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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

08/06/15

Come la falsità e la disinformazione gestisce il G7. L’ombra dei due marò pesa come un macigno.


G7


Esattamente 40 anni fa, nel giugno del 1975, i politici italiani (quelli di una volta) ebbero un’idea seria e brillante. Talmente buona e innovativa da  riuscire a imporla al resto del mondo. Tutto nacque da una cena privata sulla terrazza romana, a Piazza Costaguti, nell’appartamento di un importante esponente socialista, Giolitti, e i quattro commensali che lanciarono l’idea erano Aldo Moro, Ugo La Malfa, Enrico Berlinguer e Francesco Cossiga. Allora ci si trovava al centro della guerra fredda tra Usa e Urss, in un momento molto delicato. A Mosca e a Washington erano insediati due bei grossi falchi, Richard Nixon e Leonid Breznev, due mastini che amavano trascorrere i loro week end circondati dai loro generali e così volevano essere fotografati, tanto per spiegare al mondo come si stavano mettendo le cose. Dal loro punto di vista.
I nostri politici si fecero interpreti delle preoccupazioni collettive europee (e giapponesi) perché c’era in atto una grossa crisi economica, innescata dal caro petrolio che aveva triplicato il suo prezzo e valore di mercato. Tre importanti nazioni, totalmente prive di oro nero -Germania, Giappone e Italia- erano quelle che stavano pagando il conto più salato. E al loro interno, al culmine della guerra fredda, avevano tutte e tre una fortissima sinistra antagonista, turbolenze sindacali, con il rischio di deflagrazioni sociali incontrollabili.
Allora, le comunicazioni erano lente e faticose. Le visite ufficiali tra capi di Stato erano eventi pomposi, molto formali, che avevano più una funzione di propaganda che sostanziale, e finivano sempre nello stesso modo, con piatte dichiarazioni congiunte di grande amicizia collaborativa e niente di più. L’Italia, sia come nazione che come Paese, era al centro dell’attenzione planetaria perché la nostra repubblica (a mio avviso giustamente e correttamente) era stata identificata come il laboratorio sociale e politico più evoluto e avanzato di tutto l’occidente. In quel momento, forse, addirittura di tutto il mondo. C’era un enorme stimolante brulichio e un perenne confronto tra soggetti diversi e antagonisti; ai pacifisti e a tutti coloro che combattevano contro i guerrafondai era piaciuta molto l’idea di Enrico Berlinguer, nata come reazione ai criminali colpi di stato della Cia in Sudamerica: è arrivato il momento di incontrarsi tra forze politiche democratiche che appartengono a storie e nature diverse, i movimenti socialisti e le forze democristiane devono trovare la cifra giusta e realistica per siglare un compromesso storico nel nome del bene comune dell’intera collettività. Così come era stata accolta con favore la fortissima intesa che Aldo Moro stava iniziando a costruire con i comunisti. Bisognava, dunque, parlarsi, incontrarsi, conoscersi meglio. In Europa già lo si faceva. Decisero, quindi, (i quattro) di lanciare ufficialmente, e soprattutto “formalmente” il G7, con il dichiarato obiettivo di allargarlo sempre di più per arrivare a fondare la grande utopia e mettere intorno a un tavolo americani, sovietici, asiatici ed europei: la strada migliore per evitare ogni rischio di conflitto armato.
Quando ci si conosce, si discute, ci si confronta, ci si abitua l’un l’altro, l’aggressività, inevitabilmente, scema, diluisce. La rigidità nazionalistica che alimenta sempre le menti degli ottusi generali di ogni paese nasce dalla paura e dalla misconoscenza di etnie, nazioni, gruppi diversi. Quanto più ci si conosce e quanto più ci si incontra, tanto più diminuiscono le possibilità di una guerra.
E così, nel 1976, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia coinvolgono anche gli Usa, Giappone e Canada e lanciano il primo G7 della Storia moderna.
Da allora, sono trascorsi 40 anni.
