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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

13/05/14

CASO MARO': 14 GIUGNO FLASH MOB INTERNAZIONALE PER LATORRE E GIRONE




                        GIORNI DI SEQUESTRO : 814




CASO MARO':  14  GIUGNO  FLASH MOB  INTERNAZIONALE  PER LATORRE E GIRONE =
ADERISCONO SOTTUFFICIALI DEL CISOR DI FRANCIA, GERMANIA, DANIMARCA, SLOVENIA, AUSTRIA E SVIZZERA

Roma, 13 mag. (Adnkronos) - Anche militari europei nel flash mob per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. I sottufficiali che aderiscono al Coordinamento Sottufficiali Internazionali della Riserva (Cisor) di Francia,Germania,Danimarca,Slovenia, Austria e Svizzera parteciperanno dalle loro sedi alla manifestazione prevista per il prossimo 14 giugno a Roma insieme all'Associazione Gruppo Nazionale di San Marco rappresentato dal Presidente Ammiraglio Guglielmo Nardini.

''E' necessario che il Governo adotti tutte le misure necessarie a riportare i nostri soldati in Patria attraverso un arbitrato internazionale - spiega il Vice Presidente Europeo del Cisor per l'Italia e Presidente Nazionale dell'Unione Nazionale Sottufficiali Italiani Roberto Congedi - E' assurdo che dei soldati vengano ingiustamente trattenuti da due anni senza alcun capo di imputazione.
Vista la sensibilita' del Cisor - conclude - credo che l'Europa non possa fare piu' a meno di sostenere i nostri due connazionali".

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Intanto, il Gruppo Nazionale Leone di San Marco della Marina Militare venerdi' prossimo alle 16 ha organizzato un  incontro  su "Caso e  risoluzione  della  vicenda  dei  fucilieri di  Marina". All'iniziativa, prevista alle 16 presso la sede dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti a Roma, parteciperanno il giornalista Toni Capuozzo, l'ex ministro degli esteri ambasciatore Giulio Terzi e Angela Del Vecchio, professore ordinario presso la Luiss e docente di diritto internazionale. E' stato inoltre invitato il ministro degli Esteri, Federica Mogherini.



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Il caso marò e il futuro dell’Occidente. Intervista all’ex Ministro Terzi




