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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

30/03/15

Fra Inti-Illimani e Rodotà, Landini sceglie la via rassicurante della tribù


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Roma, 29 mar – Maurizio Landini ha rappresentato una novità di rilievo, a sinistra. Tanto per cominciare è un sindacalista che ha la faccia da lavoratore e non da piccolo lord. E non è poco. Cofferati sembrava un funzionario, Epifani il padrone della mega-ditta di Fantozzi. Landini assomiglia a un metalmeccanico. Il che sarà un dettaglio di colore, ma comunque non guasta.
La sua foga, la sua rabbia, confermano ancora di più l’impressione di autenticità, così come il suo essere apparentemente estraneo ai condizionamenti della politica politicante e la sua freddezza nei confronti dei richiami della tribù sincerodemocratica.
Insomma, poteva, potrebbe fare grandi cose, Landini. Magari lanciare una sinistra a vocazione sociale e nazionale che scompagini le carte. Potrebbe fare tante cose, Landini, e invece sembra aver scelto la via rassicurante del ripiego identitario.
Ieri la manifestazione della Fiom ha attraversato il centro di Roma, da piazza Esedra fino a piazza del Popolo, che anche in questa occasione non sembrava straripare, anche se nessuno si è messo a tirar fuori la planimetria e a calcolare i manifestanti per metro quadro, come accaduto un mese fa per Salvini.
Accanto al sindacalista c’era la sfilata delle mummie: Bindi, Fassina, Vendola. Rifondazione Comunista e l’Altra Europa con Tsipras. Gente che ha la sfiga nel dna.C’era addirittura Rodotà. Ovviamente c’erano Libera, Arci, Anpi, Articolo 21, persino Libertà e Giustizia di Bonsanti e Zagrebelsky, che saranno trasaliti a sentire Landini dire che il governo Renzi rappresenta “un peggioramento rispetto a quando c’era Berlusconi”, raro sprazzo di coraggio in una giornata in cui ha vinto la voglia di non rischiare.
Nei megafoni, intanto, partiva il solito palinsesto stile concertone del primo maggio, con “Bella ciao” intonata dai Modena City Ramblers e gli Inti-Illimani. Mentre va in scena questa parodia di una farsa di una caricatura, su tutto aleggia lo spettro di “Coesione sociale”: cos’è? Un partito? Un sindacato? Un think tank? Una corrente? Un circolo culturale? Non si sa, non si capisce e neanche Landini dà l’impressione di averlo capito.
I sondaggisti dicono che nonostante tutto uno spazio elettorale per lui esiste. Uno spazio importante, ma che lo confinerebbe a rappresentante della sinistra a sinistra di Renzi, una ridotta simbolica, un progetto privo di sogno e di slancio. Poteva fare di più, Landini, anziché essere divorato dal richiamo della tribù.

Adriano Scianca - 29 marzo 2015
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

La Somalia grida "Italia" e l'Italia non risponde




Sono le 17 di un venerdì a Mogadiscio dove anche il rumore delle cinture esplosive è normalità. Il commando di 9 miliziani di Al-Shabaab ieri ha fatto irruzione nella capitale somala riscuotendo un risultato abbastanza barbaro da ottenere il plauso di Al-Quaeda: 17 morti e 28 feriti.
La prima esplosione si avverte all'ingresso del Maka Al-Mukarramh, l'albergo che si trova sulla strada per il palazzo presidenziale e che ospita quotidianamente giornalisti da ogni parte del mondo, diplomatici e politici di ogni rango. L'autobomba apre un varco e inizia a mettere in allerta gli ospiti e i vicini.
Il commando irrompe sparando all'impazzata nella hall dell'albergo. Arrivano il silenzio, la paura e la morte che in Somalia pare non lavorare mai abbastanza.
Quattro assalitori raggiungono il tetto dove sparano sulla folla che scappa confusa dal rumore e atterrita dal panico. Altri morti e feriti.
Chi rimane nell'albergo prende possesso dell'intera struttura. La situazione degenera in un assedio in grande stile con tanto di cinture esplosive e raffiche sui civili.
Intervengono le forze speciali somale che sfondano un muro per entrare e, dopo 13 ore, pongono fine all'assedio uccidendo anche l'ultimo dei terroristi asserragliati.
La paura e il fischio dei proiettili nelle orecchie rimangono. Una normale giornata a Mogadiscio può finire anche così.
Mogadiscio e la Somalia non vedono la normalità da decenni, combattono una guerra civile dietro l'altra come se si sentisse l'impellente necessità di covare odio per qualcosa o per qualcuno.
L'Italia nel 1992 aveva posto le basi per iniziare a lavorare sul recupero sociale, economico e politico del paese attraverso il mandato ONU. Nel 1995 con ragioni ancora da chiarire la missione IBIS si conclude: abbandoniamo la Somalia al suo destino e aspettiamo che la situazione si risolva da sola.
"Li abbiamo lasciati a morire come bestie, non penso che me lo perdonerò mai!" mi dice tra le lacrime uno dei veterani.

