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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

30/09/15

IMMIGRAZIONE " Sputi, insulti e minacce di morte ai rifugiati cristiani. L’odio religioso arriva fino in Germania "



Anche nei centri di accoglienza sul suolo tedesco le minoranze religiose subiscono i soprusi degli estremisti islamici. Le testimonianze raccolte da Die Welt


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Con una lunga inchiesta pubblicata su internet domenica 27 settembre, il quotidiano Die Welt ha raccontato come insieme alle centinaia di migliaia di profughi provenienti in questi mesi dal Medio Oriente si stia trasferendo in Germania anche uno dei principali motivi del loro gigantesco esodo: l’odio religioso. Le denunce e gli episodi di scontro e di persecuzione si sono moltiplicati nei centri di accoglienza per i richiedenti asilo, e non è una bella notizia per un paese che si prepara a ricevere un milione di profughi nei prossimi dodici mesi.
«NON POSSO DIRE CHI SONO». Die Welt raccoglie per esempio la testimonianza di Said, un iraniano arrivato in Germania a piedi attraverso la Turchia e assegnato a una struttura del Land Brandeburgo, vicino al confine con la Sassonia, che ospita prevalentemente rifugiati siriani, in maggioranza musulmani sunniti. «In Iran – dice Said – i guardiani della rivoluzione hanno arrestato mio fratello in una chiesa domestica clandestina, io sono sfuggito ai servizi segreti. Pensavo che in Germania avrei potuto finalmente vivere la mia fede, invece nel mio centro di accoglienza non posso dire apertamente che sono cristiano, altrimenti vengo minacciato».  
«MINACCIANO DI UCCIDERMI». «Durante il Ramadan – prosegue il rifugiato iraniano – mi svegliano prima dell’alba e mi dicono che posso mangiare solo prima che sorga il sole. Se mi rifiuto, mi dicono che sono un “kafir”, un infedele. Mi sputano addosso. Mi trattano come un animale. E minacciano di uccidermi». Al quotidiano tedesco Said ha detto di avere chiesto aiuto agli addetti alla sicurezza del centro, che però non hanno mosso un dito. «Anche loro sono tutti musulmani», spiega.
Iraniano come Said è Reza Rahmani, che quando non ha più potuto nascondere la propria appartenenza religiosa all’interno del centro di accoglienza in cui risiedeva, sul suolo tedesco, ha preferito andarsene perché là dentro «come cristiano non sono al sicuro».
LA SHARIA COME LEGGE. I casi di Reza e Said non sono affatto isolati, spiega a Die Welt Gottfried Martens, pastore della chiesa evangelico-luterana di Berlino che ha aperto ai profughi il dormitorio in cui sono ora ospitati anche i due iraniani intervistati. Martens racconta che nella sua comunità ci sono circa 600 afghani e iraniani, la maggior parte dei quali sono stati battezzati da lui personalmente. «Quasi tutti hanno gravi problemi nei loro centri», all’interno dei quali secondo il religioso prevale «la