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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

08/10/15

VICENDA MARO' - INDIA / ENRICA LEXIE, A PROPOSITO DI CROZZA, DI CHI NON SA, E DI CHI FA FINTA DI NON SAPERE: " Le prove dimostrano la loro innocenza "

I due pescatori colpiti da proiettili di altre armi


marò 

Tutti quelli che hanno dubbi sull’assoluta innocenza dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno un elemento in comune: non hanno letto i documenti. Compreso, naturalmente, Crozza e quelli che hanno riso della sua infelice battuta. Sì, perché il procedimento giudiziario indiano, in realtà mai iniziato e che tiene bloccati i due fucilieri da 1334 giorni, ha prodotto diversi pezzi di carta. Che provano in modo incontrovertibile la loro estraneità ai fatti per i quali sono accusati.
Su questi fascicoli, dei quali Il Tempo ha dato sempre tempestivamente notizia, sta lavorando (ormai da molto) il perito giudiziario Luigi Di Stefano. In merito all’esame balistico, le autopsie, le ricognizioni per anni si sono susseguite solo ipotesi e illazioni, fino all’avvio dell’arbitrato internazionale richiesto dall’Italia davanti al tribunale di Amburgo. Un procedimento partito in ritardo, dopo bufere di polemiche e inspiegabili attese. In occasione dell’apertura delle udienze le due Nazioni, Italia e India, hanno depositato la documentazione relativa al caso. E, visto che i tribunali tedeschi sono efficienti e trasparenti, tutto il fascicolo delle accuse indiane è stato reso noto. Le perizie e le loro analisi sono state poste in rete da Di Stefano: proprio l’altro giorno ha terminato e diffuso lo studio di un gruppo di allegati al capo d’accusa indiano. Negli addebiti ai due fucilieri non combacia nulla: dagli orari, alle testimonianze, alla prova balistica. «Non sappiamo - ha scritto Di Stefano sulle ultimi analisi fatte - a che ora realmente è avvenuta la sparatoria contro il St. Antony, viste le contraddizioni di Bosco (padrone della barca) fra quello che dichiara quando scende in porto e quello che risulta aver dichiarato pochi minuti dopo alle autorità. Bosco neanche sa quale orario deve indicare per la sparatoria, finché non glielo dicono».
Di Stefano ha messo a disposizione di tutti sul sito www.seeninside.net i documenti originali e la loro analisi, costantemente aggiornata.


Antonio Angeli - 8 ottobre 2015
fonte: iltempo.it

07/10/15

VICENDA MARO' - INDIA __ "Che tristezza Crozza che fa battute sui due marò mentre Floris se la ride"

Impossibile credere non si sapesse quello che avrebbe detto e inquieta non poco il fatto che, quasi ad orologeria, salti fuori sempre qualcuno o qualcosa che bolli i due sottufficiali del San Marco come i responsabili della morte dei due poveri pescatori. 
Il fatto poi che questo avvenga dopo la recente pubblicazione del referto dell'autopsia compilato dal dottor K. Sasikala, medico legale di Thiruvananthapuram (Kerala), nel quale viene descritto un proiettile estratto  dal corpo di uno dei due pescatori uccisi con misure corrispondenti ad un calibro 7,62, non in dotazione ai due fucilieri, evidenziando, se ancora ce ne fosse bisogno, la loro innocenza, apre inevitabilmente nuovi interrogativi.

e.emme

 


«L’ultima volta che dei militari italiani hanno sparato… abbiamo ucciso due pescatori in India». Maurizio Crozza, idolo della sinistra radical-chic, nella copertina della trasmissione “diMartedì” critica sempre tutti, da Renzi a Verdini a Marino e ad Alfano, ma questa volta è passato alle offese. Nell’ironizzare sull’intervento militare dell’Italia in Iraq ha inserito un passaggio infelice sui marò. Secondo il comico genovese i due fucilieri della Marina sarebbero, infatti, il simbolo dell’incapacità militare italiana:  «I russi, glielo dici la mattina e il pomeriggio sono tutti in Cecenia. Gli americani pur di schiacciare il grilletto tra una guerra e l’altra hanno addirittura inventato i college. Noi, no…. noi siamo diversi…». E poi lo sferleffo contro  Massimiliano Latorre e Salvatore Girone che ha subito provocato l’ira del web e del centrodestra.

