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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

22/05/16

Renzi vs Cinque Stelle, torneo di balle spaziali


 

A leggere alcune notizie si resta sbigottiti. Ma tant’è, oramai siamo costretti ad assistere ad un carnevalesco palleggio di balle spaziali tra il Premier Matteo Renzi e l’opposizione numericamente più consistente: il Movimento Cinque Stelle. Ma veniamo ai fatti.
È di questi giorni la sparata - perché di questo si tratta - del presidente del Consiglio su una presunta abolizione di Equitalia, data per “defunta” dallo stesso Renzi entro il 2018. A questa evidente presa di posizione stile specchietto per le allodole (e per i polli che lo votano) il giovane Luigi Di Maio, esponente grillino che molti danno in pole position quale candidato Premier nelle future elezioni politiche, ha risposto rivendicando la primogenitura di una così colossale sciocchezza. Secondo il membro più elegante del direttorio grillino, in 10 comuni amministrati dai pentastellati Equitalia sarebbe stata cacciata. Ma non basta. Di Maio ha esortato il Governo ad appoggiare una proposta già presentata dai suoi in Parlamento per l’immediata abolizione dell’odiato ente di riscossione. Ente il quale, ricordiamo, è una Società per azioni totalmente pubblica, partecipata al 51 per cento dall’Agenzia delle Entrate ed al 49 per cento dall’Inps. Dopodiché, seguendo il filo logico di questa ennesima partita di balle spaziali, che facciamo, aboliamo pure questi due ultimi carrozzoni pubblici? Oppure cambiamo semplicemente il nome stampato sulle targhe e sui tabelloni che segnalano le sedi di tutti gli uffici italiani di Equitalia? Non so, si potrebbe definirli “uffici per la riscossione felice dei tributi”, o altre amene definizioni in grado di rendere più leggere le imposte.
Ovviamente, come dovrebbe comprendere qualunque persona di buon senso, l’odiata Equitalia rappresenta semplicemente uno dei tanti frutti avvelenati di un sistema democratico che spende e tassa oltre ogni misura e che, pertanto, si trova perennemente nella necessità di esercitare un prelievo tributario allargato che oramai ha raggiunto uno stratosferico 55 per cento del Pil, se equiparato correttamente alla spesa pubblica effettiva. E se oggi ad esercitare l’impopolare ruolo di deterrente per una simile estorsione legalizzata vi è l’impopolare Equitalia, domani ci sarà un altro baraccone con le medesime prerogative, dato che né il renzismo declinante e né i tarantolati a Cinque Stelle hanno in animo di ridurre il perimetro di uno Stato tanto inefficiente quanto spendaccione.
Semmai, giudicando la politica di spese pazze fin qui messa in atto da Renzi e quella altrettanto dissennata che si propongono di realizzare i grillini, forse una sola Equitalia non basterà per convincere i sempre più recalcitranti contribuenti a finanziare le imprese di questi campioni delle balle spaziali. Possiamo pure cancellare nominalmente Equitalia, ma questi brillanti esponenti di un populismo da quattro soldi non riusciranno mai ad abolire l’intelligenza di chi è costretto a subire una tassazione fuori del mondo.

di Claudio Romiti - 21 maggio 2016

Non è un Paese per giovani: Italia/Istat 2016


Il Rapporto Istat 2016 fotografa gli scenari della crisi economica e sociale del paese. L’analisi si concentra sulle generazioni e rileva l’aumento delle diseguaglianze. Il 62% dei trentenni vive in famiglia e va a ingrossare l’esercito dei poveri che sale dal 9,4 al 14,2%. Sei milioni di persone vivono senza redditi da lavoro.