visione dei musulmani rigidi: “Dove siamo noi, regna la sharia, regna la nostra legge”». I cristiani, continua il pastore, non hanno accesso alle cucine, e chi non prega cinque volte al giorno rivolto verso la Mecca subisce intimidazioni. Soprattutto i convertiti dall’islam. I cristiani, dice Martens, «cominciano a domandarsi: cosa succederà quando i rifugiati musulmani integralisti lasceranno i centri? Noi in quanto cristiani dovremo nasconderci anche in futuro in questo paese?».
LE STESSE URLA DELL’ISIS. Die Welt riporta anche altre testimonianze ed episodi emblematici. Un giovane cristiano siriano ha denunciato di aver subito minacce in un centro di prima accoglienza a Gießen, secondo lui tra i profughi si nascondono anche i tagliagole del califfo Al Baghdadi: «Urlano gli stessi versi del Corano che strillano i miliziani dello Stato islamico prima di tagliare le teste alle persone», dice. A Ellwangen, nel Baden-Württemberg, durante il Ramadan è scoppiata una gigantesca rissa tra musulmani, cristiani e yazidi.
RITORNO A MOSUL. «Particolarmente drammatico», scrive il quotidiano tedesco, è il caso di una famiglia cristiana arrivata in Germania dall’Iraq e smistata in un centro di Frisinga, in Baviera. Il padre ha parlato davanti alle telecamere della Bayerischer Rundfunk di botte e minacce ricevute da parte di estremisti islamici siriani. «Urlavano contro mia moglie e hanno picchiato mio figlio. Dicevano: ti uccideremo e berremo il tuo sangue». Costretti a vivere come reclusi, hanno deciso di tornare a Mosul. Ma nella città irachena caduta nelle mani dell’Isis oltre un anno fa non c’è posto per i cristiani, così la famiglia si è rassegnata a riparare a Erbil, nel Kurdistan iracheno già da mesi in piena emergenza profughi.
L’ILLUSIONE INFRANTA. «Dobbiamo sbarazzarci dell’illusione che tutti quelli che arrivano qui siano attivisti dei diritti umani», dice sempre a Die Welt Max Klingberg della International Society for Human Rights, attivo da 15 anni nell’accoglienza dei rifugiati in Germania. «Una parte non indifferente dei nuovi arrivi vive una intensità religiosa di livello paragonabile come minimo ai Fratelli Musulmani». Klingberg parla di aggressioni gravi fino all’omicidio anche tra musulmani (sunniti contro sciiti), «ma il peggio tocca agli yazidi e ai cristiani».
IPOTESI SEPARAZIONE. Non a caso la Germania in questi giorni sta discutendo seriamente l’ipotesi di separare i rifugiati fisicamente e “geograficamente” a seconda dei gruppi di appartenenza. Per ora ci ha provato solo il governatore della Turingia Bodo Ramelow, della Linke (più a sinistra dei socialdemocratici), che però si è limitato a dividerli per paese d’origine escludendo esplicitamente una segregazione sulla base delle fedi professate, perché «anche i musulmani molto religiosi devono imparare a vivere con le altre religioni», ha detto a Die Welt il ministro per l’Immigrazione del Land.
Foto Ansa