Ci spiega wikipedia:  Il Gruppo dei Sette (di solito abbreviato in G7) è il vertice dei ministri dell’economia delle sette nazioni sviluppate con la ricchezza netta più grande al mondo. Esso è nato nel 1976, quando il Canada aderì al Gruppo dei Sei (Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti). Anche il rappresentante dell’UE ed il Presidente del FMI sono sempre presenti agli incontri. Dal 1997 è stato affiancato dal G8, il vertice dei capi di Stato dei già menzionati allargato alla Russia…..
Ancora oggi, statutariamente, è così: si tratta di un vertice dei ministri dell’economia delle sette nazioni sviluppate con la ricchezza netta più grande al mondo. Anche un bambino o una persona distratta che non segue i teatri della geo-politica, si rende conto, quindi, che nella riunione che si apre formalmente domani a Emau, in Germania, c’è qualcosa che non funziona. Le nazioni che vi partecipano, infatti, non sono quelle che dovrebbero parteciparvi.
Angela Merkel farà gli onori di casa nel più surreale spettacolo mai offerto dalla politica.
Le nazioni che vi partecipano, infatti, sono le stesse del primo G7 nel 1976.
Una follia. O un falso. O volontà di disinformazione. Scegliete voi la definizione.
Adottando i criteri dello statuto del G7, sottoscritto da tutti i contraenti nel giugno del 1975, se avessero dovuto rispettare sia i parametri che la legalità, la riunione sarebbe stata, nell’ordine, tra Usa, Cina, Giappone, Germania, Russia, Gran Bretagna, India. Queste sette nazioni summenzionate, infatti, aderiscono alla definizione del 2015 corrispondente a “…economie con la ricchezza netta più sviluppata al mondo”.
Tra sei mesi ci sarà il G8 che include anche la Francia.
Tra nove mesi il G10 che include anche il Brasile e la Corea del Sud.
Il vero elenco del G10, infatti è: Usa, Cina, Giappone, Germania, Russia, Gran Bretagna, India, Francia, Brasile, Corea del sud.
Tutte queste nazioni, messe insieme, sono in grado di poter emettere un comunicato comune che corrisponde per davvero alla leadership planetaria.
Questa riunione del G7 nel castello di Schloss Emau mi sembra un incontro tra mitomani che hanno completamente perso il senso della realtà, della misura, e hanno l’arroganza prepotente e sfacciata di comunicarla anche al resto del mondo.
Perché lo fanno? Per depistare. Per farci vivere l’emozione di una realtà fittizia, per dimostrare che sono in grado di poter intervenire nel cuore dell’Europa alterando i codici della relazionalità logica, facendo ciò che vogliono, nel disprezzo del buon senso? L’Europa non può permettersi -intendo dire l’Europa a trazione teutonica- che l’Italia non sia più nel G7, nel G8, nel G10. Se lo facessero, diventerebbe “pubblicamente ufficiale” la notizia relativa allo stato reale dell’economia italiana: il nostro Paese, dal 2009 al 2015 ha perso, in termini di produzione di ricchezza, circa 250 miliardi di dollari, retrocedendo tra le nazioni considerate tecnicamente “Paese che si sta de-industrializzando”.
Questa potrebbe essere la umana, banale, semplice ragione per cui l’India non ci restituisce i due marò. Gli indiani sono inviperiti e io li capisco, hanno ragione. Dal punto di vista della sovranità nazionale indiana, non si capisce perché alle riunioni dei grandi ci vada una economia come quella italiana (definita dall’India “un’economia miope, decisamente regressiva, con una classe politica dirigente che non situa quel paese tra le nazioni che possono determinare il trend planetario oggi”) e non ci vada l’India che produce il 24% in più dell’Italia. Si sentiranno vittime di un affronto. E anche i brasiliani e i sudcoreani saranno inviperiti.
In geo-politica, la forma equivale alla sostanza.
Il G7 che si apre domani a Emau è un evento surrealista. Qualunque cosa decidano, basta che la Cina, o la Russia, o l’India, o la Corea del Sud, o il Brasile rispondano “non rispetteremo nessuna delle vostre decisioni” che i 7 non possono replicare. Con l’aggravante che, se per caso, la Cina, la Russia, l’India, la Corea del Sud e il Brasile, decidono di far fronte comune ed emettono un comunicato congiunto, allora da una frittata piccolo-borghese si passa all’anteprima di una tragedia socio-politica internazionale.
Se il fine del G7 è aiutare la pace, è già fallito.
Non ci può essere nessuna pace se si dice il falso.

