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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

25/12/14

L’Africa si arma invece di nutrirsi

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È noto che i governi africani tendono spesso a trascurare i loro compiti istituzionali: a mezzo secolo dalla fine del dominio coloniale europeo, infrastrutture e servizi essenziali quali istruzione e sanità continuano, ad esempio, a essere estremamente carenti anche nei paesi più ricchi di materie prime e di altre risorse naturali. Molto di quel che c’è, e che funziona, dipende da finanziamenti, assistenza e interventi stranieri realizzati nell’ambito della cooperazione internazionale allo sviluppo e di accordi con paesi e imprese che, in cambio di contratti di sfruttamento di miniere, giacimenti e terre coltivabili, realizzano strade, centrali elettriche, edifici pubblici, strutture sanitarie e molto altro ancora.





Ma c’è almeno un compito che invece, a quanto pare, sta molto a cuore ai leader africani: la difesa del territorio nazionale. Almeno così sembrerebbe a giudicare da quanto crescono le spese militari in tutto il continente.
Nel 2013, secondo il Sipri, Stockholm International Peace Research Institute, si è avuto un consistente incremento dell’8.3% che ha portato l’ammontare annuo complessivo degli investimenti nel settore a quasi 45 miliardi di dollari.
Un aumento nettamente superiore a quello del Prodotto interno lordo continentale che, nello stesso anno, è stato del 5,4% circa (in linea con la media annuale degli ultimi 13 anni, sempre superiore al 5%, ad eccezione del 2009 quando è scesa all’1,7%, in gran parte per il contraccolpo della crisi finanziaria internazionale).





Negli ultimi dieci anni, dal 2004 al 2013, la spesa continentale è aumentata del 65%: più che negli altri continenti, con incrementi consistenti in due paesi su tre. Il primato spetta all’Algeria, l’unico stato africano con un bilancio per la difesa superiore a dieci miliardi di dollari: il governo ha stanziato nel 2013 il 170% in più rispetto al 2004, a fronte di una crescita del Pil nello stesso arco di tempo del 31%.
Altri otto paesi hanno più che raddoppiato le spese militari nel decennio: il Ghana, dove si è avuto addirittura un incremento del 306%, il più elevato di tutto il continente, rispetto a una crescita del Pil del 95%, il Ciad, la Libia, la Liberia, il Malawi, lo Swaziland, la Namibia e l’Angola, che nel solo 2013 ha aumentato gli stanziamenti militari di due terzi raggiungendo i sei miliardi di dollari e superando per la prima volta il Sudafrica.





Persino lo Zimbabwe, nonostante l’embargo sulle armi imposto a partire dal 2002 da Stati Uniti e Unione Europea, ha quasi raddoppiato il proprio bilancio per la difesa: con la notevole differenza che l’Angola tra il 2004 e il 2013 ha registrato un aumento del Pil vicino al 150% mentre lo Zimbabwe nello stesso periodo ha attraversato una delle peggiori crisi economiche del continente, con un dimezzamento del Pil, passato dagli oltre 24 miliardi di dollari nel 2004 a poco più di 12 miliardi nel 2013.
45 miliardi di dollari sono una somma del tutto esigua se confrontata con i bilanci della difesa dei paesi industrializzati: li spende da sola la Germania, secondo il Global Firepower, e l’Italia ne stanzia ogni anno 34.
Ma non lo sono affatto rispetto al contesto africano: equivalgono infatti a più di tutte le rimesse degli africani all’estero – quasi 40 miliardi di dollari nel 2013 – e degli investimenti stranieri diretti, che nel 2011 ammontavano a 42,7 miliardi di dollari. Inoltre la somma è di poco inferiore a quella dei fondi forniti dalla cooperazione internazionale allo sviluppo all’Africa nel 2012, in tutto 51.3 miliardi di dollari.





Può sorprendere che moltiplichino le spese militari fino a raddoppiarle e triplicarle stati come, ad esempio, la Liberia che ha 1,4 medici e 80 posti letto ogni 100.000 abitanti, un tasso di mortalità materna di 770 ogni 100.000 bambini nati vivi e il 40% della popolazione adulta analfabeta; o come il Ghana, con soltanto 9 medici e 90 posti letto ogni 100.000 abitanti. Proprio la Liberia è lo stato più colpito dall’epidemia di Ebola, con 4.181 morti.
In parte si capisce come mai. I paesi del Sahel e l’intera fascia sottostante, da un oceano all’altro, temono la minaccia jihadista, di mese in mese più grave. Molti governi devono fare i conti con gruppi armati antigovernativi e secessionisti. Per diversi stati costieri si pone il problema della pirateria, aggravatosi di recente sulle coste atlantiche, specialmente nel Golfo di Guinea, e, per i paesi che posseggono giacimenti di petrolio e di gas offshore, la necessità di rendere sicure le attività estrattive. Le nuove spese servono ad acquistare armi, ad aumentare gli organici e ad addestrare il personale militare all’uso di armi più sofisticate.