A vent'anni sembra che mai nessuno abbia messo piede in Somalia.
Crocevia di ogni tipo di traffico illecito e da molti analisti definita "terra di nessuno", chiunque può iniziare una guerra e combatterla in Somalia.
Con immenso slancio di iniziativa (ma pochissima sostanza) l'Europa ha deciso di creare un contingente multinazionale per aiutare il governo somalo ad addestrare le nuove Forze Armate e di Polizia del paese.
Il terrorismo di matrice islamica nel frattempo macina morti e recluta personale; mentre gli altri si addestrano partendo da zero, loro costruiscono un impero di illegalità sulle macerie di uno Stato.
L'Italia ha da sempre rivestito un ruolo chiave per il supporto del paese: visti i suoi trascorsi coloniali e l'ottimo rapporto intrattenuto la Somalia nutre grandissima fiducia nel tricolore e sopratutto nell'Esercito.
Il risorgere economico e politico del paese sarà letteralmente impossibile fino a quando le milizie di Al-shaabab, legate alla rete terroristica di Al-Qaeda, non saranno neutralizzate o almeno ridotte ai minimi termini per mettere in sicurezza il Paese.
L’assenza di una credibile alternativa al dominio delle milizie jihadiste, infatti, costituisce spesso la causa del proliferare dei fenomeni criminali, alimentando non di rado il reingresso delle milizie stesse nei territori sottratti grazie alla capacità militare delle forze governative e dell’Unione africana.
L'Italia si pone in prima linea per l'addestramento delle forze regolari del paese con la missione EUTM Somalia, un'azione sicuramente importante accompagnata però da una strategia complessiva per il paese e l'intera regione assai modesta, scarsamente finanziata e destinata ad assumere un ruolo marginale rispetto a quella di altri paesi europei, o dei nuovi grandi attori come la Turchia.
Sarebbe opportuno dedicare alla Somalia e all’intero Corno d’Africa un progetto di intervento assai più coraggioso e consistente.
Il nostro paese potrebbe assumere la leadership - questa volta seriamente - del sostegno europeo e puntando senza indugio sulla ricostruzione istituzionale e al rilancio culturale del paese, sopratutto grazie alla lunga tradizione che lega le due nazioni.
Investire nella Somalia e nella sua ricrescita vorrebbe dire avere una notevole influenza sulle rotte migratorie dirette sulle coste italiane, non solo il ritorno in termini di opinione pubblica sarebbe eccezionale ma sicuramente inizierebbe una nuova fase di fiducia tra istituzioni e popolazione somala.
Il taglio dei flussi migratori non solo è fondamentale per il nostro paese ma taglierebbe in modo drastico anche il finanziamento al terrorismo della zona del porto di Kisimayo al Sud della Somalia, lasciando al minimo gli investimenti per contrastare le nuove forze della coalizione governativa.
I risultati eccezionali degli investimenti per la sicurezza della zona del Corno d'Africa si sono già dimostrati proficui con l'annientamento della pirateria nel Golfo di Aden.
Il contrasto ha visto schierate sia le forze di terra sia le forze marittime, senza togliere nulla all'importanza fondamentale delle forze di sicurezza privata impiegate sui mercantili.

Quello che rappresenta la Somalia per la politica estera italiana è un progetto di credibilità internazionale, una responsabilità che dobbiamo e possiamo assumerci ma che accantoniamo ritenendo superficiale l'esborso militare e diplomatico che tale incarico richiederebbe.
Mi chiedo allora se sia ancora il caso di lamentarci del terrorismo, se sia il caso di piangere le vittime degli attentati quando non si ha la volontà né politica né di opinione pubblica di debellare il problema o almeno di arginarlo nel momento in cui si potrebbe materialmente fare qualcosa.
Gli ignavi alla Storia non sono mai piaciuti.

Denise Serangelo - 18 marzo 2015
fonte: http://www.difesaonline.it

29/03/15

L’unica riforma della giustizia davvero equa resta la separazione delle carriere. Ecco le prove


Invece di riferirsi solo ai magistrati, il ministro della Giustizia Orlando dia un’occhiata ai dati raccolti dai grandi giuristi Di Federico e Sapignoli

