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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

20/10/14

Roma, il sindaco Marino un uomo solo contro tutti Sul piede di guerra automobilisti, centauri e commercianti. Lo amano gay e nomadi






In Campidoglio c’è un uomo solo al comando. Tutti gli altri gli sono contro. Dopo appena un anno e mezzo di mandato il sindaco di Roma, Ignazio Marino, è riuscito nell’impresa di essere contestato da destra a sinistra, passando per il centro. Politico e storico.

CATEGORIE IN RIVOLTA
Agli automobilisti il primo cittadino ha aumentato del 50% la tariffa per l’ora di sosta, cancellando gli abbonamenti giornalieri. Ai motociclisti ha impedito di percorrere le zone a transito limitato (le Ztl). Proprio ieri il popolo delle due ruote è sceso in piazza in maniera massiccia. Commercianti, gestori di bar e ristoranti sono furiosi per la raffica di multe ricevute, in primis per i tavolini selvaggi (tanto che a piazza Navona c’è già stata una levata di scudi). Anche i costruttori contestano l’operato della giunta capitolina. Le varianti al piano urbanistico sono tutte bloccate. Così come gli interventi di edilizia scolastica di competenza comunale. Non va dimenticato che l’indotto che deriva dal lavoro delle imprese di costruzione è da sempre la vera spina dorsale dell’economia nella Capitale. Un settore edilizio che sta pagando a caro prezzo la crisi, al punto che ci sono tagli sull’occupazione superiori alle 25 mila unità. A proposito di tagli, anche gli orchestrali del Teatro dell’Opera sono finiti dall’oggi al domani in mezzo a una strada.

CITTADINI INFURIATI
I residenti nella citta eterna sono avvelenati più che mai. Per quanto riguarda i trasporti, oltre che tartassare automobilisti e centauri, se la prendono con il sindaco Marino pure per la decisione dell’Atac di eliminare diverse linee di bus. Gli abitanti delle periferie sono infuriati per i problemi di sicurezza e microcriminalità. A Tor Pignattara sono scesi in piazza contro i clandestini. A ogni semaforo c’è chi ti chiede soldi. Nella zona del Nuovo Salario i residenti sono sul piede di guerra per i cattivi odori che emana l’impianto Ama di via Salaria. La città è sporca. E come se non bastasse al prossimo temporale, che prima o poi arriverà, le strade si allagheranno come accade sempre. Le foglie che cadono intasano i tombini evitando il regolare deflusso dell’acqua nelle fogne. E la viabilità ne risente (la tangenziale restò chiusa per 5 mesi). A oggi solo il 3,5% dei tombini della città è stato pulito. Per non parlare delle buche stradali che non vengono più riparate, mentre le tasse aumentano (Roma è in testa nella classifica delle aliquote comunali). Perfino i bambini protestano contro l’aumento della retta degli asili nido con i genitori inviperiti anche per la stretta sull’iscrizione del terzo figlio, oggi non più gratis.

AMATO DA GAY E NOMADI
L’ultima apertura sulle nozze gay, la cui trascrizione è stata cancellata dal prefetto, e la mancata chiusura dei campi nomadi ha fatto sì che almeno qualcuno abbia voglia di abbracciare il sindaco. Ma che tipo di strategia sta adottando Marino? Qualche maligno pensa che lo faccia a posta a inimicarsi tutti allo scopo di farsi cacciare presto. Chissà. Quello che sembra molto probabile è un imminente ritorno al voto.

di Marco Castoro - 20 ottobre 2014
fonte:http://www.lanotiziagiornale.it

Lavoratori… la manovra con trucco e parrucco



Lavoratori.... il simplicissimus


Forse gli strepiti e i trambusti di questi giorni non sono soltanto una normale reazione alla legge di stabilità, ma un chiasso creato ad arte per impedire che si scopra il trucco su più piani messo in piedi da Padoan e Renzi. Un trucco contabile, perché dei 36 miliardi sia in entrata che in uscita, se ne rintracciano finora poco meno di 23 in uscita la metà dei quali dovuti a provvedimenti e normative già in essere (come ad esempio gli 80 euro) e altri frutto di pure ipotesi, mentre  la grande novità è che dei 27 miliardi in entrata, 11 figurano semplicemente come mancata copertura del deficit oggi portato al 2,9% e previsto in precedenza al 2,2% Questo del resto è anche il trucco politico messo in piedi per simulare una violazione del comandamento dell’austerità, per strillare uno scontro con la commissione Ue che comunque vada, qualunque consistenza abbia, è destinato a portare acqua al mulino del premier il quale avrà ancora una volta Bruxelles come alibi anche se in senso opposto a quello di Monti e Letta. Certo, più rischioso come dimostra lo spread, ma lo capisce anche un bambino che non si tratta di una vera entrata o di spesa a deficit, ma di soldi puramente ipotetici.


