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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

23/12/14

CASO MARO' ___ "Scuse all'India: è colpa dei marò". L'Italia pronta a chinare il capo



Il sito dei gadget del Califfo con dominio registrato in Italia



ISIS-t-shirt-Facebook

“L’Isis ha un proprio sito internet registrato con dominio italiano. Il portale è di proprietà di un polacco residente in Germania”. Lo ha rivelato in un’intervista a Il Tempo il vicepresidente del Copasir, Giuseppe Esposito, senatore di Area Popolare (Ncd-Udc). “Si tratta di un sito già sotto la lente di ingrandimento dell’intelligence.
Su questi siti – ha riferito Esposito -vengono pubblicati i video dei martiri della Jihad, ma sono anche utilizzati per il merchandising che frutta all’ISIS circa 200 milioni di dollari: il passaporto dello Stato islamico costa 12.000 dollari, le magliette si vendono a 8 dollari, le bandiere a 7 e il libro ne costa 21″.







“La comunicazione – ha fatto notare il vicepresidente del Copasir – è la parte più importante dello Stato islamico per giocare la partita tra informazione e disinformazione.
Al Baghdadi è il capo del Califfato, ma insieme a lui ci sono altri due imam: uno dedito alla comunicazione e l’altro all’ideologia. Questo sistema, una sorta di triumvirato – spiega Esposito – è replicato in ogni città e in ogni regione governata dall’Isis”.
“Il pericolo per l’Italia – ha evidenziato ancora il vicepresiodente del Copasir- arriva dai ‘lupi solitari’, si tratta di persone deboli che non hanno avuto il coraggio di partire per la Siria.
Sono loro che potrebbero commettere gesti eclatanti per apparire sui giornali, il problema – conclude Esposito – è che questi soggetti sono i meno identificabili per i nostri servizi di sicurezza che in questi anni stanno compiendo un grandissimo lavoro evitando sciagure per il nostro Paese”.

(con fonte Askanews)
di Redazione -21 dicembre 2014

http://www.analisidifesa.it

CASO MARO' ... Vi spiego perché i marò sono innocenti




 
IL CASO
 
"Vi spiego perché i Marò sono innocenti"

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"Lui m'ha impedito di portarli a casa" Marò, ecco chi è il big sotto accusa

Dall'India si apre uno spiraglio sui marò: "Verso una soluzione condivisa"
 
«La linea dell’arbitrato internazionale è sbagliata. Lo ripetiamo da mesi: Massimiliano e Salvatore sono innocenti»: Stefano Tronconi, l’ex dirigente di azienda che, con Luigi Di Stefano e il giornalista Tony Capuozzo ricostruì i fatti legati al caso dell’Enrica Lexie, ha la certezza che l’unica strada percorribile sia quella dell’innocenza.

Perché ha deciso di approfondire il caso?
«Per semplice passione. Su Facebook avevo visto la ricostruzione fatta da Di Stefano. Essendo stato diverse volte in India decisi di lavorare sulla vicenda e trovai on line l’intervista che una tv locale indiana fece all’armatore del peschereccio St Antony, Freddy Bosco, poco dopo il suo rientro in porto. Mettendo insieme i tasselli del puzzle capii che quanto affermato dall’India non tornava e decisi di rivolgermi a Capuozzo per raccontarlo».

