrata né di una minore spesa. Si tratta
invece di un classico trucco, se volete una specie di illusione ottica,
di quelle che riescono non tanto per l'abilità del prestigiatore quanto
per gli applausi a prescindere della servile platea giornalistica
teoricamente chiamata ad «informare». Ci sono poi 3,8 md attesi dalla
lotta all'evasione fiscale. Una cifra messa lì giusto per ingrossare il
bottino, sulla cui attendibilità - tenuto conto che una cosa è l'aumento
delle evasioni accertate, altra cosa è la loro effettiva riscossione,
non proprio così scontata in tempi di crisi - avremo dati certi solo a
fine 2015.
Passiamo ora alle uscite. Su questo versante Renzi ha
rivenduto come una novità i famosi «80 euro», per un importo di 9,5 md.
Ma non si tratta della stessa misura presa già in primavera dal suo
governo? Quella su cui ha fatto la campagna elettorale di maggio? Quel
«bonus» è sempre stato annunciato come strutturale dal suo ideatore, che
ora lo ha solo trasformato in sgravio fiscale, giusto per poter dire di
aver abbassato la pressione fiscale complessiva.
I 13,2 md di
maggiori uscite sono rappresentati dalla somme di queste voci: 5 md
dalla riduzione dell'IRAP; 1,9 md dalla fiscalizzazione dei contributi
previdenziali; 0,8 per le partite IVA; 0,5 per le famiglie numerose; 0,3
per la ricerca; 0,1 per il TFR; 0,15 per Roma e Milano; 0,25 per la
giustizia; 1 per i comuni; 0,5 per la scuola; 1,5 per gli ammortizzatori
sociali; 1,2 relativi ai cofinanziamenti. Totale, come abbiamo detto,
13,2 md.
Ora direte, ma 13,2 più i 9,5 del bonus fa soltanto 22,7:
com'e che il bomba è arrivato a 36? Semplice, considerando tre voci che
proprio non dovrebbero starci. La prima, che vale 6,9 md, si chiama
«spese a legislazione vigente». Ma se si tratta di spese a legislazione
vigente, allora con lo stesso criterio potremmo includere a piacimento
nella manovra anche quelle per le retribuzioni dei dipendenti pubblici,
le pensioni e la spesa sanitaria corrente... Di fronte ad una così
plateale contraddizione in termini non c'è bisogno di ulteriori
commenti.
C'è poi una seconda voce chiamata pomposamente
«eliminazione di nuove tasse», per un valore di 3 md. Qui c'è la
semplice disattivazione di una clausola di salvaguardia fiscale
introdotta dai precedenti governi, ma nessun taglio di tasse già
operanti. Dunque, anche in questo caso, non c'è nessun correttivo
previsto per il 2015 rispetto al 2014. Infine, nelle uscite vengono
contabilizzati 3,4 md che andranno a costituire una «riserva», il cui
scopo - anche se non viene detto con chiarezza - è solo quello di
predisporre uno strumento utile a comporre il probabile contenzioso che
si aprirà con la Commissione europea sul valore del rapporto
deficit/pil.
Ecco come il bomba è arrivato senza troppi sforzi alla
fantasiosa cifra di 36 md, sparati a tutto volume per far credere che
la sua sia una manovra largamente espansiva, quando invece non c'è una
sola voce di incremento degli investimenti pubblici, quando le misure
per il rilancio dei consumi sono più che misere, mentre le riduzioni
fiscali sono rivolte soprattutto a lorsignori.
Ma la finanziaria di
Renzi non è fatta solo di annunci e trovate propagandistiche. Essa ha
anche una precisa matrice ideologica ed un altrettanto evidente
contenuto di classe. Ed è di questo che ci occuperemo adesso.
Una finanziaria liberista e confindustriale
Uno dei dogmi del neoliberismo è quello che si fonda sull'equazione:
meno spese + meno tasse = crescita. Naturalmente, per i neoliberisti le
spese da tagliare sono innanzitutto quelle sociali, mentre le tasse da
decurtare sono principalmente quelle dei ricchi. Tradotto in termini
«filosofici», l'idea è che non debbano esserci (Monti docet) «pasti
gratis» per nessuno. Viceversa, la tassazione dovrà essere ridotta
soprattutto alle aziende ed alle fasce più ricche, quelle che possono
investire e consumare maggiormente.
C'è qualcosa di diverso nella
Legge di stabilità (finanziaria) approvata dal governo? Non sembra. La
parte del leone nel capitolo delle entrate è rappresentato dai tagli
alla spesa pubblica, mentre la più importante novità in materia fiscale è
costituita dal taglio dell'IRAP, una misura di cui beneficeranno
soprattutto le aziende più grandi, quelle con molti dipendenti, come
ammette esultante il Sole 24 Ore.