settembre 30, 2015 Redazione
fonte: http://www.tempi.it 

29/09/15

Marò: una pallottola spuntata



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Roma, 28 set – Sappiamo tutti grazie una stampa nazionale che finalmente è uscita da dubbi e amletismi (tranne i soliti noti) che l’India ha fatto un passo falso depositando al Tribunale di Amburgo gli “annex” (allegati) allo sproloquio colpevolista proclamato dal suo rappresentante ufficiale Dr. Neerhu CHADHA; In realtà Mr. Chadha prima di proclamare le colpe si lascia andare ad alcuni insulti, “in many passages, Italy endeavours to elicit compassion” (in molti passaggi, l’Italia si adopera per suscitare compassione). E poi ci aggiunge che “le restrizioni alla libertà di Girone sono molto indulgenti per un individuo che, non può essere contestato, ha sparato e ucciso due pescatori disarmati”. Boria e superbia mal riposta, visto che fra l’altro egli stesso ha depositato ad Amburgo la copia di una autopsia da cui risulta chiaramente (stavolta davvero) che il proiettile repertato in una delle due vittime non può essere stato sparato dai fucili in dotazione al team militare italiano in servizio di scorta sulla Enrica Lexie. (E pure l’altro proiettile, chiariamolo subito prima che qualcuno si avventuri in altre certezze campate in aria, anche se ultimamente si sono fatti tutti prudenti) Comunque l’India che mi accusa, in quanto italiano, di “cercare compassione” in un Tribunale Internazionale proprio non va, lasciamo pure Mr. Chadha ai suoi guai, ci rivediamo al Tribunale dell’Aia. Nei secoli passati, per millenni, il Giudice è stato signore e padrone della Verità, che discendeva dal suo libero convincimento. Diciamo che dalla Rivoluzione Francese in poi si è affermato il pricipio che questo convincimento sia “al di la di ogni ragionevole dubbio”. Nel diritto e nelle sentenze entra quindi la “Ragione” (elevata appunto a Dea dopo la presa della Bastiglia) che comporta una vera rivoluzione anche nel Diritto perchè introduce l’oggettività, che può essere cercata con elementi tecnici che prevalgono sulle testimonianze. Entrano quindi anche nel Diritto i Lumi, la Scienza e la Tecnologia. Se prima il Giudice poteva convincersi che la Strega era andata al Sabba Infernale volando su una scopa per accoppiarsi sette volte col Diavolo e mandarla al rogo, oggi dovrebbe mostrarci la scopa volante, il Diavolo, fare la prova del DNA… dovremmo esaminare scientificamente i dati radar del volo della scopa, e così via. Infatti i processi alle streghe sono spariti. Nel nostro caso si continua, nei tribunali internazionali, a sproloquiare della “colpevolezza” dei due accusati nonostante il dato aggettivo di un proiettile che non può passare attraverso la canna dei loro fucili. Lo diciamo da tre anni ma finora era una “indiscrezione” (l’autopsia recuperata da un giornalista italiano), ora è il documento ufficiale depositato a Amburgo dalla Repubblica dell’India, e di li non lo muove più nessuno. E neanche si può rifare l’autopsia per cercare altri proiettili, l’autopsia è per definizione un “atto irripetibile”. Fin da maggio 2013 (è ancora scritto nei documenti indiani depositati ad Amburgo) gli inquirenti indiani (che evidentemente sapevano bene come stavano le cose, l’autopsia è del 16/2/2012, il giorno successivo ai fatti) chiedono di procedere secondo la legge indiana antiterrorismo SUA Act. E’ una legge di stampo medievale, che prevede l’automatica condanna a morte in caso di colpevolezza, e rovescia l’onere della prova a carico degli accusati. In sostanza esattamente come la Strega medievale che doveva “provare” all’inquisitore di non essere andata al Sabba Infernale ed essersi accoppiata col Diavolo. E come faceva? Non ci sono dubbi che se il Tribunale dell’Aia sentenziasse per la giurisdizione indiana il processo in India sarebbe fatto con la SUA Act, per non affrontare un processo “vero” basato sulla Ragione che smentirebbe clamorosamente il castello di carte tenuto in piedi finora. Ma questo è contrario ai principi giuridici della Unione Europea, e i giudici dell’Aia faranno bene a tenerne conto prima di mettere due militari di un paese membro dell’Unione che agivano nell’ambito della missione antipirateria europea denominata Atalanta in mano a un paese che visti i risultati dell’autopsia non doveva nemmeno arrestarli. E a tener conto che la questione dell’autopsia non è la sola a far crollare le accuse indiane, anche gli altri documenti depositati a Amburgo dimostrano l’inconsistenza delle accuse, basta volerlo e saperlo evidenziare. E, Mr. Chadha ci può contare, sarà fatto. Lo stiamo già facendo.

 Luigi Di Stefano - il 28 settembre 2015.
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it 

La "scandalosa" nomina dell'Onu: l'Arabia Saudita alla presidenza di un panel sui diritti umani


Il paese ai primi posti per il numero di pene capitali imposte, processi sommari e limitazione della libertà d'espressione trova un compromesso con le Nazioni unite




