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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

27/09/15

Il ruolo della Turchia in Siria, tra America e Kurdistan



Le sponde armate del Royava, il Kurdistan siriano, sono a tutti gli effetti le YPG, le Unità di Difesa Popolare. Nel marasma Siria, rappresentano una delle presenze più affidabili sul piano della continuità operativa, soprattutto in virtù del radicamento sul territorio. Il lato nordest della Siria è il settore ovest del grande Kurdistan che si estende virtualmente poi in Iraq, Iran e a nord in Turchia per 400.000 kmq (Italia e Portogallo messi insieme). 50 milioni di anime che si dividono sotto quattro Stati diversi.
Il fronte delle YPG teoricamente correrebbe tra la città curda di Al Hasakah a nord e l’Eufrate a sud, fino alla città araba di Raqqa, “capitale” del cosiddetto Stato Islamico. Per forza di cose si estende però a tutta la fascia lungo il confine turco, arrivando alla ormai celebre città di Kobane, più araba che curda in realtà.
Com’è logico, il settore interessato dalle YPG è strategicamente decisivo per misurare l’avanzamento delle milizie Isis. Il controllo del confine turco garantirebbe al Califfato una continuità territoriale enorme, con linee di rifornimento infinite.
A fianco dei Curdi, a seconda del momento, combattono sia i disertori dell’ESL (Esercito Siriano Libero), principale forza di opposizione al governo di Assad, sia le truppe regolari di Damasco. Il nemico comune Isis accomuna tutti, compresi gli aerei della coalizione a guida americana che non di rado si trovano nella grottesca situazione di aiutare indirettamente le truppe di Assad, come successo nel luglio 2015 durante la riconquista di Al Hasakah.
Risulta pertanto logico che gli Stati Uniti considerino da tempo le YPG come l’alleato più adatto per affrontare le forze del Califfato. Oltre alle capacità e alla conoscenza del territorio, sono quelle che apparentemente rappresentano un minor costo ideologico. A questo proposito va ricordato che fanno parte della coalizione anti Isis in Siria anche aerei di Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e Giordania, tutti Paesi arabi a guida sunnita, nemici storici degli sciiti di Damasco (e dei loro alleati iraniani).
Un aiuto incondizionato degli Stati Uniti ai Curdi delle YPG sarebbe quindi lo sviluppo più naturale della crisi siriana, almeno sul delicato fronte nord.

Il problema  strutturale  dell’ YPG  però  è la  Turchia.  Ankara  non  può  permettersi debolezze sulla
Questione Curda e considera i miliziani armati oltre il confine sudorientale una minaccia concreta alla sua sovranità, soprattutto alla luce dei malcelati legami tra YPG e PKK. In virtù del peso che ha all’interno dell’Alleanza Atlantica, la Turchia finisce per influenzare direttamente l’appoggio occidentale ai Curdi siriani, di fatto rallentandolo.
Esistono anzi episodi che gettano ombre non indifferenti sull’atteggiamento di Ankara nel contesto siriano, al punto da metterne a nudo l’effettivo schieramento a fianco delle milizie islamiste. La cattura di soldati turchi al seguito dei jihadisti a Kobane e il passaggio di miliziani Isis all’interno del territorio turco per facilitare l’assedio alla città sono stati i casi più eclatanti nel giugno scorso. Le stesse forze schierate a sud est per iniziare fantomatiche operazioni contro gli islamisti sono in realtà mobilitate contro la recrudescenza del PKK, particolarmente attivo per tutta l’estate 2015.
L’ambivalenza di Ankara riguardo l’Isis in realtà va ben oltre. Il trittico sunnita con Arabia Saudita e Qatar è un sodalizio collaudato ormai non solo sul piano teorico e ideologico, ma assume forme operative in diversi teatri internazionali. In Libia la Turchia finanzia il fronte islamista di Derna, nello Yemen è al fianco dei Sauditi nel tentativo di raffreddare l’insorgenza sciita degli Houti. Se pensiamo che le relazioni con Israele, amico tradizionale dei Turchi, sono al minimo storico, il dado è tratto.
Il nuovo dinamismo di Ankara imbarazza non poco gli alleati NATO ed è sintomatico di due fattori per alcuni aspetti inquietanti:
  1. Una sensibile rotazione su posizioni confessionali della Turchia che contraddice l’occidentalismo laico imboccato da Ataturk negli anni ’20. http://www.difesaonline.it/geopolitica/tempi-venturi/lepanto-ieri-e-oggi-la-turchia-si-muove
  2. Una maggiore polarizzazione del mondo islamico su due fronti: l’uno patrocinato dall’Iran sciita; l’altro dalle monarchie sunnite del Golfo, che nonostante facciamo parte della coalizione anti Isis, da più parti si dice ne siano le finanziatrici.
L’America di Obama non può permettersi strappi col fronte sunnita in cui la Turchia ricopre un ruolo sempre maggiore. Al di là delle alleanze tradizionali, sul piano geopolitico più recente Turchia e Arabia Saudita sono fondamentali anche in funzione anti russa: la Turchia è l’ultimo tassello strategico del semicerchio Crimea-Caucaso-Siria, teatri in cui la presenza militare di Mosca è tutt’altro che simbolica.
Ryad dal canto suo è necessaria per tenere alta la produzione di petrolio e svalutare di conseguenza il rublo. Non sono pochi quelli che sospettano che la nomina del saudita Faisal bin Hassan alla presidenza del Gruppo consultivo del Consiglio dei diritti umani all’ONU (una barzelletta per tutti…), rientri nel sistema di lubrificazione degli alleati indispensabili agli Stati Uniti.



