E chi beneficerà della
fiscalizzazione degli oneri sociali? Sempre i soliti noti, dato che le
grandi aziende hanno quasi tutte una quota di lavoratori a tempo
determinato, una parte dei quali passano via via, per le stesse esigenze
aziendali, a tempo indeterminato. Bene, ora quello stesso passaggio
frutterà un guadagno di circa 25mila euro a lavoratore. Si dirà, un
giusto incentivo alla stabilizzazione del rapporto di lavoro. Peccato
che esso avvenga in parallelo all'introduzione del Jobs Act, che di
fatto precarizza anche i contratti in teoria più stabili(!!!). In ogni
caso i quasi 2 md previsti ricadranno sulla fiscalità generale, dunque
sulle tasche del noto Pantalone...
E su chi ricadrà invece il minor
gettito dell'IRAP? Ora, sull'equità di questa tassa è giusto e legittimo
discutere, ma è un fatto che essa sia stata istituita principalmente
per finanziare la spesa sanitaria. Dunque sappiamo già su chi ricadrà il
conto. Del resto alle Regioni - le cui uscite complessive sono fatte
per l'80% dalla spesa sanitaria - la finanziaria chiede un risparmio di 4
miliardi.
Eh già, belli i tagli, peccato che poi significhino
ospedali chiusi, meno infermiere, esami diagnostici rimandati a quando
non servono più, ticket più cari, e chi più ne ha più ne metta. !!!!
Ma c'è dell'altro sul fronte fiscale. Già lo stesso Padoan, con un
lapsus non sappiamo quanto involontario, ha già detto che «le Regioni
potranno aumentare le tasse», agendo in pratica sull'addizionale IRPEF,
così come prevedibilmente continueranno a fare anche i Comuni che
dispongono anche delle carte chiamate IMU e TASI. Altro che riduzione
della pressione fiscale! Qui siamo semplicemente di fronte ad una
scaricabarile dal governo centrale a danno delle autonomie locali.
C'è poi un altro aspetto non certo irrilevante, e riguarda la voce
«rendite finanziarie» perché, per quel che se ne sa, il capitolo più
importante dal quale verranno attinte le risorse previste è quello della
previdenza integrativa, che si prevede di tassare non più all'11,5
bensì al 20%. Chi sarà danneggiato da questa misura se non i milioni di
lavoratori (specie giovani) che sono stati spinti verso la pensione
complementare come l'unica (per quanto ben poco efficace) alternativa ad
una vecchiaia da fame?
Ed infine il TFR, l'ultima trovata
propagandistica di Renzi. Qui la truffa fiscale è completa e garantita a
360 gradi. Se la finanziaria passerà così com'è stata presentata ci
troveremo di fronte ad un autentico esproprio di una parte del salario.
Un esproprio presentato come un generoso arricchimento della busta paga,
un gioco assai perverso teso a nascondere il persistente calo del
salario reale al quale il governo (vedi il Jobs act) lavora alacremente.
Ma in cosa consiste la truffa? Semplice, dal 2015 i lavoratori avranno
tre possibilità: mantenere il TFR così com'è, farselo versare in busta
paga, versarlo in un fondo pensione integrativo. Nel primo caso avranno
una tassazione della rivalutazione annuale aumentata dall'11 al 17%; nel
secondo non solo rinunceranno alla rivalutazione, ma si ritroveranno
con aliquote fiscali (quelle Irpef ordinarie) assai più alte del
trattamento previsto per il TFR; nel terzo - come abbiamo già visto - si
vedranno applicare una tassazione quasi raddoppiata rispetto
all'attuale.
A questo punto si sarà forse capito che quella della
riduzione della pressione fiscale per le fasce popolari è
sostanzialmente una balla. Una balla solo parzialmente compensata dai
famosi «80 euro», i quali ci sono comunque soltanto per i lavoratori
dipendenti, con l'esclusione delle altre categorie (pensionati, lavoro
autonomo) a cui era stata promessa nei mesi scorsi l'estensione.
Che
l'insieme della manovra renziana sia liberista e confindustriale è
chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio. Per i duri di comprendonio
possiamo solo consigliare l'ascolto o la lettura delle grida di gioia
che arrivano dal fronte padronale. Quando mai avete visto un presidente
di Confindustria così estasiato da una legge finanziaria? Io
personalmente non ne ricordo uno. Ci sarà un motivo.
Una finanziaria recessiva
A giustificazione dell'operazione renziana viene naturalmente portato
il suo carattere presuntamente «espansivo». Come dire, i regalini ai
soliti noti ci sono, ma del resto sono loro che devono investire, e solo
così potremo avere più crescita e più occupazione.