di Sergio Di Cori Modigliani - 6 giugno 2015
fonte: http://www.libero-pensiero.net

L’Ue verso il crollo, l’Europa verso la guerra





Dalle più recenti consultazioni elettorali nella parte Ue dell’Europa si possono trarre alcune indispensabili valutazioni.
In Italia, dal voto amministrativo del 31 maggio a tutto il ballottaggio di singoli enti locali, nessuna buona nuova. D’altra parte si trattava di elezioni soggette a scelte localistiche (in Veneto pro o contro Zaia, in Campania pro o contro De Luca, in Liguria pro Toti avvantaggiato sulla contendente dalla scissione della sinistra, in Puglia pro Emiliano avvantaggiato sul contendente dalla scissione della destra, nelle altre tre regioni conferma dei precedenti di centrosinistra). Un alto astensionismo, una riduzione dei voti per il Pd, un crollo di Forza Italia (euro-dipendenti), un risultato mediocre per i centristi, e una vittoria della Lega, prevista e confortata dai risultati di Fratelli d’Italia, quando alleati, nonché un consolidamento locale dei 5 Stelle: tutti comunque segnali di euroscetticismo.
Di tutt’altro spessore e significato politico quanto accaduto in Gran Bretagna, con la rotta laburista, il consolidamento conservatore (in gran parte eurocritico) e, soprattutto, con il successo dell’indipendentismo scozzese (Scottish Party) anch’esso eurocritico. Un risultato che preoccupa Washington e le banche atlantiche, visto l’annunciato referendum sull’Ue deciso da Londra per il 2017.
Se in Gran Bretagna è stato crollo degli euro/Ue-dipendenti , a questa novità sono andati ad aggiungersi i risultati euroscettici di “Podemos” (sinistra) e di “Ciudanos” (destra)  in Spagna e del partito nazionalista polacco eurocritico che con Andrey Duda, leader del partito di “Legge e Giustizia” ha tolto la poltrona presidenziale a Bronislaw Komarovsky del  partito euro-dipendente “Piattaforma Civica”, centrista.
Con l’Ungheria saldamente nelle mani dell’euroscettico  Fidesz di Viktor Orban (senza dimenticare la forte presenza del partito ultranazionalista Jobbick), con una Polonia che nelle prossime elezioni parlamentari di settembre dovrebbe confermare il successo dei nazionalisti di Duda, con l’Ucraina non ancora definitivamente esplosa grazie alle manovre destabilizzatrici volute dagli Usa e applicate dall’eurocrazia, ma che lo potrebbe essere a breve se verrà aperto un fronte occidentale anche contro la Transnistria (pro-russa, stato cuscinetto tra Moldavia e Kiev), con una Grecia sull’orlo dell’uscita dall’euro, è evidente come anche il fronte dell’est europeo “eurocratico” mostri un tracollo irreversibile.
E non è certo tutto. Perché nello stesso 2017, oltre al referendum di Londra per abbandonare l’Ue, si avranno anche le elezioni presidenziali in Francia con Marine Le Pen (Front National, più che euroscettico…) favorita sia su Hollande che su Sarkozy.
E’ anche vero che né il partito greco Syriza di Tsipras, né lo spagnolo Podemos – ambedue euroscettici di sinistra, anche se nel governo di Atene appaia anche una componente nazionalista – si dichiarano favorevoli ad un’uscita dei rispettivi Stati dall’Unione europea, tuttavia la loro connotazione anti-rigore e anti-troika (Ue,Bce,Fmi) è di sicura opposizione alle politiche della miseria imposte dalla finanza internazionale (riforma delle pensioni, “alla Fornero”, riforma del mercato del lavoro, alla “Jobs Act”)per lucrare usura sui debiti pubblici dei vari Paesi con la supervisione della Banca centrale europea e delle Banche centrali (private) dei singoli Stati.
Di qui al passo consequenziale – l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria con il diritto di emettere in proprio il denaro – il tragitto è breve.  Anche per euroscettici più “malleabili” come Syriza o Podemos.
D’altra parte la stessa campagna intimidatoria e terroristica mediatica su un “euro che sì è una moneta falsa… ma fuori dall’euro e dall’Ue gli Stati nazionali sarebbero travolti” sembra virtualmente esaurita e non più spacciabile.
Ma è anche vero, di contro, che gli atlantici non possono permettere un tracollo della loro costruzione coloniale eurocratica, fin qui ben servita ai propri disegni di dominio. Ed ecco che tutto quanto sta accadendo in Europa, e soprattutto nell’est, diventa una sfida più che pericolosa per l’egemonia di Washington e di Wall Street. Una ricon-cessione agli Stati nazionali della loro sovranità monetaria mette in gioco verosimilmente tale dominio unipolare.
Di solito, nel passato, gli Usa – meglio: chi guida la politica statunitense – di fronte a dichiarazioni di indipendenza economica di nazioni ritenute da loro “soggette”, hanno scatenato guerre.
In Ucraina e Transnistria gli atlantici stanno utilizzando la stessa metodologia, che, se portata ancora avanti, può rivelarsi distruttrice degli equilibri mondiali e delle stesse nazioni europee contigue a quel fronte. Italia inclusa.
Non è uno scenario “leggero”: tutt’altro.