I due trucchetti resi possibili dal servilismo dei media servono poi sinergicamente a coprire il trucco sociale messo in atto, vale a dire quello grazie al quale si colpisce direttamente la grande massa dei cittadini e soprattutto dei ceti popolari, ancora una volta vergognosamente saccheggiati, con l’aria invece di volerli favorire. Non ci vuole un genio a decostruire il gioco di prestigio e a scoprire dove vadano a parare le diminuzioni di tasse annunciate. Il grosso di questo sfoltimento fiscale, 5 miliardi ( che diventano 2,5 se si prende in considerazione l’insieme della tassazione e dunque i maggiori profitti conseguenti a minori spese) , va ad esclusivo favore delle aziende e soprattutto di quelle più grandi che non dovranno più pagare la parte di Irap calcolata sul numero di dipendenti. Una regalia a Confindustria spacciata con incredibile faccia tosta come provvedimento destinato a far scendere la disoccupazione e la precarietà. In realtà dentro il calo globale della domanda, le aziende non sanno che farsene di nuovi dipendenti, ma possono tranquillamente  risparmiare circa 25 mila euro sul passaggio a tempo indeterminato di lavoratori già assunti con contratti a tempo determinato, insomma un grande risparmio su un turnover  già esistente.  E la cosa non si prefigura come una maggiore stabilizzazione sul lavoro perché contemporaneamente il job act precarizza ogni forma di contratto e autorizza a licenziamenti in qualsiasi momento senza alcuna spiegazione. il tempo indeterminato è stato completamente svuotato dalle tutele che lo accompagnavano.


Ora però sorge un problema, che l’Irap serve a pagare la sanità pubblica e dunque quei 5 miliardi si tradurranno necessariamente o in un aumento della tassazione locale oppure in una diminuzione di servizi, chiusura di ospedali, liste d’attesa più lunghe, meno attenzione ai pazienti, trasporti pubblici tagliati, tutti costi che dovranno essere surrogati dai singoli cittadini. Anzi non è affatto detto che non si verifichi sia l’aumento delle imposte che il taglio dei servizi, perché il governo chiede alle Regioni 4 miliardi di tagli, mentre alle aziende ne toglie 5 sull’Irap, ma solo 2,5 sul totale delle imposte.
La beffa però non finisce qui, si arricchisce di un nuovo capitolo perché la tassazione sulla previdenza integrativa, spacciata come salvezza dalla scomparsa effettiva delle pensioni nel prossimo futuro, viene aumentata dall’11,5 al 20%, costringendo soprattutto i giovani che non hanno altra alternativa a nuovi esborsi. E infine c’è tutto il capitolo del Tfr c he costituisce un vero e proprio furto con destrezza del guappo di Rignano: la trovata di pagare la liquidazione sullo stipendio mensile, per spingere al consumo, è  stata in realtà un pretesto per far scattare un trappolone fiscale. Se si sceglie infatti di mantenere il Tfr così com’è, la tassa sulla rivalutazione annuale aumenterà dall’ 11 al 17%, se lo si verserà in busta paga, la cifra, non più soggetta a rivalutazione, verrà tassata normalmente e non con i  criteri assai più blandi della liquidazione. Se poi, come è pure previsto, uno volesse versare le quote di Tfr nella pensione integrativa subirà, come detto il quasi raddoppio della tassazione.
Insomma una presa per i fondelli ai lavoratori così corale e in sintonia dello spirito del tempo che mi rende sospettoso riguardo alla ribellione del renzianissmo banchiere Chiamparino e mi porta a pensare che si tratti di una commedia delle parti, una falsa tempesta dove già si intuisce il sereno e l’accordo finale sulla testa dei cittadini.