Quanto innocenti
e disinteressate siano questi ragionamenti lo giudichino i lettori. Sta
di fatto - e ora cercheremo di dimostrarlo - che questa finanziaria non
è per niente espansiva. Intanto, se tutto andrà bene, gli elevati
livelli della pressione fiscale resteranno mediamente del tutto
inalterati. Se invece, come prevedibilmente accadrà, le cose andranno
peggio - da quanti anni le previsioni economiche non vengono riviste
sistematicamente al ribasso? - possiamo tranquillamente aspettarci (la
TASI insegna) un ulteriore incremento della pressione fiscale, magari
dispersa nelle mille forme delle tassazioni comunali e regionali
Ma
facciamo finta che così non sia. Facciamo finta che ai 15 md di tagli
previsti corrispondano tagli più o meno equivalenti delle tasse. Bene,
cioè malissimo, se cosi fosse avremmo un effetto negativo sul Pil di
quasi un punto percentuale.
Di cosa si tratta molti ormai lo sanno.
Il moltiplicatore della spesa (fonte Fmi) viene ormai calcolato, per un
paese come l'Italia, in una fase recessiva come l'attuale, a quota 1,3
(altri si spingono a 1,5 ma vogliamo essere generosi). Viceversa, il
moltiplicatore delle tasse viene stimato a 0,3. Dunque per ogni miliardo
di taglio alle spese si ha una contrazione del Pil di 1,3 md. La
parallela riduzione fiscale di un miliardo dà invece solo una crescita
di 0,3 md. Ne consegue, ovviamente all'ingrosso, che per ogni miliardo
di tagli si abbia una riduzione equivalente (sempre di 1 md) del Pil.
Dunque, anche nel 2015 avremo un Pil col segno meno. Peccato che la
Snai non accetti scommesse. Del resto il governo lo sa benissimo,
altrimenti non avrebbe messo nella nota di aggiornamento del DEF, del 1°
ottobre scorso, un miserrimo + 0,6% come previsione per il prossimo
anno. Ora, tutti sanno come queste previsioni siano sistematicamente
abbellite, ed altrettanto sistematicamente smentite a consuntivo. Del
resto, si sa, in fondo al tunnel c'è sempre una luce. E in fondo, in
fondo, in parte per ragioni ideologiche in parte per la rilevanza
assegnata al fattore fortuna, probabilmente i Renzi e i Padoan un po'
finiscono per crederci davvero.
Sta di fatto che il Pil 2014 era
stimato ancora a +0,8 ad aprile, per scendere al -0,3% di inizio
ottobre. In meno di sei mesi sono scomparsi come noccioline circa 18
miliardi. E per il 2015? Ad aprile si prevedeva un +1,3; ad ottobre,
come detto, siamo a meno della metà con il +0,6%. A questo punto la
probabilità di un quarto anno consecutivo di recessione, una cosa che
sembrava quasi impossibile, ha buone possibilità di realizzarsi.
E,
del resto, se la spesa pubblica cala, se quella delle famiglie non potrà
certo riprendersi, se gli investimenti pubblici e privati rimangono in
calo, pensiamo forse che la luce potrà accendersi solo grazie alle
esportazioni? Certo, nell'idea mercantilista - il modello è
effettivamente quello tedesco - le cose potrebbero in teoria funzionare.
Ma in pratica non è così, sia perché i venti di crisi spirano anche
fuori dall'Europa, sia per il deficit di competitività imposto dall'euro
proprio nel confronto con il principale competitor: la Germania. Detto
in altre parole, nell'euro non c'è posto per due germanie. C'è posto,
semmai, soltanto per alcune appendici purché subordinate all'economia
tedesca.
Ma allora, su cosa spera l'ipercinetico Renzi? Su buoni
appoggi (quelli di una parte della finanza, specie d'oltreoceano) e -
l'abbiamo già detto - sulla buona sorte. Il tutto condito dalla
granitica quanto infantile certezza della bontà del sistema
capitalistico, un sistema che nella sua visione da scout non potrà che
riprendersi prima o poi. E, nell'attesa, bisogna pur tirare a campare.
Questo era una dei motti preferiti da Giulio Andreotti: «è sempre
meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Oggi però la situazione è
diversa dai tempi di Andreotti, e tirare a campare è più difficile,
richiedendo una continua navigazione tra gli imperativi sistemici, le
regole della gabbia europea e le esigenze del consenso. In questo
complesso slalom Renzi ha dimostrato fino ad oggi di non avere rivali.
Dunque, guai a sottovalutarlo come avversario.