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Impegnato com’è da mesi nella sua difficile riforma della giustizia, il guardasigilli Andrea Orlando dovrebbe sforzarsi di trovare un’oretta per leggere un saggio a dir poco illuminante. Il libro è uscito nel 2014, ma è stato trattato dai mass media con la stessa ipocrita pruderie che avrebbero potuto riservare a un testo oscenamente pornografico: nemmeno una riga, buio assoluto, quasi una censura.
Eppure è un testo interessante, chiaro nelle analisi e controcorrente. In più, ha la concretezza e la velocità proprie del mondo cui si rivolge, quello degli avvocati penalisti. Vero, il titolo del saggio è un po’ aridino: I diritti della difesa nel processo penale e la riforma della giustizia (Cedam, 224 pagine, 22 euro). Ma non bisogna mai fermarsi alla facciata. I suoi curatori, del resto, sono una garanzia: il grande giurista bolognese Giuseppe Di Federico e il suo collega Michele Sapignoli che, sponsorizzati dall’Unione delle camere penali, hanno raccolto attraverso questionari le opinioni di un campione di 1.265 avvocati penalisti.
Dalle loro risposte emerge il plastico fallimento della giustizia italiana, visto dalla parte opposta rispetto a quella cui si rivolge Orlando. Nel 72,9 per cento dei casi gli avvocati sostengono che in tribunale il giudice accoglie «sempre o quasi sempre» una richiesta d’intercettazione avanzata dal pubblico ministero, e un altro 26 per cento dice che questo accade «di frequente». Affermano che il giudice è «più sensibile alle sollecitazioni del pm rispetto a quelle del difensore» nel 58 per cento dei processi «ordinari» e la quota sale al 71 nei procedimenti «rilevanti», cioè quelli più importanti e più seguiti da giornali e tv.

Farebbe davvero bene a leggerlo, Orlando, il ministro che continua a ipotizzare aumenti di pena e riforme di settore in prevalenza ispirate dalla lobby dei magistrati sindacalizzati. Scoprirebbe una faccia della giustizia che i giornali ignorano. Quale faccia? L’iscrizione ritardata nel registro degli indagati è una pratica lamentata dal 65,9 per cento degli avvocati. Molti penalisti denunciano di essere non soltanto intercettati mentre parlano con i loro clienti (e questo accade «sempre» o «di frequente» nel 28,9 per cento dei casi, e «a volte» nel 43,2 per cento), ma che l’intercettazione, pur se totalmente illegale, viene perfino trascritta e utilizzata negli atti. Scoprirebbe anche, Orlando, che il 92,1 per cento degli intervistati sostiene che, nell’esame in aula dei testimoni, il giudice pone «domande suggestive»: una pratica vietata dal codice di procedura penale a tutela del diritto di difesa.
Quanto alla prescrizione, l’orrido spreco della giustizia italiana, si scopre che nel 40 per cento dei casi (e i dati sono ministeriali!) matura già durante le indagini preliminari. Quindi ha una sola e unica causa: la lentezza dei pm che di quelle indagini sono i titolari. Meglio, i proprietari assoluti. Questo dimostra un’altra grande, disastrosa verità: un apparato giudiziario burocratico, senza alcun controllo e senza alcun coinvolgimento democratico, gestisce in maniera autoritaria i carichi giudiziari. Altro che obbligatorietà dell’azione penale. Bubbole. Le procure scelgono cosa fare avanzare e cosa chiudere nei cassetti. E frenano parecchio: perché sì, avete letto bene, quattro procedimenti penali su dieci vanno in prescrizione al loro inizio, prima che inizi l’udienza preliminare.
Soluzioni? Il ministro e la magistratura sindacalizzata non vogliono sentirne parlare. Ma la vera, grande riforma sarebbe quella che viene inutilmente proposta da tanti anni: separare le carriere tra pm e giudici. E separare anche il Consiglio superiore della magistratura: due consigli che decidono sulle carriere in modo separato per giudici e magistrati inquirenti. Altro che quella buffonata della “nuova” responsabilità civile dei magistrati ...

Maurizio Tortorella - 29 marzo 2015
fonte:  http://www.tempi.it

La mafia a Ostia e le responsabilità del PD






















Soltanto le indagini negli ultimi anni hanno portato al parziale smantellamento della struttura criminale presente nel litorale. Mentre la politica ha fatto finta di niente. Fino al caso Tassone, arrivato dopo anni di polemiche. «Ammetto una sottovalutazione del partito», dice Orfini. Troppo tardi?

Chissà se è vero che ad Ostia la mafia è talmente radicata che si rischia di finire come a Palermo negli anni Settanta. Ma le parole di Alfonso Sabella, assessore alla legalità del Comune di Roma, che è favorevole all’idea di mandare l’esercito sul litorale, colpiscono. La vicenda Tassone, con il presidente del X Municipio costretto a dimettersi, è la punta dell’iceberg di un sistema il cui smantellamento è cominciato con il pentimento di Sebastiano Cassia. Le sue parole hanno permesso di cominciare a fare luce sulla struttura criminale che comandava sul litorale. Due le organizzazioni a fronteggiarsi: quella di Carmine Fasciani, alleato del boss Michele Senese, e quella dei siciliani Triassi, poi soppiantati dagli Spada.