Crozza attacca i marò e scoppia il putiferio

 

In un tweet Elio Vito, deputato di Forza Italia e membro della Commissione Difesa ha scritto: «I marò sono innocenti, ingiustamente trattenuti e detenuti dall’India da 1.326 giorni, non meritano ironie, battute ed offese da parte di Crozza». Duro Ignazio La Russa: «Io che sono un amante della satira e che apprezzo l’ironia e la capacità graffiante di Crozza, non ho dubbi nel condannare senza mezzi termini la sua inaccettabile frase sui marò oltre che in generale la sua opinione sulle nostre Forze armate. Si tratta di “fuoco amico”, che colpisce alle spalle chi già sta pagando senza alcuna colpa la ignavia dei nostri governi».




fonte: http://www.secoloditalia.it

05/10/15

Arabia Saudita e Israele: tra interesse strategico e identità


Mentre l’attenzione mondiale è concentrata sull’accordo nucleare iraniano, Riyadh e Tel Aviv discutono (in segreto) di una comune strategia contro Teheran e svelano un inedito scenario nel Medio Oriente. I due Paesi sono davvero pronti a collaborare mettendo da parte i loro decennali contrasti?

LE ORIGINI DELL’OSTILITÀ – L’assenza di relazioni diplomatiche fra Arabia Saudita e Israele ha ragioni storiche profonde e durature. Già nel 1945 il Re Ibn Saud esprimeva la propria contrarietà alla fondazione di uno Stato ebraico in Palestina, avvertendo F. D. Roosevelt che ciò avrebbe scatenato decenni di scontri nel Medio Oriente e raffreddato l’amicizia fra Riyadh e Washington. La componente ideologico-simbolica, evidentemente sottovalutata dai potenti dell’epoca, gioca un ruolo centrale nella comprensione dell’avversione reciproca. Il Regno, infatti, è il leader spirituale della comunità musulmana (sunnita) e i suoi sovrani sono i Custodi dei Luoghi Sacri dell’Islam, titolo che infonde autorevolezza alla famiglia regnante e le permette di influenzare la politica degli alleati regionali. Israele, perciò, è visto come usurpatore di Gerusalemme, terza città santa per i musulmani, e oppressore dei palestinesi. Inoltre ciascuna compagine ritiene di essere l’esclusivo guardiano della stabilità dell’area mediorientale. Durante la Guerra Fredda Washington faceva leva sugli interessi sauditi e israeliani per contenere l’espansionismo sovietico e riempire il vuoto lasciato dalla rottura iraniana, creando relazioni privilegiate con i due Paesi, che diventano i principali alleati della politica estera statunitense nella regione. Tale retaggio riemerge soprattutto con la Guerra del Libano (2006) e le Primavere arabe (2011), quando Riyadh e Tel Aviv si contendono la “regia” delle crisi mediorientali al fine di garantire esiti favorevoli per le proprie priorità.


Fig. 1 – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il segretario di Stato USA John Kerry durante un incontro tenutosi a Roma, 2013 


LA (RITROVATA) CONVERGENZA STRATEGICA – Le priorità saudite riguardano soprattutto l’ampliamento della propria sfera d’influenza regionale e la costruzione di una rete di alleanze che tuteli la sicurezza dei confini del Regno (Yemen) e la sua egemonia simbolica sulla comunità musulmana (Iran e Qatar). Tradizionalmente gli Al Saud sono impegnati a creare un Medio Oriente privo di armi atomiche, perché preferiscono ricorrere alla diplomazia e intervenire solo in caso di minaccia concreta alla stabilità interna e agli equilibri loro favorevoli. Israele, da parte sua, mira a sopravvivere e imporsi in una regione ostile, dalla quale sono ripetutamente giunte minacce di distruzione (Iran), nonché a rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti. Tuttavia, pur condividendo la paura dell’accerchiamento (Libano, Siria, Egitto), adotta una politica aggressiva e punta alla superiorità militare-nucleare come elemento di deterrenza e sopraffazione. Nonostante la divergenza di strategie, emerge chiaramente la condivisa preoccupazione per gli esiti imprevedibili dei conflitti regionali e, soprattutto, per il rinvigorimento dell’Iran a seguito dell’ufficializzazione dell’accordo sul nucleare. La notizia, infatti, è stata accolta con aperta ostilità da Tel Aviv, che teme l’ampliamento del sostegno a favore di Hezbollah e di Hamas e una radicalizzazione degli scontri, nonché la perdita dell’esclusività nucleare e della solida alleanza con gli Stati Uniti. Riyadh, invece, ha reagito con malcelata insofferenza all’idea di un Iran nucleare e bramoso di imporre le proprie ambizioni egemoniche sull’intera regione. Gli Al Saud, infatti, paventano il rafforzamento delle fazioni sciite in prossimità dei confini nazionali (Yemen, Bahrein, Siria, Iraq) e la marginalizzazione del loro ruolo sia nell’economia mediorientale che nella resistenza palestinese, dove Teheran è tra i principali sostenitori di Hamas ai danni del filo-saudita Fatah. Proprio questi temi sono stati al centro dei cinque incontri segreti tra Riyadh e Tel Aviv degli ultimi diciassette mesi, nel tentativo di trovare una strategia comune ed efficace per contrastare Teheran. Per quanto insolito, non è la prima volta che i due Paesi convergono in materia di sicurezza: è avvenuto in passato sia durante la guerra yemenita (1962-1967), contro le forze repubblicane sostenute dall’egiziano Nasser, sia nella prima guerra del Golfo (1991), contro l’aggressore iracheno.




