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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

19/10/14

La legione straniera, leggendaria armata di dannati

Il corpo armato francese dove hanno servito anarchici e terroristi neri (e almeno 60mila italiani)
Boris Horvat/Afp/Getty Images

Boris Horvat/Afp/Getty Images

 

«Quello che vivi nella Legione straniera ti resta dentro. Lo spirito di corpo, certo. Anche una certa fratellanza. Ma soprattutto l’assenza di paura, un’assenza di paura tale che rasenta quasi la follia». Vittorio Augenti, questo il suo nome di battaglia, è un ex legionario. Prima di congedarsi ha prestato servizio in Djibuti, Burkina Faso e Afghanistan. È uno dei sessantamila italiani che in quasi due secoli di storia si sono arruolati nel leggendario corpo d’élite dell’esercito francese. Quasi un primato. Durante la Prima guerra mondiale i militari che venivano dalle Alpi erano così numerosi che fu necessario formare un’apposita legione garibaldina.
Al museè de l’Armee di Parigi, sulla spianata degli Invalides, tra spade, archibugi e cannoni, l’inconfondibile divisa è ancora tra le più ammirate. ll simbolo di un soldato entrato di diritto nella storia dei costumi e dell’iconografia, persino del cinema. Il tipico copricapo bianco, il « kepi », la camicia di tela kaki (la stessa che fu adottata dall’esercito britannico di Sua Maestà nel 1935), i pantalonicini corti – il ‘Bombay Bloomer’ memore delle esperienze coloniali inglesi in India – la fondina e le cinture di cuoio, la borraccia di due litri ed il fucile MAS, di fabbricazione francese. Un’uniforme entrata nel mito. È stata immortalata in decine di documentari d’epoca o in film come « March or Die» (con Gene Hackman, Catherine Deneuve e Max Von Sydow) o « Il Legionario » (con Jean-Claude Van Damme) e addirittura cantata dalla ‘môme’ Edith Piaf e da Serge Gainsbourg. Nella Legione straniera hanno servito personalità come il nipote di Garibaldi, il re di Serbia, il ministro dell’istruzione fascista Bottai o scrittori come Arthur Koestler e Curzio Malaparte. Ancora oggi, dopo 183 anni, sono i legionari a chiudere la tradizionale parata militare del 14 luglio. Sfilando orgogliosi sugli Champs Elysèes di Parigi, sotto lo sguardo vigile e rassicurante del Presidente della Repubblica.
Creata nel 1831 dal re di Francia Luigi Filippo per accogliere stranieri che volevano servire la Francia senza creare reggimenti in funzione delle diverse nazionalità, la Legione Straniera si è nel tempo consolidata all’interno dell’esercito francese come corpo d’élite per i teatri di guerra e le operazioni più difficili. Nella storia di questo reggimento militare centinaia di reclute, facendo prova di coraggio, hanno spesso valicato, anche illegalmente, frontiere fuggendo da persecuzioni, guerre civili, processi pur di oltrepassare la soglia di Aubagne, la Maison Mère sede del Comando Centrale dove l’anno scorso, nel 150esimo anniversario della battaglia di Camerone in Messico (in cui un pugno di legionari tennero testa per 10 giorni a 800 ribelli), è stato anche inaugurato un Museo della Legione in un vasto edificio che s’estende su 1.200 metri quadrati. Dal Messico all’Indocina, passando per il Ruanda e l’Afghanistan, la Legione Straniera ha operato, nei suoi 183 anni di storia, nei teatri di guerra più disparati. La Legione Straniera era in Marocco, Siria e Libano durante la Prima Guerra Mondiale, in Norvegia nel 1940, in Indocina nel 1945, in tutta l’Africa del Nord negli anni ’50, in Madagascar, Guyana francese e Djibouti negli anni ’60 fino all’Afghanistan, il Ciad, il Libano, la Costa d’Avorio ed il Mali di oggi.


legione straniera(Kenzo Tribouillar/Afp/Getty Images)


Ma l’origine del fascino che sempre ha esercitato la Legione Straniera, oltre al képi bianco, il forte spirito di cameratismo di stampo internazionale e gli esotici scenari di guerra, è radicata nel mito su cui si fonda la Legione stessa. Siamo nel 1831, la conquista dell’Algeria è ai suoi inizi. La Legione viene creata appositamente per fornire sostegno militare alle truppe francesi. La prima Legione si forma a partire da soldati professionisti disoccupati dopo le varie guerre imperiali francesi ma anche da rivoluzionari provenienti da tutta Europa che avevano trovato rifugio in Francia, dissidenti che lasciavano clandestinamente il proprio paese per motivi politici, economici o giuridici. Per facilitare il reclutamento la Legione Straniera autorizzava le nuove reclute ad arruolarsi su semplice dichiarazione d’identità. Questa disposizione, che all’inizio era stata adottata per semplificare le procedure, permise in realtà alle reclute che fuggivano da guerre, persecuzioni, processi, di nascondere la propria vera identità e cominciare una nuova vita nella legione dietro il motto «Legio Patria Nostra» (La Legione la nostra Patria ndr) e, dopo 3 anni di servizio, anche poter, in via teorica, ottenere la naturalizzazione francese. È questa «seconda chance» che la Legione offriva a coloro che ne accettavano le regole a costituire parte del mito su cui si fonda ancora oggi la storia della Legione. In cambio dell’anonimato e di una nuova identità, la Legione chiedeva sacrificio, una vita di solitudine lontano da casa e famiglia e una quotidianità fatta di dura disciplina militare. Ad oggi più di 35.000 stranieri sono caduti servendo la “patria” che costituiva in sé la Legione. Tra questi tanti, tantissimi italiani.