La storia di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, il susseguirsi di rinvii e mancate sentenze, il loro rocambolesco ritorno in India dopo la decisione del Governo di trattenerli in Patria, sono ormai questioni che superano il carattere nazionale o bilaterale. Non solo perché finalmente sembra intrapresa la via dell’internazionalizzazione della controversia. Ma anche perché il caso s’intreccia con la questione della credibilità dell’Occidente come forza trainante del globo, sotto l’aspetto economico e politico. Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Affari Esteri, commenta il ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti nella situazione economica attuale, il futuro della Cina, la crisi Ucraina e – ovviamente – la vicenda dei due marò.
Ambasciatore, quale sarà il ruolo dell’Occidente nel futuro prossimo? Tra il 2009 e il 2011 mi sono interessato alle analisi sul declino dell’Occidente e dalla capacità degli Stati Uniti di mantenere il ruolo di superpotenza o, quantomeno, di garante della sicurezza globale. Nell’informazione e nelle Università ci sono i declinisti e gli anti-declinisti. Da una parte, chi considera inevitabile la progressione economica della Cina, dell’India e dei Brics, situazione che sarebbe necessariamente alternativa alla possibilità dell’Occidente di mantenere una sua gravitas fondamentale nello sviluppo della società internazionale. Dall’altra, chi vede questa solo come una possibilità. Potrebbe accadere, certo, ma è una situazione nella quale ancora non ci troviamo. Per questo molti auspicano un maggiore sforzo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea nell’aggiornare le rispettive agende economiche, di sicurezza e di sviluppo per mantenere la centralità di cui tutt’ora gode. Per questo nacque l’idea del TTIP.
Il Transatlantic Trade and Investment Partnership. Esatto. L’idea era nata da un consigliere economico di Hillary Clinton e poi se ne è appropriata la Casa Bianca. Un’iniziativa importante a cui i partner europei hanno risposto positivamente, anche se dopo alcune esitazioni iniziali. Anche dell’Italia.
A cosa erano dovuti questi tentennamenti europei? Principalmente a problemi settoriali. Per i francesi, ad esempio, era forte il timore di mettere a rischio l’identità culturale. Questo perché l’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie non significa solo omologazione degli standard unici, ma fa anche nascere la grande questione della proprietà intellettuale, della ricerca e delle garanzie sui brevetti. L’attuazione del libero scambio tra America ed Europa, considerando che gli investimenti reciproci sono i più consistenti del mondo, darebbe uno slancio incredibile alla crescita dell’area. Tutto questo dimostra quanto una rassegnazione al “declinismo” sia assolutamente fuori luogo.
Crede che questo accordo possa contrastare l’ascesa economica della Cina? È evidente che il divario tra Cina ed America si sta riducendo considerevolmente. Secondo alcuni studi di settore, in termini comparati di capacità di potere d’acquisto, la Cina avrebbe già superato gli Stati Uniti. In termini assoluti il Pil è ancora la metà, ma l’economia cinese cresce ogni anno del 7% mentre gli Usa si fermano intorno al 2,5-3%. Anche se per quanto riguarda la ricchezza individuale il divario è enorme. Tant’è che gli stessi cinesi hanno contrastato tutta questa pubblicità fatta sul sorpasso, perché vogliono mantenere i privilegi di essere un paese in via di sviluppo. Un’ampia parte del mondo cinese, infatti, è molto lontana da una sostenibilità del proprio sviluppo e quindi ha tutti gli interessi ad essere riconosciuta tale dal Fondo Monetario e dalle altre istituzioni internazionali. L’Occidente deve focalizzare l’attenzione sul ruolo formidabile che può ancora avere in una realtà globale che è diventata, e tenderà in futuro ad essere, più competitiva, più conflittuale e più settaria. Bisogna smetterla di piangersi addosso nella convinzione che l’Occidente sia ormai condannato ad esser messo alla porta. Avremo ancora un ruolo centrale. Bisogna ritrovarne consapevolezza a livello nazionale, europeo e di aggregazione atlantica.
Capitolo Russia. Putin non ha esitato a forzare la mano nella crisi ucraina. L’Occidente deve anche capire quali sono i suoi riferimenti. L’immagine di un Presidente così volitivo, Putin, che si muove per soccorrere i propri connazionali in difficoltà in Crimea e nelle altre zone ucraine usando la forza, suscita molte simpatie. Anche nel mondo della Destra.
Non è forse l’avversione ad un’Europa che la Destra non considera adeguata alle sue aspettative a farle rivolgere lo sguardo ad Est? Credo che ci siano anche altri aspetti. Ad esempio, se si osserva il successo di Marine Le Pen, bisogna riconoscere un substrato culturale tradizionalmente antagonista verso l’America. Un partito come quello gollista, di centrodestra moderato, aveva un carattere nazionale fortemente radicato. Non certo paragonabile alla mentalità del democristiano o del socialista italiano. I francesi hanno sempre ritenuto di essere loro la grande potenza globale. Per questo la Le Pen propone un’alleanza strategica con la Russia, nella quale imbarcare anche la Germania. C’è una tendenza, infatti, nel mondo tedesco a mantenere una posizione neutrale tra Est ed Ovest. Questo raccordo tra la cultura francese e la pulsione neutralista tedesca spiega l’atteggiamento dei due Paesi verso la Russia. Una posizione che, personalmente, non capisco. È antitetica a tutti gli interessi occidentali.
Come giudica l’operato della diplomazia europea nella crisi ucraina? Ha sofferto forse l’atteggiamento neutralista tedesco? La Germania è stata la capolista della politica di partenariato orientale, proposta inizialmente dalla Polonia e dalla Svezia nel 2008. Ha spinto molto per “l’allargamento ad Est”, senza porsi il problema dell’atteggiamento russo. Questo si è accelerato dopo la crisi in Georgia e Putin ha lasciato inizialmente fare. Quando è tornato alla Presidenza, però, ha rilanciato l’idea dell’Unione Euroasiatica, per ricostruire uno spazio di vicinato filorusso nel quale ci fosse un richiamo a qualcosa di simile alla Russia imperiale.
L’Europa, invece, è stata gravemente carente sul partenariato meridionale. L’Italia ha fatto una pressione costante per ottenere accordi che, inoltre, avrebbero potuto risolvere in grande misura i recenti flussi di migrazione. Tutto questo è stato accantonato per dedicare sempre più risorse al partenariato orientale. Invece, dopo le primavere arabe del 2011 e le avvisaglie del progetto euroasiatico di Putin, bisognava fare l’esatto contrario.
Passando alla vicenda Marò, la ministra Mogherini recentemente ha dato il via all’internazionalizzazione del caso. Un passo che sembra arrivare con un po’ di ritardo. È stato fatto scandalosamente tardi. E continuiamo scandalosamente a tardare ad agire. Il Governo Monti il 22 marzo 2013, quando è stata presa l’ignobile decisione di rimandare i due militari in India, disse pubblicamente che, accondiscendendo alle richieste indiane, il problema si sarebbe risolto in un clima di grande cordialità. Non si capisce perché dovessimo essere cordiali con un Paese che ha catturato in alto mare, con un trucco e con la forza, due nostri militari in azione anti-pirateria. Minacciando, peraltro, di applicare le leggi anti-terrorismo a chi la pirateria la combatte. Monti era convinto che la cessione dei due marò avrebbe rasserenato gli animi indiani e loro sarebbero stati così bravi da rimandarceli indietro nel giro di qualche settimana. Questo, come abbiamo visto, non è successo.
