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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

12/12/14

Le sanzioni a Mosca e i rischi per le imprese italiane

Nel terzo trimestre del 2014 l’interscambio tra Italia e Russia è crollato del 17%. Recuperare il rapporto privilegiato con il Cremlino è però ancora possibile. Il commento del presidente della Camera di Commercio Italo-Russia Rosario Alessandrello

A T-34 Soviet-made tank and Russian servicemen take part in a rehearsal for a military parade at the Red Square in Moscow
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Il valore del rublo in picchiata, il calo del prezzo del petrolio, le sanzioni occidentali e un piano per il rilancio dell’economia che potrebbe non bastare per superare la fase di decrescita prevista per il 2015. Mentre dal fronte ucraino non arrivano segnali di miglioramento e i rapporti con Washington e Bruxelles rimangono tesi, Mosca si appresta ad affrontare una complicata fase recessiva. Ma a pagarne le conseguenze, spiega a Lookout News il presidente della Camera di Commercio Italo-Russia Rosario Alessandrello, non sarà solo il suo tessuto produttivo e imprenditoriale.La disputa chiama infatti in causa direttamente anche le oltre 200 imprese italiane che fino a pochi mesi fa gestivano affari consolidati nel mercato russo.

Come valuta ad oggi l’effetto di queste sanzioni?
Queste sanzioni imposte a Mosca dall’UE con il sostegno degli Stati Uniti, sono state pensate per danneggiare l’economia russa. Una strategia che ha cominciato a dare i primi frutti, considerato che la Russia andrà incontro nel 2015 a una fase di decrescita. Quello di cui dobbiamo tenere più conto, però, sono le controsanzioni del Cremlino. Si tratta di misure che stanno bloccando le importazioni dei russi, il che sta danneggiando direttamente le esportazioni dei Paesi europei, e quindi anche dell’Italia.

È possibile quantificare le perdite causate alle imprese italiane che hanno rapporti con la Russia?
Le prime sanzioni sono state applicate tra luglio e settembre, motivo per cui è ancora presto per tracciare un bilancio dei loro effetti. Sinora il valore dell’interscambio italo-russo è calato del 10% nel secondo trimestre del 2014 e del 17% nel terzo trimestre. È stata perciò innescata una spirale che condurrà a un peggioramento della situazione nel 2015. Se non vi si porrà rimedio, le cose sono destinate ad aggravarsi negli anni successivi.

Quali sono i settori più colpiti?
Finora i mercati russi hanno tentato di privilegiare i prodotti italiani. Certamente però le sanzioni si stanno facendo sentire. Il settore agroalimentare è stato quello più colpito. Mi riferisco ad esempio alle esportazioni di uva da tavola dalla Sicilia o dalla Puglia, crollate del 50%. Anche gli ortaggi hanno subito delle conseguenze, per non parlare di prodotti freschi come la mozzarella o la burrata. Tra Mosca e le altre principali città della Russia ci sono circa 150 ristoranti italiani che finora utilizzavano prodotti che arrivavano direttamente dall’Italia. Da un po’ di tempo devono affidarsi a fornitori russi. Il rischio è che presto quella che proporranno non sarà più cucina veramente italiana.

Quali altri comparti produttivi hanno subito delle conseguenze?
Sicuramente l’abbigliamento e il settore tessile. Prima l’Italia comprava materie semilavorate dalla Russia, realizzava in casa il prodotto finito e poi lo rivendeva al mercato russo. Adesso questo interscambio proficuo per entrambe le parti è stato bloccato. I danni al momento sono parziali, ma in prospettiva rischiano di essere di gran lunga molto più gravi.

Che intende?
Messa all’angolo dall’Occidente, la Russia soffrirà nei primi due-tre anni ma in futuro potrebbe uscire molto più rafforzata. Sinora non aveva mai sviluppato un proprio settore manifatturiero, perché le costava di meno vedere materie prime e importare prodotti finiti. Adesso è costretta a farlo. Questo aspetto, unito al calo delle sue importazioni, ne faranno un competitor da temere per gli altri mercati europei.