legione straniera(Pascal Pochard/Afp/Getty IMages)


Dal 1831 ad oggi si calcola che oltre 60.000 italiani hanno servito nei ranghi della Legione. Dopo i vicini tedeschi, il gruppo di stranieri più corposo in tutta la storia della Legione sono stati dunque gli italiani (tale da provocare, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la formazione, all’interno della Legione, di una Legione Garibaldina composta esclusivamente da repubblicani, mazziniani e sindacalisti italiani). Ma cosa spingeva gli italiani, agli inizi del ‘900, ad arruolarsi per un esercito di un paese straniero? «La prima motivazione che spingeva gli italiani immigrati in Francia negli anni della Prima Guerra Mondiale – spiega a Linkiesta Stéphanie Preziosi, professore associato presso l’Istituto di Storia Economica e Sociale della Facoltà di Scienze Politiche di Losanna e specialista della questione del reclutamento collegato all’immigrazione italiana – è quella di sfuggire alle conseguenze disastrose di una partecipazione dell’Italia dal lato sbagliato della guerra, cosa che avrebbe provocato l’arresto, la cattura. Un’altra motivazione è ottenere facilmente la nazionalità francese, vitale per coloro che erano in fuga dall’Italia per motivazioni politiche. L’altra è la povertà estrema. Zone depresse come il Friuli, l’Emilia Romagna, le Marche già dagli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento funsero da basi a partire dalle quali migliaia di migranti approdarono in Francia, spesso con le loro famiglie, per installarsi e cominciare una nuova vita. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, per lottare contro i sentimenti anti-italiani che si manifestavano nella popolazione francese e dimostrare l’attaccamento al loro paese d’adozione, molti italiani scelsero dunque di arruolarsi».


legione straniera  (Remy Gabalda/Afp/GettyImages)


Nei ranghi della Legione Straniera confluirono negli anni garibaldini, repubblicani, fascisti, antifascisti, anarchici, comunisti e negli anni ’70 anche terroristi di destra. Un esempio è quello di Umberto Marzocchi. Espatriato in Francia per sfuggire alla persecuzione fascista, combatté nella guerra civile spagnola e dopo la sconfitta si arruolò nella Legione Straniera per poter rimanere legalmente in Francia dove prese parte alla Resistenza e da dove rimpatriò nel 1945 per riprendere la direzione del movimento anarchico italiano. Rocambolesca la storia del parmense Giovanni Mezzadri: emigrato in Francia giovanissimo, intraprese la militanza comunista e nel 1939 s’arruolò nella Legione straniera. Fu rimpatriato nel ’42 dalle autorità di Vichy e arruolato di forza nell’esercito italiano e spedito a combattere in Nord Africa. Con la caduta del fascismo prese parte alla Resistenza e infine fu costretto dalla disoccupazione ed emigrare nuovamente. Un’altra storia legata alla legione è quella dell’avvocato antifascista Gustavo Camerini. Anch’egli espatriato in Francia per sfuggire alla repressione del regime fascista, nel 1940 si unì ai volontari di De Gaulle e combatté nei ranghi della Legione in Norvegia, in Siria, a Tòbruk, ad El Alamein e nella campagna d’Italia ricevendo poi nel ’45 diverse onorificenze tra le quali quelle di Capitano della Légion d’Honneur e di Compagnon de la Libération. Tra gli ex legionari figurava anche un certo Silvano Girotto, personaggio quasi cinematografico e noto alla stampa degli anni ’70 come «Frate Mitra». Figlio di un maresciallo dei carabinieri, venne condannato per rapina quando era ancora minorenne e fuggì in Francia. Qui si arruolò nella Legione Straniera con il falso nome di Elio Garello. Rientrato in Italia venne arrestato nuovamente per rapina. In carcere decise di farsi frate francescano e nel 1969 si recò come missionario in Bolivia dove, in seguito al golpe militare, decise di entrare nelle file dell'opposizione armata al dittatore colonnello Hugo Banzer Suarez. Partecipò anche attivamente alle rivolte che scoppiarono in Cile dopo la deposizione di Allende ed il golpe militare di Pinochet. Quando rimpatriò in Italia, collaborò attivamente con i carabinieri del generale Dalla Chiesa e fece catturare i capi e fondatori delle Brigate Rosse Renato Curcio e Alberto Franceschini.


legione straniera(Boris Horvat/Afp/Getty Images)


