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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

27/12/14

Caccia al boss degli scafisti: così porta candestini in Italia


Si chiama Ahmed Mohamed Farrag Hanafi, ha 32 anni e dall'Egitto organizza, coordina e assiste i maxi sbarchi che riversano in Italia migliaia di clandestini


È 13 settembre del 2013. Uno scafista riceve una chiamata dall’Egitto subito dopo essere stato beccato dalla Marina italiana mentre cercava di far sbarcare centinaia di clandestini sulle coste siciliane




"Quando ti hanno fermato che cosa ti hanno detto?", chiede dall'Egitto il capo scafista. "Hanno detto che volevano vedere i documenti", gli risponde.

"Ma voi siete scappati?", lo incalza. E l'altro subito lo rassicura: "Non abbiamo fatto niente per farli insospettire...". Per poi passare alle richieste: "Se qualcuno ha testimoniato non ci lasciano andar. Vedi per un avvocato e sistema tutto". Il capo dall'Egitto, però, lo rassicura: "L’avvocato ti arriverà direttamente, gli sto mandando dei soldi". E, infatti, un paio d'ore più tardi arriva una seconda telefonata per assicurare che è tutto sistemato: "Vi possono far fare il confronto, ti prego fai attenzione... Ti scongiuro, tu e i ragazzi non li conoscete... Voi siete venuti con il coso dalla Siria...". E ancora: "Dovete negare che li conoscete, così non succederà un grosso problema per voi e per loro". La terza telefonata (e ultima telefonata) arriva quando l'avvocato è già al porto per assistere i clandestini egiziani e fare in modo che passino per profughi siriani. "Gli ho trasferito i soldi da due ore", assicura il capo.

Il superboss degli scafisti

A riportare queste telefonate choc è il Corriere della Sera che, in un articolo di Giovanni Bianconi, ricostruisce l'attento lavoro della procura di Catania per dare un volto e un nome all'organizzatore delle traversate che da Alessandria portano a Siracusa o a Catania.
Si tratta del 32enne Ahmed Mohamed Farrag Hanafi. "Da pochi giorni è ricercato in Egitto e altrove per i reati di associazione per delinquere finalizzata all’ingresso illegale in Italia di profughi siriani ed egiziani - spiega Bianconi sul Corsera - per gli inquirenti italiani e per quelli della sua nazione di appartenenza è il principale trafficante di uomini sulla direttrice alternativa a quella che dalla Libia porta a Lampedusa". Solo nel 2013 ha organizzato tre maxi sbarchi che hanno portato oltre 360 clandestini. Come scrive il giudice nell'ordine di arresto trasmesso per rogatoria in Egitto, la procura di Catania crede che "nemmeno i reiterati arresti di scafisti, i sequestri di ben due 'navi madri' e l’arresto del relativo equipaggio e di alcuni basisti operanti in territorio nazionale abbiano impedito alla stessa associazione di continuare a lucrare, ignominiosamente, sui cosiddetti 'viaggi della speranza'".

Le modalità operative

"Nei loro Paesi di origine - spiegano gli inquirenti - i migranti contattano il cosiddetto 'mediatore' a cui versano un anticipo del totale del costo del viaggio". Un biglietto di sola andata che arriva a costare tra i tremila e i quattromila euro. "Il saldo della somma pattuita - continuano gli investigatori - viene versato all’arrivo nel luogo di destinazione da familiari o conoscenti; le persone intenzionate a espatriare illegalmente vengono poi raggruppate nei punti di raccolta sulle coste egiziane da dove, a piccoli nuclei, vengono imbarcate su natanti di più ridotte dimensioni manovrati da 'scafisti' che, raggiunto il mare aperto, incrociano altre imbarcazioni più grandi (pescherecci) ove vengono trasbordati". La "nave madre" traina la piccola imbarcazione di origine detta anche "barchino" o "nave figlia". "Giunti in alto mare - spiegano - a tot miglia marine in direzione delle coste siracusane o delle province limitrofe, ma comunque sempre in acque internazionali, i migranti vengono nuovamente trasbordati sull’imbarcazione trainata dove ai comandi si rimettono gli scafisti che, utilizzando il Gps e inserendo le coordinate fornite, tramite un telefono satellitare, da complici sulla terra ferma, puntano verso le coste siracusane, ove avviene lo sbarco". Una volta sbarcati, gli scafisti non rintracciati dalle forze dell’ordine vengono assistiti in luoghi sicuri e fatti ripartire dopo qualche giorno dai referenti dell’organizzazione. "Qualora rintracciati dalle forze di polizia - concludono gli investigatori - l’organizzazione tramite le proprie “sentinelle” si occupa di assicurarne l’assistenza legale".