Fig. 2 – Strette di mano sugellano una delle prime fasi negoziali dell’accordo sul nucleare iraniano, che “impensierisce” non poco Riyadh e Tel Aviv 


PROSPETTIVE PER UNA COOPERAZIONE ESTESA E DURATURA? – L’attuale soccorso reciproco avviene in un contesto che presenta principalmente due elementi inediti rispetto alle precedenti collaborazioni e, per questa ragione si parla di svolta storica negli equilibri mediorientali. Innanzitutto, dalla Siria allo Yemen, sono in corso guerre civili che vedono opporsi sciiti e sunniti e i cui esiti sono imprevedibili. Un Iran rinvigorito, dunque, può finanziare cospicuamente i gruppi amici, che indirettamente ne diffondono l’influenza. E, secondariamente, gli Stati Uniti si sono impegnati in prima linea per coinvolgere Teheran nelle negoziazioni nucleari. In questo riavvicinamento, Riyadh e Tel Aviv vedono il tentativo di Washington di ricucire una preziosa alleanza strategica, approfittando del raffreddamento delle loro reciproche relazioni a seguito delle divergenze rispetto al colpo di Stato in Egitto (2013) e al conflitto siriano. Si tratta, insomma, di circostanze che spiegano il desiderio di avviare, seppur informali, politiche strategiche comuni. Ciononostante non sembrano sussistere le condizioni per un’alleanza ufficiale con obiettivi di lungo periodo. Seppur vitali per due Paesi ambiziosi, la tutela della sicurezza nazionale e del prestigio regionale in particolari congiunture storiche, non riparano decennali rivalità e non colmano l’assenza di fiducia reciproca, presupposto essenziale per una proficua collaborazione: nessuno è disposto a correre il rischio che l’altro diventi egemone a proprie spese. Le ambiguità sono numerose. In primo luogo, l’Arabia Saudita non riconosce la legittimità di Israele. Sebbene per gli Al Saud la distruzione dello Stato ebraico sia ormai anacronistica potendone sfruttare le tecnologie militari, il Governo di Tel Aviv resta simbolicamente un nemico dell’Islam. La famiglia reale, pertanto, deve bilanciare le esigenze di stabilità interna con il proprio ruolo nell’intero mondo musulmano, che mal si concilia con un’intesa formale a favore di un’esigenza particolare a scapito di interessi regionali. In secondo luogo, infatti, proprio l’assenza di miglioramenti nelle trattative dell’irrisolta questione palestinese aumenta la diffidenza araba verso i reali obiettivi israeliani. Per i sauditi questo è il nodo cruciale da sciogliere per il trionfo della propria diplomazia e per l’acquisizione di un prestigio regionale senza precedenti. Negli incontri segreti, tuttavia, si è invano riproposta la soluzione del ritiro di Tel Aviv entro i confini del 1967 in cambio di una normalizzazione delle relazioni con i Paesi mediorientali. Infine, Israele teme la natura assolutista e imprevedibile del regime di Riyadh: lontano da qualsiasi tradizione repubblicana e liberale, le priorità e le strategie saudite possono cambiare in qualsiasi momento a seconda delle sopraggiunte priorità personali e nazionali indicate dal sovrano. A queste condizioni risulta davvero improbabile siglare un accordo che superi la storia e vada oltre la pragmatica individuazione di strategie comuni e contingenti.