LA MAFIA A OSTIA
Cassia ha cominciato a raccontare il sistema del pizzo e delle estorsioni, che ha permesso ai Fasciani di prendersi tante attività economiche a Ostia costringendo a cedere le aziende. Con le buone o con le cattive c’era chi doveva versare una tassa dai 500 ai duemila euro al mese, in base alle stime sul fatturato. Chi non lo faceva finiva nella morsa classica dell’associazione mafiosa: prima gli attentati ai negozi e alle automobili, poi alle case e infine le aggressioni. I prestiti a strozzo si andavano a incrociare con i traffici di droga, mentre l’organizzazione aveva stipendiati con compensi di tutto rispetto, basati sull’anzianità e sull’amicizia. Il core business è lo spaccio: dalla cocaina all’eroina, da smerciare nei locali notturni o nelle piazze. Dove comandano i Fasciani, e gli altri possono soltanto chiedere e aspettare. Oppure lavorare come affiliati che si prendono i rischi dello smercio minuto, mentre loro giocano soltanto con chi conoscono e alle loro regole. Scriveva qualche tempo fa Lirio Abbate su L’Espresso:

Nelle deposizioni di Sebastiano Cassia non ci sono solo i padroni della strada. Il potere del clan ha bisogno di complici borghesi, per riciclare e mandare avanti la crescita imprenditoriale della famiglia. Il collaboratore ha parlato di magistrati e avvocati corrotti, alcuni dei quali già arrestati, perché con l’aiuto di medici riuscivano a far uscire dal carcere i boss. Sulla base dei suoi verbali le indagini della squadra mobile coordinate dal procuratore aggiunto Michele Prestipino stanno cambiando la situazione. Finora nessuno dei commercianti chiamati a confermare le estorsioni ha ammesso di avere pagato. Poche settimane fa invece il titolare di una ricevitoria di Ostia si è rivolto alla polizia, denunciando le pretese di due uomini degli Spada: volevano centomila euro. Gli agenti li hanno intercettati e ammanettati mentre incassavano il pizzo.

mafia ostia 1
L’operazione Nuova Alba comincia a gettare luce sulla struttura organizzativa della mafia. L’operazione Tramonto, nel marzo dello scorso anno, chiude il cerchio.
La Gdf è riuscita ad accertare come il clan si fosse radicato nel tessuto economico romano con aziende operanti nel settore della ristorazione, gestione di stabilimenti balneari, discoteche, vendita e noleggio di autovetture. Un modo per lavare e far crescere gli immensi patrimoni accumulati con usura, estorsione e traffico di stupefacenti, già, peraltro, accertati, in altre indagini, dalla stessa Dda di Roma.
La novità scoperta dal Gico è la vorticosa cessione e vendita dei singoli rami di azienda di quelle stesse imprese sequestrate la scorsa estate in seguito all’operazione “Nuova Alba”. Operazioni finanziare che negli anni hanno permesso una vera e propria espansione imprenditoriale mafiosa.
Gli stessi trucchi utilizzati anche per camuffare la titolarità del complesso balneare Faber Village: a capo della società ha figurato Fabrizio Sinceri, tra i 16 arrestati dell’operazione Tramonto, prestanome e uomo chiave per gli affari in riva al mare dei Fasciani. Un personaggiogià conosciuto dagli investigatori: il suo nome figura in un’informativa del 2003 redatta da Gaetano Pascale, l’ex ispettore della Squadra Mobile che assieme al suo pool, 11 anni fa, era arrivato a un passo dallo smantellare il sistema criminale di Ostia, ma, come raccontato dal fattoquotidiano.it, quell’indagine fu bloccata e i poliziotti deligittimati da una serie di esposti anonimi e accuse negli anni rivelatisi falsi.
A gennaio 2015 il tribunale, presieduto da Rosanna Ianniello, condanna Carmine Fasciani, ritenuto il capo del clan, a 28 anni di reclusione, la moglie Silvia Bartoli a 16 anni e 9 mesi, il fratello Terenzio a 17 anni, le figlie Sabrina (25 anni e 10 mesi) e Azzurra (11 anni) e il nipote Alessandro a 26 anni. Condannati anche Riccardo Sibio (25 anni e 3 mesi), Gilberto Colabella (13 anni), Luciano Bitti (13 anni e 3 mesi), Ennio Ciolli (3 anni), Emanuele Cocci (2 anni), Mirko Mazzoni (12 anni), Danilo Anselmi (7 anni) e Eugenio Ferramo (10 anni). Assolti, con varie formule, Nazareno Fasciani, uno dei figli di Carmine, Vito e Vincenzo Triassi (per i quali la procura aveva chiesto 18 anni di carcere), Gilberto Inno e Fabio Guarino.