UN'ANALISI DETTAGLIATA DELLA FINANZIARIA RENZI-PADOAN









UN'ANALISI DETTAGLIATA DELLA FINANZIARIA RENZI-PADOAN: miscuglio di numeri fantasiosi e di trucchi contabili; ci aspetta una dura realtà recessiva nei fatti. LEGGETE CON ATTENZIONE!!!!
E' noto come Mussolini usasse spostare di continuo i pochi ed inefficienti carri armati di cui disponeva per far credere a tutti, e ad Hitler in particolare, di avere un esercito ben più potente della misera realtà che la guerra dimostrerà ben presto.
Passano gli anni, l'Italia non è in guerra, ed al posto del fascista romagnolo c'è solo un fiorentino in odore di massoneria. E, tuttavia, certi vizi paiono davvero immortali. Al posto dei carri armati ci sono ora i miliardi di una manovra economica che ha la stessa credibilità dell'esercito mussoliniano.
Allora Hitler non si fece certo impressionare dal suo alleato italiano, tanto ambizioso quanto subordinato nei fatti. Vedremo ben presto quale sarà la risposta di Angela Merkel, ma il «cambiare verso» all'Europa è ormai soltanto un ricordo a cui nessuno più crede.
Il prestigiatore Renzi, fin dal liceo chiamato non casualmente «il bomba»,piace spararle grosse con gli annunci sui miliardi. Che a tal fine conta e riconta più volte. E' questa la spiegazione di una finanziaria che doveva essere di 20 miliardi (md), cresciuti rapidamente a 30 ed infine diventati miracolosamente 36. E nessuno a chiedersi come avrà fatto mai...
Eseguendo qualche conteggio risulta, in base alle tabelle rese note dal governo stesso, una manovra di 16,1 md sul versante delle entrate e di 13,2 md su quello delle uscite. Non poco, ma meno della metà di quanto proclamato ai quattro venti dal bomba.
I trucchi usati sono diversi. Partiamo dalle entrate. Alla voce spending review l'imbroglione ha messo 15 md, ma di questi 2,7 derivano da minori spese già previste nel «decreto Irpef» approvato mesi fa. Dunque scendiamo, ammesso e non concesso che i tagli riescano davvero, a 12,3 md. La stessa operazione è stata compiuta sull'incremento della tassazione delle rendite finanziarie. Dei 3,6 miliardi indicati, 2,4 derivano dal vecchio aumento, dal 20 al 26%, in vigore già dal luglio scorso. Dunque la manovra sul 2015 è di 1,2 md. A questo aggiungiamo altre tre voci, che per farla breve prendiamo per buone (Banda larga, Slot machine, Riprogrammazione), per un totale di 2,6 md. Otteniamo così un totale di 16,1 md.


Per spiegare la differenza tra questa cifra e gli sbandierati 36 md, oltre agli scarti già evidenziati, dobbiamo considerare altre due voci ben presenti nelle slide del bomba. Egli ha fatto figurare come «entrata» la mancata copertura di 11 md rispetto al deficit tendenziale previsto in precedenza. E' questo un aspetto assolutamente centrale della finanziaria 2015, ma di certo non si tratta né di una maggiore entrata né di una minore spesa. Si tratta invece di un classico trucco, se volete una specie di illusione ottica, di quelle che riescono non tanto per l'abilità del prestigiatore quanto per gli applausi a prescindere della servile platea giornalistica teoricamente chiamata ad «informare». Ci sono poi 3,8 md attesi dalla lotta all'evasione fiscale. Una cifra messa lì giusto per ingrossare il bottino, sulla cui attendibilità - tenuto conto che una cosa è l'aumento delle evasioni accertate, altra cosa è la loro effettiva riscossione, non proprio così scontata in tempi di crisi - avremo dati certi solo a fine 2015.
Passiamo ora alle uscite. Su questo versante Renzi ha rivenduto come una novità i famosi «80 euro», per un importo di 9,5 md. Ma non si tratta della stessa misura presa già in primavera dal suo governo? Quella su cui ha fatto la campagna elettorale di maggio? Quel «bonus» è sempre stato annunciato come strutturale dal suo ideatore, che ora lo ha solo trasformato in sgravio fiscale, giusto per poter dire di aver abbassato la pressione fiscale complessiva.
I 13,2 md di maggiori uscite sono rappresentati dalla somme di queste voci: 5 md dalla riduzione dell'IRAP; 1,9 md dalla fiscalizzazione dei contributi previdenziali; 0,8 per le partite IVA; 0,5 per le famiglie numerose; 0,3 per la ricerca; 0,1 per il TFR; 0,15 per Roma e Milano; 0,25 per la giustizia; 1 per i comuni; 0,5 per la scuola; 1,5 per gli ammortizzatori sociali; 1,2 relativi ai cofinanziamenti. Totale, come abbiamo detto, 13,2 md.
Ora direte, ma 13,2 più i 9,5 del bonus fa soltanto 22,7: com'e che il bomba è arrivato a 36? Semplice, considerando tre voci che proprio non dovrebbero starci. La prima, che vale 6,9 md, si chiama «spese a legislazione vigente». Ma se si tratta di spese a legislazione vigente, allora con lo stesso criterio potremmo includere a piacimento nella manovra anche quelle per le retribuzioni dei dipendenti pubblici, le pensioni e la spesa sanitaria corrente... Di fronte ad una così plateale contraddizione in termini non c'è bisogno di ulteriori commenti.