Sveva Sanguinazzi - 5 ottobre 2015
fonte: http://www.ilcaffegeopolitico.org 


Mafia Capitale, Buzzi promette uno show. Da Letta ai prefetti faro’ tremare lo Stato


ESCLUSIVO. A 30 giorni dal processo parla Alessandro Diddi, l’avvocato di Salvatore Buzzi. Pronta la lista dei testi: “Zingaretti, Alemanno, Marino, Gabrielli, Pecoraro e Morcone dovranno dire se ci sono stati condizionamenti”. E sul patteggiamento…I NUMERI DEL PROCESSO

Centomila carte processuali, decine e decine di migliaia di intercettazioni telefoniche, cinquantanove imputati alla sbarra: fra trenta giorni si accendono i riflettori sul maxi processo Mafia Capitale. Si parla di tre udienze a settimane almeno fino a gennaio nell’aula bunker di Rebibbia. L’avvocato Alessandro Diddi, legale di Salvatore Buzzi, secondo la Procura uno dei due promotori dell’associazione di stampo mafioso che operava a Roma e nel Lazio, sceglie affaritaliani.it per analizzare il quadro processuale e anticipare le linee strategiche.
Avvocato Diddi, innanzitutto come sta il suo cliente, detenuto nel carcere di Nuoro in regime di 416 bis ormai da quasi dieci mesi?
“Carico e pronto a combattere”.
Entro la fine di ottobre dovranno essere presentate le liste dei testimoni: la sua a che punto è?
“E’ praticamente pronta e comprende circa 250 persone”.
Ci anticipa qualche nome?
“Chiameremo a testimoniare molti nomi noti, tra cui il presidente della Regione Nicola Zingaretti, il sindaco di Roma Ignazio Marino, l’ex sindaco Gianni Alemanno, l’attuale Prefetto Franco Gabrielli, gli ex Prefetti Giuseppe Pecoraro e Mario Morcone, e l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. D’altra parte, visto che la Procura ritiene che il mio cliente, insieme agli altri imputati, abbiamo condizionato con metodi non ortodossi la pubblica amministrazione, noi chiameremo davanti al giudice i rappresentanti e i vertiti della pubblica amministrazione per chiedere se ritengono che ci siano stati condizionamenti. Certo, non posso escludere che qualche funzionario possa avere sfruttato il ruolo che ricopriva a sui favore, ma è tutto da dimostrare di quale reato si sia trattato”.
I numeri di questo processo si preannunciano impressionanti: ha fatto il conto delle intercettazioni che dovranno essere analizzate?
“Parliamo di almeno 100mila contatti telefonici: 3.600 ore di intercettazioni solo per quello che riguarda il mio cliente dal settembre 2012 al dicembre 2014. Un grosso problema anche perché fino ad ora le intercettazioni non sono state disponibili: la Procura ha comunicato ai legali delle difese che sarà allestita una apposita sala per l’ascolto. Iniziativa che ritengo assolutamente inutile. Anzi, ho già inoltrato la richiesta affinché il mio assistito possa essere messo nella condizione di ascoltare in prima persona le telefonate intercettate. Richiesta che corrisponde al principio dettato dall’articolo 6 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo, secondo il quale un accusato ha il diritto di difendersi personalmente e il presupposto fondamentale perché lo faccia è quello di potersi documentare. E poi c’è un altro problema”.
Quale?
“I costi esorbitanti: fino ad ora solamente per acquisire le carte processuali e senza contare i file audio, abbiamo speso tra i 10 e i 15mila euro. Numeri che rischiano di inficiare la possibilità di difendersi”.
Lei ha chiesto due volte il patteggiamento: non si aspettava il no della Procura? Perché questa scelta?
“Il no era assolutamente scontato ma la richiesta è parte di una strategia difensiva: la Procura ritiene che l’indagine “Mondo di Mezzo” abbia fatto emergere un sistema mafioso, io non la penso così e sono portato a ritenere che un Tribunale sereno potrebbe in futuro escludere questa ipotesi. Qualora ciò accadesse, dandomi ragione, potrei a quel punto avere diritto al patteggiamento, beneficiando della pena che ho chiesto. E che potevo richiedere solamente in questa fase processuale. Insomma, è come giocare una partita a scacchi”.
La Procura ha chiuso le indagini sull’ex sindaco Gianni Alemanno, che ora rischia il processo per corruzione e finanziamento illecito. Ma sembra decaduta l’accusa di associazione mafiosa. Come interpreta questa decisione?