ALESSANDRELLO 


Come stanno reagendo a questa situazione gli imprenditori russi che hanno affari in Italia?
Attualmente ci sono circa 150 imprenditori russi presenti in Italia e una settantina di centri produttivi. Si tratta soprattutto di soggetti che hanno acquisito aziende italiane sull’orlo del fallimento o che non erano più capaci di espandersi. Ma ora i russi non possono investire in Italia, e considerato il momento economico del nostro Paese questa è un’occasione persa. Basti pensare a ciò che è accaduto con il mercato immobiliare. Il sequestro di proprietà ad alcuni personaggi russi anche in Italia ha congelato l’acquisto di nuovi immobili. Pensare di risollevare il mercato del mattone in queste condizioni è impossibile.

Una delle altre partite aperte è quella energetica. L’Italia che ruolo sta giocando?
La disinformazione che è stata fatta in Italia e in Europa riguardo il South Stream è stata massima. La Germania ha già il North Stream con cui riceve il gas direttamente dalla Russia. Noi invece senza il South Stream continueremo a ottenere le forniture passando per altri Paesi, il che avrà delle conseguenze sull’aumento del prezzo dell’energia. Strategicamente si tratta di un grave errore di valutazione.

C’è un modo per recuperare il rapporto privilegiato che per anni abbiamo avuto con la Russia?
L’Italia si è dovuta accodare alle scelte dell’UE e degli Stati Uniti. Sulla lunga distanza è però uno dei Paesi che rischia di pagare il prezzo più caro dello strappo con la Russia. L’unica soluzione è trovare la capacità politica che ci consenta di uscire da questa situazione.

di Rocco Bellantone - 12 dicembre 2014
fonte: http://www.lookoutnews.it

11/12/14

A che punto è la guerra in Libia?

Il 9 dicembre ad Abu Dhabi rappresentanti di UE, USA, ONU e Paesi arabi hanno fatto il punto sulla crisi libica. I negoziati tra laici e islamisti potrebbero riprendere la prossima settimana

General Khalifa Haftar talk about military operations with Libyan army commanders in BenghaziVai vai vai alla scheda paese 
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In una nota inviata dall’ufficio di gabinetto del premier libico Abdullah Al Thinni si legge che il 9 dicembre Abu Dhabi ha ospitato un meeting di alto livello tra i maggiori stakeholder presenti in Libia, ovvero Unione Europea, Stati Uniti e ONU. L’incontro, al quale hanno preso parte anche i rappresentanti di diversi Paesi arabi (Egitto ed Emirati erano in prima fila per via del loro coinvolgimento diretto nella crisi libica), ha di fatto sostituito il “Ghadames II”, appuntamento annunciato nelle scorse settimane dall’UNSMIL (missione delle Nazioni Unite in Libia) per il 9 dicembre ma che, a un giorno dallo svolgimento, è stato posticipato alla prossima settimana.

L’episodio dimostra come non sia ancora stata risolta la disputa per il potere in corso nel Paese, con due governi e due parlamenti insediati rispettivamente a Tobruk (dove ha sede il governo ‘laico’ guidato da Al Thinni) e Tripoli (dove ha invece il proprio quartier generale l’esecutivo islamista).

L’8 dicembre Bernardino Leon, inviato speciale dell’ONU in Libia, era a Tripoli per incontrare Nuri Abu Sahmain, il presidente del Congresso Nazionale Generale (CNG), l’organismo a maggioranza islamista che dopo le elezioni di giugno avrebbe dovuto cedere il potere alla Camera dei Rappresentanti e che invece ha deciso di non riconoscere il nuovo parlamento. Dall’incontro è dunque emersa l’intenzione della comunità internazionale di voler ammettere anche il CNG al tavolo dei negoziati, perché è “l’unica maniera per porre fine alla crisi è avviare un dialogo nazionale sincero che miri a superare le divergenze”, come si legge in un comunicato congiunto emesso al termine dell’incontro di Abu Dhabi.