Ed oggi? La Legione Straniera ha perso quell’aura che aveva un tempo - basti pensare che  dall’epoca gloriosa questo corpo scelto di soldati di tutte le nazionalità è passato da 40.000 effettivi a poco più 7.700 effettivi - ma resta un corpo d’élite che attira sempre candidati di tutto il mondo. I criteri di selezioni sono estremamente rigidi anche se in via teorica non servono particolari caratteristiche per entrare a far parte della Legione Straniera: forma fisica e psicologica idonea e un’età tra i 17 e i 40 anni non compiuti. La prima ‘ferma’ dura 5 anni, con possibilità di reingaggio. «La parte fisica non è importante – racconta a Linkiesta un ex legionario italiano il cui nome di battaglia è Vittorio Augenti – certo devi dimostrare che ce la metti tutta ma in fondo il fisico te lo forgiano loro. È la parte psichica ad essere più difficile. Nei colloqui psicoattitudinali non ti mollano finchè non sei realmente sincero sul perché hai deciso di arruolarti. Scavano finchè non sei realmente sincero e non sei un bandito che cerca di scappare da qualcosa. Oggi non c’è più spazio per i dannati. Non più. Vogliono essere sicuri che sarai un buon soldato. In fondo la Legione è uno dei migliori eserciti al mondo».
L’arruolamento avviene in uno dei due centri di preselezione (a Parigi/Fontenay sous Bois o Aubagne) e consiste in un colloquio con uno specialista per testare le reali motivazioni e in una visita medica. Superata la preselezione, l’aspirante legionario viene inviato al Comando Centrale di Aubagne, dove nei dieci giorni che seguono svolge test psicoattitudinali e visite mediche più approfondite. In questa fase le prove fisiche sono la corsa cadenzata, le trazioni alla sbarra, la salita alla fune di 5 metri, le flessioni addominali ed il test “Luc lèger” (per determinare la velocità aerobica del candidato). Se supera questi test il legionario può finalmente firmare il contratto di arruolamento e iniziare il suo percorso di formazione, che dura quindici settimane, prima di integrare uno dei reggimenti della Legione Straniera. «Io ho fatto il corso a Djibuti – ci racconta Vittorio Augenti - poi in Burkina Faso e dopo mi hanno spedito nella base aerea militare di Bagram, in Afghanistan. Quello che ho vissuto in Legione mi è rimasto dentro. Spirito di corpo, una certa fratellanza e soprattutto l’assenza di paura, un’assenza di paura tale che rasenta quasi la follia»

Marco Cesari - 19 ottobre 2014
fonte:  http://www.linkiesta.it



Roma, Marino affossa l’Agenzia sulle Tossicodipendenze


(Sorge il sospetto che l'Homo Ridens stia attuando una strategia per distogliere l'attenzione dai gravi problemi che affliggono Roma, ora amplificati dalla gestione di un incapace)

marino agenzia prostituzione droghe

 

Non solo le dichiarazioni a favore della droga, ora anche lo smantellamento dell’Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze (Act): Ignazio Marino davvero non ne azzecca una.

 

Finché quelle del sindaco di Roma erano solo dichiarazioni che esprimevano “attrazione” verso tutte le sostanze stupefacenti, si poteva pensare a un colpo di sole posticipato come causa per le ridicole boutade a cui peraltro già ci aveva abituati. Poi, invece, ha interrotto il 70% dei servizi erogati dall’Agenzia che nella Capitale si occupa dei problemi relativi alla tossicodipendenza, e dalle parole, gravi, si è passati ai fatti, ancora più gravi.
Non solo: Marino, infatti, con questa politica di ostilità nei confronti dell’Act ha lasciato in mezzo a una strada circa 130 persone. Ma in fondo a lui, dei licenziamenti, non è che importo più di tanto, come ha avuto modo di dimostrare con la vicenda del Teatro dell’Opera.
Eppure, a partire dal 2009, sono stati numerosi i risultati ottenuti dall’Agenzia sulle Tossicodipendenze grazie ad un’opera di rinnovamento che ha saputo garantire trasparenza e legalità amministrativa. Il numero dei decessi per assunzione di stupefacenti nel quadriennio 2009-2012, ad esempio, era diminuito del 56,8% rispetto al quadriennio 2005-2008, strappando via da Roma il triste primato di città campione per decessi causati proprio dalla droga. Inoltre, i servizi stanziali offerti da Roma Capitale nel 2013 hanno registrato il 5,8% di utenti in meno rispetto all’anno precedente, mentre i “Servizi di prevenzione e promozione di Stili di vita sani” hanno totalizzato 154.548 contatti, segnale di un importante coinvolgimento della popolazione giovanile che negli anni precedenti ha permesso di strutturare meglio l’importante opera di prevenzione.


Poi, appunto, è arrivato Marino. E così, tra una dichiarazione sulla liberalizzazione della marijuana e una battuta sull’attrazione degli stupefacenti, per l’annualità 2013, in rapporto al 2012, si è registrata un nuovo aumento del 35,7% del numero di decessi per assunzione diretta di sostanze stupefacenti (38 vittime).
L’incompetenza di Marino non finisce qui. Il chirurgo venuto da Genova, infatti, più di una volta ha deciso di lasciar cadere nel vuoto il disperato appello lanciato dal Consiglio d’Amministrazione dell’Act che gli ha chiesto di rinnovare il mandato del Direttore Generale, Massimo Canu, a seguito degli ottimi risultati ottenuti.
Niente da fare: proprio ieri sera, con un colpo di reni, nella speranza di scongiurare lo scandalo sulle sue pesanti responsabilità, Marino ha firmato l’ordinanza che nomina Isabella Cozza, direttore del dipartimento Politiche sociali, Commissario per la gestione provvisoria dell’Act. Il mandato, prestato a titolo onorifico, durerà sino all’effettivo trasferimento delle competenze dell’Agenzia all’interno dell’Amministrazione capitolina.
Una struttura con specifiche competenze che ha raggiunto importanti traguardi, come l’Act, viene cancellata all’improvviso. Evidentemente a Marino i risultati ottenuti in materia di lotta alla droga e alle dipendenza non interessano. Lui continuerà ad essere attratto dalle sostante stupefacenti.