Ma ogni giorno dall’Africa ormai giungono notizie di attentati terroristici e stragi, di militari e agenti di polizia che non rispondono alle richieste di aiuto e lasciano villaggi e intere città cadere nelle mani dei miliziani, che fuggono o rifiutano di combattere perché, così dicono, dotati di armi e mezzi inadeguati rispetto a quelli di cui dispongono gli avversari o, ancora, che addirittura infieriscono a loro volta sui connazionali inermi, taglieggiandoli per integrare i salari insufficienti e magari per mesi non percepiti.
Da anni inoltre crescono i territori del tutto fuori controllo – in Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Mali… – in cui i gruppi armati uccidono, riscuotono tributi, si appropriano delle risorse esistenti indisturbati, tessendo reti transnazionali che includono jihadisti, bande di trafficanti di droga, armi ed esseri umani, milizie ribelli e bracconieri e creando corridoi attraverso i quali si spostano armi e combattenti.




Il caso della Nigeria è rivelatore. Uno degli eserciti più grandi del continente, circa 130.000 unità, non riesce ad aver ragione di Boko Haram, in tutto alcune migliaia di terroristi (e i miliziani del Lord Resistance Army che seminano il terrore da dieci anni in Congo, Centrafrica e Sud Sudan sono solo poche centinaia).
Tutti pensano in Nigeria, e alcuni hanno il coraggio di dire pubblicamente, che le risorse stanziate quest’anno per rinnovare l’arsenale e addestrare le truppe – un miliardo di dollari – hanno fatto e faranno la solita fine: il denaro in parte stornato da ministri e parlamentari, le armi effettivamente acquistate rubate in quantità da ufficiali e altro personale militare per rivenderle a chiunque disponga di denaro: civili, criminali, persino gli stessi terroristi.
I militari invece non arretrano quando si tratta di reprimere le proteste popolari o fermare gli operai in sciopero, dal Sud Africa all’Etiopia disposti anche a sparare ad altezza d’uomo: ma allora la funzione delle spese militari diventa garantire il potere ai leader più che difendere il territorio nazionale e i suoi abitanti.
Foto: AP, Defence web, Reuters, Esercito Nigeriano, Getty Images

di Redazione24 dicembre 2014
Anna Bono da Nuova Bussola Quotidiana

fonte: http://www.analisidifesa.it

Latorre e Girone, appello alla liberazione della Sinagoga di Roma



Latorre e Girone, appello alla liberazione della Sinagoga di Roma



La Comunità ebraica si mobilita. Un modo semplice, ma efficace di far sentire la propria vicinanza al dramma umano dei nostri marò. Una gigantografia dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone campeggia sulla cancellata della sinagoga di Roma. E contestualmente viene lanciata anche la campagna #bringbackourmarò (riportiamo a casa i marò), per accrescere l’attenzione sulla vicenda. Le immagini davanti al Tempio Maggiore sono  accanto a quella di un soldato israeliano rapito da Hezbollah in Libano.

“Noi continueremo a pregare”

È la prima volta che vengono esposte immagini di persone non di religione ebraica davanti alla sinagoga di Roma. «La sorte dei due marò è oggi una questione umanitaria che ha bisogno del sostegno di tutti – ha commentato il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici – Riteniamo necessario compiere ogni iniziativa possibile per riportarli a casa dalle loro famiglie. Latorre e Girone non possono e non devono essere lasciati soli. Ci stiamo mobilitando sui social network», ha aggiunto Pacifici – sensibilizzando quante più persone e organismi possibili, anche in campo internazionale. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e i suoi ministri, in queste ore stanno lavorando al meglio per trovare una soluzione e riportarli tutti e due in Italia. Speriamo che questa lunga attesa finisca al più presto. Noi continueremo a pregare e a mobilitarci».

Il terzo Natale amaro

Le preghiere, il sostegno e la mobilitazione della Comuità ebraica di Roma sono un conforto importate in un momento in cui nonostante le promesse del governo, il regalo più atteso, la serenità, non arriverà neanche quest’anno nelle case dei due fucilieri. I militari della Brigata San Marco vivranno il terzo Natale consecutivo con l’inquietudine di non conoscere le sorti di una incredibile vicenda giudiziaria che li vede coinvoltidal  febbraio del 2012.