LA MAFIA AD OSTIA E IL PARTITO DEMOCRATICO
Nel frattempo però era già scoppiato il bubbone di Mafia Capitale. Ma anche la faccenda della Cosa Nostra Beach, con la rivelazione di «un impianto corruttivo per manovrare appalti per servizi di pubblico interesse come le concessioni demaniali degli stabilimenti balneari». Al centro della vicenda l’affidamento di uno stabilimento molto noto ad Ostia, l’Orsa Maggiore. Per molto tempo del Cral delle Poste e poi affidato in men che non si dica ad una azienda costituita ad arte.
L’assegnazione dell’Orsa Maggiore ad Ostia – secondo gli inquirenti della Procura della Capitale – “è stata condotta da Papalini in concorso con Damiano Facioni, Ferdinando Colloca (fratello dell’allora consigliere Salvatore, del XIII municipio)” e Matilde Magni, questi ultimi nella qualità di soci formali. Appeso e Spada sono ritenuti “soci di fatto” della stessa Blu Dream srl. Secondo il procuratore aggiunto Michele Prestipino e i pm Ilaria Calò e Mario Palazzi questa vicenda “è emblematica poiché si inserisce in un ampio contesto che vede il territorio lidense oggetto di appetiti criminali da parte delle locali consorterie mafiose dedite specialmente” ad accaparrarsi “aree demaniali e stabilimenti balneari” con parallela “corruzione di pubblici ufficiali a favore di alcuni imprenditori che potevano giovarsi “del nome degli Spada”.
Il nome di Tassone spunta anche nell’ordinanza di Mafia Capitale, in un’intercettazione in cui parlano Salvatore Buzzi e la sua compagna:

mafia ostia tassone

«Diciamo che abbiamo il sospetto piuttosto fondato che a Ostia la mafia abbia cercato, e in qualche settore anche ottenuto, il controllo di alcune scelte dell’amministrazione», ha detto Sabella a Repubblica qualche giorno fa, nella quale alla fine la domanda sul rischio di avvisi di garanzia in arrivo Giovanna Vitale la fa, senza ottenere però una risposta. Di certo il terremoto nel X municipio arriva dopo due anni di polemiche e contestazioni sulle scelte dell’amministrazione Pd. «A Ostia c’è la mafia, punto. Questo non è un Municipio qualunque, ma lo è stato considerato dal PD, e ammetto una sottovalutazione del partito, e dall’amministrazione, che ha lasciato che venisse governato con una gestione ordinaria quando la situazione è straordinaria, visto l’alto rischio di infiltrazione mafiosa», ha detto Orfini. «Noi del PD daremo una mano alla giustizia», assicura oggi Stefano Esposito dopo. L’assunzione di responsabilità è arrivata, finalmente. Bisogna vedere se ormai è troppo tardi.



ALESSANDRO D'AMATO - venerdì 27 marzo 2015 17:41
fonte: http://www.nextquotidiano.it

27/03/15

IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - LA VERITA' DEVE ESSERE RESA ESPLICITA






I politici italiani continuano colpevolmente a far finta di ignorare tutto quello che è stato sbagliato (da loro 'in primis') in questa vicenda. Si rifiutano di riconoscere la verità. Rifiutano di affrontare la realtà e così facendo hanno prolungato per oltre tre anni e continuano a prolungare il sequestro dei fucilieri di marina.
E' necessario che una forza politica (non mi interessa quale), anche un solo parlamentare per bene, pur consapevole delle difficoltà in cui gli errori di questi tre anni hanno condotto la vicenda Marò e della delicatezza che oggi questa richiede nella gestione, si ispiri all'unico principio etico che dovrebbe governare la vita politica: cioè che la verità deve essere resa esplicita.
I MARO' SONO INNOCENTI E LA LORO INNOCENZA DEVE ESSERE RESA ESPLICITA ALL'OPINIONE PUBBLICA.
Non è più tempo di nascondersi dietro richieste di arbitrato internazionale, richieste di cambio di giurisdizione, richieste di rientro per motivi umanitari. Da sempre, per come si è sviluppata la 'narrazione' del caso, queste sono solo richieste ipocrite, cortine fumogene. Perché sono richieste che si scontrano contro la percezione di colpevolezza che si è lasciata colpevolmente maturare nell'opinione pubblica indiana (e non solo) nella speranza di nascondere responsabilità di livello ben più alto.
Matteo Renzi ed il suo governo si sono clamorosamente incartati nel tentativo di coprire le menzogne ereditate dai governi che l'hanno preceduto. Menzogne portate in dote da politici del PD ed alti burocrati che hanno mantenuto funzioni di governo o a cui il governo ha continuato a fare riferimento.
Le opposizioni tutte finora non hanno saputo fare altro che produrre qualche selfie con il fiocco giallo, indossare qualche felpa di solidarietà e più in generale buttarla in 'caciara' coniando qualche facile slogan da stadio (a cui ovviamente la tifoseria avversaria, ben più numerosa visti i rapporti tra popolazione italiana ed indiana, risponde con altrettanti slogan da stadio).
Eppure se un solo partito politico, se un solo parlamentare determinato, se qualche televisione o qualche giornale desse veramente lo spazio necessario alle prove dell'innocenza che abbiamo diffuso fin dal Giugno 2013, l'India la vicenda dovrebbe correre a chiuderla e con tante scuse (scuse ai due Marò, non certo all'Italia).
Per chi ha voglia di leggere ripropongo di seguito (adattandolo e sintetizzandolo anche se rimane di lunga lettura) l'ultimo dei tanti confronti che ho avuto con una persona 'colpevolista' in buona fede. Al termine del nostro confronto il 'Colpevolista' è uscito sicuramente assai meno convinto del fatto che siano stati i marò a causare la morte dei pescatori indiani. Il vero problema resta però che un confronto di questo tipo, basato esclusivamente sui contenuti, non sia stato finora possibile averlo pubblicamente.
E' necessario entrare nel merito e spiegare come sono andate davvero le cose alle tante persone in buona fede rimaste vittime di una campagna mediatica manipolata per riportare a casa Salvatore e Massimiliano con il loro onore. Ma è necessario che qualcuno a livello istituzionale questo spazio lo offra.
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APPENDICE - LA DISCUSSIONE CON UN 'COLPEVOLISTA' CHE DOVREBBE TROVARE SPAZIO A LIVELLO POLITICO E SUI GRANDI ORGANI DI INFORMAZIONE