Luca Cirimbilla - 17 ottobre 2014
fonte: http://www.lultimaribattuta.it

17/10/14

Caso marò: l’eventuale “vittoria di Pirro” italiana per i due fucilieri di Marina




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Sono trascorsi più di due anni e mezzo da quel fatidico 15 febbraio 2012, quando è iniziato il calvario per i due Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Più di 900 giorni durante i quali, fatte salvo rare eccezioni, gli organi di informazione nazionale hanno centellinato le notizie quasi a seguire una scaletta temporale preordinata fuori dalle redazioni.
Dal rientro in Italia di Massimiliano Latorre per un periodo di convalescenza di 4 mesi a seguito di un grave malanno che lo ha colpito a Delhi il silenzio è diventato poi assoluto. Solo rare e ripetitive dichiarazioni da parte di rappresentanti di vertice della Difesa e degli Esteri per rassicurare che era stato predisposto quanto necessario per avviare un arbitrato internazionale che, però, ancora non veniva ufficializzato per dare spazio ad un’azione diplomatica non meglio chiarita.
Oggi improvvisamente si alza il sipario del silenzio non per iniziativa degli organi di informazione italiani ma per una velina Ansa da Delhi con la quale si viene informati che l’India sta valutando la proposta italiana per una “soluzione consensuale’ del problema. Lo riferisce il The Economic Times e fonti governative indiane di alto livello riferiscono che il governo ha deciso di tenere “presto” una riunione presieduta dal consigliere per la sicurezza Ajit Doval per studiare la soluzione offerta da Roma per risolvere la crisi.
Prendiamo atto che, come in passato, gli italiani per essere aggiornati devono fare riferimento alla stampa indiana e sia sempre il Governo di Delhi a dare notizie e quasi mai quello italiano. Nella fattispecie, infatti, si parla dell’esame di una soluzione del caso proposta da Roma, ipotesi sconosciuta agli italiani in quanto ritenuti, forse, dallo Stato cittadini non affidabili e quindi non meritevoli di una democratica informazione.
Una scelta che però è difficile condividere. Oserei affermare offensiva nei confronti delle centinaia di migliaia di cittadini impegnati a tenere alta l’attenzione sulla sorte dei due Fucilieri di Marina e preoccupati che l’Italia abbia ceduto ancora una volta il diritto di esercitare la propria sovranità delegando uno Stato terzo ad esercitare un’indebita azione giudiziaria.
L’oscurantismo, però, giustifica ogni illazione, per cui proviamo ad ipotizzarne e proporre un paio di quelle che potrebbero essere le soluzioni italiane proposte all’India, attraverso un’analisi di quanto avvenuto in questi 900 giorni.

La prima, una proposta italiana di scambiare i 18 marinai indiani fermati recentemente nel canale di Sicilia a bordo di una nave carica di 40 ton di sostanze stupefacenti, applicando un accordo bilaterale sottoscritto in tal senso nell’agosto 2012. Soluzione che presenterebbe al mondo i due militari italiani come comuni delinquenti.

Una seconda soluzione e forse la più realistica potrebbe essere quella che l’Italia ha deciso di percorrere la “road map” da tempo proposta dal Vice Ministro degli Esteri, quando il 16 maggio 2013 in occasione del Forum dei giornalisti del Mediterraneo dichiarò che “In questo momento la collaborazione con le autorità indiane è ottima. Sono state già concordate le “regole di ingaggio per il giudizio che gli indiani si apprestano a dare sui due fucilieri, cosi’ come sono già state concordate anche le condizioni successive a una sentenza. Questo mi permette di dire – ha aggiunto Pistelli – che la vicenda è avviata correttamente e aspettiamo solo che finisca”.

Nell’uno e nell’altro caso, però, la possibile conclusione della vicenda non rappresenterebbe una vittoria diplomatica italiana. Piuttosto l’ennesima “soluzione all’italiana” che garantirebbe il rientro in Patria dei due militari per la massima soddisfazione delle loro famiglie e di loro stessi, ma ad un prezzo altissimo in termini di immagine degli interessati e dell’intero Paese. Presupposti che si sarebbero potuti evitare solo rispettando i vincoli costituzionali in tema di estradizione e non esercitando, invece, il 22 marzo 2013 nei loro confronti “un’estradizione passiva” a favore dell’India.



Uno scambio di prigionieri, infatti, darebbe per scontato un coinvolgimento dei due marò in un fatto delittuoso e, ancora peggio, la seconda soluzione rappresenterebbe un’ennesima cessione di sovranità nazionale nel momento che l’Italia, rinunciando alle proprie prerogative garantite dal Diritto internazionale, preferirebbe concordare con l’India un’azione giudiziaria condivisa invece di pretendere che l’India rispetti l’immunità funzionale dei due militari garantita loro dal diritto pattizio e quanto previsto da UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea) ratificato in sede internazionale da Delhi.

I due Fucilieri di Marina rientrerebbero in Italia e questo sarebbe il vero successo ma il prezzo da pagare, come detto, sarebbe altissimo. I due militari ritornerebbero, infatti, in Patria privati della dignità di cui avrebbero diritto e per l’Italia agli occhi del mondo sarebbe un’altra vittoria di Pirro.
Fernando Termentini - 14 ottobre 2014

 
Chi è il Generale Termentini?
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Ho frequentato l’Accademia Militare e lavorato come Ufficiale dell’Arma del Genio per 40 anni.
Ho partecipato a missioni di Peace Keeping in Somalia, Bosnia, Mozanbico e quale esperto nel settore della bonifica dei campi minati e degli ordigni esplosivi in Kuwait, Bosnia, Pakistan per l’Afghanistan in occasione della Operation Salam.
Una volta congedato ho fornito consulenza nel settore della bonifica ad ONG ed alle Nazioni Unite.

fonte: http://www.liberoreporter.it



 