VICENDA MARO' - INDIA / QUESTO NATALE ABDICHIAMO ALLA NOSTRA SOVRANITA'…?





Le notizie che pervengono da New Delhi alla vigilia del Natale paiono confermare l'intenzione del Governo di abdicare ancora una volta alla nostra Sovranità nazionale. Il nostro Governo pare volersi "scusare" con chi ci ha preso in ostaggio i nostri due Militari con un trucco, riconoscere formalmente e nella sostanza che l'incidente oggetto di disputa è avvenuto come lo descrivono gli indiani, pur in assenza di qualunque prova e di anche un solo capo d'imputazione, e ignorare volutamente la violazione dei trattati internazionali da parte di New Delhi e quella - gravissima - della Convenzione di Vienna, concretizzata a marzo 2013 con il blocco in India del nostro Ambasciatore Mancini. La proposta di "sistemazione" del dossier Marò, se confermata, affonda ancor più la credibilità del nostro Paese. Noi siamo CONTRARI a qualunque ipotesi di "trattativa al ribasso" che possa costituire un precedente pericoloso per la sicurezza di tutti i nostri Militari in missione all'estero e che metta in ridicolo le Forze Armate, e nostra Diplomazia, che - come ho detto nel mio discorso in Parlamento, quando mi dimisi proprio per protesta a seguito della decisione dell'allora Governo Monti di rimandarli in India - fa enormi scacrifici ed è apprezzata nel Mondo… IN QUESTO VIDEO per chi fosse interessato LE MIE RECENTI DICHIARAZIONI A TG COM 24 SUL DOSSIER MARO'   (Vd.video) …un pensiero affettuoso di BUON NATALE a Salvatore e Massimiliano, che trascorreranno un ennesimo natale tutt'altro che sereno, due Uomini simbolo di TUTTI i nostri connazionali ingiustamente privati della propria libertà all'estero!






Dopo ANNI di ingiustizia e clamorosa violazione del diritto internazionale, l'Italia ancora latita nella tutela del nostro interesse nazionale..




Giulio Terzi - 24 dicembre 2014
fonte: https://www.facebook.com/ambasciatoregiulioterzi?sk=wiki&rf=305482606139496&filter=2

24/12/14

CASO MARO' - ROMA CAMBIA POSIZIONE CON L’INDIA: DA IN GINOCCHIO A SDRAIATA



Lo schiaffo della Corte Suprema indiana che ha respinto il prolungamento della convalescenza in Italia di Massimiliano Latorre e la richiesta di rimpatrio natalizio per Salvatore Girone ha proprio fatto arrabbiare il governo italiano. Rispetto alle valutazioni espresse la scorsa settimana in un editoriale, Analisi Difesa torna sull’argomento (spinoso e imbarazzante per ogni italiano) in seguito alle notizie apparse sul quotidiano indiano The Economic Times che cita “fonti governative indiane del massimo livello” in base alle quali il governo Renzi avrebbe offerto un “pacchetto” di proposte per risolvere amichevolmente dopo quasi tre anni la vicenda dei marò.
Le proposte italiane includerebbero la disponibilità a presentare pubbliche scuse da parte dell’ambasciatore italiano per l’uccisione dei due pescatori indiani, un importante risarcimento per le loro famiglie e il processo in Italia per i due marò.


 


Fonti del ministero degli Esteri indiano – si legge sul quotidiano – hanno ammesso che l’Italia ha presentato “alcuni elementi” per una soluzione amichevole della questione attraverso un negoziato fra i due governi.
Una fonte ministeriale ha commentato che “i più autorevoli consiglieri legali del governo ed il ministero dell’Interno debbono esprimere un parere sulla compatibilità della proposta con il sistema legale indiano. Il negoziato potrebbe cominciare solo quando vi fosse un via libera da parte degli esperti giuridici, dato che la questione è all’esame della Corte Suprema”.
I vertici di polizia indiani hanno però fatto sapere di essere contrari alla proposta, insistendo che i due militari riconoscano le loro responsabilità in India e poi, una volta condannati, siano inviati in Italia in base al Trattato bilaterale esistente per permettere ai condannati di scontare la pena nel proprio Paese.