istat copertina


L’Istat, l’Istituto nazionale di Statistica celebra i suoi 90 anni, ma l’Italia è molto più vecchia. Non solo per la storia, ma anche per le speranze di chi la vive. E la fotografia dell’Italia che esce dai numeri Istat 2016 è innovativa -le generazioni viste nelle diversità sociali e del mondo del lavoro- ma il racconto che ne esce fa paura.
Un Paese dove le differenze di classe crescono e si rafforzano, rileva Aldo Carra su Il Manifesto. Tra il 1990 e il 2010 le diseguaglianze nella distribuzione del reddito sono aumentate da 0,40 a 0,51 nell’indice sui redditi individuali da lavoro. L’incremento più alto tra tutti i paesi per i quali sono disponibili questi dati.
Italia record per la diseguaglianza tra classi sociali col 63%, percentuale quasi doppia della Francia (37%) e Danimarca (39%). Primo in classifica -magra consolazione- il Regno Unito con il 79%, il paese della rivoluzione thatcheriana che ha rafforzato a dismisura dagli anni Ottanta in poi le differenze di classe. Ma l’Italia insegue.
Dopo la Gran Bretagna, l’Italia. Anche da noi è avvenuta un’analoga rivoluzione che ha premiato un’elite a svantaggio dei molti, peccato che nessuno abbia mai dichiarato apertamente di volerlo, al contrario della signora Thatcher. Poi l’Istat aggiunge che la povertà colpisce tre volte più al Sud che al Nord. E le diseguaglianza si moltiplicano.
Dati da scoramento. Limitiamoci ai fondamentali. Oggi precarietà di massa, domani -dicono gtli analisti gufi- porterà una povertà epocale tra gli attuali tredicenni. Inoltre, il paese è spaccato a più livelli, Sud contro Nord, tra le generazioni, tra i redditi e tra i territori. E l’indicatore sulla «grave deprivazione materiale» si è stabilizzato all’11,5% dal 2015.
L’impossibilità di trovare un reddito dignitoso per un affitto, spinge 6 giovani su 10 a vivere con i genitori fino ai 34 anni. Oltre un quarto -2,3 milioni- è disoccupati o inoccupato, neppure lo cerca. Il non lavoro, o il lavoro povero, non è una colpa, ma un problema politico. E pare certo oggi è che il paese resterà fermo per altri quindici anni.
L’Italia è il paese più invecchiato al mondo. Prevalgono gli over 64, mentre le nascite sono al minimo storico. Sui 60,7 milioni di residenti, gli over 64 sono 161,1 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Insieme a Giappone e Germania, un altro primato. Le nuove generazioni di anziani vivono meglio del secolo scorso e dei loro genitori.
La precarietà interessa ormai due generazioni: i nati negli anni Settanta e quelli tra il 1981 e il 1995. In mancanza di una redistribuzione della ricchezza esistente, si distribuisce il reddito pensionistico. Chi è nato negli anni Ottanta, lavorerà fino a 75 anni, e con la misera pensione non sosterrà i propri figli al posto del Welfare. Bomba sociale.
Le generazioni. Fra i nati negli anni quaranta l’80% aveva vissuto la formazione di una famiglia o la nascita di figli e il vivere da soli un “evento di vita”, percorso naturale. Tra i nati negli anni settanta quella percentuale è scesa al 60%. Così nel 2015 il 70% dei giovani tra 25-29 anni ed il 54% delle coetanee vivono ancora in famiglia.

Di  21 maggio 2016 
fonte: http://www.remocontro.it

21/05/16

Solo il no alla riforma di Renzi è cambiamento





Matteo Renzi ha dato il via alla campagna per il Si alla sua controriforma costituzionale. Non è solo per svalutare le elezioni amministrative, che si preannunciano abbastanza tristi per il suo partito, che ha fatto ora questa scelta. Il plebiscito è l'arma finale di tutti i sistemi autoritari, e spesso viene giocato quando il potere è sicuro di vincerlo. Renzi ricorre a questa arma perché è convinto che solo con una investitura plebiscitaria potrà confermare e consolidare il suo potere.

La domanda è: perché Renzi si sente così sicuro? Sulla carta il referendum sulla legge Boschi è perso per lui. Il PD nei sondaggi viaggia attorno al trenta per cento. Anche aggiungendo tutto il mondo centrista, verdiniano, alfaniano, è difficile pensare che lo schieramento politico per il Si superi il quaranta. Tutte le altre forze politiche, sinistra, destra, Cinque Stelle sono contro. Quindi sulla carta non ci sarebbe partita, ma perché invece Renzi punta tutto su di essa? Perché pensa di sgretolare gli schieramenti politici contando sulla spinta conservatrice, dispersa ma sempre esistente, nel paese. Perché Renzi proporrà al popolo italiano di concludere la lunga marcia più che trentennale di distruzione di principi costituzionali con un sistema organicamente autoritario. Il suo vero messaggio sarà questo: volete dare compimento alla controriforma sociale e politica iniziata negli anni 80 o volete, con il No, il salto nel buio? La sua sarà un campagna profondamente reazionaria, che farà appello a tutti gli istinti antidemocratici che covano nel DNA di una parte del popolo italiano. Basta con i partiti, i sindacati, le proteste ed i conflitti, basta con la democrazia, ci vuole ordine.