Novecento: quando Craxi “accerchio” Reagan. Quando l’Italia era l’ITALIA






craxi



Prendi una bella nave da crociera sequestrata in pieno mediterraneo da 4 spietati terroristi. Prendi un boeing 737 fermo su una pista, bloccato da mezzi e camion e circondato da 50 militari, tra avieri e forze dell’ordine armati fino ai denti. Pochi minuti dopo gli stessi vengono a loro volta accerchiati da altri 50 uomini dei corpi scelti della DELTA FORCE e pochi istanti ancora dopo, in un terzo cerchio concentrico, gli ultimi vengono a loro volta accerchiati da altre forze dell’ordine con mitra spianati e blindati d’assalto. Aggiungi che questi militari dei tre cerchi attorno al velivolo fanno parte di due nazioni profondamente amiche e in tempo di pace assoluta. Mescola bene, guarnisci con una lunga telefonata in piena notte tra due potenti capi di stato, e non dimenticarti il morto, naturalmente.
Il soggetto e la storia sembrerebbero dei più fantasiosi, il contesto molto avvincente, in stile Hollywoodiano e la trama sempre attuale. Verrebbe già da pensare a Chuck Norris nella parte del comandante degli uomini della DELTA e a “John Rambo” alias Sylvester Stallone che, chiamato in causa, nel finale, riesce dopo una serie di azioni distruttive di massa a catturare i famigerati terroristi. Peccato però che questo non è un film, non è finzione cinematografica ma è ciò che è realmente e incredibilmente accaduto i primi giorni d’ottobre dell’anno 1985, in Italia, nella cosiddetta “crisi di Sigonella” e a seguito del sequestro della nave Achille Lauro.


Mai era accaduto che la piccola Italia dichiarasse “guerra” in tempo di pace ai grandi alleati degli Stati Uniti d’America; mai era accaduto che il numero 1 di palazzo Chigi sfidasse in maniera così decisa il capo supremo della Casa Bianca. E che capo, considerando il potere di metà anni ottanta in pieno declino URSS, di “sua maestà” Ronald Reagan, il più autoritario e determinato capo di stato del Mondo. E’ lui, l’ex attore, il padrone del globo nel 1985, che dopo aver messo in crisi l’anziano Breznev , tiene in pugno il buon samaritano Gorbaciov. Tutto accade in soli 5 giorni, dal 07 al 12 ottobre, ed inizia proprio con il sequestro del transatlantico Achille Lauro nelle splendide acque d’Egitto. 4 uomini del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), braccio armato e dissidente dell’OLP di Arafat, si impossessa della nave italiana e minaccia l’uccisione di tutti i passeggeri. Cominciano in successione 48 lunghe ore di estenuanti trattative, riunioni notturne e prese di posizione. Craxi, Andreotti, Spadolini, Reagan, Arafat e Abu Abbas. Questi gli attori principali dell’intera vicenda. Nave italiana uguale territorio italiano! “Questione di Roma” insiste Bettino.
A bordo viene assassinato e poi gettato in mare un passeggero di nazionalità statunitense di nome Leon Klinghoffer.
Per Reagan, il terrorismo internazionale è questione di Washington. Posizioni inconciliabili: e allora?
E allora la cosa si fa sempre più complicata. Ed ecco che entra in scena il “Giulio” nazionale, l’onnipotente, che, in virtù degli ottimi rapporti poi venuti alla luce grazie al segretissimo “lodo Moro”si appella ai Palestinesi. É Arafat il contatto giusto, ed è proprio a lui che l’Italia chiede aiuto. Yasser decide così di prendersi carico della liberazione e della resa dei terroristi, nell’unico modo possibile: convincere il capo assoluto del Fronte di Liberazione, Abu Abbas, e chiedergli la resa dei suoi 4 uomini a bordo della “Lauro”.
Tutto sembra risolversi con l’accordo di liberazione degli ostaggi in cambio di un salvacondotto per i terroristi. Al comandante della nave viene intanto ordinato di approdare in Egitto, dove un boeing 737 con a bordo Abbas e alcuni diplomatici egiziani attendono i sequestratori. Il governo del Cairo non li vuole, troppo grande e scottante la questione e così, pur di farli sparire dal proprio suolo, si decide per la via di Tunisi, tramite l’Egyptair 2834.