 


Da Roma non è giunta nessuna smentita al documentato articolo dell’Economic Times  mentre l’ambasciata italiana a Nuova Delhi, interpellata dall’ANSA, ha detto di non avere commenti da fare sul tenore dell’articolo pubblicato all’indomani dell’ammissione da parte del governo indiano di avere allo studio una proposta italiana confermando implicitamente quanto riportato da The Economic Times e dimostrando un concreto cambiamento nell’atteggiamento nei confronti dell’India.
Se finora i tre governi italiani coinvolti nella vicenda (Monti, Letta e Renzi) sono stati in ginocchio di fonte alle pretese e alle angherie indiane ora l’attuale esecutivo pare pronto a un “salto di quali” sdraiandosi letteralmente ai piedi degli indiani, quasi chiedendo “pietà”.
E’ vergognoso presentare scuse per colpe inesistenti, negate dagli stessi Fucilieri di Marina (la cui parola vale per noi più delle chiacchiere dei politici, quelli nostri e quelli indiani) e in ogni caso non provate dal momento che Nuova Delhi non è mai stata neppure in grado di imbastire un processo.
Al tempo stesso è ridicolo promettere indennizzi ai famigliari dei due pescatori uccisi anche perché già il governo Monti aveva pagato cifre cospicue (per gli standard indiani) ai parenti e al proprietario del peschereccio Saint Anthony, risarcimenti definiti all’epoca non ammissioni di colpa ma “gesti di buona volontà”.


 


A completare l’ennesima figura penosa dei nostri governanti c’è poi la pretesa di Renzi che sulla questione cali il silenzio. Strategia (per così dire) non nuova e applicata dai precedenti governi fin dall’inizio della vicenda dei marò con effetti catastrofici. Nelle prime 72 ore dal blocco nel porto indiano della “Enrica Lexie” da Roma non venne pronunciata una sola parola mentre l’India inondava i media del mondo intero con il ritornello degli “italian marines” assassini.
Sul caso marò “tutto quello che dobbiamo dire lo abbiamo già detto. Ora è il momento di non aprire la bocca”  ha detto ieri Matteo Renzi a Rtl 102.5. Ma che senso ha tacere se i giornali indiani hanno già rivelato il nostro “ardito piano”?
Non è una novità purtroppo, siamo governati da dilettanti allo sbaraglio. Pensate che solo nelle ultime settimane per motivi incomprensibili il Ministero della Difesa ha cercato di non rendere note le caratteristiche della missione italiana in Kurdistan iracheno (che impegnerà anche forze speciali ed elicotteri), ha nascosto l’addestramento curato dai nostri incursori del 9° reggimento Col Moschin a militari somali e persino il comando italiano della Pattuglia Aerea Baltica della NATO in Lituania dove l’Aeronautica sta inviando 4 caccia Typhoon.


 


Molte di queste notizie sono state rivelate o anticipate da Analisi Difesa ma quello che dimostra l’estrema pochezza dei nostri governanti è il fatto che la loro visione del mondo si ferma al Grande Raccordo Anulare romano. Cercano di nascondere ai media italiani (troppo spesso compiacenti con i politici) notizie che il mondo intero conosce e così si coprono di ridicolo facendosi sorprendere da un giornale indiano che svela la “proposta oscena” dell’Italia per portare a casa i marò.
Il governo italiano è impegnato “in un clima di rispetto istituzionale” con quello indiano perché “possano tornare a casa tutti e due i marò ha aggiunto il premier ammettendo quindi che Roma continua a supplicare gli indiani rinunciando al più volte annunciato ricorso all’arbitrato internazionale suggerito dai nostri migliori giuristi .


 


Che dire poi del ministro degli Esteri  Paolo Gentiloni che in visita a Baghdad e Erbil in concomitanza con l’arrivo nel capoluogo curdo dei primi 34 consiglieri militari italiani (dei 200 che verranno schierati in Kurdistan più altri 80 a Baghdad)  ha specificato che per i nostri militari in Iraq «non saranno necessarie regole di ingaggio» perché non verranno coinvolti nei combattimenti.
Una bestialità perché le regole d’ingaggio le hanno persino i soldati impegnati nell’operazione “Strade Sicure” sul territorio nazionale e perché anche in Kurdistan i nostri soldati dovranno provvedere all’autodifesa se necessario e a proteggersi da azioni terroristiche e sempre possibili attacchi delle milizie dello Stato Islamico.
Il ministro Gentiloni vuole farci credere l’impossibile e cioè che il contingente in Iraq non ha ricevuto indicazioni circa l’uso delle armi?  Come può un governo inviare militari in zona di guerra senza regole d’ingaggio?
Come può un ministro che vuole esprimersi su questioni militari (che peraltro non gli competono)  non avere la più pallida idea di ciò di cui parla ?
Perdoniamoli perché non sanno quello che fanno e neppure quello che dicono.
Buon Natale a tutti.