Questo il suo messaggio vero, quello su cui conta per vincere. Il resto, l'apologia del cambiamento senza chiarirne la direzione, il giovanilismo e il conflitto generazionale al posto dei contrasti sociali e di interesse, la contrapposizione tra nazione sana per il sì e sabotatori per il no, tutto il resto che Renzi presenta come il suo progressismo, è in realtà una facciata ancora più reazionaria dei contenuti reali del suo progetto.

Ne “Il Gattopardo”, il giovane Tancredi allo zio principe di Salina spiega che perché tutto resti come prima, bisogna che tutto cambi. Da D'Annunzio a Mussolini fino ai giorni nostri la più brutale conservazione del potere costituito, quando quest'ultimo rischiava di essere messo in discussione, si è sempre presentata come rivoluzione del nuovo.
Matteo Renzi rientra perfettamente in questa biografia della nazione.

Non c'è nulla di nuovo nella sua controriforma costituzionale. Il centro di essa in realtà non è il cambiamento della Carta, ma la legge ordinaria elettorale. Con l'Italicum il partito di migliore minoranza acquisisce una maggioranza devastante, tutta composta di parlamentari nominati dal capo. Ma non basta avere potere assoluto sul parlamento se non si cambia l'assetto costituzionale. La legge elettorale serve a decidere chi governa, ma la riforma costituzionale gli dà il potere di comandare sul serio. Non c'è niente di nuovo in tutto questo. Da sempre tutte le forze conservatrici e reazionarie in Italia vogliono un capo che faccia il capo senza opposizioni o conflitti che lo disturbino. Lasciatelo lavorare dicevano i fan di Berlusconi nel 1994, ora Renzi realizza i loro desideri.

Non c'è niente di nuovo nella controriforma di Renzi ed è probabile che essa finirebbe nel nulla di altri precedenti tentativi, se a suo favore non giocassero i poteri forti dell'economia e soprattutto il sistema finanziario ed il potere dell’Unione Europea. Questa sarà la carta finale che Renzi giocherà. Se vogliamo che l'Europa ci rispetti, ed a questo scopo lui si diverte ad alzare la voce contro la UE, dobbiamo approvare le riforme. È stato così per la cancellazione dell'articolo 18, un successo renziano che appare anche più grande ora che in Francia il paese è in rivolta contro l'equivalente d'oltralpe del Jobs Act.

Le riforme liberiste e le privatizzazioni sono lo scopo di tutto, per realizzarle e renderle irreversibili serve la controriforma costituzionale. E il primo atto di essa è avvenuto quando ancora il governo attuale non esisteva, con un parlamento, camera e senato, che quasi all'unanimità ha votato la modifica dell'articolo 81. L'obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, introdotto come applicazione del fiscal compact nei mesi della massima pressione dello spread, ha già stravolto il significato sociale della Costituzione del 1948.

Allora la stampa conservatrice britannica commentò che con quella decisione Keynes veniva messo fuorilegge. Poco tempo dopo la Banca Morgan chiedeva di mettere definitivamente in soffitta le costituzioni antifasciste europee, ostacolo istituzionale alle riforme liberiste. Ora la legge Boschi e l'Italicum realizzano l'opera, istituzionalizzando il sistema di potere che deve distruggere ciò che resta dello stato sociale. Se misuriamo trenta anni di discesa verso le diseguaglianze sociali, mentre passo dopo passo la nostra democrazia veniva sottomessa ai diktat della Troika, delle banche, della finanza, se pensiamo a tutto questo il Si ratifica la continuità, il No apre la via al cambiamento.