Ugo Gaudenzi | 08/06/2015
fonte: http://www.rinascita.net/

04/06/15

Montante, Lo Bello, Catanzaro: antimafia, Confindustria e rifiuti


La “Voce di New York”, Il  24 maggio 2015, all’indomani delle commemorazioni dell’anniversario della Strage di Capaci, ha pubblicato un’intervista di Stefano Vaccara dal titolo: “Stragi di mafia, parla il procuratore Teresi: "La verità va cercata negli archivi di Stato" dove il magistrato si sofferma sulla trattativa Stato-mafia, e su pezzi deviati dello Stato: in realtà la verità si può  trovare nei grandi lavori pubblici storicamente in mano alla mafia e oggi rovistando tra i rifiuti e tra la gestione dei servizi pubblici locali in Sicilia. Munnizza ed acqua sono stati, da sempre, gli affari mafiosi per eccellenza.
Leonardo Sciascia sosteneva che “se lo Stato vuole sconfiggere la mafia si deve suicidare”’: un madornale paradosso o le cose stanno proprio così? Ma già lo scrittore nel 1987 aveva definito le caratteristiche de “i professionisti dell’antimafia”: ieri come oggi, chi esce fuori dal coro delle chiese ufficiali che hanno strumentalizzato la lotta antimafia, magari  per fare soldi in maniera più o meno illecita, sotterrando rifiuti o inquinando qualsiasi porzione di terra od angolo di mare che gli capita a tiro, è stato strumentalmente additato e magari processato  come mafioso!