Poi è arrivato il governo Letta. Un esecutivo che aveva una fortissima continuità con quello precedente. Nessuno, quindi, si è sognato di cambiare linea politica. Non si è mai nemmeno pensato di sostituire De Mistura, il negoziatore che aveva sostenuto con forza questa linea d’azione fallimentare. La filosofia è rimasta questa: i marò vadano in India, vengano processati e, una volta condannati col tempo si negozierà un accordo di restituzione. Scambiando così i nostri valorosi uomini delle forze armate con criminali, rapinatori e delinquenti indiani detenuti in carceri italiane. Poi è arrivato Renzi, la chiamata ai marò, le dichiarazioni dei ministri interessati e la decisione di aprire all’arbitrato internazionale. Ma anche qui mi pare ci sia la volontà di dichiarare, ma non la volontà di agire
Un’idea che aveva sostenuto durante il suo mandato alla Farnesina. Non solo l’avevo proposto un anno fa, ma avevamo già avviato l’arbitrato internazionale obbligatorio quando decidemmo di trattenere in Italia i due fucilieri di marina. Adesso, quindi, non c’è bisogno di consultare giuristi, come pare si voglia fare. Ormai lo sanno anche le pietre quali sono i dati giuridici per richiedere un arbitrato internazionale.
Lei ha sostenuto, dopo le sue dimissioni, che erano state pressioni economiche a far cambiare idea al Governo e rispedire i marò in India. Questo l’hanno confermato, poi, tutte le parti in causa. Quelli che hanno spinto per quella decisione l’hanno motivata con ragioni economiche. Più si va avanti e più bisogna constatare che ci sono dei ceppi che legano le gambe del Governo sulla strada dell’arbitrato internazionale. E questi freni non possono essere immotivati: devono esserci degli interessi. I motivi devono essere quelli di un partito degli affari che non possono essere dichiarati alla luce del sole. E vivendo in un Paese in cui è più che diffuso l’atteggiamento affaristico e collusivo di organizzazioni che riescono sempre ad influire sulle scelte importanti di politica economica, sorge spontanea la domanda su cosa ci sia veramente dietro la volontà di non agire del Governo.
Il Ministro Bonino, il primo ottobre 2013, riferendosi ai marò ha dichiarato: “non è accertata la colpevolezza e non è accertata l’innocenza. I processi servono a questo”. Non lascia intravedere una tendenza, forse diffusa, a pensare che in fondo è giusto che vengano giudicati in India? C’è un mondo nella nostra opinione pubblica, diffusa soprattutto sui social network, che vede con grande insofferenza lo straordinario ruolo che le nostre forze armante svolgono nel mondo. Per una fetta della cultura italiana, allevata in decenni di anti-patriottismo, anti-sovranità, anti-interesse nazionale, se qualcosa va storto in un teatro operativo è sempre colpa dei militari italiani. Un atteggiamento pernicioso e grave, che deve essere contrastato in ogni possibile modo. Sulla loro innocenza, io ne sono convinto. Perché ho visto la perizia balistica, so che ci sono incongruenze sui tempi degli incidenti, so che le ricostruzioni indiane sono artefatte e non è mai stato presentato un capo di imputazione in più di due anni. In ogni caso non è la magistratura indiana a dover giudicare. Ma quella italiana.
Perché la Procura militare di Roma non è intervenuta, procedendo al fermo dei militari, rendendo così impossibile un loro rientro in India? Nell’affidavit che avevamo sottoscritto per permettere il rientro per la licenza natalizia nel 2012 era scritto che il governo italiano avrebbe fatto tutto il possibile per fare in modo che i marò tornassero in India, “nell’ambito delle sue prerogative costituzionali”. Questo inciso voleva esattamente dire che l’esecutivo italiano non avrebbe potuto far nulla per limitare l’azione dei giudici. Eventualità conosciuta alle autorità indiane: se la magistratura italiana avesse ritirato il passaporto o avviato un giudizio, nessuno avrebbe potuto gridare allo scandalo. In una lettera del dicembre 2012, inviata al Presidente Monti, al ministro della Giustizia e a quello della Difesa, suggerivo di sensibilizzare la Procura di Roma. Nulla di tutto ciò è stato fatto.
Se potesse tornare indietro, ripeterebbe il gesto delle “irrituali” dimissioni – come le ha definite Napolitano – del marzo 2013, annunciate davanti al Parlamento e con il Governo già dimissionario? Forse già dopo la licenza natalizia, vista la totale indifferenza con il quale venne affrontata la questione, sarebbe stato giusto prendere una decisione più dirompente. Questo è l’unico dubbio che mi è sorto. Stavamo però ancora aspettando la sentenza sul riconoscimento dell’immunità funzionale che i legali indiani ci avevano assicurato. Speranza, poi, disattesa.
Quali sono stati gli errori più gravi dei governi che si sono succeduti. Il primo e più grave è stato quello di autorizzare l’abbandono delle acque internazionali all’Enrica Lexie. Poi è stato un susseguirsi di errori: dal dare il via libera per l’interrogatorio di Latorre nel porto di Sochi ai due ritorni in India. Nei miei viaggi istituzionali, ho sempre sollevato come prima cosa la questione dei nostri fucilieri. Non credo invece che molti altri colleghi di governo lo abbiano fatto. Monti ha sottovalutato l’importanza del caso-marò per l’interesse nazionale e la sovranità italiana, lasciando due militari in mani indiane senza fare nulla di veramente serio.
Il Corriere della Sera definì le sue dimissioni “una scelta sbagliata” che avrebbe messo a repentaglio la credibilità italiana. Certo. Perché questi giornali erano certi che l’idea del partito affarista indiano di lasciare Latorre e Girone in India, così da non compromettere le relazioni economiche, fosse la scelta giusta. Hanno osteggiato l’Arbitrato Internazionale nonostante la storia recente sia piena di azioni di questo genere. Anche l’Italia ha aperto, solo tre anni fa, una controversia con la Germania sulla questione degli internati militari italiani. Chi dice che non si può fare perché “l’India è un Paese importante” mente sapendo di mentire. Bisogna uscire dallo steccato di questa informazione che risponde ai poteri forti, condizionata dall’appartenenza politica e dalle strutture societarie dei principali organi d’informazione. Parlano o tacciono sui marò in base a quelle che sono le convenienze politiche pre-elettorali. Ci vuole un’informazione libera, indipendente e che faccia del giornalismo investigativo.
“Non bisogna avere aspettative su una soluzione rapida del caso”, ha detto pochi giorni fa il Ministro Mogherini. Sarà ancora lunga l’attesa dei marò? Credo che il Ministro proceda con prudente cautela: se guardiamo la storia di questi due anni, infatti, è costellata di rinvii e mancati rientri. Ma più che i tempi, vorremmo sapere “cosa” e “come” sta avvenendo. E non può valere la scusa del “non disturbate il manovratore”: l’opinione pubblica deve essere informata. De Mistura ha raccontato per mesi di assi nella manica e manovre machiavelliche che avrebbero risolto la questione. Tutte cose che si sono rivelate bolle di sapone. C’è una responsabilità politica del Governo nei confronti delle forze armate, dell’opinione pubblica e degli altri Paesi: bisogna chiudere al più presto questa vicenda.