La controriforma costituzionale si sconfigge se si chiarisce il suo scopo autoritario e socialmente reazionario. Accettiamo la sfida di Renzi e proviamo a vincerla.


di Giorgio Cremaschi (4 maggio 2016)

Il caso Marò! Girone rientra o no?


di Giuseppe Paccione

Un po’ di chiarezza in merito al dispositivo, adottato alla fine del mese di aprile da parte del Tribunale arbitrale del mare, con sede in Olanda, composto da 5 giudici arbitrali, Vladimir Golitsyn, Hin-Hyun Paik, Patrick Robinson, Francesco Francioni e Patibandla Chandrasekhara Rao, costituito al fine di reperire una risoluzione alla controversia ancora in piedi fra la Repubblica italiana e l’Unione d’India sulla vicenda del mercantile Enrica Lexie e dei due fanti della marina militare Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, va fatta per cancellare l’ampia euforia che vi è stata non appena la Farnesina – il Ministero degli Esteri – postava sulla propria pagina istituzionale il comunicato stampa del seguente tenore “Fucilieri di Marina: decisione Tribunale arbitrale de l’Aja su rientro in Italia di Salvatore Girone“, da parte di alcuni politici, così pure dal governo italiano, si pensi al messaggio scritto dallo stesso Matteo Renzi su Twitter e, poi, anche da parte dell’opinione pubblica circa il permesso di Salvatore Girone, tuttora detenuto nelle stanze della sede diplomatica italiana a Nuova Delhi, di lasciare il territorio indiano.
Nell’ordinanza PCA Case n.° 2015-28, del 29 aprile del 2016, circa le misure cautelari, viene dato il via libera a favore del fante del Reggimento San Marco Salvatore Girone di poter rientrare in Italia. I cinque giudici del Tribunale arbitrale hanno riconosciuto la giurisdizione prima facie, ponendo in rilievo che la domanda dell’agente italiano, basato sull’articolo 290, paragrafo 1°, della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, che sancisce che “Se una controversia è stata debitamente sottoposta ad una corte od un tribunale,che ritiene prima facie di essere competente ai sensi della presente Parte o della ParteXI, Sezione 5, detta corte o tribunale può prescrivere qualsiasi misura cautelare che giudica appropriata in base alle circostanze per prescrivere i diritti rispettivi delle parti in controversia o per impedire gravi danni all’ambiente marino, in pendenzadella decisione definitiva” è del tutto diversa nei riguardi di quella presentata presso il Tribunale internazionale del mare di Amburgo che, quest’ultimo aveva rigetto l’istanza italiana, avente ad oggetto l’immediata cancellazione delle restrizioni alla libertà personale, alla sicurezza e alla libertà di circolazione, con particolare riguardo a Girone, di farlo rientrare nella sua madre patria e di rimanervi per l’intero periodo del procedimento arbitrale.
L’Unione d’India ha posto un alt al tanto entusiasmo scoppiato nel paese di poeti, santi e navigatori in base a cui le autorità di Roma non hanno interpretato in modo corretto e chiaro l’ordine o il dispositivo dei giudici arbitrali dell’Aja. Il nostro Paese, difatti, non basa la sua richiesta sulla mancanza di giurisdizione dell’Unione d’India, ma domanda un mutamento di luogo fisico, soprattutto per motivi d’umanità, senza pregiudicare l’autorità della Corte Suprema dell’Unione d’India, nel senso che le condizioni di libertà temporanea del fante Salvatore Girone deve essere statuita dalla stessa Corte Suprema di Nuova Delhi. Conseguentemente, va precisato che la richiesta del rappresentante italiano non costituisce un tentativo di mutare la precedente misura. I componenti del Tribunale arbitrale, determinato che il requisito d’urgenza per quanto sancito nell’articolo 290, paragrafo 1°, della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982, è inerente all’adozione di misure temporanee, hanno espresso parere favorevole al ritorno del militare Salvatore Girone in patria.
Su quest’ultimo punto va precisato che ci si trova davanti a un vincolo di risultato che, tuttavia, deve concretizzarsi attraverso una cooperazione fra i due Paesi, id est Italia e Unione d’India, nel totale riconoscimento dell’autorità della Corte Suprema dell’Unione d’India, nel senso che spetta ai giudici indiani determinare le condizioni, di rientro e permanenza in Italia del marò Salvatore Girone.
Ancora, i giudici arbitrali del mare considerano appropriate le condizioni, le garanzie e le procedure che sono state stabilite per il collega di Girone, Massimiliano Latorre che si trova in Italia per ragioni di salute e al quale la Corte Suprema indiana gli ha concesso la proroga sino alla fine di settembre.
Gli stessi giudici arbitrali dell’Aja hanno suggerito ai loro colleghi della Corte Suprema dell’Unione d’India di adottare le medesime misure per il rientro di Salvatore Girone in Italia, che potrebbero includere, inter alias, una serie di condizioni come quelle in base a cui l’Italia sarà in dovere di assicurare che il fante Girone si presenti ad un’autorità in Italia, designata dal collegio dei giudici della Corte Suprema indiana, a intervalli stabiliti dalla stessa Corte Suprema dell’Unione d’India; inoltre, il fante del Reggimento San Marco della Marina militare italiana dovrà consegnare il passaporto alle autorità italiane senza la possibilità per il pugliese Girone di abbandonare il suolo italiano e senza che ci sia il permesso dei giudici della Corte Suprema indiana.
Il nostro Paese, infine, si è impegnato ad assicurare il ritorno in India sia di Massimiliano Latorre, sia di Salvatore Girone nel caso in cui il Tribunale arbitrale dell’Aja decida, a fine agosto del 2018, di emettere la sentenza a favore della giurisdizione dell’Unione d’India.