Faisal bin Hassan Trad e Michael Møller, direttore generale della sede di Ginevra delle Nazioni unite
Lo scorso giugno l’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Trad è diventato presidente del Gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc). Diverse organizzazioni non governative hanno definito “scandalosa” la scelta di Trad e ricordano come l’Arabia Saudita sia tra i paesi con il più alto numero di violazioni dei diritti umani accertate da organi internazionali indipendenti, tra cui l’Onu stesso. Il panel che l’ambasciatore andrà a presiedere non è di secondaria importanza, anzi, è “la punta di diamante” del Consiglio per i diritti umani del Palazzo di vetro, come spesso lo definiscono gli stessi funzionari. Cinque soli membri compongono il gruppo che nomina gli esperti che le Nazioni Unite inviano nei vari paesi del mondo dove l’organizzazione internazionale è incaricata di sorvegliare il rispetto dei diritti umani. L’elezione è avvenuta lo scorso giugno ma l’imbarazzo era tale che ha indotto l’Onu a evitare di pubblicizzare troppo la nomina. UN Watch, una ong indipendente, ha però individuato un report dello scorso 17 settembre in cui si attesta la nomina alla presidenza dell’ambasciatore saudita, già inviato del regno all’Unhrc, e si dispone che il gruppo proceda alle prime nomine di esperti nel corso della trentesima sessione del Consiglio.
ARTICOLI CORRELATI Il capo dei diritti umani dell’Onu va in Arabia Saudita a lezione di libertà La strage alla Mecca mostra che l’Arabia Saudita è ancora uguale a se stessa L'Onu e i suoi fallimentari 70 anni (Auguri) Secondo Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, l’elezione di Trad alla presidenza altro non è che il frutto di un compromesso politico. L’Arabia Saudita aveva proprosto la propria candidatura alla presidenza del Consiglio dei diritti umani, una posizione considerata troppo in vista per un paese che, secondo le ultime statistiche rilasciate da Amnesty International e dall’agenzia di stampa AFP, solo nell’ultimo anno ha compiuto un’esecuzione capitale ogni due giorni. I rappresentanti del Consiglio basato a Ginevra hanno raggiunto allora un accordo, ipotizza Neuer, affinché Riad ottenesse almeno la presidenza del comitato consultivo in cambio del ritito della propria candidatura a quella del Consiglio. L’ong chiede ora una reazione dei vertici della diplomazia mondiale e ricorda il silenzio-assenso con cui sia gli Stati Uniti sia l’Unione europea avevano accolto l’ingresso dell’Arabia Saudita nel Consiglio: “Avere Riad come membro dell’Unhrc è già un male di per sé”, ha detto Neuer, “ma lasciargli presiedere un organo chiave delle Nazioni unite è come versare del sale sulle ferite dei dissidenti rinchiusi nelle prigioni saudite, come nel caso di Raif Badawi”. Raif è un blogger saudita incarcerato per aver protestato in favore della libertà di espressione. Dopo essere stato torturato, Badawi ha ammesso di aver partecipato alle manifestazioni. Secondo la legge islamica della sharia è stato condannato a mille frustrate.


Quello di Badawi è solo uno dei tanti casi di violazione dei diritti umani perpetrati dall’Arabia Saudita, un regno chiave per l’occidente sia per la lotta all’integralismo e allo Stato islamico, sia per i suoi giacimenti petroliferi. E’ di lunedì la notizia della condanna a morte tramite decapitazione e successiva crocifissione del ventunenne Ali Mohammed al Nimr, un blogger sciita. Il giovane, arrestato nel 2012 quando aveva appena 17 anni, è stato giudicato colpevole di aver partecipato a una manifestazione antigovernativa e di detenere armi da fuoco. Accuse estorte al termine di un processo che non garantiva i diritti minimi dell’imputato che è stato anche sottoposto a tortura, secondo quanto appurato dalle ong che si sono interessate al caso. Ali è figlio di un attivista politico e nipote di Sheikh Nimr Baqir al Nimra, un membro del clero sciita, anche lui condannato a morte nel 2014 per aver assunto la guida del movimento di protesta dell’est del paese, dove la maggioranza sciita si oppone alla politica discriminatoria della casa regnante sunnita. AFP e Amnesty dicono che le condanne alla pena capitale nel paese aumentano ininterrottamente dall’agosto dello scorso anno e hanno raggiunto livelli senza precedenti nel 2015 con la nomina del nuovo re Salman. Le decapitazioni in programma sono diventate talmente numerose da rendere insufficienti i boia in servizio. Così, lo scorso maggio, il servizio civile saudita ha pubblicato un bando sul proprio sito per reclutarne altri otto chiedendo la disponibilità a ricoprire la carica di “funzionari religiosi”. 