- Sab, 27/12/2014
fonte: http://www.ilgiornale.it/ 

26/12/14

CASO MARO' " IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - "






PERCHE' HO DI RECENTE NUOVAMENTE SOTTOLINEATO CHE LA CARTA DELL'ARBITRATO INTERNAZIONALE E' STATA USATA COME UN'ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA


26 Dicembre 2014
Stefano Tronconi

Utilizzo la tregua negli eventi indotta da questi giorni di festività per una riflessione su un tema che in questa vicenda è stato più volte dibattuto e continua ad essere in primo piano.
Lo faccio senza ovviamente alcuno spirito polemico nei confronti di coloro che continuano a pensarla diversamente.
Mi sembra comunque doveroso provare brevemente a spiegare perché ritengo che quella dell'arbitrato internazionale (cosa ben distinta dalla cosiddetta 'internazionalizzazione') sia una strada che ha perso da tempo la sua validità. Le principali ragioni sono le seguenti:

1) Quella dell'arbitrato internazionale avrebbe ovviamente dovuto essere la strada maestra da intraprendere da subito nei giorni in cui i marò vennero bloccati nel porto di Kochi (prima di esser fatti scendere a terra rimasero per ben quattro giorni a bordo dell'Enrica Lexie).
Purtroppo, non solo rientrando in porto ma ancor di più dando ai marò l'ordine di scendere dalla nave, l'Italia ha nei fatti da subito sciaguratamente accettato la giurisdizione indiana, scelta rafforzata nei mesi successivi decidendo di ricorrere prima all'Alta Corte del Kerala e poi alla Corte Suprema indiana, e da ultimo dalla doppia decisione di far rientrare i marò in India al termine delle licenze concesse.
Senza dimenticare poi i lunghi mesi in cui i politici italiani hanno continuato a 'dilettarci' con le aberranti dichiarazioni secondo cui la soluzione del caso avrebbe dovuto passare attraverso un processo veloce e giusto da tenersi in India (questo anche successivamente a che avevamo già dimostrato la completa manipolazione delle indagini svolte).

2) L'India, che purtroppo ha nelle sue mani ancora oggi Salvatore, non ha alcuna intenzione di accettare un arbitrato internazionale e lo ha sempre dichiarato apertamente. Un arbitrato per definizione richiede che entrambe le parti accettino di sottoporvisi affinché il verdetto sia esigibile (possa cioè trovare applicazione).
E' vero che l'UNCLOS prevede la possibilità di avviare un arbitrato anche unilateralmente (aspetto di per sé abbastanza singolare), ma inutile dire che nell'eventualità di una decisione non gradita l'India deciderebbe semplicemente di non riconoscerla e non ci sarebbe niente e nessuno che potrebbero imporre il rispetto della decisione.

3) Un arbitrato internazionale, che riguarderebbe ancora una volta solo la titolarità della giurisdizione, richiederebbe verosimilmente tempi molto lunghi (in ogni caso si parla di anni prima di una sua conclusione) e purtroppo se si partisse adesso …... povero Salvatore!!
Gli unici felici sarebbero ancora una volta gli avvocati e gli esperti vari che già tanto hanno lucrato sulla vicenda.

4) L'esito di un arbitrato sarebbe tutt'altro che scontato.
Per quanto riguarda la famosa immunità funzionale questa sappiamo che non è codificata nei trattati internazionale, ma esiste solo a livello di costruzione dottrinale e prassi abitudinaria.
Per quanto riguarda l'immunità chiamiamola 'territoriale' derivante dalle norme UNCLOS nel caso specifico vi sono interpretazioni possibili sia a favore della giurisdizione italiana che della giurisdizione indiana (non posso ora illustrarle tutte in questa sede per motivi di compattezza dello scritto).
Vi sarebbero quindi concrete possibilità che al termine di altri anni di lunga attesa sia poi un tribunale internazionale a riconoscere magari definitivamente la giurisdizione all'India. 