Giuseppe De Lorenzo - 12 maggio 2014

fonte: http://ideaoccidente.wordpress.com

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GIORNI DI SEQUESTRO: 814

12/05/14

Questo è Martin Schulz, l’amicone di Renzi






Martin Schulz è il presidente del Parlamento Europeo. Non solo: Martin Schulz è il candidato del Partito del Socialismo Europeo (PES) alla presidenza della prossima Commissione Europea. E Martin Schulz è anche la scommessa di Renzi per cambiare l’Europa. Renzi e il PD vogliono cambiare l’Europa con Martin Schulz: comprensibile che tacciano quindi, e con loro tutti gli organi di informazione italiani, sulle gravissime accuse che il Parlamento Europeo sta muovendo al suo presidente. Martin Schulz è infatti accusato di censura, di estendere indebitamente una longa manus sull’amministrazione del Parlamento Europeo – testualmente di ‘clientelismo politico‘ -, nonché di usare i soldi pubblici destinati al suo Gabinetto e agli uffici esterni del Parlamento per pagarsi la campagna elettorale e farla al Pd. Se Schulz e il Pd non vogliono rispondere alle richieste del Parlamento Europeo, e se i giornali non li costringono, forse vorranno rispondere alle richieste dei cittadini. Ma andiamo con ordine.