Comincia l’inferno in volo. Caccia statunitensi decollati dalla portaerei Saratoga seguono il boeing con a bordo i terroristi, Abbas e i diplomatici, ma ne la Tunisia, ne Malta e neppure Israele accordano e autorizzano l’atterraggio. Dopo diverse concitate ore nei cieli del mediterraneo inizia a scarseggiare il carburante e quindi c’è solo una possibilità prima dello schianto: l’isola italiana della Sicilia, previo “ok” del governo di Roma.
Craxi concede il permesso per l’atterraggio, ma ad una chiara e precisa condizione: “in Italia decide lo stato italiano!”. La notte del 10 e 11 ottobre l’aereo con a bordo il pericoloso gruppo atterra all’aeroportoCosimo di Palma nella base militare di Sigonella, sul suolo italiano. L’ammiraglio Martini, stimato capo del SISMI, su specifico ordine del presidente del consiglio raggiunge l’isola e prende il comando tattico dell’intera operazione. I motori dell’Egyptair si spengono, gli avieri italiani della VAM si dirigono armati verso il boeing, accerchiandolo, e automezzi di ogni tipo si piazzano davanti all’aeromobile bloccando la pista.
Pochi istanti dopo, atterrano senza alcuna autorizzazione anche due Lockheed C-141 Starlifter con a bordo una cinquantina di “Rambo” della famigerata DELTA FORCE che si dirigono con fare minaccioso verso il boeing e quindi attorno agli avieri. Mitra puntati contro i nostri soldati. La situazione in quei minuti è paradossale. Il suolo è italiano, la base è Nato, gli occupanti, uomini sia dell’aereonautica militare  sia della marina USA, ma nonostante ciò, in quel frangente gli Stati Uniti tengono in ostaggio gli Italiani. C’è una cosa però che i “Navy Seals” Americani non sanno. Avvisati da Martini, stanno giungendo da diverse caserme siciliane centinaia di Carabinieri armati, seguiti da blindati e mezzi d’assalto. L’Arma entra con forza nella base e a sua volta accerchia i militari statunitensi. La tensione è alle stelle. Tre cerchi attorno ad un aereo civile con a bordo i terroristi, il capo Abbas, l’ambasciatore Egiziano e alcuni uomini dell’intelligence del Cairo. E’ il 1985, anno in un cui il clima è di piena pace in Europa, i rapporti con gli amici d’oltre oceano è idilliaco ma, in un contesto surreale, è stato di guerra nella piccola pista sicula. Che fare?
Reagan va su tutte le furie, l’affronto è inaccettabile e in quelle ore concitate chiama Bettino al telefono. Le forze italiane sono in netto vantaggio numerico, se dovesse partire un colpo su quella pista, il rischio di un incidente diplomatico su vasca scala è inaccettabile e non certo auspicabile. Ma non è solo una questione numerica sul campo: il presidente del Consiglio italiano, con piglio da grande statista, tiene testa al capo assoluto della più grande superpotenza mondiale. Ormai con le spalle al muro, Reagan è costretto ad arrendersi e lasciare campo libero ai governanti di Roma. La Delta Force riceve l’ordine di ritiro immediato e l’intricata matassa passa definitivamente nelle mani di Bettino Craxi. I sequestratori vengono consegnati alla giustizia italiana, il capo Abu Abbas trasferito in gran segreto. L’aereo riparte per Ciampino, e anche se seguito nuovamente e in gran segreto da uno sparuto gruppo di uomini DELTA sui cieli di Roma, ormai il dado è tratto. Washington non si da per vinta e chiede ripetutamente l’estradizione dei terroristi, sempre rifiutata dal ministro di grazia e giustizia Martinazzoli. Anche Abbas, dapprima considerato estraneo, poi viene condannato insieme agli altri esecutori per l’intera vicenda dell’Achille Lauro e il tribunale di Genova emetterà dure sentenze per tutti. Mentre per i sequestratori si aprono le porte dei penitenziari italiani, per Abbas, condannato all’ergastolo, c’è uno strano salvacondotto, probabilmente grazie a uno dei tanti accordi occulti tra le autorità italiane, Arafat e i vertici del Cairo. Indiscutibilmente alleata degli Usa, l’Italia non disdegna mai di tessere accordi sotterranei con coloro che tra gli obiettivi hanno la totale distruzione di Israele.

A parte i dettagli, le polemiche, i dissapori, i dibattiti parlamentari, le rotture all’interno dello stesso governo italiano e la frattura internazionale che fa di questa oscura quanto ingarbugliata vicenda un vero caso nazionale, c’è però un’importante chiave di lettura che va presa in seria considerazione, adesso più di ieri; ed è “l’orgoglio italiano” strepitosamente difeso dall’allora premier Bettino Craxi. Se vogliamo, possiamo anche definirlo con cognizione di causa “l’ultimo sussurro di sovranità nazionale”, quella che oggi sembra PURTROPPO solo un nostalgico lontano ricordo.

Mirko Crocoli - 12 ottobre 2914
fonte: http://www.liberoreporter.it

Marino: "Toglieremo i sampietrini, e partiremo da via Nazionale" __ ( in allegato: IL SAMPIETRINO ROMANO LA STORIA Cosa Perché Come Dove Quando - di Ludovica Cibin )




" I gioielli architettonici ed urbanistici di Roma si posano visivamente su questo mosaico, prezioso ed antico, sottovalutato e sconosciuto, che rappresenta la faccia dell’urbe a sviluppo orizzontale: si relaziona inconsciamente con l’immagine della città eterna,  valorizzandone i contenuti storici e semantici. Il “colloquio” tra la pavimentazione stradale e gli edifici, tra l’orizzontale ed il verticale, è sempre stato ricercato perché sinonimo di armonia ed equilibrio architettonico. Allora, perché non proteggerla amorevolmente, con manutenzioni a regola d’arte ed interventi filologici, come già avviene per le infinite sfaccettature della faccia verticale della città?"

L.C.




Ma questo è un sindaco ? Sono queste le priorità per Roma?

Lo ha ribadito, come già fatto giorni fa. Lo storico selciato romano verrà fatto sparire "dalle strade ad alta percorrenza, non appena si allenterà il patto di stabilità"







Torna di nuovo sul tema, a conferma almeno delle intenzioni. Non è chiaro come, quando, nè con quali risorse, ma eliminare i sampietrini e sostituirli con un asfalto che faciliti la grande viabilità è senza dubbio nei pensieri del sindaco Marino. "Spero che con l'imminente allentamento del patto di stabilità potremo fare la manutenzione ed eliminare i sampietrini dalle strade ad alta percorrenza. Penso, ad esempio, a via Nazionale". Il primo cittadino lo ha ribadito, dopo averlo annunciato già giorni fa, a margine di un incontro con l'ambientalista Vandana Shiva. Stavolta però ha precisato che sarà proprio via Nazionale, una della delle strade dove verrà rimosso lo storico selciato romano. 

Qualcuno però dall'opposizione storce il naso, possibile che sia questa la priorità dell'amministrazione? "È incredibile che nelle intenzioni del sindaco Marino togliere i sampietrini sia la priorità per i cittadini di Roma. Se da una parte questa sua fissazione è coerente con una visione della città che tiene conto solo del centro storico disinteressandosi di tutto il resto del territorio urbano, dall'altra è sintomo di un assurdo capriccio ideologico". È quanto dichiara, in una nota, Dario Rossin, consigliere capitolino di Forza Italia.