5) Considerazione finale e forse la più importante di tutte dal punto di vista degli effetti pratici.
Poiché Salvatore e Massimiliano sono INNOCENTI non hanno proprio alcun bisogno di percorrere l'ulteriore estenuante, tortuosa ed incerta strada dell'arbitrato internazionale.
Certo, se i pescatori li avessero uccisi loro quella dell'arbitrato internazionale sarebbe stata l'unica alternativa possibile per provare a strapparli all'ingiustizia indiana. Ma poiché NON li hanno uccisi loro, la questione non dovrebbe proprio porsi.
Continuare da parte dell'Italia a percorrere la strada della titolarità della giurisdizione anziché quella dell'innocenza significa in pratica negare agli occhi di un miliardo e duecento milioni indiani (come più volte spiegato, oggi il vero ostacolo oggettivo alla soluzione del caso) la loro innocenza.
Perché la reazione più naturale di chi è male informato in quanto vittima di una delle più vergognose campagne mediatiche mai viste, non può essere che quella che 'se i marò fossero innocenti non avrebbero certo bisogno di continuare a ritornare sulla questione della giurisdizione' …...
In conclusione, la strada del'arbitrato internazionale al punto in cui siamo proprio non servirebbe a tutelare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ma solo a continuare a coprire i responsabili del loro sequestro ed a nascondere al mondo il fatto che sono innocenti!
L'unico modo per riportare a casa con onore i due fucilieri di marina innocenti come ripato da un anno e mezzo è quello di sposarne a tutti i livelli (in primo luogo quello politico) l'innocenza.
Se finalmente verranno intrapresi i passi necessario per portare le prove della lora innocenza in primo piano sarà l'opinione pubblica indiana ingannata fin dall'inizio della vicenda a volerli rimandare subito in Italia con tante scuse ed a pretendere che i colpevoli di questa indegna farsa siano consegnati alla giustizia!

Che ci fa l’Italia in Libano?

La missione UNIFIL a guida italiana avrebbe bisogno di essere ripensata per andare incontro al nuovo scenario della guerra in Medio Oriente

Lebanese soldier waves as Italian armoured personnel carriers, part of UNIFIL, arrive in southern Lebanese port city of Tyre


“Una terra dagli equilibri fragili”. Così il ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, aveva definito il Libano in occasione dell’avvicendamento del comando UNIFIL lo scorso luglio, quando il Generale Paolo Serra passava il testimone al Generale Luciano Portolano, in un raro ma fiero caso di passaggio di consegne tra italiani. In quell’occasione, il ministro aveva elogiato la “lunga e delicata” missione di pace nella Terra dei Cedri – dove l’Italia è impegnata ininterrottamente dal 1978 – definendola un “modello operativo” per imparzialità nella mediazione, capacità di cooperazione tra le forze armate e il governo libanese e, ancora, per sensibilità umana e ricerca di dialogo.

Caratteristiche che indiscutibilmente si potrebbero applicare al nostro impegno militare in Libano, se non fosse che uno dei suoi obiettivi fondamentali – monitorare l’attività di Hezbollah (il “Partito di Dio” e movimento armato sciita libanese) e impedirne il riarmo – lasci alquanto a desiderare. Un dubbio sull’efficacia della missione sorge, infatti, quando si viene a sapere che cellule di Hezbollah operano da tempo ben oltre i confini nazionali. Dal 2013 è noto il coinvolgimento delle milizie sciite del Partito di Dio in terra siriana e, più di recente, anche in Iraq contro lo spauracchio dello Stato Islamico, organizzazione sunnita che minaccia l’espansione nel Levante. Una jihad nella jihad, dunque, che evidenzia sin troppo bene come l’operatività di Hezbollah sia tutto fuorché contenuta. Ovviamente, non solo a causa delle inefficienze dei no- stri soldati.

Se a questo si sommano le minacce che il leader del Partito, Hassan Nasrallah, non ha smesso di lanciare contro Israele – l’ultima durante un raduno sciita a Beirut in novembre, in occasione della festività dell’Ashura, quando ha dichiarato di essere in possesso di altri razzi che facilmente potrebbero colpire la “Palestina occupata” (leggasi Israele, ndr) – questo la dice lunga sui risultati effettivi di una missione che pure sarebbe il fiore all’occhiello italiano, insieme all’Afghanistan.