C'è poi una seconda voce chiamata pomposamente «eliminazione di nuove tasse», per un valore di 3 md. Qui c'è la semplice disattivazione di una clausola di salvaguardia fiscale introdotta dai precedenti governi, ma nessun taglio di tasse già operanti. Dunque, anche in questo caso, non c'è nessun correttivo previsto per il 2015 rispetto al 2014. Infine, nelle uscite vengono contabilizzati 3,4 md che andranno a costituire una «riserva», il cui scopo - anche se non viene detto con chiarezza - è solo quello di predisporre uno strumento utile a comporre il probabile contenzioso che si aprirà con la Commissione europea sul valore del rapporto deficit/pil.
Ecco come il bomba è arrivato senza troppi sforzi alla fantasiosa cifra di 36 md, sparati a tutto volume per far credere che la sua sia una manovra largamente espansiva, quando invece non c'è una sola voce di incremento degli investimenti pubblici, quando le misure per il rilancio dei consumi sono più che misere, mentre le riduzioni fiscali sono rivolte soprattutto a lorsignori.
Ma la finanziaria di Renzi non è fatta solo di annunci e trovate propagandistiche. Essa ha anche una precisa matrice ideologica ed un altrettanto evidente contenuto di classe. Ed è di questo che ci occuperemo adesso.
Una finanziaria liberista e confindustriale
Uno dei dogmi del neoliberismo è quello che si fonda sull'equazione: meno spese + meno tasse = crescita. Naturalmente, per i neoliberisti le spese da tagliare sono innanzitutto quelle sociali, mentre le tasse da decurtare sono principalmente quelle dei ricchi. Tradotto in termini «filosofici», l'idea è che non debbano esserci (Monti docet) «pasti gratis» per nessuno. Viceversa, la tassazione dovrà essere ridotta soprattutto alle aziende ed alle fasce più ricche, quelle che possono investire e consumare maggiormente.
C'è qualcosa di diverso nella Legge di stabilità (finanziaria) approvata dal governo? Non sembra. La parte del leone nel capitolo delle entrate è rappresentato dai tagli alla spesa pubblica, mentre la più importante novità in materia fiscale è costituita dal taglio dell'IRAP, una misura di cui beneficeranno soprattutto le aziende più grandi, quelle con molti dipendenti, come ammette esultante il Sole 24 Ore.
E chi beneficerà della fiscalizzazione degli oneri sociali? Sempre i soliti noti, dato che le grandi aziende hanno quasi tutte una quota di lavoratori a tempo determinato, una parte dei quali passano via via, per le stesse esigenze aziendali, a tempo indeterminato. Bene, ora quello stesso passaggio frutterà un guadagno di circa 25mila euro a lavoratore. Si dirà, un giusto incentivo alla stabilizzazione del rapporto di lavoro. Peccato che esso avvenga in parallelo all'introduzione del Jobs Act, che di fatto precarizza anche i contratti in teoria più stabili(!!!). In ogni caso i quasi 2 md previsti ricadranno sulla fiscalità generale, dunque sulle tasche del noto Pantalone...