di Luca Gambardella - 22 Settembre 2015
fonte: http://www.ilfoglio.it

28/09/15

ROMA _ "Ecco il record del mondo dei vu’ cumprà "


L'ANNO SANTO SI AVVICINA


Abbiamo ricontato gli abusivi un anno fa: erano 503 oggi sono 1054 Turisti presi d’assalto. Solo in Vaticano sono oltre duecento

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Roma caput abusive venditorum. A poco più di due mesi dall’inizio del Giubileo la presenza degli abusivi aumenta vertiginosamente. Il Tempo ne ha contati più di mille tra venditori di merce contraffatta e urtisti. A meno di un anno dall’ultima inchiesta la cifra è raddoppiata. I numeri che si sciorinano percorrendo le zone particolarmente turistiche sono choccanti: orde di venditori irregolari deturpano strade e marciapiedi con bancarelle improvvisate, pronte ad essere smontate in tempi record.
Il viaggio nel mondo dei vu’cumprà parte da piazza Venezia. Sono da poco passate le 9 del mattino, grappoli di turisti incominciano a radunarsi nei punti da dove s’intraprenderanno le diverse visite. Palazzo Venezia, Altare della Patria e via dei Fori Imperiali sono i luoghi solitamente utilizzati dalle guide e sono i punti ad alta densità di abusivi. Stendono lenzuola bianche sulle quali espongono borse contraffatte: Vuitton, Chanel e Prada vanno per la maggiore. Ne abbiamo contati ben 1054. A dirigere il commercio ci sono perlopiù nord africani. Parlano bene le lingue: francese o inglese, a seconda del pullman che attracca. Sono loro i primi a dare il benvenuto nella città eterna. Il turista, appena sceso dal bus, si trova accerchiato da ragazzi che con sorrisi e pacche sulle spalle invitano all’acquisto della merce. Cento, poi 80, «per te amico oggi 50 Euro». I prezzi si dimezzano con l’avanzare della contrattazione. Se l’affare non si conclude allora come un disco rotto parte il «my friend, help me please». Chiedono un euro per mangiare, con lo smartphone d’ultima generazione sempre in mano. Un messaggio avvisa che i controlli sono dietro l’angolo e allora gli abusivi infagottano tutta la merce esposta e si dileguano come fulmini. Tutto questo sotto gli occhi di stranieri spaesati e sorpresi dalla scena.
Quello che accade appena messo piede su suolo romano è solo l’inizio di una lunga ed estenuante passeggiata tra i mercanti della città. Aggirato il primo ostacolo ecco che se ne ripresentano altri cento. Il bastoncino con il «take selfie» di sottofondo è lì pronto per essere appioppato al passante di turno. Dieci euro per immortalarsi con il Colosseo alle spalle. I venditori di gadget per cellulari sono innumerevoli. Si confondono tra i turisti, viaggiano con zaini pieni zeppi di cover, carica batteria e altre cianfrusaglie. Il business della patacca elettronica è affidato agli asiatici. C’è chi ha il banchetto, come quelli presenti su via del Corso, piazza di Spagna e del Popolo. Altri invece sono itineranti. Qui ne abbiamo contati 176. Inseguono il turista fino a quando non riescono a convincerlo all’acquisto. Gli abusivi fanno da brutta cornice ai più bei luoghi dell’Urbe: Pantheon, Fontana di Trevi, Trinità de’ Monti. Invadono persino via Condotti: totale 386. La situazione certo non migliora nei pressi del Colosseo e dei Fori. La scena è la stessa, cambia la merce. Le borse cedono il passo a spade e corazze di plastica da centurioni. Le bancarelle sono piazzate su via dei Fori Imperiali, via del Teatro Marcello e via di San Gregorio. Qui ci sono anche gli urtisti italiani. Vendono souvenir di Roma: portachiavi a forma di arena, il Colosseo in miniatura, magneti e immagini di Roma in bianco e nero. Le tariffe vanno dai 5 ai 15 euro. Ma qui il vero guadagno lo fanno i venditori di bibite. Con l’ordinanza che vieta la sosta dei camion bar, la rivendita di bibite è il lavoro più redditizio. I pakistani girano con sacche termiche: due euro per mezzo litro d’acqua, non sempre fredda. Un furto al quale si sottopongono turisti assetati a spasso per i fori. Il bilancio di zona supera i 300. L’andazzo non migliora andando verso San Pietro. Da Castel Sant’Angelo a via della Conciliazione fino ai Musei Vaticani è uno slalom. C’è chi li chiama ricordari, chi madonnari, ma il loro nome è urtisti, da quel piccolo urto che i loro padri, e prima ancora i loro nonni, con la cassetta piena di santi, papi, madonne e rosari, portata al collo con una cinghia di tela, davano ai pellegrini di piazza San Pietro per attrarre l’attenzione. Una toccatina per attaccare discorso, per vendere un ricordo e ricominciare la danza: con qualche lira in tasca in più e una statuetta del Papa di turno in meno. Negli anni sono entrati in affari anche gli asiatici e i nord africani. Oggi sono centinaia coloro i quali che, più che toccare con discrezione la spalla del potenziale cliente, diventano veri e propri «stalker» del rosario. Nonostante l’Angelus di Papa Francesco non sia stato recitato, sotto il colonnato di San Pietro è pieno di venditori. Ne abiamo contati 212. C’è da scommettere che con l’avvicinarsi dell’8 dicembre, aumenterà vertiginosamente anche la presenza di urtisti e abusivi. La loro crescita sarà proporzionale rispetto all’arrivo dei pellegrini.