Copevolista: se i Marò rimangono in India è proprio perché sono colpevoli di omicidio colposo (https://www.youtube.com/watch?v=VqmI1nkT7kA) (nota: il video linkato è quello prodotto da Diego Abbo a sostegno della cosiddetta 'teoria dello spiattellamento')

Risposta: i tuoi commenti saranno i benvenuti quando, anziché limitarti a copiare link non tuoi, vorrai commentare con argomenti ( e, se sarai capace, smentire) le prove a supporto dell'innocenza dei marò. Eccotene una sintesi (https://www.youtube.com/watch?v=HpopTBBV2q0) (nota: il video linkato è quello che ho prodotto insieme a Claudio Alibrandi disponibile in inglese ed italiano). Per tua informazione, mi risulta che la posizione di Diego Abbo sia che, o l'Enrica Lexie ed il St. Antony non si sono mai incontrati (come sostengo io) o che, nel caso si fossero incontrati, la dinamica di quanto successo sarebbe quella da lui ricostruita. Come vedi, ne hai tante di cose su cui varrebbe la pena che ti informassi prima di 'linkare' e parlare a vanvera di omicidio colposo. Se, quando l'avrai fatto, vorrai discuterne sarai il benvenuto anche su questa pagina.

Colpevolista: del video che mi hai postato ho guardato fino alla seconda scena, quando si legge tra i nomi quello di Luigi Di Stefano, a quel ponto ho spento. Fin'ora di prove a supporto della tesi innocentista sicure ne ho visto poche, tutte notizie travisate e non supportate da documenti ufficiali. ad esempio la mail che pochi giorni fa è stata spacciata come nuova, era conosciuta almeno da meta del 2012, e l'intervista al comandante del St Antony è stata fatta appena questo era sbarcato con due suoi amici e dipendenti morti si può supporre che non fosse completamente lucido, infatti negli interrogatori dichiara cose differenti.

Risposta: se sei una persona che cerca di informarsi ti invito a guardare il video oltre la 'seconda scena'. Quello di Luigi Di Stefano è solo uno di tre nomi. Personalmente io di Luigi posso non condividere complessivamente le idee politiche, ma ne ho apprezzato la competenza tecnica. Abbiamo lavorato in un modo assolutamente indipendente l'uno dall'altro anche se alla fine le sinergie sono state inevitabili. Idem per Toni Capuozzo che ha probabilmente idee politiche ancora diverse sia dalle mie che da quelle di Luigi. Qui parliamo di una vicenda ben precisa e non se ci piace o meno una persona. E naturalmente non sono certo io la persona titolata a parlare di luigi Di Stefano. Ripeto, se tu sei una persona che cerca veramente d'informarsi sulla vicenda marò guardati con attenzione il video (ovviamente è solo una sintesi), studiati le prove dell'innocenza e poi, se le ritieni campate in aria, discutiamone pure. Tutto il resto è aria fritta!