Non irritare Sauditi e soprattutto Turchi, per l’America mai come ora è stato un dogma. Ecco spiegato, come segnala il Washington Post, che rifornimenti americani destinati ad essere paracadutati alle YPG lungo la direttrice di Raqqa, attendono solo l’ordine della Casa Bianca. 
Gli aiuti sarebbero determinanti per portare a termine la controffensiva curda e addirittura il recupero della città, altamente simbolica per il califfato. Tutto tace e i rifornimenti languono, con buona pace della guerra all’Isis.
Salvare almeno le apparenze o alimentare gli ottimi rapporti con la Turchia? Quale di queste due necessità del Pentagono prevarrà è piuttosto facile intuirlo. I Curdi da guerriglieri peshmerga sfilacciati del passato sono passati a un vero e proprio esercito organizzato che sul teatro siriano si è già fatto onore verso la comunità internazionale. Quando andranno a chiedere il conto, la prospettiva più concreta è che nessuno risponda. Finché la Turchia sarà nella NATO la nascita del Kurdistan dovrà aspettare ancora.

(di Giampiero Venturi) - 26/09/15 
fonte: difesaonline.it/

26/09/15

Il coinvolgimento russo in Siria



 

Benché il Segretario di Stato americano, John Kerry, si affanni ad affermare che gli aerei russi schierati in Siria avrebbero solo una funzione di protezione della base aeronavale di Latakia, che si trova a pochi chilometri dalla linea di fuoco, il coinvolgimento diretto di forze militari russe a fianco del regime di Bachar Assad è ormai un dato di fatto. Lo stesso ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, con una telefonata di pochi giorni fa, avrebbe informato il segretario Kerry circa le mosse di Mosca in Siria, incluso il rafforzamento del dispositivo di sicurezza, e proposto di avviare una discussione a livello militare con gli Stati Uniti sulla drammatica situazione di quel paese .
Mosca intenderebbe riproporre una nuova alleanza con l'Iran, l'Iraq, la Siria e i loro alleati libanesi Hezbollah per combattere il Califfato e l’esercito islamico in tutte le sue componenti e più in generale per contrastare il terrorismo di matrice jihadista. Tutti i tentativi del Cremlino di coprire il coinvolgimento diretto di soldati russi in Siria sono stati smentiti dalle prove raccolte sul terreno nelle ultime settimane dalle intelligence occidentali, arabe e israeliane. Non si tratta più, infatti, semplicemente di forniture di armi nuove e sofisticate alle truppe di Assad, ma soldati delle forze speciali russe, appoggiati dai Mig dell’aviazione di Mosca, sarebbero entrati in azione a fianco dei soldati dell’alleato siriano in drammatica difficoltà.
Fonti israeliane parlano di oltre mille incursori russi operativi tra Tartous e Jable, alle spalle di Latakia. E insieme ai pasdaran iraniani del generale Suleiman, alti gradi dell’esercito russo avrebbero deciso di sostenere militarmente i peshmerga curdi schierati sul confine tra Siria, Iraq e Turchia, per contrastare una possibile offensiva dei jihadisti islamici, sostenuta dai turchi, nel nord della Siria. Nelle settimane scorse, oltre 90 mila soldati e marines russi sono stati impegnati in manovre militari al largo delle coste siriane che hanno coinvolto quasi tutte le unità della flotta russa del Mediterraneo. Alle esercitazioni ha partecipato anche un battaglione di paracadutisti.
La stabilità della Siria e del suo regime alawita è diventata una questione di interesse strategico per Mosca, anche perché sono oltre 2500 i russi, di religione musulmana, che hanno aderito al Califfato e che combattono in Siria tra le file jihadiste. Il Cremlino e i servizi di sicurezza russi temono che molti tra quei jihadisti d’esportazione possano rientrare a casa e costituire una grave minaccia interna, con attentati e azioni tragiche e spettacolari di cui la memoria russa è ancora viva. Sostenere la battaglia del regime di Assad contro il Califfato equivale per Mosca a proteggersi e tenere il più lontano possibile la minaccia terroristica di matrice islamista.