Che cosa accadde il 15 febbraio 2012?
«La Enrica Lexie, con a bordo Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, si imbatté in un barchino pirata intorno alle 16. I due marò spararono in acqua alcuni colpi di avvertimento. Il barchino cambiò rotta e se ne andò. Il rapporto sull’incidente venne comunicato poco dopo all’autorità internazionale e, quindi, la notizia arrivò alla Guardia costiera indiana. Alle 21.30 circa dello stesso giorno una nave greca, la Olympic Flair, ebbe un incidente con due barche che, verosimilmente, erano un barchino pirata e il peschereccio St. Anthony, che si trovò tra due fuochi. I pirati spararono e dalla Olympic Flair risposero. Nel conflitto a fuoco vennero uccisi i due pescatori. Freddy Bosco fuggì con i due corpi a bordo, comunicando la situazione alla Guardia costiera indiana che, alle 21.36, avendo avuto notizia solo dell’incidente precedente della Lexie e non essendo a conoscenza di quello della nave greca, chiese agli italiani di entrare immediatamente in porto a Kochi. La Enrica Lexie eseguì, anche su ordine dei vertici della Marina».
Perché la nave greca non venne coinvolta?
«Perché la stessa si allontanò dal luogo dell’incidente e inviò solo alle 22.20 il rapporto all’International marittime organization, l’autorità internazionale che rileva queste informazioni».
Che disse l’armatore nell'intervista rilasciata alle tv locali?
«Freddy Bosco, in realtà, questo lo abbiamo appreso da una successiva traduzione, chiarì che l’incidente avvenne alle 21.20. È da lì che abbiamo capito che i conti non potevano tornare. C’erano oltre 5 ore di differenza tra il primo incidente e il secondo. Dal rapporto dell’Imo tutto ciò si capisce perfettamente».
Solo che le autorità indiane, per mesi, hanno negato l'incidente della nave greca. Perché?
«C’erano ragioni ben precise e l’India aveva tutto l’interesse a manipolare i fatti. Si doveva trovare un capro espiatorio e i marò erano perfetti per questo. Siccome non potevano quadrare gli orari, la polizia del Kerala, con l’aiuto della Guardia costiera, cercò di far sparire le prove e cambiò tutti gli orari, imponendo anche a Freddy Bosco di ritrattare per 4 volte».
Lei racconta che gli indiani, nei giorni successivi all'incidente, si inventarono una ricostruzione di sana pianta. Che dissero?
«Ciò che c’era scritto sulla newsletter della Guardia costiera che, con toni trionfalistici, additò i fucilieri di Marina come colpevoli e, adattando gli orari a suo piacimento, costruì una storia inesistente, facendo capire che i fatti che hanno riguardato il St. Antony erano avvenuti 3 ore prima. Solo che i conti non tornavano, perché in una mail giunta tempo prima al Tg5, l’armatore indicava gli orari precisi dei fatti e del rientro in porto della Lexie».
Perché i fatti furono distorti?
«Per motivi politici. Il 17 marzo 2012 ci sarebbero state le elezioni del distretto del Kerala. Il primo ministro Chandy aveva lì 71 seggi su 140, quindi la maggioranza per solo un seggio. Quale occasione più ghiotta di quella per mostrare il pugno duro e vincere le elezioni? Grazie all’arresto dei due marò ottenne 12mila voti».
E l’analisi balistica che disse?
«Fu fatta dal medico Sasikala, che disse che i fori sui corpi dei due pescatori non corrispondevano con i proiettili dei fucili di Latorre e Girone. Peraltro i colpi venivano dal basso e non da un’inclinazione diversa (come quella della Lexie, appunto). Magicamente il dottore, dopo qualche tempo, sparì e si rifiutò di fornire ulteriori indicazioni. Un’altra falsa perizia balistica, invece, dava per certo che a sparare fossero stati i due fucilieri».

Quali altre cose furono cambiate?
«Oltre all’orario anche la distanza. Bosco disse che stavano pescando a meno di 12 miglia dalla costa, in acque indiane e che stavano dormendo, poi ritrattò e disse che si muovevano. Nel rapporto della Lexie si parla di 20.5 miglia dalla costa, ovvero in acque di zona economica di esclusiva, comunque non territoriali. Le internazionali arrivano a 24 miglia. In ogni caso, il St. Antony poco dopo la vicenda fu affondato».

Quindi chi uccise i pescatori?
«I pirati che attaccarono la nave greca. Spararono dal basso, lo dimostrano i fori sui corpi».

Quale pensa, quindi, potrebbe essere una soluzione al caso?
«L’unica possibile: i marò sono innocenti. Il governo italiano deve far presente la manipolazione e spiegare all’India che se non rilascerà Girone immediatamente tutta la comunità internazionale e il miliardo e 200 mila persone che abitano in India (e che a causa dei media locali pensano siano colpevoli) sapranno ciò che hanno fatto. L’arbitrato è solo un’arma di distrazione di massa usato dai due governi per coprire i guai che hanno combinato in tre anni. L’Italia ha sbagliato da subito ad accettare la giurisdizione indiana, chinandosi ai voleri dell’India».

di Chiara Giannini - 22 DICEMBRE 2014
fonte: http://www.ilbenecomunenewsletter.it