Francesca Pizzolante - 28/09/2015
fonte: http://www.iltempo.it

27/09/15

L”Europa inetta semina caos e tensioni nei Balcani



L'ondata migratoria
Se l’Europa non è già morta a Prishtina come sostiene il colonnello francese Jacques Hogard nel suo libro dedicato all’intervento occidentale nell’ex provincia serba durante la primavera-estate del 1999, probabilmente quanto successo negli ultimi giorni nell’Europa sud-orientale le ha dato il colpo di grazia.
La gestione degli enormi flussi di richiedenti asilo e migranti economici, infatti, ha rappresentato una sfida che Bruxelles non è sembrata in grado di affrontare con successo, sia per l’oggettiva difficoltà nel mettere d’accordo interessi divergenti, sia per l’apparente scelta di non dare il giusto peso ad un fenomeno che rischia di creare delle cicatrici profonde nei rapporti fra Nazioni.



La fuga in massa dalla Siria e dalle altre zone coinvolte nel conflitto contro lo Stato Islamico è, ormai senza ombra di dubbio, frutto anche delle scelte errate di alcuni attori internazionali che, forse abbagliati dalla presunta fragilità del regime di Assad e convinti che l’area fosse pronta a “ricevere” la democrazia, hanno sottovalutato i rischi delle proprie azioni.
A pagare il prezzo maggiore di tale miopia, però, non sono quelli che hanno sostenuto i presunti ribelli moderati – poi passati in gran numero nelle file del Califfato – e che hanno anteposto i propri interessi alla stabilità del Mediterraneo, ma gli Stati che non hanno avuto né hanno tuttora voce in capitolo.
Tenendo fuori per un attimo l’Italia, la cui assenza alle riunioni che contano è ormai una triste consuetudine che pare immodificabile, le Nazioni che sono state maggiormente travolte dall’ondata umana sono quelle dell’area balcanico-danubiana.