All'Europa non basterà
Proprio per queste esigenze Renzi ha interrotto la catastrofica serie
Monti-Letta. Ve l'immaginate i risultati elettorali del pisano - di
quelli del bocconiano già sappiamo tutto - alle europee di maggio? La
sostituzione del nipote dello zio con l'amico di Verdini, al di là dei
continui giochi di potere a cui rimanda, è stata una vera e propria
esigenza sistemica. Da qui la forza, la spudoratezza, l'arroganza di
Matteo Renzi. Il quale - ma di questo riparleremo presto - aggiunge a
tutto ciò i potenti legami con l'establishment americano.
A
differenza dei suoi predecessori Renzi non appare affatto succube della
Merkel. Ed in effetti non lo è. Il renzismo non nasce come mera
continuità della politica austeritaria di chi l'ha preceduto. Se non ci
capisce questo non si può comprendere il suo diverso appeal verso larghi
settori di massa. Certo, nel consenso di cui gode c'è un po' di tutto:
la forza di quel che appare «nuovo», la potenza mediatica che lo
sostiene, il fatto di essere vissuto come ultima spiaggia, l'idea che la
«rottamazione» sia l'unica fonte di salvezza, ed infine la debolezza
senza precedenti delle opposizioni istituzionali. Ma saremmo davvero
pigri se non vedessimo che tutto ciò è sostenuto da un reale senso di
cambiamento dopo troppi anni di stagnazione.
Il problema è vedere
qual è il segno, o come direbbe lui il «verso» di questo cambiamento. E
non c'è dubbio che il segno sia quello di questa finanziaria: un
liberismo sfrenato e sfrontato quanto il personaggio che lo interpreta. E
tuttavia, questo è il punto, un liberismo che non è targato Merkel.
E' normale dunque che Renzi non venga percepito come un servo
dell'eurocrazia di Bruxelles, ed in questo modo egli capitalizza
astutamente la diffusa consapevolezza di massa anti-eurocratica che si è
sviluppata in questi anni. In un certo senso, così come egli sfrutta la
polemica anti-casta del M5S, allo stesso modo utilizza quella anti-UE,
alla quale noi stessi contribuiamo da sempre. Ovviamente, lo fa a modo
suo e per i suoi obiettivi.
Abbiamo visto come la manovra varata da
Renzi non è espansiva come si vorrebbe far credere, ma di certo non è
neppure quella che avrebbe voluto la Commissione europea. Entrano qui in
ballo gli 11 miliardi di cui abbiamo già parlato. Un incremento della
spesa in deficit, piuttosto sostanzioso rispetto ai precedenti impegni
presi dall'Italia. Un netto smarcamento rispetto al tradizionale
rigorismo europeo in materia di conti pubblici. E su questo punto
decisivo l'Italia non è sola, vista la posizione del governo francese.
La verità è che lo scontro è iniziato. Gli interessi tra i principali
paesi europei sono troppo confliggenti per trovare una vera
composizione. Al tempo stesso, manca ai protagonisti la caratura
necessaria per affrontare a viso aperto l'indispensabile processo di
uscita dalla moneta unica. Sul versante italiano, questa palese
contraddizione ha prodotto una finanziaria che, considerata da questo
punto di vista, non è né carne né pesce. E' così che si spiega il parto
di un mostriciattolo ancora recessivo, ma non sufficiente a placare il
rigorismo del triangolo della morte Berlino-Francoforte-Bruxelles.
Il problema per la triade Merkel-Draghi-Juncker è che le finanziarie
italiana e francese mettono in discussione alla radice (e non solo per
il 2015) il Fiscal compact, vero architrave di quella convergenza dei
debiti senza la quale non potrà esservi nessuna unione fiscale e di
bilancio, decretando in questo modo la manifesta insostenibilità
dell'euro.
Su questo non solo i tedeschi, ma la suddetta triade al
completo, non possono proprio mollare. E' per questo, non per Renzi od
Hollande, che crediamo che lo scontro sia nei fatti.
Naturalmente,
tanto più in considerazione della posta in gioco, uno scontro non
esclude momenti di tregua e di pace armata. In altre parole non
escludiamo affatto che nelle prossime settimane l'ennesima quadratura
del cerchio venga trovata, magari con qualche rettifica delle
finanziarie di Roma e Parigi. Ma la tregua, se davvero avrà luogo, sarà
solo il preludio ad uno scontro ben più aspro, quello che porterà alla
definitiva resa dei conti.
Il problema è sempre il solito: chi
giocherà quello scontro? Sarà solo interno al blocco dominante, o vedrà
finalmente il protagonismo delle classi popolari e quello di una
soggettività politica in grado di guardare più avanti, ad una
prospettiva di sganciamento dal capitalismo-casinò? Questa è la posta in
gioco. Hic Rhodus, hic salta!
Dott. Rosario Napoli