Da molti mesi la diplomazia russa, in Siria e nei paesi vicini, ha avviato un’iniziativa per favorire il dialogo tra il regime siriano e le forze dell’opposizione moderata; azione però che si è arenata per il fermo rifiuto di alcuni gruppi ribelli a trattare con Assad, del quale pretendono senza condizioni la rimozione. Intensissima è stata anche l’azione degli emissari di Mosca in Arabia Saudita, in Turchia, in Iraq e in Iran, paesi in qualche modo fortemente coinvolti nella guerra in Siria; a quelle capitali, i diplomatici russi hanno proposto un’intesa militare – diversa dalla coalizione internazionale a guida statunitense – per debellare le forze del Califfato e i movimenti terroristi islamici affiliati. Nelle settimane scorse, il vice erede al trono e ministro della difesa saudita, il principe Mohammed bin Selman, è stato invitato a Mosca da Putin e il capo della Sicurezza siriana, il generale Ali Mamlouk, insieme a diplomatici russi, ha visitato Jeddah, Il Cairo, Abu Dhabi e Mascate, dove ha incontrato i massimi vertici politici e militari.
Ma l’Arabia Saudita ha gelato le aspettative russe quando il ministro degli Esteri, Adel al-Jubayr, ha affermato, da Mosca, che la priorità per il regno wahabita rimane la partenza di Bachar Assad. Stessa posizione è stata assunta dal primo ministro turco, Erdogan, uno dei più acerrimi oppositori del regime di Damasco. Mosca ha così deciso di rafforzare i legami con l'Iran e con il governo iracheno, che invece condividono la necessità di impedire il rovesciamento del regime di Assad e consolidare le posizioni dell'esercito siriano. Da Teheran i Russi hanno ricevuto assicurazioni, a cominciare dall'ayatollah Ali Khamenei, che la conclusione dell'accordo sulla questione nucleare non ha modificato il quadro delle alleanze internazionali del regime.
I rapporti e l’amicizia con Mosca restano per gli iraniani strategici e prioritari; i due paesi condividono interessi in Medio Oriente e continueranno a lavorare insieme per la pace e la stabilità della regione. Vladimir Putin ha voluto anche assicurarsi la non interferenza di Israele sull’azione russa, ricevendo due giorni fa al Cremlino il primo ministro Benjamin Netanyahu per un incontro a porte chiuse sulla Siria e sulla lotta al terrorismo islamico. Netanyahu era accompagnato da tutti i responsabili militari e dell’intelligence del suo Governo: Putin gli avrebbe chiesto di non ostacolare le manovre delle forze russe in Siria e di non attaccare le postazioni di Damasco sulle alture del Golan, per non indebolire ulteriormente l’esercito di Assad impegnato contro i jihadisti. Sul fronte occidentale, la Casa Bianca e il Pentagono hanno dovuto riconoscere il fallimento dei programmi di addestramento delle forze moderate di opposizione a Bachar Assad e contro l’Esercito Islamico in Siria; dei migliaia di uomini addestrati dagli americani, solo pochi si sono impegnati contro i jihadisti e molti hanno addirittura aderito al Califfato.
Anche l’operazione "Tempesta del Sud", l’offensiva lanciata lo scorso luglio dall’Esercito siriano di liberazione – il fronte delle forze moderate anti Assad - da Daraa, la città nel sud est della Siria, alle frontiere con la Giordania, il Libano e Israele, con l’appoggio saudita e del Qatar, si è esaurita per le resistenze delle forze regolari di Damasco. Il quadro che risulta dal nuovo scenario siriano porta ad affermare che la Siria e attraverso di essa la regione è sull'orlo di una nuova fase; le potenze occidentali e arabe potrebbero ora accantonare il progetto di far cadere il regime siriano e il suo presidente, che era stato all’origine di una guerra civile che ha ucciso fino ad ora oltre duecento cinquanta mila persone, moltissimi innocenti, donne e bambini, distrutto un paese e portato all’esodo forzato milioni di disperati. Ma questo non significa che la guerra in Siria è finita.