SCHULZ IL CENSORE
Ogni anno il Parlamento Europeo verifica se i soldi sono spesi in maniera corretta e concede il “discarico”, ovvero la dispensa politica dalla responsabilità di gestione, rendendolo esecutivo. Il voto è preceduto da una relazione. Quest’anno, l’assemblea plenaria che doveva votare il bilancio si è riunita il 3 aprile, ma poco prima del voto Martin Schulz ha rimosso dalla relazione un passaggio che lo riguardava, redatto dal membro della Commissione Bilancio Ingeborg Grässle. Che cosa vi si diceva? Nel 2012, l’Olaf (il servizio antifrode) aveva accusato il commissario alla Salute John Dalli di frode, atto al quale erano seguite un’inchiesta e le sue dimissioni. Nella relazione (emendamento 47, qui la versione originale poi censurata), la Grässle accusava Schulz di avere ostacolato la condivisione delle informazioni su Dalli, trattenendo documenti riservati e destinati alla commissione COCOBU (la Commissione per il controllo del Bilancio) per oltre due mesi. E Schulz cosa fa? Rimuove il passaggio che lo critica dalla relazione, poco prima del voto in aula, avvalendosi di una sua interpretazione dell’articolo 157  del regolamento, impedendo così il voto degli europarlamentari su se stesso: un atto per il quale è stato accusato di censura e di “minare seriamente i principi democratici dell’istituzione europea” e che ha causato il rinvio da parte della plenaria del voto sul bilancio, in segno di protesta. 
 
SCHULZ E IL CLIENTELISMO POLITICO
Ma non è finita qui. Il 16 aprile la plenaria si riunisce nuovamente e approva una relazione a larga maggioranza, la quale al paragrafo 63 lo accusa esplicitamente di clientelismo politico. Testualmente, vi si legge: “Il Parlamento Europeo constata che per cinque membri del gabinetto del Presidente è prevista la nomina a direttore o direttore generale nell’amministrazione del Parlamento; critica questa longa manus politica su posizioni manageriali che finisce per minare lo Statuto del personale; osserva che l’Unione critica il clientelismo politico in tutto il mondo e chiede formalmente che tale principio sia rispettato anche presso l’amministrazione del Parlamento“. Cosa è successo? E’ successo che Schulz, la scommessa di Renzi per cambiare l’Europa, ha nominato cinque alti funzionari del Parlamento Europeo, e li ha scelti tutti tra gli uomini del suo Gabinetto, ovvero il suo staff personale. Una pratica che noi in Italia conosciamo bene e che deve avere incontato l’approvazione di Renzi, che lo sostiene con aperta convinzione.

SCHULZ E LA CAMPAGNA ELETTORALE PAGATA COI SOLDI PUBBLICI
Ma le accuse più gravi devono ancora venire. La campagna elettorale per le europee è in corso: ragion per cui tutti i sei Commissari che vi partecipano, per una questione di opportunità, hanno chiesto un congedo non retribuito tra il 19 aprile ed il 25 maggio. Solo Karel De Gucht,  il Commissario europeo al commercio, non avendo intenzione di fare campagna e avendo già dichiarato che, se eletto, rinuncerà alla nomina ad eurodeputato, è rimasto in carica al suo posto. Bene: Schulz è stato l’unico a non richiedere un aspettativa non retribuita e a continuare a intascare i soldi nonostante faccia campagna elettorale attiva. Non solo: Schulz utilizzerebbe lo staff del suo Gabinetto ai fini della sua campagna elettorale e questo è espressamente vietato dal regolamento del Parlamento europeo, in quanto i membri del Gabinetto e il suo funzionamento vengono pagati con i soldi dei cittadini. Le apparizioni pubbliche di Schulz coincidono con gli impegni della campagna elettorale. Per esempio è stato recentemente a Genova, in veste di presidente del Parlamento europeo, a sostenere il candidato socialista del PD Sergio Cofferati (i viaggi del Presidente del Parlamento Europeo sono pagati dai contribuenti, mentre se si tratta di campagna elettorale dovrebbero essere pagati di tasca sua). Ha trasformato inoltre il suo account Twitter, cresciuto e sponsorizzato grazie alla presidenza del Parlamento Europeo ai danni di quello istituzionale (e in virtù di questo forte di oltre 105mila followers) nel profilo pubblico dedicato alla sua campagna elettorale, relegando il profilo istituzionale a uno scarso o nullo rilievo (è plausibile che un presidente del Parlamento Europeo abbia accumulato meno di 5mila followers in tutto il suo mandato?). Accuse pesanti, messe nero su bianco dal Parlamento Europeo nella relazione del 16 aprile al paragrafo 51: “Il Parlamento Europeo chiede informazioni dettagliate sulle modalità con le quali il Presidente, che ricopre un incarico politicamente neutro, abbia tenuto distinta la sua gestione amministrativa dalla sua campagna di candidato di punta dei Socialisti e Democratici alle elezioni europee, con specifico riguardo al personale del suo Gabinetto e degli uffici esterni del Parlamento e ai costi di viaggio; ritiene che per molte di tali attività non si sia fatta distinzione fra i due ruoli; chiede formalmente una chiara separazione delle funzioni dei titolari di pubblici uffici sul modello della Commissione, per evitare che siano i contribuenti dell’Unione a dover pagare per le campagne elettorali di candidati capolista europei“.
Questa è l’Europa che vuole costruire il Pd. Questa è l’Europa sulla quale sta scommettendo Renzi: un’Europa di burocrati attaccati alla poltrona (“L’Unione Europea non ha bisogno di un Presidente che non sa distinguere tra la sua campagna elettorale e il suo ruolo e che si aggrappa disperatamente alla poltrona” [fonte]), un’Europa di predatori di risorse pubbliche e un’Europa di insabbiatori e censori. Un Europa troppo, troppo simile all’Italia che conosciamo bene, e che noi vogliamo cambiare.