Intanto il livello continua a salire. La merda vera, quella che viene riversata nei nostri mari lungo tutte le coste siciliane, perché mancano i depuratori. Chi li avrebbe dovuto far costruire e far funzionare, continua ad inscenare  finte battaglie ambientaliste o antimafia, spendendo soltanto 25 milioni di euro, a fronte di un miliardo e 300 milioni di fondi europei destinati alla Sicilia per la depurazione, già a partire dal 2007. Tant’è che il Governo Nazionale, per non continuare ad incorrere nelle procedure di infrazione, con relative multe per centinaia di milioni di euro, comminate alla Sicilia dalla Corte di Giustizia Europea, ha nominato commissario straordinario,  per la gestione di questi fondi, il magistrato Vania Contrafatto, attuale assessore regionale con delega alla gestione dei servizi idrici e fognari. Adesso dovrà fare i conti anche con le cicliche e strumentali emergenze rifiuti: la scelta pervicace di non avviare la raccolta differenziata continua a favorire 4 mega discariche private, tre delle quali recentemente sono state sequestrate ed i proprietari arrestati. I costi di gestione dell’intero ciclo dei rifiuti come è noto, in Sicilia  sono il triplo rispetto alla media nazionale, così come le tariffe dei cittadini e dei comuni, a seguito di stretti rapporti tra i vari Governi Regionali che si sono succeduti, da Cuffaro, a Lombardo a Crocetta con un monopolista del settore, l’attuale vicepresidente di Confindustria Sicilia, Giuseppe Catanzaro, che assieme ad suo presidente Antonello Montante, già bandiera dell’Antimafia, adesso  inquisito da due procure siciliane per mafia, hanno girato scuole e televisioni per organizzare parate e manifestazioni contro la mafia, il cui senso vero e le finalità ultime non sono sfuggiti all’ex assessore regionale del primo Governo Crocetta, con delega ai rifiuti, il magistrato Nicolò Marino, nel 2013, prima di essere estromesso dal Governo Regionale, a causa proprio del suo interessamento per le illegalità legate alla discarica di Siculiana. Costui ha cominciato a indagare sul rilascio delle autorizzazioni e sulle “manovre messe in atto per evitare la realizzazione delle piattaforme pubbliche per favorire le discariche private”, specie quella di Siculiana (Ag) gestita proprio dal vice presidente di Confindustria Sicilia.
Tutto nasce dal racconto di una telefonata per fissare un incontro, ricevuta da Marino dal Senatore Beppe Lumia. Dice Marino: “Mentre sono ancora assessore mi chiama il senatore del Pd Beppe Lumia, e mi dice: ‘Quando vieni a Palermo?’. ‘Domani’. Lumia mi disse: assolutamente no, ci dobbiamo vedere stasera’. ‘Beppe, sono a Catania, non posso. ‘Allora veniamo noi: io, Antonello Montante e Ivan Lo Bello’. L’incontro avviene all’hotel Excelsior di Catania. Montante esordisce così: ‘Se vuoi fare la guerra a colpi di dossier io sono pronto, la devi smettere di mandare in giro Ferdinando Buceti (capo di Gabinetto ed ex vice Questore della Polizia di Stato, nonché appartenente alla Dia di Caltanissetta) ad acquisire informazioni sul mio conto’. Gli rispondo: ‘Sei veramente fuori di testa. Non ho bisogno di mandare persone in giro per saperne di più su di te, sono sufficientemente informato. Non ti permettere di fare insinuazioni di questo tipo’. Praticamente Montante, siccome avevo scritto una nota nei confronti di Catanzaro, sull’emergenza rifiuti, prende posizione contro di me per difendere l’amico. Lumia cerca di mediare, Lo Bello sta zitto. Alla fine si calmano le acque. Visto la gravità dell’accaduto - racconta ancora Marino - l’indomani mattina decido di vedermi a Tusa con il Presidente Crocetta e gli dico: ‘Rosario, non puoi consentire una cosa del genere, ma Crocetta cambiò subito discorso”. Non solo cambiò discorso, ma anche assessore: fuori Marino e dentro un altro magistrato, Vania Contrafatto. Tali scellerate gestioni illegali sono state denunciate presso le Procure Siciliane, l'Antitrust, l'Autorità Nazionale Anticorruzione, la Procura della Repubblica di Palermo e per ultimo anche, giorno 20 maggio 2015, anche alla Commissione Parlamentare Bicamerale, presieduta dall'on. Alessandro Bratti, che sta indagando sugli illeciti connessi alla gestione del ciclo dei rifiuti in Sicilia. Le gestioni illegali di rifiuti ed acqua hanno prodotto buchi di miliardi di euro nelle casse di tutti i comuni siciliani, causando l'inquinamento dei mari e delle falde sotterranee.