“Il fatto che la Procura abbia ritenuto neanche ipotizzabile l’aggravante mafiosa per Alemanno, che è considerato uno dei punti di riferimento di Buzzi, è per noi fatto molto significativo. Vuol dire che questa associazione non aveva esteriorizzazioni così palesi del suo illecito agire”.
Tuttavia avvocato, la Procura, che ritiene Alemanno un complice di Buzzi, non avrebbe creduto alla sua versione dei fatti, secondo la quale l’ex sindaco sapesse poco o nulla dei soldi che transitavano attraverso Panzironi.
“Bisogna ricostruire la tipologia dei rapporti: Panzironi è senza dubbio uomo di Alemanno, alla guida della Fondazione Nuova Italia che faceva capo all’ex sindaco e Buzzi ha versato somme di denaro alla Fondazione e ha consegnato somme di denaro in contanti a Panzironi. Ora il punto è: Alemanno cosa e quanto sapeva? Dei versamenti in chiaro, secondo noi, sapeva tutto, di quelli in nero versati attraverso Panzironi, Buzzi ha detto che Alemanno non era a conoscenza. La Procura non ha creduto a Buzzi. Ma mi domando per quale ragione Buzzi non avrebbe dovuto riferire una circostanza che conosceva visto che ha avuto il coraggio di fare nome ben più rilevanti facendo scoppiare, ad esempio, il caso dei Cara di Mineo”.
Avvocato Diddi, quali sono, a suo parere, i punti deboli della tesi accusatoria?
“Siamo di fronte ad un’ipotesi assolutamente inedita nel panorama giurisprudenziale. Paradossalmente, per dimostrare l’inconsistenza dell’aggravante mafiosa che ci viene imputata partiremo proprio da una sentenza che afferma l’esistenza della mafia a Roma: la recente sentenza Fasciani. In questa sentenza l’esistenza della mafia è sostanziata da diversi elementi: il controllo serrato del territorio e dell’attività economica da parte del clan, l’utilizzo delle armi,  l’intimidazione e la violenza a danno di chi non sottosta alle regole. Nella montagna di intercettazioni che riguardano Salvatore Buzzi tutto si può trovare fuorché atteggiamenti di intimidazioni verso gli altri”. E aggiungo una cosa…”
Dica avvocato…
“Il dottor Pignatone e il dottor Prestipino, ai quali va la mia immensa stima e rispetto, negli ultimi mesi hanno scritto su questa materia testi e capitoli di libri che si occupano di mafia e loro stessi hanno ribadito che per confinare il reato mafioso occorrono segnali che sono stati be delineati dalla sentenza Fasciani. E quando, sia pur anonimamente, hanno fatto riferimento al processo Mafia Capitale, hanno dovuto richiamare brani di intercettazione che non si riferiscono mai a Buzzi, né a condotte e rapporti da lui intrattenuti.
Eppure avvocato, lo scorso aprile la Cassazione ha rigettato il vostro ricorso, confermando l’impianto accusatorio. Quanto può influire sull’andamento del processo questa sentenza?
La sentenza della Cassazione è il cavallo di battaglia della Procura ma secondo me non sarà spendibile. Anzitutto perché fa riferimento ad un quadro, quello del dicembre 2014, che dipinge scenari non più attuali e che tiene conto di un contraddittorio mutilato. Basta pensare che, all’epoca, in pochi giorni le difese hanno dovuto smaltire diverse decine di migliaia di pagine. Oggi, inoltre, il materiale probatorio si è arricchito dei numerosi contributi difensivi, penso in particolare alle dichiarazioni di Salvatore Buzzi, che hanno introdotto una chiave di lettura del tutto diversa da quella ipotizzata dalla Cassazione e, cioè, che Buzzi avrebbe tenuto le leve della pubblica amministrazione.
Il 20 ottobre un primo assaggio di Mafia Capitale con il processo abbreviato per cinque indagati, tra cui l’ex dg di Ama Giovanni Fiscon?: cosa pensa di questa scelta processuale?
“E’ una scelta coraggiosa che io non avrei mai fatto. Farsi giudicare sulla base di carte costruite da ufficiali giudiziari che ritengono esista la mafia in ogni piega del territorio romano, significa fare un gesto di grande coraggio, verso il quale ho molto rispetto. Si tratta di strategie: può accadere che un cliente abbia in mano prove determinanti e che quindi non valga la pena subire un processo che si preannuncia lungo e con una visibilità mondiale”.


fonte:http://www.affaritaliani.it
tramite:http://www.mafia-capitale.it

04/10/15

@meb Maria Elena Boschi: il padre “destituente” della democrazia italiana.