Colpevolista: bene, ho guardato il video ma non diceva altro che l'Olympic Flair è stata attaccata alle 21 e 30 ma i giornali sapevano della morte dei due pescatori già alle 20 quindi la tesi della nave greca non regge e del calibro idem visto che anche i carabinieri hanno detto che i proiettili in mano agli indiani sono compatibili con le armi di due fucilieri presenti sulla Enrica Lexie.
(http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=16021) (nota: l'articolo linkato è quello delle tesi colpevoliste di Matteo Miavaldi)

Risposta: il link di Wu Ming è ben precedente alla conclusione della nostra indagine che ha acquisito ben più corposi elementi di quelli pubblicati inizialmente da Miavaldi. Risulta quindi del tutto datato. Nel video che ti ho linkato io non ritrovi solo il documento Olympic Flair, ma, tra le altre cose, puoi facilmente vedere il documento chiave con cui la Guardia Costiera chiede per la prima volta alla Lexie di rientrare a Kochi alle 4.06 p.m. ora di Greenwich (21.36 ora indiana) rendendo così evidente che tutta la ricostruzione della caccia alla Lexie partita alle 19.00 fatta dalla Guardia Costiera, pubblicata dai media indiani e ripresa da Wu Ming è solo un clamoroso falso. Così come è una patacca pazzesca il supposto articolo del Times of India con orario artatamente modificato alle 20.00. Quando Miavaldi mandò a me e Capuozzo il link del Times India a cui ti riferisci non abbiamo potuto fare altro che sorridere da quanto sono stati pasticcioni gli indiani nella manipolazione dei documenti ed ingenui gli italiani che se li sono bevuti. Infatti il primo commento dei lettori all'articolo 'breaking news' del Times of india era quello di un certo Alwyn pubblicato alle 23.36. Sai quanti commenti apparirebbero in tempo reale sul Times of India a commento di una breaking news pubblicata alle 20.00? Centinaia perché i commenti non vengono moderati!! Il link a cui fai riferimento è quindi una patacca colossale. Il primo comunicato stampa emesso dalla Guardia Costiera indiana sull'incidente che loro hanno erroneamente associato alla Lexie è stato emesso intorno alle 22.00. Tale comunicato è stato immediatamente ripreso come di consuetudine dalla Press Trust of India (l'ANSA locale) prima di arrivare ad essere ripresa con veri e propri articoli dalle redazioni dei diversi giornali indiani solo a partire dalle 23.00.

Colpevolista: e del fatto che l'Olympic Flair era vicino a Kochi e di conseguenza anche il St Antony doveva essere li e invece di andare al porto più vicino con due feriti si è fatto circa 125 km per raggiungere Kollam a me pare molto strano, inoltre De Mistura ha dichiarato "fu un tragico errore".

Risposta: La posizione dell'Olympic Flair non è conosciuta da nessuno con precisione perché la nave si muoveva con il radar spento. L'unica informazione disponibile è quella comunicata dalla stessa Olympic Flair nel report dell'attacco pirata, cioè 'APPROSSIMATIVAMENTE 12 Miglia Sud-ovest di Kochi' (trovi copia del report nel video). Nelle sue prime dichiarazioni Freddy Bosco parla di incidente avvenuto intorno alle 21.20 ben all'interno delle acque territoriali indiane (cioè entro le 12 miglia). E' evidente che l'Olympic Flair nel report potesse solo riportare un luogo dell'attacco al di fuori delle acque territoriali indiane pena l'accusa di aver aperto il fuoco all'interno della giurisdizione indiana con successivo incidente diplomatico. Da qui l'indicazione vaga e generica delle 'approssimative 12 miglia a sud-ovest di Kochi': l'unica possibile per dare un'idea dell'area dove i fatti si erano effettivamente svolti e al tempo stesso spostare l'incidente in area che non mettesse nei guai l'Olympic Flair. Se questa spiegazione è coerente con i dati raccolti (report Olympic Flair, prime dichiarazioni di Freddy Bosco, attivazione della Guardia Costiera solo a partire dalle 21.36), l'ipotesi Enrica Lexie invece non sta in piedi proprio perché dal luogo dell'incidente dichiarato dalla Lexie tra le 16.00 e le 17.00 il St. Antony non avrebbe potuto impiegare più di 4 ore a rientrare a Neendakara. Poiché il St. Antony è invece rientrato alle 11.00 (secondo alcuni report poco prima, secondo altri poco dopo) cosa avrebbe fatto Freddy Bosco nelle 3 ore di buco? Una crociera con cadaveri a bordo? Per quanto riguarda De Mistura apriremmo un capitolo pietoso ..... le sue affermazioni fatte senza riscontri oggettivi non sono state altro che il tentativo (suo ed in generale del governo italiano) di ingraziarsi le autorità indiane per uscire dalla vicenda con un qualsiasi accordo dalla porta di servizio. L'Italietta che fa ridere il mondo (nella sua versione migliore, o peggiore a seconda della prospettiva).