Si tratta, senza voler generalizzare, di Paesi che attualmente non godono di una situazione economica particolarmente brillante e che, soprattutto, hanno svariati “traumi” pregressi che rischiano di trasformare ogni incomprensione diplomatica in un incidente ben più serio.
Tale aspetto è stato spesso ignorato in passato, poiché a farla da padrona è stata la convinzione che l’allargamento ad Est dei confini dell’Unione, visto come un’azione salvifica e non dettata da chiari interessi geopolitici, avrebbe automaticamente appianato ogni divergenza, senza bisogno di agire sulle cause profonde del malessere e degli astî mai sopiti.
Quella che si può considerare la “fase 1” del problema, visto il gran numero di disperati attualmente accampati in Turchia che ancora desiderano raggiungere l’Europa, ha dimostrato, ancora una volta, l’assoluta lentezza di Bruxelles nel reagire a quanto succede nella “periferia povera” dell’Unione, ma soprattutto la tendenza degli attori danubiano-balcanici a cercare di “far da sé”.



A conferma di ciò basti considerare che l’Ungheria di Viktor Orban (nella foto a lato), non appena accortasi della minaccia, senza consultare nessuno ha provveduto immediatamente a costruire un muro lungo la frontiera con la Serbia e, attualmente, sta realizzando una struttura analoga sul confine con la Croazia, mentre su quello con la Slovenia l’opera è stata rimossa poco dopo l’inizio dei lavori.
La UE ha espresso la propria perplessità per questa azione, ma non fatto nulla di concreto per impedire a Budapest di procedere né proposto alcuna soluzione alternativa che potesse andar incontro agli interessi dei Magiari e farli desistere da tale iniziativa.
Il livello delle relazioni bilaterali fra Stati dell’area è ben riassunto dalla dichiarazione del 18 settembre scorso del Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó, secondo cui il suo Esecutivo non intende dialogare con quello di Zagabria sul tema dei “migranti” poiché “le relazioni fra i due paesi sono pessime”. Come prevedibile, comunque, la chiusura del confine serbo-ungherese da parte di Budapest ha creato le basi per un altro scontro, questa volta ancora più aspro e imbarazzante in quanto vede coinvolto un Membro della UE.



La Croazia, infatti, divenuta destinazione privilegiata dei profughi (circa 59mila) che non potevano più dirigersi in Ungheria attraversando la Serbia, ha deciso, senza particolari problemi, di chiudere i confini con quest’ultima. Come se non bastasse, in contemporanea la Slovenia ha anche iniziato a rimandare verso Zagabria i “migranti” che non possiedono i documenti adeguati per entrare nel proprio territorio Nazionale.
La risposta di Belgrado alle azioni del Governo croato di Zoran Milanović (foto a sinistra), comunque, non si è fatta attendere, tanto che il primo ministro Aleksandar Vučić (foto sotto), dopo aver protestato con il proprio omologo, ha annunciato nei giorni scorsi che sarebbe stato bloccato l’import di merce proveniente dalla Croazia.
Richiamandosi a logiche appartenenti all’inizio degli anni ’90 piuttosto che al 2015, Milanović, per tutta risposta, ha decretato la chiusura del principale valico di confine fra Serbia e Croazia a tutti i veicoli con targa serba, scatenando l’ira dei vicini.



Questa decisione, sospesa solo nella serata di venerdì (forse anche perché l’UE ha espresso il proprio disappunto), ha comunque creato parecchio malumore in Patria, tanto che, come riporta il portale 24sata.hr., addirittura i Branitelji, i reduci della guerra contro la Jugoslavia del ’92-’95 attualmente accampati per protesta nella Savska Cesta di Zagabria, si sono schierati apertamente contro l’Esecutivo, mentre l’ex Presidente Mesić ha richiamato tutti all’ordine, condannando la retorica bellicista di alcuni politici.
Gli eventi, comunque, hanno rischiato di precipitare ulteriormente a causa di un’ingenua dichiarazione di Milanović. Durante una conferenza stampa sul tema dell’immigrazione e delle misure intraprese dal Governo per fronteggiare la crisi, infatti, il Primo Ministro croato ha affermato: “l’Ungheria costruisce un muro contro i barbari, contro i serbi, no?”.
La “gaffe” ha chiaramente scatenato l’ira della vicina Repubblica, ma per fortuna non ha dato luogo a sterili proteste o manifestazioni, come quelle che solitamente organizza Vojislav Šešelj. Milanović, comunque, ha cercato, a suo modo, di spiegare le proprie ragioni durante un’intervista esclusiva alla RTS, la RAI serba, riuscendoci solo in parte.