E su chi ricadrà invece il minor gettito dell'IRAP? Ora, sull'equità di questa tassa è giusto e legittimo discutere, ma è un fatto che essa sia stata istituita principalmente per finanziare la spesa sanitaria. Dunque sappiamo già su chi ricadrà il conto. Del resto alle Regioni - le cui uscite complessive sono fatte per l'80% dalla spesa sanitaria - la finanziaria chiede un risparmio di 4 miliardi.
Eh già, belli i tagli, peccato che poi significhino ospedali chiusi, meno infermiere, esami diagnostici rimandati a quando non servono più, ticket più cari, e chi più ne ha più ne metta. !!!!
Ma c'è dell'altro sul fronte fiscale. Già lo stesso Padoan, con un lapsus non sappiamo quanto involontario, ha già detto che «le Regioni potranno aumentare le tasse», agendo in pratica sull'addizionale IRPEF, così come prevedibilmente continueranno a fare anche i Comuni che dispongono anche delle carte chiamate IMU e TASI. Altro che riduzione della pressione fiscale! Qui siamo semplicemente di fronte ad una scaricabarile dal governo centrale a danno delle autonomie locali.
C'è poi un altro aspetto non certo irrilevante, e riguarda la voce «rendite finanziarie» perché, per quel che se ne sa, il capitolo più importante dal quale verranno attinte le risorse previste è quello della previdenza integrativa, che si prevede di tassare non più all'11,5 bensì al 20%. Chi sarà danneggiato da questa misura se non i milioni di lavoratori (specie giovani) che sono stati spinti verso la pensione complementare come l'unica (per quanto ben poco efficace) alternativa ad una vecchiaia da fame?
Ed infine il TFR, l'ultima trovata propagandistica di Renzi. Qui la truffa fiscale è completa e garantita a 360 gradi. Se la finanziaria passerà così com'è stata presentata ci troveremo di fronte ad un autentico esproprio di una parte del salario. Un esproprio presentato come un generoso arricchimento della busta paga, un gioco assai perverso teso a nascondere il persistente calo del salario reale al quale il governo (vedi il Jobs act) lavora alacremente.
Ma in cosa consiste la truffa? Semplice, dal 2015 i lavoratori avranno tre possibilità: mantenere il TFR così com'è, farselo versare in busta paga, versarlo in un fondo pensione integrativo. Nel primo caso avranno una tassazione della rivalutazione annuale aumentata dall'11 al 17%; nel secondo non solo rinunceranno alla rivalutazione, ma si ritroveranno con aliquote fiscali (quelle Irpef ordinarie) assai più alte del trattamento previsto per il TFR; nel terzo - come abbiamo già visto - si vedranno applicare una tassazione quasi raddoppiata rispetto all'attuale.
A questo punto si sarà forse capito che quella della riduzione della pressione fiscale per le fasce popolari è sostanzialmente una balla. Una balla solo parzialmente compensata dai famosi «80 euro», i quali ci sono comunque soltanto per i lavoratori dipendenti, con l'esclusione delle altre categorie (pensionati, lavoro autonomo) a cui era stata promessa nei mesi scorsi l'estensione.
Che l'insieme della manovra renziana sia liberista e confindustriale è chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio. Per i duri di comprendonio possiamo solo consigliare l'ascolto o la lettura delle grida di gioia che arrivano dal fronte padronale. Quando mai avete visto un presidente di Confindustria così estasiato da una legge finanziaria? Io personalmente non ne ricordo uno. Ci sarà un motivo.

Una finanziaria recessiva
A giustificazione dell'operazione renziana viene naturalmente portato il suo carattere presuntamente «espansivo». Come dire, i regalini ai soliti noti ci sono, ma del resto sono loro che devono investire, e solo così potremo avere più crescita e più occupazione.
Quanto innocenti e disinteressate siano questi ragionamenti lo giudichino i lettori. Sta di fatto - e ora cercheremo di dimostrarlo - che questa finanziaria non è per niente espansiva. Intanto, se tutto andrà bene, gli elevati livelli della pressione fiscale resteranno mediamente del tutto inalterati. Se invece, come prevedibilmente accadrà, le cose andranno peggio - da quanti anni le previsioni economiche non vengono riviste sistematicamente al ribasso? - possiamo tranquillamente aspettarci (la TASI insegna) un ulteriore incremento della pressione fiscale, magari dispersa nelle mille forme delle tassazioni comunali e regionali
Ma facciamo finta che così non sia. Facciamo finta che ai 15 md di tagli previsti corrispondano tagli più o meno equivalenti delle tasse. Bene, cioè malissimo, se cosi fosse avremmo un effetto negativo sul Pil di quasi un punto percentuale.
Di cosa si tratta molti ormai lo sanno. Il moltiplicatore della spesa (fonte Fmi) viene ormai calcolato, per un paese come l'Italia, in una fase recessiva come l'attuale, a quota 1,3 (altri si spingono a 1,5 ma vogliamo essere generosi). Viceversa, il moltiplicatore delle tasse viene stimato a 0,3. Dunque per ogni miliardo di taglio alle spese si ha una contrazione del Pil di 1,3 md. La parallela riduzione fiscale di un miliardo dà invece solo una crescita di 0,3 md. Ne consegue, ovviamente all'ingrosso, che per ogni miliardo di tagli si abbia una riduzione equivalente (sempre di 1 md) del Pil.
Dunque, anche nel 2015 avremo un Pil col segno meno. Peccato che la Snai non accetti scommesse. Del resto il governo lo sa benissimo, altrimenti non avrebbe messo nella nota di aggiornamento del DEF, del 1° ottobre scorso, un miserrimo + 0,6% come previsione per il prossimo anno. Ora, tutti sanno come queste previsioni siano sistematicamente abbellite, ed altrettanto sistematicamente smentite a consuntivo. Del resto, si sa, in fondo al tunnel c'è sempre una luce. E in fondo, in fondo, in parte per ragioni ideologiche in parte per la rilevanza assegnata al fattore fortuna, probabilmente i Renzi e i Padoan un po' finiscono per crederci davvero.
Sta di fatto che il Pil 2014 era stimato ancora a +0,8 ad aprile, per scendere al -0,3% di inizio ottobre. In meno di sei mesi sono scomparsi come noccioline circa 18 miliardi. E per il 2015? Ad aprile si prevedeva un +1,3; ad ottobre, come detto, siamo a meno della metà con il +0,6%. A questo punto la probabilità di un quarto anno consecutivo di recessione, una cosa che sembrava quasi impossibile, ha buone possibilità di realizzarsi.