Il tutto è stato possibile per via delle creazioni di mega discariche, realizzate illegalmente e grazie ad affidamenti diretti, per svariate centinaia di milioni di euro, altrettanto illegali, per il trasporto dei rifiuti indifferenziati, conferiti in alcune ben individuate discariche private siciliane.petrotto-salvatore
Giorno 26 maggio 2015 presso il Tribunale di Agrigento, c’è stata un’udienza a seguito di una querela per diffamazione a mezzo stampa, presentata dal vicepresidente di Confindustria Sicilia, Giuseppe Catanzaro e da suo fratello Lorenzo, contro l’ex sindaco di Racalmuto, Salvatore Petrotto, accusato, assieme al giornalista Giulio Ambrosetti, di avere definito i due imprenditori agrigentini, gestori e/o proprietari della più grande discarica siciliana privata (?): ‘i ras delle discariche private in Sicilia’ ed ancora ‘professionisti dell’antimafia dei rifiuti’. L’udienza è stata rinviata al prossimo novembre.
Nelle denunce presentate, in passato, dai due imprenditori agrigentini, sino al 2007, per loro stessa ammissione essi pagavano il pizzo alle cosche mafiose agrigentine. L’ultima presunta intimidazione mafiosa denunciata risale al 2013, mentre i Carabinieri del NOE di Palermo sollecitavano l’allora assessore regionale, Nicolò Marino, il quale consegnava loro una relazione che riguardava la discarica di Siculiana di proprietà dei fratelli Catanzaro, ai quali, sempre i Carabinieri del NOE di Palermo, nel 2007 avevano contestato i reati di abuso d'ufficio, falsità materiale ed ideologica in atti pubblici e illecita gestione di una discarica per rifiuti solidi urbani.
Il Catanzaro, nel 2013, ha denunciato di avere ricevuto un ulteriore intimidazione mafiosa, nello stesso anno in cui l’ex assessore Nicolò Marino, attraverso un’indagine conoscitiva, relativa proprio alla costruzione ed alla gestione della sua discarica di Siculiana, perveniva alle stese conclusioni dei Carabinieri del NOE di Palermo.
Il 12 marzo scorso, alla Commissione Bicamerale d’Inchiesta che si sta occupando del ciclo dei rifiuti, la dott.ssa Brunella Sardoni, sostituto procurato della Repubblica di Agrigento ha fatto riferimento all’ultima denuncia dei Catanzaro su un altro presunto grave messaggio intimidatorio di stampo mafioso, denunciato un anno e mezzo fa  e contenuto in ‘un foglio di carta - con delle velate minacce, a suo dire, a penna’. Tale foglietto è stato esibito alla dott.ssa Sardoni da Giuseppe Catanzaro all’atto della presentazione della denuncia. La dott.ssa Sardoni ha dichiarato di non avere letto quel messaggio intimidatorio, ma di avere semplicemente appreso dal Catanzaro che quel foglio di carta che asseriva di avere ricevuto, conteneva delle minacce.
Questa ulteriore denuncia dei Catanzaro, è stata inoltrata dopo circa sette anni di accertamenti giudiziari scaturiti dalla loro precedente denuncia, risalente al 2005 (denunciavano e contemporaneamente pagavano il pizzo!) attraverso cui, diedero il via, come si ricorderà, ad un lungo processo per mafia contro il sindaco di Siculiana ed alcuni funzionari. Processo che ha determinato anche lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del comune di Siculiana, terminato nel 2012, con la definitiva ed inappellabile assoluzione del sindaco Giuseppe Sinaguglia, del funzionario comunale, responsabile della discarica di Siculiana, Luigi Meli, del comandante dei vigili urbani, Giuseppe Callea e del capo dell’ufficio tecnico, l’ing. Pasquale Amato, attuale sindaco di Palma di Montechiaro. Anche nel 2013 si tratta della presunta reiterazione di alcune fattispecie di reati, analoghi a quelli commessi nel 2007.
A decidere le sorti di questo procedimento giudiziario sarà il presidente della Sezione dei Gip e dei Gup del Tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano il quale ancora non si è pronunciato sulla richiesta di archiviazione avanzata, nel 2014, dal sostituto procuratore della Repubblica di Agrigento, la dott.ssa Antonella Pandolfi a distanza di 7 anni dalla denuncia dei Carabinieri del NOE di Palermo, senza che sia stata effettuata alcuna particolare attività d’indagine.
Si può concludere che in Sicilia la raccolta differenziata “non s’ha da fare” perché verrebbe meno il lavoro di raccolta, trasporto, conferimento e compattazione gestito da 4 grandi discariche che ne hanno il monopolio. Rispetto all’emergenza, con i suoi risvolti sanitari e ambientali, ormai diventata abituale, si possono prendere provvedimenti urgenti e indifferibili saltando tutte le pastoie burocratiche e facendo riferimento agli “amici” di sempre che, oltre che avere sotto controllo le magre risorse dell’economia siciliana, lavorano indisturbati, avendo dato ai propri affari una spruzzatina di antimafia con l’esibizione di biglietti anonimi di minaccia. Storia vecchia che funziona sempre.