Il ruolo dell’Italia

La Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) nasce con le Risoluzioni ONU 425 e 426, in risposta all’intervento armato israeliano in Libano del 1978. Il mandato viene rivisto a più riprese (nel 1982 e nel 2000) e infine ampliato con la Risoluzione 1701 del 2006, a seguito dell’intervento militare israeliano in territorio libanese. La missione, a guida italiana, consta attualmente di un contingente militare internazionale di 10.319 unità, di cui 1.100 italiani, e quasi un migliaio di civili. Le vittime tra il personale sinora sono state 306.

“Per quanto riguarda il Libano – spiega a Lookout News Vincenzo Camporini, Generale dell’aeronautica Militare e già Capo di stato Maggiore della difesa – UNIFIL è certamente una missione di grande peso e prestigio che l’Italia ha sempre guidato in maniera efficace. Se la situazione in questo Paese sinora non è implosa è certamente anche per merito dei caschi blu guidati dall’Italia”.

 http://www.lookoutnews.it - 24 dicembre 2014


La missione UNIFIL a guida italiana constadi 10.319 unità. 
I nostri soldati sono 1.100…..

 Tra gli obiettivi del mandato UNIFIL è esplicitamente citato che il riarmo debba essere monitorato “tra il fiume Litani e la Blue Line” (la linea di confine con Israele) il che, se inteso letteralmente, esula la missione dei caschi blu da ogni responsabilità relativamente alla rinnovata attività di Hezbollah.

“L’Italia – sottolinea però Paolo Messa, giornalista e fondatore della testata Formiche - si conferma un partner importante della comunità internazionale sia nell’ambito delle missioni della NATO che nel quadro delle iniziative realizzate sotto l’egida delle Nazioni Unite. Lo dimostra il ruolo di primo piano svolto in Libano. Non sempre però il nostro Paese è promotore di interventi in grado di favorire maggiormente i nostri interessi geopolitici e strategici”.

Il riferimento di Messa rimanda principalmente a quanto sta accadendo in Libia. Considerato quello che sta accadendo a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, non sarebbe forse il caso di rivedere nel 2015 (per l’ennesima volta, ma con più cognizione di causa) il mandato della missione UNIFIL, vista la fragilità di contesti che interessano in maniera molto più diretta l’Italia?

di Marta Pranzetti
Dal magazine Lookout News n. 13 – novembre 2014

#‎iostoconimarò‬ Stavolta vorrei che l'Italia si unisse!!!

 

 



E' giunta l'ora del cambio di marcia. Abbiamo l'obbligo morale e politico di dare un segnale chiaro all'India e a tutto il mondo. Sono ormai tre anni che subiamo contraccolpi da uno Stato, quello Indiano, che ha preso di mira la nostra debolezza diplomatica, giocando con la nostra Sovranità e peggio ancora con la vita di due nostri connazionali sempre più provati e messi alla prova dal limite dell'umana pazienza.
Ogni volta che li abbiamo visti in televisione o in video messaggi, o letto loro interviste o dichiarazioni, ci siamo meravigliati, stupiti e compiaciuti per la dignità e l'orgoglio che sempre hanno manifestato. Non è un buon motivo questo per metterli dinnanzi ad ulteriori prove. 
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, hanno bisogno ora di vedere che anche il Governo sia dalla loro parte. Non attraverso promesse, telefonate o visite, ma attraverso una PRIMA PRESA DI POSIZIONE FERMA, che è mancata sin dal 15 Febbraio 2012.
L'ultima doccia fredda arrivata poche ora fa da New Dheli attraverso il portavoce del Governo Indiano parla chiaro "si deve capire che questa non e' una discussione solo fra due governi, ma coinvolge la giustizia indiana che e' libera, trasparente e imparziale e che si formera' una opinione indipendente su quanto e' avvenuto". Solo qualche giorno fa la nostra stampa che prende spunti ovviamente dagli indirizzi del nostro Governo, sbandierava quasi come una vittoria, il fatto che i due esecutivi stessero dialogando e che quello indiano stava prendendo in considerazione le richieste italiane.
Anche un bambino sa leggere tra le righe l'ultima Ansa..... prima saranno condannati e poi si potrà parlare di accordi. Ancora la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica li da per colpevoli. Mai abbiamo sentito parlare qualcuno dei nostri Ministri di questi tre Governi delle Prove dell'Innocenza che non solo dimostrano che l'intero impianto accusatorio è viziato, ma che le prove raccolte scagionano i nostri due Fucilieri di Marina del Battaglione San Marco, dimostrando addirittura la loro estraneità ai fatti imputati.
E' giunto il momento quindi di unirci a tutto il nostro Governo e chiedere con fermezza il ritiro immediato delle Missioni Anti Pirateria, almeno fino a che non vengano riconusciuti i diritti violati di due militari italiani ingiustamente trattenuti in una Nazione che tutta si è dimostrata tranne che amica.
Non credo che i rapporti commerciali saranno compromessi, anzi sono convinto che abbiamo la possibilità in questo modo di dare un segnale non solo all'India ma a tutto il mondo che l'Italia è finalmente pronta a non farsi violare la propria Sovranità.
SIAMO IN DEBITO CON I MARO'!!!!
Nicola Marenzi
Fonte:https://www.facebook.com/events/1609329319290775/?ref=29&ref_notif_type=event_mall_comment&source=1