Claudio Messora - 12 maggio 2014

fonte: http://www.byoblu.com

11/05/14

CASO MARO': UNA QUESTIONE DI STATO ............DI DIRITTO




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«Ho visto Latorre fare segnali luminosi mentre Girone monitorava il bersaglio con il binocolo. Quando le sue azioni non hanno prodotto risultati, Latorre mi ha ordinato di attivare il resto del nucleo. Ho usato la radio Vhf per chiamare gli altri e sono corso nella cabina a prendere le mie armi», si leggerà nella deposizione di un Marò.

«L’equipaggio della St Antony era in navigazione da giorni e tutti, eccetto i pescatori Valentine Jelestine e Ajeesh Pink, stavano dormendo sul ponte. Jelastine era al timone», si legge nel Rapporto ad interim della polizia del Kerala.

«Girone identifica tramite binocolo, la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla», riporta l’”Inchiesta Sommaria” condotta dall’ammiraglio Alessandro Piroli, capo del terzo reparto della Marina.
Diversa la testimonianza del comandante Vitelli: «Ho mandato un’email al Centro di soccorso marittimo italiano alle 17,47 ora della nave».
Le autorità del Kerala, dopo aver contato, una per una, più di 10.000 cartucce trovate a bordo della Lexie, hanno appurato che mancavano 20 proiettili di calibro 5,56 dai fucili mitragliatori Beretta in dotazione ai Marò italiani. Attraverso la perizia balistica hanno poi accertato che il calibro dei proiettili sparati contro il peschereccio e i due indiani era esattamente lo stesso, 5.56. E che le loro caratteristiche erano quelle tipiche delle munizioni Nato usate nei fucili Beretta. A essere contestate dagli esperti italiani sono le conclusioni successive della perizia balistica. Gli indiani hanno infatti concluso che Jelestine e Binki sono stati uccisi da pallottole sparate da due fucili diversi. Non solo: che quei fucili non erano in dotazione ai Marò accusati, Latorre e Girone, bensì a due loro commilitoni.
La metodologia usata dagli indiani per la perizia balistica è stata criticata poiché, sebbene abbiano utilizzato microscopi comparatori della Leika di un modello un po’ più vecchio ma non troppo dissimile da quelli italiani, hanno lavorato a un livello di ingrandimento insufficiente. Altresì, l’esame è stato approntato da un perito giovane, senza aiuto e senza includere alcuna foto. Le traiettorie dei colpi, oltre che le testimonianze, indicano infatti che la distanza tra i due mezzi era di almeno 200 metri. E poiché i fucili Beretta non erano dotati di cannocchiali, vuol dire che i fucilieri non erano in grado di prendere la mira.

A quasi due anni di distanza, l’azione del governo italiano e del Ministero degli Esteri si è immediatamente attivata con la presenza in India del sottosegretario De Mistura ed è stata continua e incessante. La linea sostenuta con fermezza dall’Italia è che l’episodio incriminato sia avvenuto in acque internazionali, dove vige il diritto dello Stato la cui nave batte bandiera, e che i due Marò in quel momento stessero esercitando funzioni di militari in missione all’estero e che dunque agissero per conto dello Stato italiano; in tale veste essi godono dell’immunità della giurisdizione rispetto agli Stati stranieri. D’altra parte, lo Stato del Kerala ha da subito considerato il fatto di propria competenza, in quanto i due pescatori uccisi erano di nazionalità indiana; ed il governo centrale, soggiogato dal potere politico, ha avuto uno strettissimo margine di manovra.

La diplomazia italiana si è sempre mossa a difesa della cooperazione internazionale: se l’episodio si risolvesse a sfavore dell’Italia, questo costituirebbe un pericoloso precedente per le missioni antipirateria. Ferma su questo punto, l’Italia non ha mai nascosto di cercare stati alleati per far pressione in questo senso sull’India.
La chiusura delle indagini era bloccata anche dal fatto che la polizia investigativa NIA riteneva fondamentale prima di presentare il risultato del suo lavoro al giudice interrogare gli altri quattro Marò che formavano con La Torre e Girone il team di sicurezza sulla Enrica Lexie. Di fronte all’impossibilità di disporre dei quattro a New Delhi per l’opposizione del governo italiano, l’interrogatorio è avvenuto in videoconferenza l’11 novembre. I quattro fucilieri – Renato Voglino, Massimo Andronico, Antonio Fontana e Alessandro Conte – sono giunti all’ambasciata indiana di via XX Settembre alle 9 circa, accompagnati dall’inviato del governo italiano per il caso dei Marò, Staffan De Mistura, e dall’avvocato dello Stato che segue i legali indiani di Latorre e Girone, Carlo Sica. Ad attenderli, in collegamento da New Delhi, c’era la National Investigation Agency. I quattro, ascoltati separatamente alla mera presenza di un traduttore, «hanno detto tutto quello che sapevano» anche perché, essendo interrogati «in qualità di persone informate dei fatti e, potenzialmente, futuri testimoni non potevano rifiutarsi».



La Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982 ratificata, tra gli altri, dall’Italia e dalla stessa India, recita che in caso di incidenti nel mare internazionale spetta allo Stato di cui la nave batte bandiera esercitare la giurisdizione. Questo vuol dire che nel caso della Enrica Lexie la competenza a iniziare azioni penali o disciplinari è unicamente delle autorità italiane visto che, come sembra, i fatti sono avvenuti nel mare internazionale. L’intervento dei due militari del battaglione San Marco nei confronti del peschereccio indiano sospettato di pirateria è avvenuto al di là del mare territoriale, al largo delle coste di Kerala, nel mare internazionale. Qui, per fissare regole certe sulla competenza, la Convenzione di Montego Bay ha stabilito che la giurisdizione, proprio per evitare l’insorgere di controversie tra Stati sull’attribuzione della competenza, debba essere affidata allo Stato di cui la nave batte bandiera. In questo caso l’Italia. Non solo. L’articolo 97 della Convenzione stabilisce che il fermo o il sequestro della nave non possono essere disposti da nessuna autorità che non sia lo Stato di bandiera che ne ha la giurisdizione esclusiva.
Altresì, i due militari che operavano a bordo della Enrica Lexie hanno agito in base alla legge n. 130 del 2 agosto 2011, adottata dal Parlamento per dare esecuzione alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Sono state le Nazioni Unite a chiedere agli Stati l’adozione di misure più efficaci per combattere la pirateria che prolifera nelle acque al largo dell’India e della Somalia. I militari, inviati a bordo di una nave privata per garantirne la sicurezza, agiscono in base al diritto internazionale, nel pieno rispetto del codice penale militare di pace, ricevendo ordini non dal comandante della nave privata, ma dai vertici militari. È il comandante del nucleo ad avere la piena responsabilità delle operazioni condotte per contrastare la pirateria. Gli atti dei due militari, quindi, sono imputabili allo Stato che, al massimo, ne potrebbe essere chiamato a rispondere con un risarcimento dei danni se si dimostrasse un’illiceità del comportamento. La stessa Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare prevede che, in caso di interventi motivati da un sospetto di pirateria che poi risulta infondato, lo Stato sia responsabile unicamente per i danni e le perdite provocate.


Sotto il profilo processuale, non bisogna dimenticare i fatti più importanti:i pescatori hanno dato nell’arco di due mesi successivi al fatto diversi orari e posizioni, tutti incompatibili per l’uno o per l’altro elemento con la posizione della Enrica Lexie al momento degli spari; i testimoni italiani sono univoci nell’affermare che la barca oggetto dell’azione antipirateria non fosse il St. Antony.

L’unico elemento di rilievo tecnico è la perizia balistica ad opera di un consulente indiano. La decisione del Tribunale di Kollam del 29/02/2012 di non ammettere alla perizia balistica i due esperti nominati dalla difesa, invaliderebbe la stessa in qualsiasi tribunale di uno Stato di Diritto. La perizia balistica è giuridicamente nulla e andrebbe rifatta, ma ad oggi non esistono gli elementi per poterla rifare. Poi, il referto dell’autopsia delle salme eseguita in India il giorno 16/02 ed esaminato per le vie brevi da un giornalista italiano indica la repertazione di un proiettile con misure totalmente incompatibili a quelli in dotazione ed usati dai due imputati. Calibro 7.62mm quello repertato, calibro 5.56mm quelli in dotazione ai militari italiani a bordo della Enrica Lexie. Infine, i numeri di matricola dei fucili sequestrati dalle autorità indiane da cui si dichiara siano usciti i proiettili che hanno colpito il peschereccio e ucciso le due vittime non sono quelli in dotazione ai due imputati.






Dopo due anni dall’incidente, l’accusa dispone delle registrazioni radar le quali permetterebbero di vedere, quello che è accaduto con buona precisione, ma queste registrazioni non sono state mai “tirate fuori” da dove sono “conservate”. Uno Stato di Diritto, benché la locuzione in termini internazionalistici non esiste, mantiene saldi alcuni principi fondamentali anche se traslato in contesti culturali diversi e il principio del rispetto dei diritti dell’uomo ne fa da collante. Tutti questi elementi dovrebbero portare a chiedere una commissione di controllo internazionale su questo processo.