22/12/14

SICUREZZA ... ADDIO A 250 PRESIDI DELLA POLIZIA



Conto alla rovescia per Polizia Stradale, Polizia Ferroviaria, Polizia Postale e delle Telecomunicazioni, Polizia di Frontiera più alcuni Reparti Speciali, come Squadre Nautiche, Sommozzatori e Pattuglie a cavallo. Duecentocinquantuno presidi in tutta Italia si preparano a chiudere i battenti nel segno di una razionalizzazione dettata dalla crisi.
«Una chiusura feroce e indiscriminata di uffici di fondamentale importanza per la sicurezza del Paese e dei cittadini – commentano indignati dal Sap -. Se la Sicurezza dell’Italia non è una priorità di questo governo, lo si dica chiaramente, ma che non si provi a mascherare un fendente letale con una carezza».
Ma scendiamo un po’ più nel dettaglio.
Tra i presidi sui quali si abbatterà la scure del governo c’è la Squadra Sommozzatori di Olbia, attualmente l’unico reparto subacqueo della Sardegna settentrionale, considerando che gli stessi reparti della Capitaneria di Porto e dei carabinieri sono a Cagliari, mentre quello dei Vigili del Fuoco – tra l’altro già ridotto – si trova a Sassari.
Non costa nulla al ministero dell’Interno, occupando locali messi a disposizione gratuitamente dalla società di gestione dell’Aeroporto, eppure l’ufficio di Polizia di Frontiera Marittima/Aerea nello scalo internazionale di Pescara è nella stessa lista nera. Perfino le spese di manutenzione e i consumi sono a carico di un aeroporto con un traffico annuo di circa 5mila voli ed un transito passeggeri superiore al mezzo milione. Ma tant’è.
Addio anche a 74 uffici di Polizia Postale e delle Telecomunicazioni. «Nell’era di internet, delle truffe e dei reati on line come la pedopornografia, si sguarnisce il territorio di reparti altamente specializzati nella tutela delle reti informatiche e della sicurezza dei dati – commenta Gianni Tonelli, segretario generale del Sap -. Si pensi che solamente nell’ultimo anno la Polizia Postale ha scoperto oltre 4mila transazioni bancarie informatiche sospette, per importi complessivi che sfiorano i 40 milioni di euro. Oltre 3mila operazioni sono state bloccate prima che il denaro venisse trafugato. Tutto questo con le spese di natura logistica e organizzativa interamente a carico di Poste italiane».
Festa grande anche per gli automobilisti indisciplinati, per i banditi in circolazione sulle autostrade e nelle più importanti arterie del Paese: in Italia spariranno a breve ben 33 reparti della Polizia Stradale.
Si chiude in rete, in cielo, in mare, in strada. Potevano mancare le rotaie? «Cinquantuno uffici di Polizia Ferroviaria saranno trasformati presto in "punti appoggio" – risponde sarcastico Tonelli -, uffici vuoti ai quali gli agenti in transito possono fare riferimento logistico per non più di qualche ora al giorno, riconsegnando così molte stazioni al degrado e alla criminalità».

In uno dei porti commerciali più importanti del Mediterraneo, ambito e utilizzato dalla criminalità organizzata per i suoi affari, chiuderà l’ufficio di Polizia di Frontiera. Gioia Tauro, a Reggio Calabria, dove non si contano i sequestri di droga e di armi avrà un posto di polizia in meno. «E dire che la Commissione Antimafia ha ritenuto Gioia Tauro un punto di snodo degli interessi delle organizzazioni criminali italiane – fa notare Tonelli -. Anche noi vogliamo una spending review seria e ragionevole e da anni siamo promotori di un progetto di unificazione delle forze di polizia. Questo, però, è un colpo mortale all’apparato della sicurezza. Il nostro è un no secco e definitivo alla chiusura indiscriminata e selvaggia di presidi di vitale importanza per tutto il Paese, per scongiurare la quale il Sap sta distribuendo in tutta Italia, a cittadini e poliziotti, migliaia di cartoline da compilare e spedire al premier Renzi».
 
di Silvia Mancinelli - 22 dicembre 2014
fonte: http://infodifesa.blogspot.it

Roma e la sinistra degli “antropologicamente superiori”


 