Ringraziate Renzi: darà la cittadinanza ai clandestini

Innanzitutto tanti auguri a tutti. E auguri all’Italia, temo ne abbia sempre più bisogno. Come sapete non appartengo alla schiera degli adulatori di Matteo Renzi e più il tempo passa, più la mia diffidenza aumenta.
E’ un leader politico che ha una doppia agenda, quella pubblica, retorica, ammiccante e bombastica su cui ha costruito la sua popolarità, e quella reale che si misura in due modi: da un lato analizzando attentamente, in profondità progetti e riforme del suo governo, dall’altro cogliendo attentamente i rapporti che Matteo Renzi ha o tenta di di sviluppare con le élite più alte, che non sono certo italiane e che governano davvero l’Europa e che promuovono i progetti globalisti.
In questo senso c’è ancora, purtroppo molto da scoprire. E non saranno novità liete per gli italiani. Ad esempio, l’altra sera, intervistato dall’ossequioso Fazio a Che Tempo che Fa, il premier ha annunciato una riforma dalle implicazioni colossali ma presentata in modo tale da non suscitare reazioni, mascherata da un tecnicismo.
Renzi ha annunciato che in primavera, tra le riforme istituzionali, ci sarà anche quella dello ius soli. Ora, provate a chiedere all’italiano medio cos^è lo ius soli: il 95% non saprà rispondere. E a una cosa che non si conosce non si reagisce.
Ma se Renzi avesse detto che vuole concedere la cittadinanza a tutti gli stranieri che nascono in Italia, ribaltando il principio, valido nella stragrande maggioranza dei Paesi europei, per cui la cittadinanza si trasmette di padre in figlio ovvero chi nasce assume la cittadinanza dei genitori non del Paese dove è nato.

Lo ius soli è una riforma di grave irresponsabilità sociale per ragioni che chiunque può facilmente intuire: trasformerà l’Italia in un polo di attrazione irresistibile per gli immigrati clandestini, che faranno di tutto per far nascere qui i propri figli. L’immigrazione clandestina rischia di assumere dimensioni colossali e di cambiare fisionomia: oggi molti immigrati una volta sbarcati tentano di trasferirsi verso i Paesi del nord, domani, soprattutto i giovani, avranno un incentivo fenomenale a fermarsi in Italia.
Ma l’Italia di oggi – e purtroppo ancheggi domani – non riesce più a dar lavoro nemmeno agli italiani, non può reggere un altro flusso migratorio stanziale. Significherebbe incentivare l’odio sociale, l’ingiustizia, il razzismo, la guerra fra i poveri.
E’ una riforma irresponsabile e grave, quasi delinquenziale: è quel che NON BISOGNA FARE.
Ma è voluta e sollecitata dalle élite transnazionali, che tentano di promuoverla non solo in Italia. E Renzi, ma non è una sorpresa, si adegua, dissimulando, da abile comunicatore, le proprie intenzioni.
Tanto il prezzo lo pagheranno i cittadini. Egli ha altri obiettivi, altre ambizioni. altri referenti, quelli che contano molto di più del popolo italiano.

Marcello Foa

Marcello Foa, a lungo firma de Il Giornale, ora dirige il gruppo editoriale svizzero TImedia ed è docente di Comunicazione e Giornalismo. Il Cuore del mondo è diventato un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it

25 dicembre 2014
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