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Il padre destituente della nostra democrazia, la “giurista” Maria Elena Boschi, è arrivata al dunque del suo scandaloso progetto di riforma costituzionale.
Dopo che il Senato approverà questo disegno di legge, la democrazia in Italia potrà dirsi definitivamente superata. Erano settant’anni che aspettavamo questo momento: ovvero da prima della nascita della Costituzione! Questa non è mia! Ovviamente… Ma del compagno di merende della Boschi, il leader maximo Matteo Renzi (leader teleguidato dalla troika), il quale evidentemente non rammenta che la Costituzione non ha ancora settant’anni e che, anche grazie a lui, mai li avrà.
Cronaca odierna, in questa commedia del ridicolo, è la rabbia di Calderoli che, durante le votazioni a Palazzo Madama, ha tuonato contro la presenza in aula del segretario generale di Palazzo Chigi, Paolo Aquilanti: “Neanche durante il fascismo si vedeva un commissario del governo aggirarsi nelle Aule parlamentari”.
Cazzo! Ops… scusatemi, questa volta mi è scappata… Rammentiamo al buon Calderoli che, il colpo di stato che si sta consumando, è possibile perché lui concepì, dieci anni or sono, una “porcata” di legge elettorale, grazie alla quale abbiamo riempito il Parlamento di nominati (“yes man” del partito) e concesso un premio di maggioranza che oggi determina lo scempio della Carta Costituzionale. In ogni caso, lacrime di coccodrillo a parte, è verissimo quanto afferma il leghista: l’ultimo tentativo di cancellare il Senato fu del fascismo, che peraltro operò in un contesto di legalità complessiva superiore a quella che vediamo oggi in Parlamento. Allora infatti la Costituzione non esisteva, ed il principio che il fulcro della democrazia fosse il Parlamento, e che il governo non potesse conseguentemente legiferare, ancora era da venire.
Ma dopo lo sfogo veniamo al merito. La fine giurista Boschi cosa sta causando? Molti brindano pensando ad un governo forte che prenderà decisioni rapide e sicure. Tuttavia, fermo restando che condivido appieno il diverso pensiero dei Costituenti (il pensiero che metteva il Parlamento al centro del sistema, in quanto solo gli eletti dovevano legiferare), se si vuole svoltare verso un nuovo assetto istituzionale bisogna ricordarsi che la democrazia non è acquisita perché siamo belli o simpatici. La democrazia si mantiene perché ci sono degli equilibri tecnici precisi che ne garantiscono la sopravvivenza: se si crea un esecutivo forte servono contrappesi che impediscano la svolta autoritaria. 
Invece come siamo messi oggi?
  1. La lista che vincerà le elezioni avrà la maggioranza assoluta nell’unica Camera sopravvissuta alla scure boschiana;
  2. Sempre nell’unica Camera almeno il 50% (anzi ben di più) dei deputati sarà un nominato, ergo sarà una persona eletta per volontà del partito e non per quella del popolo sovrano. “Yes man” dotati di vincolo implicito di mandato. L’art. 1 Cost.? E’ desueto! Esiste da settant’anni… La sovranità popolare è una noia, infastidisce i mercati. Vero Mr. Renzi?
  3. La lista vincitrice nominerà da sola il Presidente della Repubblica e, sempre da sola, eleggerà due terzi dei Giudici della Corte Costituzionale;
  4. Tornare al voto un domani dipenderà solo dal buon cuore della lista vincitrice. Controllando la Repubblica, chi comanda potrà svoltare verso la dittatura secondo il proprio arbitrio.
Complimenti Maria Elena Boschi, hai scritto un opera d’arte! L’esame di diritto costituzionale lo hai superato per grazia ricevuta, oppure sei semplicemente una molto brava a seguire ed eseguire gli ordini di quella simpatica letterina che BCE ci inviò nell’agosto 2011. Letterina in cui, nero su bianco, si ritrovano tutte le riforme messe in atto da questo governo frutto di dieci anni di assenza di rappresentatività democratica.

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fonte: http://scenarieconomici.it