Dopo aver accusato i giornalisti di voler manipolare le sue parole (dimenticando che online è disponibile un video con la sua infelice uscita), egli ha invitato la Serbia a “non comportarsi come un Paese del III mondo”, ha negato che Bruxelles abbia fatto pressioni per risolvere la questione della chiusura del confine e avvertito che “la Croazia può fermare l’ingresso della Serbia nella UE”, pur non supportando personalmente questa eventualità.
Apparentemente risolta la crisi serbo-croata, che comunque rischia di riaprirsi in ogni momento, considerato che l’Esecutivo di Zagabria si riserva il diritto di chiudere nuovamente i confini, resta ancora difficile il rapporto fra quest’ultimo e il Governo magiaro.
Come riporta Tanjug, infatti, proprio ieri il già citato Péter Szijjártó ha attaccato nuovamente Milanović, sostenendo che “attacchi perfidi contro i paesi vicini, ricatti, violazione deliberata dei regolamenti UE sull’asilo e il trasporto di migliaia di migranti verso l’Ungheria sono azioni che a qualcuno sembrano inadatte alle norme [di comportamento] di un politico europeo civilizzato del XXI secolo.”
Rimasta in disparte fino ad ora, sul tema è intervenuta anche la Chiesa Ortodossa di Bulgaria che in lungo comunicato sottoscritto dal suo Patriarca, ha invitato con forza il proprio Governo a trovare una soluzione alla crisi in Medioriente, ritenendo che solo un intervento in quell’area possa fermare “l’invasione”.



Come si può constatare, quindi, l’assenza di una politica europea sul tema dell’immigrazione ha finito per far tornare nel passato i rapporti fra gli stati maggiormente esposti al problema.
Tale sconfitta risulta ancora più grave nel momento in cui a litigare e a insultarsi sono stati membri della UE, che invece dovrebbero fare del dialogo e della cooperazione la base per la soluzione dei problemi. Bruxelles, purtroppo, ha dimostrato poco interesse per i problemi dell’area, cominciando ad intervenire blandamente solo recentemente, dopo cioè che Bulgaria e Ungheria avevano già costruito le barriere lungo i propri confini e la maggior parte degli Esecutivi aveva ordinato alle proprie Forze Armate di pattugliare i confini (Sofia, ad esempio, ha recintato 32 km di confine con la Turchia e attualmente utilizza anche elicotteri e droni).



La mancanza di input provenienti dal centro, infatti, ha favorito la tendenza degli Stati a cercare di risolvere da sé i problemi, anziché in maniera collegiale, contribuendo a rendere ancora più permeabile il confine meridionale dell’Europa, un aspetto che danneggia tutti gli stati membri, non solo quelli dell’area.
A volte, infatti, pare che anziché cercare di gettare le basi per una vera politica comune che affronti con decisione le cause reali dell’ondata migratoria, gli alti funzionari della UE preferiscano esprimere i propri pensieri con tweet che richiamano alla cooperazione e alla tolleranza.
Non si tratta, però, né dello strumento migliore per comunicare con un’opinione pubblica sempre più sfiduciata e attratta dalle soluzioni politiche più estreme, né del linguaggio giusto per mandare un messaggio ai nemici dell’Europa che stanno devastando il Medioriente.

Foto: AP. EPA, Reuters, Medium.com, Novosti. Tanjug (vignetta di Alberto Scafella)

di Luca Susic - 27 settembre 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it