E, del resto, se la spesa pubblica cala, se quella delle famiglie non potrà certo riprendersi, se gli investimenti pubblici e privati rimangono in calo, pensiamo forse che la luce potrà accendersi solo grazie alle esportazioni? Certo, nell'idea mercantilista - il modello è effettivamente quello tedesco - le cose potrebbero in teoria funzionare. Ma in pratica non è così, sia perché i venti di crisi spirano anche fuori dall'Europa, sia per il deficit di competitività imposto dall'euro proprio nel confronto con il principale competitor: la Germania. Detto in altre parole, nell'euro non c'è posto per due germanie. C'è posto, semmai, soltanto per alcune appendici purché subordinate all'economia tedesca.
Ma allora, su cosa spera l'ipercinetico Renzi? Su buoni appoggi (quelli di una parte della finanza, specie d'oltreoceano) e - l'abbiamo già detto - sulla buona sorte. Il tutto condito dalla granitica quanto infantile certezza della bontà del sistema capitalistico, un sistema che nella sua visione da scout non potrà che riprendersi prima o poi. E, nell'attesa, bisogna pur tirare a campare.
Questo era una dei motti preferiti da Giulio Andreotti: «è sempre meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Oggi però la situazione è diversa dai tempi di Andreotti, e tirare a campare è più difficile, richiedendo una continua navigazione tra gli imperativi sistemici, le regole della gabbia europea e le esigenze del consenso. In questo complesso slalom Renzi ha dimostrato fino ad oggi di non avere rivali. Dunque, guai a sottovalutarlo come avversario.
All'Europa non basterà
Proprio per queste esigenze Renzi ha interrotto la catastrofica serie Monti-Letta. Ve l'immaginate i risultati elettorali del pisano - di quelli del bocconiano già sappiamo tutto - alle europee di maggio? La sostituzione del nipote dello zio con l'amico di Verdini, al di là dei continui giochi di potere a cui rimanda, è stata una vera e propria esigenza sistemica. Da qui la forza, la spudoratezza, l'arroganza di Matteo Renzi. Il quale - ma di questo riparleremo presto - aggiunge a tutto ciò i potenti legami con l'establishment americano.
A differenza dei suoi predecessori Renzi non appare affatto succube della Merkel. Ed in effetti non lo è. Il renzismo non nasce come mera continuità della politica austeritaria di chi l'ha preceduto. Se non ci capisce questo non si può comprendere il suo diverso appeal verso larghi settori di massa. Certo, nel consenso di cui gode c'è un po' di tutto: la forza di quel che appare «nuovo», la potenza mediatica che lo sostiene, il fatto di essere vissuto come ultima spiaggia, l'idea che la «rottamazione» sia l'unica fonte di salvezza, ed infine la debolezza senza precedenti delle opposizioni istituzionali. Ma saremmo davvero pigri se non vedessimo che tutto ciò è sostenuto da un reale senso di cambiamento dopo troppi anni di stagnazione.
Il problema è vedere qual è il segno, o come direbbe lui il «verso» di questo cambiamento. E non c'è dubbio che il segno sia quello di questa finanziaria: un liberismo sfrenato e sfrontato quanto il personaggio che lo interpreta. E tuttavia, questo è il punto, un liberismo che non è targato Merkel.
E' normale dunque che Renzi non venga percepito come un servo dell'eurocrazia di Bruxelles, ed in questo modo egli capitalizza astutamente la diffusa consapevolezza di massa anti-eurocratica che si è sviluppata in questi anni. In un certo senso, così come egli sfrutta la polemica anti-casta del M5S, allo stesso modo utilizza quella anti-UE, alla quale noi stessi contribuiamo da sempre. Ovviamente, lo fa a modo suo e per i suoi obiettivi.