“Rubano tutti, d’accordo, ma a destra molto di più”
. La frase, lapidaria e carica di una certezza arrogante, fu scritta da Curzio Maltese, uno degli intellettuali che riempie le pagine di Repubblica dispensando quel senso superiorità antropologica che la sinistra dei salotti e delle redazioni coltiva da sempre.
Era il 2012 ed era appena scoppiato lo scandalo Fiorito, quello dei rimborsi gonfiati alla Regione Lazio. Di lì a poco le inchieste si allargarono ad altre regioni governate dal centrodestra (Lombardia, Campania, Calabria) anche se coinvolsero consiglieri di tutti gli schieramenti politici, compresi quelli del Pd, di Sel e del partito di Di Pietro. Curzio Maltese regalò uno dei suoi pezzi più memorabili spiegando come la destra riflettesse “l’antropologia di una classe dirigente ignorante, pacchiana e soprattutto ladra”.
Eppure, in quei giorni erano scoppiati casi altrettanto eclatanti come quello di Lusi, il deputato di centrosinistra tesoriere del partito di Francesco Rutelli accusato di aver sottratto milioni di euro di rimborsi elettorali (e per questo poi condannato a 8 anni per appropriazione indebita e a restituire 23 milioni di euro allo Stato); o quello della vedova Fortugno, (al secolo Maria Grazia Laganà, deputata del Pd) condannata a due anni di reclusione per truffa e abuso.
Poi, quando lo scandalo dei rimborsi scoppiò devastante in Emilia Romagna, coinvolgendo interamente la sinistra del potente governatore Errani (che poco tempo sarà costretto a dimettersi per un’altra condanna), Curzio Maltese non scrisse nulla; i suoi occhialini da intellettuale impegnato si erano improvvisamente appannati; o forse, agli occhi degli “antropologicamente superiori”, la consigliera regionale del Pd accusata di aver utilizzato soldi pubblici per comprarsi un sex toy doveva apparire molto più colta, raffinata e onesta del Batman della Ciociaria. Persino lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena che ha scosso una delle roccaforti del potere rosso in Toscana, colse distratti i grandi moralisti “della corruzione degli altri”.


La realtà è che la sinistra non riesce a mettere in discussione la sua pretesa superiorità antropologica, la sua certezza di essere la parte migliore del Paese anche quando l’evidenza mostra il contrario. È un tic nervoso che i post comunisti hanno da quando erano comunisti. Da quando Enrico Berlinguer pose la questione morale con la solita doppia morale: condannando i partiti governativi che occupavano lo Stato mentre il suo Pci lo occupava nello stesso modo (aziende pubbliche, enti di previdenza, banche, università, televisioni, giornali).
Oggi gli sviluppi dello scandalo di Mafia Capitale rischiano di colpire soprattutto questa idea irreale che la sinistra e i suoi intellettuali hanno di sé. Questo è il motivo per cui i grandi quotidiani hanno cercato di tenere sotto traccia il coinvolgimento della sinistra arrivando persino (come hanno fatto La Stampa e Repubblica i primi giorni) ad evitare accuratamente di pronunciare la parola “Pd” negli articoli relativi all’inchiesta.
Goffredo Bettini, l’uomo forte del Pci e poi del Pd a Roma, intervistato da Repubblica, ha detto che la Cooperativa 29 Giugno (il centro di smistamento del sistema corruttivo scoperto dai magistrati) “è stata fin dall’inizio un simbolo della sinistra”. Ha usato proprio la parola “simbolo”, svelando involontariamente la vera natura di un intreccio tra potere economico, politico e clientelare che la sinistra manteneva anche nella parentesi in cui è stata all’opposizione. Non a caso Bettini ha detto anche che il “Pd, non solo a Roma, ha raggiunto livelli preoccupanti di degrado”.
Se l’inchiesta di Mafia Capitale si dovesse allargare agli anni precedenti, potrebbero emergere realtà interessanti; perché la gestione di Alemanno a Roma è stato certo un capitolo “nero” della storia di questa città; ma un capitolo durato 5 anni di un libro che per 15 anni ha scritto la sinistra.
Magari la frase di Curzio Maltese secondo cui “rubano tutti, ma a destra molto di più” dovrà essere cambiata in: “rubano tutti, ma a sinistra molto meglio”. Forse in questo sono antropologicamente superiori.

tratto da L'ANARCA il blog di Gianpaolo Rossi - 11 dic, 2014
fonte: http://blog.ilgiornale.it