di Paolo Dionisi - 24 settembre 2015

fonte: opinione.it

Che liberazione poterlo dire. Pure a Berlino sono furbetti. L’ondata antitedesca parte da lontano e ha radici profonde. Troppo alto il prezzo pagato alla locomotiva d’Europa




Diciamo la verità: la figuraccia mondiale dei tedeschi con l’ecotruffa su scala mondiale della Volkswagen ha riempito di soddisfazione tanti di noi. Non è bello né sportivo gioiere dei mali altrui, ma la Germania ci sta sullo stomaco da troppo tempo. Un sentimento che ha radici profonde. Oggi un po’ tutti si sentono un po’ più liberi di esternarlo. Ma questo giornale – per esempio – quasi tre anni fa apriva la prima pagina con un’inchiesta sulla criminalità nel Paese che negli anni 80 ci descriveva come “spaghetti e P38”. Pochi ne parlavano – e ne parlano – ma in fatto di cosche criminali in Germania non sono affatto inferiori alle “premiate ditte” delle nostre mafia e camorra. E non finisce qui. Tra i primi abbiamo raccontato come il sedicente buonismo della Merkel sui profughi “puzzava” di opportunismo. Capito che una qualche quota di immigrati l’avrebbero dovuta prendere pure loro, i tedeschi hanno avuto la pensata di spezzare il fronte delle frontiere bloccate e acchiapparsi così i migranti migliori, magari quei siriani scolarizzati che possono inserirsi meglio nella loro potente macchina produttiva.


RIGORE ECONOMICO
Oggi invece l’ondata antitedesca scuote il mondo e la Germania che torna a scherzare con i gas, questa volta per fortuna solo dei motori Volkswagen, è un bersaglio facile per tutti. L’inganno d’altra parte è imperdonabile, perché l’inquinamento è cosa seria e se saltasse fuori che il Governo di Berlino sapeva, i responsabili dovrebbero solo sparire da ogni scena pubblica. L’antipatia per i teutonici però ha radici più profonde, persino in un’Europa dove gli scambi culturali hanno avvicinato intere generazioni e la miss Italia di turno ha ormai solo un’idea confusa di quella che fu la seconda guerra mondiale. Radici che affondano nel rigore economico imposto a milioni di persone. Un vizio che la Merkel non può nascondere neppure con il buonismo dell’ultima ora sui migranti. E cosa c’è dietro questa “antipatia”? C’è essenzialemente quel ruolo di locomotiva dell’Europa che i tedeschi hanno saputo svolgere solo in parte, facendocela per altro costare cara. la vicenda del rigore sui conti pubblici e l’austerità hanno mandato sul lastrico milioni di persone. Berlino si è arricchita con i giochini dello spread, e tutti gli altri sono andati a gambe all’aria. Baste vedere la vicenda greca. I tedeschi hanno interpretato quel senso egoistico e interessato che l’Unione europea doveva arginare per far prevalere la solidarietà.


IL COSTO DEI FALCHI
Le cose però non sono andate così. La Banca centrale ci ha messo anni per immettere un po’ di liquidità monetaria e Berlino si è opposta fino all’ultimo con i suoi falchi del rigore. Il risultato è stato il progressivo impoverimento di Stati che prima di entrare nell’Euro erano sicuramente più ricchi e meno indebitati. L’Euro si dirà che ci ha salvato dalle tempeste monetarie. Non c’è dubbio. Ma saremmo stati più grati se il prezzo da pagere non fosse stata una sostanziale perdita della nostra sovranità. Operazioni come l’insediamento del premier mario Monti (ma anche dei due successivi) mostrano da lontano di essere state gradite (se non pilotate) dalla cancelleria di Berlino e dai mercati che le sono collegati. Di qui un’antipatia che ha radici oggi profonde. E che però la Germania non sembra voler fare molto per tagliare.

di Monica Tagliapietra - 25 settembre 2015
fonte: lanotiziagiornale.it/

25/09/15

Obama e Xi: prove di G2







(Foto: Reuters/Mike Theiler)