Foto: Ansa, AGI, Lapresse, Andreja Restek APR

di Gianandrea Gaiani - 24 dicembre 2014
fonte: http://www.analisidifesa.it

"Attenti allo tsunami Isis: l'Occidente lo sottovaluta"

Jürgen Tödenhofer, unico reporter autorizzato a seguire i combattenti dello Stato islamico, lancia l'allarme contro «i più pericolosi nemici mai visti»



Berlino. Lo Stato islamico è molto peggio di quanto l'Occidente creda. Parola di Jürgen Todenhöfer, il giornalista tedesco che, dopo ben sette mesi di negoziato, si è infilato nelle file dell'Isis rimanendo fianco a fianco per dieci giorni ai combattenti del califfo Abu Bakr al-Baghdadi a Mosul, nel nord dell'Iraq.








Il coraggioso reporter 74enne del Tageszeitung , tabloid di Monaco di Baviera, ha compiuto la propria impresa accompagnato dal figlio Frederic, che si è occupato delle riprese.
L'esito del reportage è preoccupante. Todenhöfer racconta di essersi trovato davanti a un fenomeno incomprensibile: con «un entusiasmo mai visto in altre zone di guerra», centinaia di combattenti volontari, molti anche da Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia, Russia, Francia e Germania affluiscono ogni giorno per unirsi alle truppe dell'Isis. Un acronimo – Stato Islamico dell'Iraq e della Grande Siria – che tiene fede al suo nome, visto che gli uomini di al-Baghdadi controllano una regione «più grande della Gran Bretagna». Un territorio conquistato in pochi mesi: «Al-Qaeda in confronto è un nano». Quello che ha più ha colpito il giornalista è che il Califfato non è solo molto esteso, ma «funziona come gli altri Paesi totalitari della regione».
Ecco perché Todenhöfer, parlamentare del partito cristiano democratico (Cdu) dal 1972 al 1990, scrive che «l'Occidente sottovaluta in maniera drammatica l'entità del pericolo». A oggi solo gli Stati Uniti, con il supporto delle monarchie petrolifere del Golfo Persico, si sono presi la briga di reagire contro l'Isis: ma non è certo con dei raid aerei limitati, spiega il reporter, che sarà possibile sconfiggere al-Baghdadi. Al pari di altri leader nella regione che uniscono al potere militare quello politico e religioso, il Califfo vive fra severe misure di sicurezza. Tant'è che lo stesso Stato islamico ha fatto sapere via Internet di aver sventato un attentato di una cellula eversiva che puntava all'uccisione del capo jihadista iracheno, accusato di essere «blasfemo perché riscuote tasse da blasfemi»: i golpisti mancati sarebbero stati giustiziati.
Fredda finora è stata anche la risposta della Turchia, che pure condivide centinaia di chilometri di frontiera con Siria e Iraq, i due Paesi dove l'Isis è più forte. In molti hanno criticato l'inerzia del presidente turco Recep Tayyip Erdogan davanti al massacro di curdi che lo Stato islamico sta compiendo proprio alle porte della Turchia, ma per Erdogan la priorità è (ancora) un'altra: abbattere il presidente siriano Bashar Assad. Di conseguenza i peshmerga curdi di Kobane, sul confine siro-iracheno, si sono trovati a combattere da soli contro i miliziani del Califfo.
Peggiore della loro è la sorte degli yazidi: antica minoranza etnica e religiosa che pratica un monoteismo originale. L'ultimo rapporto di Amnesty International parla chiaro: gli uomini sono obbligati a convertirsi o vengono uccisi, mentre le donne sono rapite a centinaia e rese schiave sessuali dei terroristi del Califfo. Usate come trofei, in molte si tolgono la vita pur di uscire dall'inferno della schiavitù.
Todenhöfer, fra i pochi giornalisti tornati vivi dalla regione, ha spiegato che la guerra contro le minoranze non è un effetto dell'avanzata dell'Isis ma il suo principale obiettivo. È la «pulizia religiosa», combinata a una capillare propaganda a base di poster nelle aree conquistate per spiegare al buon musulmano come pregare, come vestirsi, cosa indossare. Due le conclusioni del reporter tedesco. La prima: i raid aerei sono del tutto insufficienti e dovrà essere l'islam moderato ad arginare gli jihadisti. «Sono estremamente brutali, i più pericolosi nemici mai visti. Sono molto pessimista». La seconda: se non ci fosse stata la guerra di George Bush figlio contro Saddam Hussein «oggi non avremmo l'Isis».

- Mer, 24/12/2014 
fonte: http://www.ilgiornale.it