In foto: Salvo Vitale, in alto, e Salvatore Petrotto a destra

di Salvo Vitale e Salvatore Petrotto - 1° giugno 2015
fonte: http://www.antimafiaduemila.com 

CASO MARO' '' IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - 'CONTROCANTO' n° 5: IN MERITO ALLE DICHIARAZIONI DEL MINISTRO DELLA DIFESA ROBERTA PINOTTI ''



4 Giugno 2015
Stefano Tronconi

In un'intervista rilasciata ad Avvenire a seguito della parata del 2 Giugno il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, a domanda su quale sia l’impegno del governo per riportare a casa i due fucilieri, risponde:
“Siamo impegnati non solo col ricordo, ma anche con l’impegno fattivo per riuscire a capire se è possibile un’intesa con l’India - siamo alle ultime battute nella ricerca di un accordo - o se dobbiamo andare a una controversia internazionale. La vicenda è partita con delle difficoltà, rimetterla nella giusta direzione non è semplice.”
Va ricordato al ministro Pinotti che:
La vicenda non è partita una sola volta 'con delle difficoltà' (esilarante eufemismo del ministro).
E' partita 'con delle difficoltà' per ben tre volte e con tre governi diversi. Quindi al ministro Pinotti non è lecito scaricare solo sui predecessori responsabilità gravissime di cui è ormai corresponsabile a tutti gli effetti.
La vicenda Marò è sicuramente partita 'con delle difficoltà' una prima volta con il governo Monti che non ne è azzeccata una in oltre un anno di gestione della vicenda, ma su questo periodo si può in questa sede soprassedere in quanto rimane il periodo meglio conosciuto dall'opinione pubblica italiana.
E' poi ripartita una seconda volta 'con altrettanta difficoltà' con il governo Letta il cui clamoroso errore strategico fu quello di puntare sul processo 'veloce' e 'giusto' da tenersi in India in spregio ad ogni norma di diritto e consuetudine internazionale ed in assenza di qualsivoglia garanzia.
E' infine ripartita una terza volta 'con altrettanta difficoltà' proprio con il governo Renzi, di cui il ministro Pinotti è parte, quando quest'ultimo, con una superficialità inimmaginabile per chi siede al governo di un Paese, ha pensato che fosse sufficiente affidarsi semplicemente alla buona volontà delle parti per superare un procedimento giudiziario in atto.
Per rimettere la vicenda nella giusta direzione sarebbe stato sufficiente che il governo Renzi avesse finalmente sposato e fatto valere nei confronti dell'India le prove dell'innocenza di Massimiliano e Latorre e Salvatore Girone e quelle delle manipolazioni delle indagini avvenute in Kerala che avevamo portato alla luce fin dal Giugno 2013, insieme a Toni Capuozzo e Luigi Di Stefano.
Il governo Renzi non l'ha fatto ed ha così per la terza volta sbagliato completamente la strategia, esattamente come avevano fatto in precedenza il governo Monti ed il governo Letta.
A voler pensare bene, per quanto sia sconsolante, si potrebbe immaginare che per la terza volta il governo Renzi è 'partito con delle difficoltà' per il fatto di avere nominato delle persone inadeguate a gestire la vicenda. Oppure si potrebbe immaginare che le difficoltà siano state semplicemente dovute al fatto di non aver capito niente della vicenda, delle responsabilità italiane dietro le quinte, e del contesto indiano in cui si è sviluppata.
A voler pensare male si potrebbe invece immaginare che anche il governo Renzi, alla faccia della decantata 'rottamazione' ed in assoluta continuità con i precedenti governi Monti e Letta, abbia preferito seguire la strada sbagliata per coprire gli alti 'papaveri' delle forze armate, della politica e della diplomazia italiana che portano sulle spalle la responsabilità di questa vicenda.
In fondo, per rimanere a livello di sotto-bosco governativo (le responsabilità vere vanno sicuramente cercate a livello più alto), non è forse ancora oggi Viceministro degli Affari Esteri del governo Renzi quell'on. Lapo Pistelli che, ai tempi del governo Monti, durante il dibattito parlamentare in occasione delle dimissioni del ministro Terzi, applaudì alla scelta di rimandare Latorre e Girone in India?
Non si tratta forse di quello stesso on. Lapo Pistelli che, nominato nel frattempo Viceministro degli Affari Esteri sotto il governo Letta, assicurava che erano state concordate le regole d'ingaggio per il processo 'giusto' e 'veloce' in India?
La verità caro ministro Pinotti è che il governo Renzi si è mosso in sostanziale continuità con i governi precedenti. Gli errori che oggi scontate non sono solo quelli dei governi precedenti, ma sono quelli compiuti dal governo in carica.
Rimettere la vicenda nella giusta direzione sarebbe stato 'semplicissimo' già al momento in cui assumeste responsabilità di governo. Sarebbe stato però necessario sposare le prove dell'innocenza dei Marò compiendo un atto di rottura rispetto alla strada seguita dai governi precedenti ed essere preparati a svelare all'opinione pubblica italiana le responsibilità di persone che invece avete preferito riconfermare, promuovere e soprattutto 'coprire'.
Vi sono mancate le capacità, on. Pinotti, e soprattutto vi è mancato il coraggio.
Oggi è colpa vostra, non dei precedenti governi, se Salvatore Girone si trova ancora ostaggio innocente in India!