"Per questo ho presentato una mozione in Assemblea capitolina - aggiunge - per invitare a desistere da iniziative dispendiose e inutili, convogliando eventualmente le risorse che servirebbero ad attuarle a più urgenti interventi di manutenzione urbana. Il sindaco deve capire che Roma non è solo il suo centro storico dove peraltro sono certo che la sostituzione dei sampietrini con un meno pregevole asfalto sarebbe visto di buon occhio dai romani affezionati al 'sercio' e al tocco romantico che concede alle strade capitoline

Red. 15 ottobre 2014
fonte: http://www.romatoday.it

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IL SAMPIETRINO ROMANO
LA STORIA
Cosa   Perché   Come   Dove   Quando


a cura dell’Architetto Ludovica Cibin, autrice del libro:
“Selciato romano  il sampietrino” Gangemi Editore, Ottobre 2003





Ho voluto pubblicare a mie spese i risultati delle ricerche che ho condotto sul sampietrino per tramandare questa tecnologia, sconosciuta perfino ai romani più attenti, e per svelare ciò che sta sotto ai nostri piedi, un antico tappeto artigianale frutto del ventre della terra e della sapienza dell’uomo.
Questo lavoro è assolutamente inedito, poiché, incredibilmente, il sampietrino romano non era mai stato studiato con metodo scientifico. Con metodo scientifico, quindi, ho incominciato a sondare ogni suo aspetto, materia, lavorazione ed evoluzione storica, fino a fotografarne l’attualità ed ad indagarne le problematiche.
Cosa, perché, come, dove, quando, sono le domande a cui ho cercato di dare risposta.
Dopo due anni di ricerche archivistiche e bibliotecarie, di indagini presso i cantieri stradali e presso le cave di selce attive o dismesse, dopo i chilometri percorsi passeggiando per il centro storico osservando e monitorando le tessiture e le tipologie di selce ancora presenti nel centro storico di Roma, ho raccolto le informazioni rintracciate e mi sono resa conto di quanto il sampietrino romano rispecchi l’identità della città e della società romana. Perciò, ringrazio innanzitutto gli attori principali della pavimentazione romana, i selciatori ed i selciaroli, e tutti coloro che mi hanno fornito documentazioni ed informazioni in merito, poiché mi hanno permesso di scoprire e divulgare questa tecnologia, celata dalla polvere dell’oblio.




Se, nella nostra quotidiana frenetica corsa alla ricerca del tempo perduto, ci fermassimo, tra un passo e l’altro, ad osservare per un istante cosa stiamo calpestando, potremmo scoprire che una parte della storia, della cultura e della tecnologia romana sta letteralmente sotto ai nostri piedi.
Conoscere il sampietrino romano significa non solo imparare a conoscerne la tecnologia, ma anche, e soprattutto, riconoscere nei suoi riflessi la stessa città di Roma, la sua storia ed il suo territorio.

Purtroppo fino a quando non si rischia di perdere ciò che si ama, non lo si apprezza, ed è invece importante capire che il selciato romano non è solo un retaggio, una pesante, goffa eredità del passato: la sua millenaria sopravvivenza, nella nostra storia, è dovuta alle qualità intrinseche del materiale, al suo valore estetico, ed alla capacità di evolversi grazie alla mutazione delle forme dei singoli pezzi subita nei secoli. Infatti i basoli che potete ancora ammirare nelle strade consolari romane, e che vengono apprezzati per la loro bellezza e durevolezza, sono consanguinei dei selci. Questa parentela non è affatto evidente, persino a noi romani.

La pavimentazione in sampietrini ci parla innanzitutto della geologia e della storia del territorio su cui è fondata Roma. Camminiamo su blocchetti di lava lavorata artigianalmente, a mano, pezzo per pezzo. I selci romani sono infatti frammenti di quella lava, effusa dall’antico Vulcano Laziale dei Colli Albani, che è stata spaccata dai selciatori in pezzi di varie forme e dimensioni e disposta dai selciaroli sulle sedi stradali romane. La forma e le dimensioni degli elementi sono variati nei secoli, così come sono evolute le disposizioni dei singoli elementi nella sede stradale, ma la materia, è, ed è sempre stata, la vicina pietra lavica dei Colli Albani. La vicinanza della città con il Vulcano Laziale è stata fondamentale per l’edilizia romana in senso ancora più ampio: la città è stata edificata con i prodotti piroclastici (tufi e pozzolane) e con il magma delle colate laviche effuse durante le fasi eruttive del vulcano. La colata storicamente più importante ed estesa è la cosiddetta “colata di Capo di Bove”: giunge fino alla tomba di Cecilia Metella, a 3 Km. da Porta S. Sebastiano. E’ percorsa per un lungo tratto dalla via Appia Antica, ed è stata particolarmente importante per la tecnologia stradale romana fino alla prima metà del XX sec. Le storiche cave di selce, localizzate proprio su questa lingua di lava sono però state attive da sempre: provengono da qui i basoli che costituiscono il manto stradale della vicina via Appia Antica.