(le foto sono state aggiunte)

di Monica Capizzano

fonte: http://www.sicurezzaegiustizia.com

Roma-Juve, gli agenti si danno malati

 

 

Troppi rischi e poche garanzie ai poliziotti che scendono in strada. Anche i vigili urbani minacciano di stare con le braccia conserte

Assenti per timori di scontri, perché domenica a Roma potrebbe consumarsi la vendetta dei tifosi dei napoletani contro chi una settimana fa ha sparato ai biancoazzuri a Tor di Quinto. La preoccupazione è tanta.
Si parla che su un "plotone" di 120 agenti abbiano rinunciato alla chiamata alle armi circa 60, quasi la metà. In sintesi, starebbe montando il fenomeno del «marco visita» nei ranghi delle forze dell’ordine, proprio in queste ore di vigilia della partita di calcio Roma-Juventus, in calendario domani pomeriggio alle 17.45 allo stadio Olimpico di Roma. Diversi poliziotti si sono dati malati. E i vigili urbani minacciano di non scendere in strada perché il Comune di Roma non paga loro gli straordinari. Insomma, pare che stia circolando uno strano tam tam tra le divise. Nelle ultime ore hanno presentato certificato diversi poliziotti tra quelli comandati dalla Questura di prendere servizio domani. Il documento medico dice che il soggetto non può scendere in strada perché sopraffatto da malanno improvviso. Ciascuno ha il suo: mal di pancia, crisi influenza fulminante e intensa, dolori articolari che si riaffacciano dopo traumi subiti in passato. Ma c’è chi spiega l’epidemia con un’altra patologia cronica e diffusa, il malumore che serpeggia tra gli agenti. «Siamo stanchi di sentire belle parole e di non vedere i fatti - dice il segretario generale del sindacato Consap, Giorgio Innocenzi - L’alto numero di persone che ha marcato visita o comunque ha presentato certificato è il segnale del malessere che c’è. Esiste un deficit di sicurezza all’interno del personale e c’è una scarsa attenzione del pericolo. Nessuno dei vertici dell’Amministrazione è andato a trovare i feriti: anche questo è un altro segno della scarsa attenzione che c’è. Il personale risente tantissimo di queste sviste - continua il segretario - le avverte parecchio. In questi giorni il ministro dell’Interno ha parlato di un nuovo protocollo di sicurezza che si sta preparando per le forze dell’ordine. Vogliono dirci come bisogna mettere le manette, perché serrare i polsi portati alla schiena potrebbe provocare danni alla respirazione della persona da fermare. Stiamo attenti - sottolinea Innocenzi - non possiamo burocratizzare l’ordine pubblico.
Si rinnovino invece gli strumenti di lavoro che sono consumati e obsoleti. Si formi il personale, che spesso non ha la preparazione adeguata». Ieri in Prefettura c’è stato il tavolo tecnico tra i responsabili di polizia, carabinieri, Finanza e polizia municipale, presieduti dal prefetto Giuseppe Pecoraro. È stato fatto il punto della situazione. L’allarme c’è. È rappresentato dal rischio di infiltrazione degli ultrà napoletani. Potrebbero mischiarsi tra i supporter juventini e dare fuoco alle polveri, scatenare la violenza per saldare i conti aperti dopo gli spari esplosi una settimana fa alla finale di Coppa Italia Fiorentina-Napoli e i tre tifosi campani finiti all’ospedale, uno ancora grave. Insomma, c’è alta tensione nell’aria. Oltre alla polizia c’è fermento anche nella polizia municipale. I vigili minacciano di stare con le braccia conserte. Il pretesto è il salario accessorio, i soldi che non hanno in busta paga dal Comune di Roma. Ma le ripercussioni sono sull’ordine pubblico da garantire domani. Dice il segretario Uil di Roma e Lazio, Francesco Croce: «In preparazione dello sciopero unitario del 19 maggio abbiamo dato indicazione a tutti i dipendenti di astenersi da ogni forma di straordinario a partire da quelli elettorali e di attenersi rigorosamente al mansionario, negandosi a forme di servizio che possano compromettere la sicurezza individuale. Tutto ciò - continua - con apposita copertura sindacale perché in questa fase delicata i lavoratori devono essere maggiormente tutelati». In altre parole, spiega la Uil, questo vuol dire che i vigili romani ai quali verrà chiesto lo straordinario per Roma-Juve potranno non garantire la loro presenza in piazza ma anche che le auto del Corpo non usciranno se non perfettamente a norma. «Martedì - ha aggiunto Croce - ci saranno assemblee di lavoratori sui posti di lavoro. Spiegheremo loro come portare avanti la lotta sul salario accessorio».

Fabio Di Chio - 10 maggio 2014

fonte: http://www.iltempo.it