Abbiamo visto come la manovra varata da Renzi non è espansiva come si vorrebbe far credere, ma di certo non è neppure quella che avrebbe voluto la Commissione europea. Entrano qui in ballo gli 11 miliardi di cui abbiamo già parlato. Un incremento della spesa in deficit, piuttosto sostanzioso rispetto ai precedenti impegni presi dall'Italia. Un netto smarcamento rispetto al tradizionale rigorismo europeo in materia di conti pubblici. E su questo punto decisivo l'Italia non è sola, vista la posizione del governo francese.
La verità è che lo scontro è iniziato. Gli interessi tra i principali paesi europei sono troppo confliggenti per trovare una vera composizione. Al tempo stesso, manca ai protagonisti la caratura necessaria per affrontare a viso aperto l'indispensabile processo di uscita dalla moneta unica. Sul versante italiano, questa palese contraddizione ha prodotto una finanziaria che, considerata da questo punto di vista, non è né carne né pesce. E' così che si spiega il parto di un mostriciattolo ancora recessivo, ma non sufficiente a placare il rigorismo del triangolo della morte Berlino-Francoforte-Bruxelles.
Il problema per la triade Merkel-Draghi-Juncker è che le finanziarie italiana e francese mettono in discussione alla radice (e non solo per il 2015) il Fiscal compact, vero architrave di quella convergenza dei debiti senza la quale non potrà esservi nessuna unione fiscale e di bilancio, decretando in questo modo la manifesta insostenibilità dell'euro.
Su questo non solo i tedeschi, ma la suddetta triade al completo, non possono proprio mollare. E' per questo, non per Renzi od Hollande, che crediamo che lo scontro sia nei fatti.
Naturalmente, tanto più in considerazione della posta in gioco, uno scontro non esclude momenti di tregua e di pace armata. In altre parole non escludiamo affatto che nelle prossime settimane l'ennesima quadratura del cerchio venga trovata, magari con qualche rettifica delle finanziarie di Roma e Parigi. Ma la tregua, se davvero avrà luogo, sarà solo il preludio ad uno scontro ben più aspro, quello che porterà alla definitiva resa dei conti.
Il problema è sempre il solito: chi giocherà quello scontro? Sarà solo interno al blocco dominante, o vedrà finalmente il protagonismo delle classi popolari e quello di una soggettività politica in grado di guardare più avanti, ad una prospettiva di sganciamento dal capitalismo-casinò? Questa è la posta in gioco. Hic Rhodus, hic salta!

Dott. Rosario Napoli
fonte: https://www.facebook.com/groups/707490519287382/permalink/738702102832890/

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Finanziaria al Colle: si scoprono le carte


Oggi la legge di Stabilità arriva a Napolitano, si conoscerà il vero testo. E Padoan spara: «Creerà 800mila posti di lavoro»


RomaDiventato più renziano dello stesso Matteo Renzi, il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, che quando era all'Ocse non perdonava nemmeno una virgola a Palazzo Chigi, ieri a In mezz'ora ha difeso a spada tratta tutti i contenuti della legge di Stabilità.




In ogni caso, il gioco delle tre carte orchestrato dalla comunicazione del premier da questa mattina finirà perché, come annunciato dallo stesso titolare del dicastero di Via XX Settembre, stamattina «sarà al Quirinale», dopo le limature degli ultimi dettagli. Il bluff, se c'è, ha le ore contate.
Anche gli 80 euro per le neomamme, strombazzati da Matteo a Domenica Live , sono lì, nei 500 milioni destinati dalla manovra alle famiglie e copriranno i redditi fino a 90mila euro. Sì, i tempi sono cambiati: il renzismo impone le ripartenze veloci pure al compassato Padoan che ormai parla per slogan. Lo sgravio contributivo di tre anni per i neoassunti a tempo indeterminato, ha ipotizzato, «potrebbe creare 800mila posti di lavoro», anzi «potremmo sbagliarci per difetto». Una replica mirata al le critiche all'insufficienza degli 1,9 miliardi stanziati. Secondo alcuni calcoli (basati su una media di 8mila euro per assunto risparmiati dalle imprese), i beneficiari dovrebbero essere meno di 300mila.Padoan ha ribadito che se i fondi «non saranno sufficienti significa che l'economia avrà ripreso» perché ci saranno nuove assunzioni, per le quali «ci saranno risorse aggiuntive».
Insomma, i soldi potrebbero non bastare, ma se non basteranno, sarà perché il governo è stato prudente e non perché ha sbagliato i conti. Infine, l'appello Renzi-style . «Mi rivolgo agli imprenditori: ci sono sgravi molto significativi, lo ha detto anche Squinzi, adesso investite e create occupazione», ha affermato come se la ripresa fosse subordinata alla buona disposizione delle aziende.