Perché gli elementi che formano la pavimentazione romana in selce vengono chiamati genericamente sampietrini?
Leggenda metropolitana vuole che la prima pavimentazione con piccoli elementi regolari sia stata realizzata alla fine del XVII sec. in piazza S. Pietro; tutti gli elementi dal taglio standardizzato vennero quindi definiti, popolarmente ed in via del tutto generica, sampietrini. Occorre ricordare, però, che il sampietrino corrisponde, in gergo tecnico, al piccolo elemento utilizzato tradizionalmente per i marciapiedi. Il blocchetto di selce più comune, presente nelle strade romane, dalla forma troncopiramidale, si definisce invece quadruccio. Altri elementi dalle forme regolari presero forma dalle mani dei selciatori: la guida, la mezza guida ecc...

La pavimentazione in selce, a Roma, esiste dall’epoca Repubblicana ed Imperiale, da quando si incominciò a pavimentare le strade più importanti con pezzi di forma pentagonale e di grandi dimensioni (i succitati basoli), per proseguire  in epoca Medioevale e Rinascimentale con elementi più piccoli di forma irregolare. Il periodo dell’Illuminismo ha introdotto una pavimentazione formata da elementi in selce dalla forma regolare, “standardizzata”, con l’uso di blocchetti dalle dimensioni prefissate e con la creazione dei tipi.
La tradizionale disposizione dei blocchetti è la cosiddetta spina: gli elementi di selce - principalmente i quadrucci- vengono disposti a 45° rispetto all'asse viario. Ideata per contrastare le spinte dovute al transito dei veicoli trasmettendole verso i margini della carreggiata, fu l'unica ad essere usata fino al XX sec. allorché venne introdotta anche la sistemazione ad archi contrastanti. La varietà dei tagli dei singoli pezzi e la ricchezza delle tessiture degli elementi in selce si possono ancora osservare passeggiando per le strade romane.
Questi termini potrebbero sembrare solo simpatiche, pittoresche definizioni del nostro piccolo mondo antico... al contrario, proprio perché li calpestiamo sbadatamente ogni giorno, sono invece straordinariamente attuali.

In questi anni, come in passato, la riqualificazione delle piazze e delle strade romane scatena animatissime discussioni, in particolare sull’uso di questo o quel materiale per la pavimentazione stradale. Non è una diatriba moderna. Già nel Rinascimento, ad esempio, il popolo e gli studiosi si divisero tra l’ammattonatura o la selciatura delle strade romane. Per un breve periodo venne persino proibito di eseguire pavimentazioni stradali in selce, ed i trasgressori venivano puniti con sanzioni pecuniarie e... corporali. Nonostante ciò, la selce cominciò a dominare incontrastata, sia per l'economicità dei lavori, sia perché presentava una maggior durevolezza e resistenza al transito dei veicoli.
Nei primi anni del XX sec. la sperimentazione di nuovi materiali portò all’introduzione di nuovi tipi di pavimentazioni stradali in pietra (ad esempio, in granito ed in porfido), ma la selce risultò ancora una volta il materiale più adatto.

Ci troviamo oggi di fronte al momento più critico, per il tradizionale selciato romano. Si è innescato, in questi decenni, un meccanismo vizioso dovuto a diversi fattori, primo fra tutti il progressivo calo della richiesta di nuovi selci presso le cave laziali e la conseguente scomparsa della figura professionale del selciatore (colui che, sul fronte lavico, spaccava la lava a colpi di mazza). Di questo meccanismo portiamo le conseguenze oggi, poiché, anche se negli ultimi anni si nota un generale, rinnovato interesse verso il recupero della tradizionale pavimentazione romana, risulta difficile, a causa della mancanza di ricambio generazionale, rintracciare il know-how professionale del selciatore, necessario al suo ripristino. Per il recupero delle professioni di selciatore e di selciarolo è indispensabile riconoscerle e valorizzarle come artigianali, se non artistiche: creare un sampietrino, una guida, un quadruccio,  significa conoscere e sentire le pulsazioni della materia, disporre questi sulla sede stradale equivale a tessere un mosaico di lava.

Questo mosaico è frutto del ventre della terra e della sapienza dell’uomo. Sapienza che ha saputo coniugare esigenze funzionali (lo smaltimento delle acque) e strutturali, con l’estetica.
Le disposizioni dei selci sulle sedi stradali non sono state frutto della bizzarria dei Maestri di strada: ogni disegno era soluzione d’ingegno. Optare per un profilo stradale a culla o a schiena, associare il tipo di allettamento alle diverse tipologie di selci era un saper fare a regola d’arte che veniva tramandato ed affinato nei secoli, relazionandosi sempre con l’ambito urbano.

I gioielli architettonici ed urbanistici di Roma si posano visivamente su questo mosaico, prezioso ed antico, sottovalutato e sconosciuto, che rappresenta la faccia dell’urbe a sviluppo orizzontale: si relaziona inconsciamente con l’immagine della città eterna,  valorizzandone i contenuti storici e semantici. Il “colloquio” tra la pavimentazione stradale e gli edifici, tra l’orizzontale ed il verticale, è sempre stato ricercato perché sinonimo di armonia ed equilibrio architettonico. Allora, perché non proteggerla amorevolmente, con manutenzioni a regola d’arte ed interventi filologici, come già avviene per le infinite sfaccettature della faccia verticale della città?

Per valorizzare nella progettazione questo patrimonio storico, tecnologico e sociale, e garantirne il futuro, con dovuta attenzione ai vincoli che la modernità impone (superamento delle barriere architettoniche, abbattimento delle vibrazioni, ecc.) è necessario recuperare la sapienza degli antichi mestieri di selciatore e selciarolo, reinserire nel processo produttivo delle cave di selce attualmente attive il taglio di nuovi elementi con modalità e geometrie tradizionali, e, in primis, avere l’umiltà, innanzitutto di osservare, poi di capire, ciò che ci è stato tramandato dalla storia... che calpestiamo distrattamente ogni giorno.