Martedì 22 settembre il presidente Xi Jinping ha inaugurato la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti. Dato il momento cruciale per i rapporti fra le prime due economie del mondo, oggi caratterizzati da contrasti sulla cyber security e sulle dispute territoriali nel Mar cinese meridionale, il viaggio è un’occasione per rassicurare il mondo imprenditoriale americano sulla tenuta dell’economia cinese dopo la crisi finanziaria estiva e sulla volontà del governo di Pechino di aprirsi sempre più ai mercati internazionali. Tuttavia, il senso politico dell’incontro con Barack Obama va ricercato nel tentativo di costruire una solida relazione fra Cina e Usa. Il consenso sulla lotta al cambiamento climatico potrebbe definire un nuovo modello per la gestione delle politiche internazionali. Dal dialogo tra Obama e Xi dipendono molte delle principali questioni internazionali: il ruolo della Russia, la partecipazione cinese alla governance politica ed economica globale, le politiche energetiche e finanziarie. Nonostante entrambi gli attori non parlino apertamente di G2, la costruzione di un “nuovo rapporto fra grandi potenze” passa inevitabilmente per un ruolo da protagonisti di Cina e Stati Uniti.

ISPI Dossier
25 Settembre 2015
 
fonte: http://www.ispionline.it

È stato tutto un bluff. Nei consigli provinciali si mangia come prima. La legge Delrio ha tolto gli stipendi. Ma coi gettoni di presenza si fa cassa







Siamo a Nuoro. Fabio Fancello era consigliere provinciale prima che l’ente venisse messo in liquidazione, come previsto dalla riforma di Graziano Delrio. Aveva ricevuto più soldi di quanto gli spettasse per un calcolo sbagliato degli uffici tecnici in merito al conteggio dei gettoni di presenza. Per l’esattezza 3.700 euro in più. Fancello, però, voleva restituire la somma indebitamente ricevuta. Ma non gli è stato possibile. Un caso paradossale, ma che racconta adeguatamente la realtà dell’Italia post-riforma Delrio.
IL TRUCCHETTO
La legge, però, parla chiaro: non sono previste indennità per le cariche provinciali. Peccato però che i vari consigli provinciali hanno pensato bene di dissanguare le già esigue casse, godendosi e collezionando gettoni di presenza. A Bergamo, per esempio, nel periodo gennaio-aprile 2014, c’è stata una corsa incredibile alle commissioni. Sedute su tutto per collezionare quante più presenze possibili, tanto che, alla fine, i consiglieri si sono divisi 85 mila euro, più i ben 10 mila per i viaggi istituzionali. Ma c’è anche chi ha fatto meglio di così. Siamo a Sassari, in Sardegna. Qui per ogni presenza in commissione o in aula, l’ente sgancia gettoni da 116 euro. Detta così, non sembra una gran somma. Ma, fatti i dovuti calcoli, ecco che in un mese non sono pochi coloro che riuscivano a portarsi a casa anche più di 4 mila euro. Non male per chi ha rinunciato allo stipendio in nome di un taglio ai costi della politica. Un andazzo, questo, che alla fine – deo gratias – si è deciso di tagliare, ponendo un tetto alla collezione di gettoni. Incasso massimo mensile: 1.518 euro. Che comunque, però, comporta una spesa potenziale di oltre 50 mila euro. Meglio ancora è stato fatto a Reggio Calabria: prima che l’ente a fine anno lasci il passo alla città metropolitana, si lavora a più non posso. Addirittura in agosto, mese nel quale le commissioni si sono riunite ben 18 volte, per una spesa totale di 22.610 euro, ripartiti tra 23 consiglieri. Ma il nostro viaggio tra i continui costi degli enti provinciali non finisce qui. Andiamo ora a Campobasso. Secondo i dati disponibili sulla sezione “amministrazione trasparente”, ecco che scopriamo che nel 2014 il presidente della provincia Rosario De Matteis ancora ha ricevuto indennità piena, più rimborsi vari, collezionando oltre 70 mila euro. Né sono stati da meno i quattro assessori e il vicepresidente che, insieme, sono costati altri 200 mila euro. Curioso il rimborso, poi, concesso all’assessore Alberto Tramontano a cui l’ente ha restituito la cifra supergalattica di 3,80 euro. Troppo per chiedere a Tramontano di pagare con i soldi suoi. Anzi nostri. Nonostante abbia collezionato 41 mila euro nel 2014.
UN ESERCITO
Per non parlare, ancora, della marea di consulenti e dipendenti che popolano gli uffici. Prendiamo la provincia di Isernia: 82 dipendenti e 81 collaboratori che costano oltre 4 milioni di euro. A Gorizia sono 186 dipendenti e 23 collaboratori (8 milioni) che costano, per ogni friuliano, oltre 500 euro. Una vera e propria tassa.
di Carmine Gazzanni - 25 settembre 2015
fonte: lanotiziagiornale.it