Colpevolista: quello che non capisco è, per quale motivo gli indiani dovrebbero "incastrare" gli italiani? Poi comunque c'è un altro problema di base, cosa ci fanno i militari su navi civili? In questo modo sono autorizzati dallo stato e dalla marina a comportarsi come mercenari. Sarebbe meglio se questi lavori li facessero imprese private.

Risposta: per quanto riguarda i motivi che hanno spinto gli indiani (ovviamente alcuni indiani) ad incastrare gli italiani ti invito a leggere in prima battuta un mio post di qualche tempo fa che trovi su questa pagina (https://www.facebook.com/stefano.tronconi.79/posts/485313678273644). Dopodiché ovviamente ogni tua domanda sarà benvenuta. Per quanto riguarda l'altro problema che sollevi (militari su navi civili) è ovviamente un tema degno di ogni approfondimento, ma completamente separato dal fatto che due uomini completamente innocenti, che nulla hanno a che fare con quanto loro falsamente addebitato, siano a tutti gli effetti sequestrati da oltre 3 anni (che uno di loro sia ora in Italia per curarsi cambia poco ...).

Colpevolista: Però pare che in India, durante la campagna elettorale, nessuno abbia mai parlato dei fucilieri. Dico "pare" perchè non sono riuscito a trovare nulla che confermi o smentisca questo e di conseguenza confermi o smentisca la tua tesi. Se tu hai qualche link a giornali che dimostri la veridicita della tua tesi mandamelo.

Risposta: parlo dell'elezione suplettiva per un solo seggio vacante (ma assolutamente decisivo) del Kerala del 2012, poche settimane dopo l'incidente mai avvenuto della Lexie, quando il primo ministro Chandy sui marò italiani faceva una dichiarazione al giorno e le rappresentanze dei pescatori erano in piazza a manifestare a giorni alterni. A mò di campione ti linko questo articolo (http://archive.indianexpress.com/…/italian-suspects…/913866/). Concentrati sull'ultimo paragrafo che riporta le dichiarazioni di Chandy. Tieni presente che l''inchiesta non era ancora ufficialmente partita. Neppure nello Zimbabwe di Mugabe o nella Corea del Nord un primo ministro si permette di anticipare in questo modo i risultati delle indagini. Chandy aveva bisogno che le cose si muovessero in una certa direzione e così è stato!

Colpevolista: devo dire che una dichiarazione del genere mette qualche dubbio ma é anche vero che una frase estrapolata dal suo contesto può venir letta in maniera molto differente dal reale significato che avrebbe avuto se lettta nel discorso completo, e ne abbiamo avuto tantissimi esempi anche in Italia di come giornali di parte abbiano modificato il senso di frasi estrapolandole dal loro contesto. non mi riferisco ad articoli sui fucilieri ma il mio è un discorso in generale. Di certo, però, una frase del genere qualche dubbio lo mette, ma per poter giudicare bisognerebbe leggere il discorso completo. Voglio farti presente che non é che voglio contraddire tutto solo per essere contro i marinai a tutti i costi ma per poter avere le idee chiare devi aver più notizie possibile, se no sarebbe come cercare la verità leggendo solo il giornale "Libero" che essendo di parte chiaramente cerca di spostare l'opinione pubblica verso la propria tesi.

Risposta: Roberto, in questo caso è proprio il contesto in Kerala di quelle settimane del 2012 quando fu messa in moto la macchina per costruire in modo spregiudicato le false accuse contro i marò che permette di comprendere a pieno le frasi di Chandy (tra l'altro io ho due buoni amici in Kerala che mi hanno aiutato proprio a decifrare l'evolversi del contesto giorno dopo giorno). Quelle frasi, che in un sistema di diritto farebbero saltare chiunque sulla sedia, Chandy le ha pronunciate proprio perché aveva bisogno di esporsi sul caso in chiave elettorale. Altrimenti qualsiasi primo ministro avrebbe semplicemente dichiarato che stava agli investigatori fare il proprio lavoro prima di esporsi politicamente sul caso. Comunque, io ho cercato di spiegarti perché io ed altri abbiamo certezza dell'innocenza dei marò. Ed è questa innocenza che ha causato l'indecente ed insopportabile (oltre tre anni) impasse nel caso. La politica corrotta tanto indiana che italiana si era infatti spinta troppo avanti nelle manipolazioni sicura di poter gestire la vicenda in base ai propri interessi e sulla testa di due signor nessuno. Poi gli utili idioti di Wu Ming e del mondo dell'informazione in generale (tanto a destra che a sinistra) hanno fatto il resto trasformando un caso di giustizia vs. ingiustizia che riguarda due uomini in un caso politico che riguarda due Paesi. Ora è difficilissimo per tutti tornare indietro e sai quante teste dovrebbero saltare ........

20 Marzo 2015
Stefano Tronconi

fonte: https://www.facebook.com/stefano.tronconi.79/posts/514685172003161