Idem con patate sui rapporti con Bruxelles. Possibile bocciatura della manovra? Macché, «i colleghi europei mi hanno detto che andiamo nella direzione giusta», ha rilevato. «Pensiamo di essere assolutamente in regola», ha concluso puntualizzando di essere «in contatto» con Katainen, «una persona simpatica». Ecco come il rigorista finlandese che vorrebbe la Troika a Roma e Madrid viene trasformato in un bonaccione.
L'aumento al 20% della tassazione sui fondi pensione? «Non li stiamo svantaggiando, la filosofia è adeguare il trattamento ai valori medi europei», ha tagliato corto ripetendo il mantra renziano: «Sono almeno due decenni che il Paese è bloccato e c'è una responsabilità diffusa, forse anche dei sindacati».
Un chiaro riferimento al neosegretario Cisl, Anna Maria Furlan, che chiede la riscrittura della norma sul Tfr in busta paga. «Tassarlo con aliquota ordinaria è un errore enorme, doveva essere a tassazione zero», ha dichiarato sostenendo che «è altrettanto sbagliato tassare i fondi pensione perché si mette una pietra tombale sulla previdenza integrativa e si lega il futuro dei lavoratori alla povertà».
Intanto, il governatore del Veneto, Luca Zaia, indispettito per i tagli, s'è lamentato della disponibilità del collega piemontese al dialogo con Renzi. «Chiamparino e gli altri del Pd nel giro di dieci ore hanno cambiato posizione, neanche la pattuglia acrobatica sa fare di meglio», ha inveito. «Non lavoro sulla base dell'appartenenza politica», ha risposto l'ex sindaco di Torino.

 Gian Maria De Francesco - 20 ottobre 2014
fonte: http://www.ilgiornale.it

Marò, ipotesi scambio di prigionieri


Ci sono altri modi per risolvere la vicenda ... e ancora una volta si omette di evidenziare le incongruenze e le ragioni dell'innocenza dei due fucilieri, che vengono indicati come responsabili dell'uccisione dei due pescatori. 

L'autore dell'articolo ci spieghi in base a quali prove visto che nemmeno l'India, dopo circa tre anni,  è stata ancora capace di presentare un capo d'accusa...nemmeno "uno" straccio di prova.

e.emme

MARO'





Il negoziato c’è, ma non si vede. Un filo diretto corre adesso tra Palazzo Chigi e l’ufficio del primo ministro indiano, Narendra Modi. In Italia c’è una “cabina di regia”, una specie di “gabinetto di crisi” permanente, che lega attorno alla vicenda dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in un circuito di scambi d’informazione e iniziative, da un lato il governo (Palazzo Chigi e il ministero della Difesa col supporto del ministero degli Esteri, con l’handicap della posizione di fatto vacante di Federica Mogherini proiettata verso il ruolo di “ministro degli Esteri” della UE), dall’altro il Quirinale che discretamente segue ogni sviluppo, giuridico e diplomatico, per “liberare” i marò. Latorre si trova in Italia dopo l’ischemia del 31 agosto e dovrà tornare in India il 13 gennaio. Nel frattempo, il 12 dicembre è prevista un’udienza alla Corte Suprema di Delhi: l’Italia contesta l’impiego della NIA, la National Investigation Agency alias FBI indiana, come dominus delle indagini sull’uccisione dei due pescatori del Kerala scambiati per pirati l’ormai lontano 15 febbraio 2012 dai marò comandati da Latorre sulla “Enrica Lexie”. Abbandonata l’internazionalizzazione tramite arbitrato, anche se “tecnicamente” pronta in caso di necessità, l’Italia punta sulla diplomazia bilaterale sotterranea. La speranza è che Modi, il neo-leader indiano, voglia uscire dall’impasse. La realtà è che l’India ha il coltello dalla parte del manico (Girone è in India, e Latorre e se non rientra a gennaio mette nei guai il compagno). L’approccio italiano oscilla fra la prudenza e la tentazione di esercitare pressioni. Si è parlato anche di un possibile scambio di prigionieri. Latorre e Girone contro 18 marinai indiani catturati su una nave carica di droga. Ma non sarebbe una soluzione onorevole mettere sullo stesso piano due fucilieri del San Marco e 18 “trafficanti”. Roma cerca di non urtare la suscettibilità indiana, al tempo stesso il non alzare la voce ha prodotto finora risultati modesti. L’Italia può far valere in questi mesi il suo esser presidente di turno dell’Unione Europa. Ma anche la nostra presidenza è a scadenza. L’assegnazione del fascicolo in India al consigliere di Modi per la sicurezza nazionale e ex capo dei servizi segreti indiani, Rajiv Doval, dà un nome e un volto a un possibile interlocutore che in passato ha compiuto “miracoli”. Ma la strada è ancora lunga. Il governo italiano si è convinto che il rebus non si scioglierà per via giudiziaria, ma soltanto attraverso una decisione politica che è in mano ai leader. A Modi e Renzi.

il Messaggero
tramite: http://radioradio.it - 20 gennaio 2014