Giuseppe Pacione

Uranio impoverito: soldato morto, la Corte d’appello condanna il ministero della Difesa



uranio-impoverito


“Potrebbe mettere la parola fine la sentenza pubblicata oggi dalla Corte D’Appello di Roma su uno tra i primi casi in Italia che portò all’attenzione del mondo il problema dell’uranio impoverito”. Lo scrive in una nota il coordinatore dell’Osservatorio uranio impoverito, Domenico Leggiero, dando notizia della pubblicazione di una sentenza della Corte d’appello di Roma che dà ragione a Giuseppina Vacca, madre di Salvatore Vacca morto a 23 anni per uranio impoverito. La sentenza respinge l’appello del ministero della Difesa verso la sentenza di primo grado, che imponeva oltre agli indennizzi anche un risarcimento alla famiglia del militare morto di oltre 4 milioni.
Vacca, riassume Leggiero, fu “esposto agli effetti dell’uranio impoverito senza “alcuna adeguata informazione sulla pericolosità e sulle precauzioni da adottare”; “la pericolosità delle sostanze prescinde dalla concentrazione”; “condotta omissiva di natura colposa dell’Amministrazione della Difesa”; “vi è compatibilità tra il caso ed i riferimenti provenienti dalla letteratura scientifica”; “esistenza di collegamento causale tra zona operativa ed insorgenza della malattia”; “comportamento colposo dell’autorità militare per non avere pianificato e valutato bene gli elementi di rischio”. Questi sono solo alcuni dei principi contenuti in sentenza da cui emergono gravi inadempienze e la certezza assoluta del rapporto diretto di causa effetto tra l’esposizione all’uranio impoverito e le neoplasie che hanno portato alla morte 333 ragazzi ed oltre 3.600 malati”.
Leggiero ricorda che si tratta “della 47ma sentenza di condanna ottenuta dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia dell’Osservatorio nei confronti del ministero della Difesa. E’ stato un crescendo di presa d’atto da parte della magistratura che oggi ha emesso questa sentenza unica in Europa che potrebbe chiudere definitivamente il caso uranio impoverito. Questa sentenza darà certamente una spinta maggiore alla missione della quarta Commissione parlamentare” che indaga sui casi di morti per neoplasie di militari in missione.
“La sentenza esce proprio alla vigilia dell’audizione in commissione d’inchiesta del ministro Pinotti prevista per giovedì, che certamente prenderà atto delle evidenti ed impetuose motivazioni in essa contenute. La sentenza -si legge infine- definisce anche un ulteriore problema sollevato dal ministero della Difesa sulla distinzione netta tra indennizzi, già ricevuti e risarcimenti, sanciti in sede giudiziaria già in primo grado. Anche su un caso così complicato la magistratura -conclude Leggiero- ha saputo intervenire con determinazione e terzietà nell’argomento riportando in giusto equilibrio quella fiducia necessaria in un ordinamento democratico tra cittadini ed istituzioni”.