di Stefano Tronconi - 4 giugno 2015
fonte: https://www.facebook.com/stefano.tronconi.79?fref=ts

Marò, la denuncia di Capuozzo: “Troppe carriere sulla pelle di quei soldati” capuozzo



capuozzo


Roma, 3 giu – Intrighi politici degli indiani e carriere folgoranti degli italiani. Sulla pelle di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone troppi fanno fortuna, mentre i due marò continuano a restare lontani dalle loro famiglie.
A denunciarlo è il giornalista Toni Capuozzo, che a breve uscirà in libreria con un libro intitolato Il segreto dei marò (Mursia).

Intervistato dal Tempo, l’inviato di guerra di Canale 5 ha spiegato: “Non ho mai visto né sentito di un militare italiano con il grilletto facile. Mi è capitato più volte di trovarmi in situazioni di tensione e, al contrario, mi sono chiesto: ma quando sparano? I militari italiani sono prudenti, attenti e rispondono al fuoco se attaccati”.
Del caso di Latorre e Girone dice: “Non è un caso che gli indiani non siano arrivati a istruire un processo. Perché non c’è alcuna prova della loro colpevolezza, ci sono al contrario molte prove della loro innocenza”.
Le indagini, continua Capuozzo, “sono state svolte da attori diversi, da parte indiana, prima in Kerala dalla Guardia Costiera e dalla magistratura locale, poi è subentrata l’agenzia nazionale e la Corte Suprema, sono partiti con molta faciloneria, una grande approssimazione e con un teorema: sono stati gli italiani, sono colpevoli. Tutto ha avuto subito un forte connotato politico: erano giorni in cui il Partito del Congresso si giocava la maggioranza, in Kerala c’era l’elezione supplettiva per un deputato che era deceduto. L’incidente ai due pescatori rappresentava un’occasione formidabile, perché in Kerala ci sono tanti pescatori e una forte comunità cristiana e i due uccisi erano pescatori e cristiani. È questo il peccato originale: era già decisa la colpevolezza, bisognava solo acconciare un teorema. È stato fatto in modo facilone e maldestro”.

Nel suo libro, Capuozzo spiega che chi ha avuto a che fare con questo caso (con un approccio da lui definito “disastroso”) ha fatto una rapida carriera: “È vero che alcuni posti nella Marina militare sono dei trampolini di lancio. Chi guida la Squadra Navale è chiaro che poi avrà un incarico più importante, tutte persone che avevano carriere brillanti annunciate. Il sospetto è che queste carriere siano un omaggio ad un atteggiamento che ha accettato la supremazia della politica e dell’economia”.

Roberto Derta - 3 giugno 2015
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it