Ad Abu Dhabi era però presente il solo Al Thinni, il cui governo continua a operare regolarmente sebbene la Corte Costituzionale libica ne abbia decretato lo scioglimento a inizio novembre. Non resta pertanto che attendere il prossimo round dei negoziati, per capire se e come sarà possibile far arrivare a un accordo le due parti. Un altro elemento da chiarire è se al tavolo dei negoziati verranno invitati o meno esponenti dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) o il generale Khalifa Haftar. Quest’ultimo l’8 dicembre ha posto le sue condizioni per la riuscita del processo di riconciliazione: disarmo e dissoluzione delle milizie e consegna al governo di Tobruk dei punti strategici (porti, aeroporti, impianti petroliferi) in mano agli islamisti.

A complicare la situazione la notizia secondo cui l’Assemblea Costituente (l’unico organo ancora ufficialmente operativo in Libia) starebbe valutando la possibilità di sostituire la Camera dei Rappresentanti e il Congresso Nazionale Generale con un parlamento ad interim composto dai nuovi sindaci eletti a novembre (nonostante i disordini, in diverse circoscrizioni si è infatti votato per il rinnovo dei consigli municipali).

L’Italia osserva con attenzione l’evoluzione delle trattative. Il 9 dicembre, nel corso di un incontro a Washington con il segretario di Stato John Kerry, il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni si è pronunciato sulla crisi libica affermando che “la priorità di Italia e Stati Uniti è quella di sostenere la mediazione dell’inviato dell’ONU e di farlo anche con i Paesi vicini [..] benché consapevoli delle difficoltà che la mediazione in corso sta incontrando sul terreno”.

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Il ruolo di Khalifa Haftar

Nel permanente caos libico, la figura di Haftar potrebbe alla fine avere la meglio su quella di altri leader militari o politici. Tornato in patria dopo la caduta di Gheddafi, Haftar si è riproposto sulla scena nazionale con la campagna anti-islamista “Operazione Dignità”, di recente sostenuta anche dall’esecutivo di Tobruk. Nelle scorse settimane, inoltre, è circolata la notizia secondo cui la Camera dei Rappresentanti avrebbe ufficialmente decretato la riabilitazione del Generale e il reintegro di alcuni suoi ufficiali nell’Esercito Nazionale, mentre in questi giorni si è addirittura parlato di una nomina di Haftar a Comandante Supremo dell’Esercito.

La voce è circolata con un tempismo forse non casuale. La scorsa settimana i vertici dell’Esercito Nazionale Libico hanno dichiarato di non escludere la possibilità che un Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) prenda in mano il potere nel Paese nel caso in cui governo e parlamento non saranno più capaci di gestire la situazione. Qualora ciò dovesse avvenire, la strada per l’ascesa di Haftar sarebbe spianata.

11 dicembre 2014
fonte. http://www.lookoutnews.it

Processo Trattativa: la Procura per Mannino chiede 9 anni

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L'ex ministro “è l'istigatore del contatto Ros-Cosa Nostra”

Palermo. “Chiediamo una condanna per Mannino a nove anni di reclusione più le pene accessorie previste dalla legge”. E' questa la richiesta di pena formulata dall'accusa (rappresentata dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene) per Calogero Mannino al processo contro l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, imputato con il rito abbreviato per la Trattativa Stato mafia. Mannino è imputato del reato disciplinato dagli articoli 338 e 339 del codice penale, ovvero violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato. Teresi, che oggi ha concluso la propria requisitoria davanti al gup Marina Petruzzella, ha indicato nel politico democristiano come “l'istigatore principale di quel contatto tra Mori e De Donno e Cosa Nostra affinché non lo si ammazzi. E non voglio dire che questo è l'unico fine della trattativa ma sicuramente è l'unico fine di Mannino che si adopera anche con altri esponenti istituzionali per scegliere la via del dialogo”. “Quando Mannino disse a Gargani 'la Procura di Palermo ha capito tutto' diceva il vero - ha aggiunto Teresi - Si è riusciti a trasformare quel che si era capito in prove giudiziarie. Le sue parole, 'ora ci fottono', 'Ciancimino ha detto la verità su di noi' vanno direttamente collegate al ruolo avuto dal Mannino dopo la morte di Lima, dopo le stragi, il suo rapporto con Mori, il suo sollecitare la non applicazione del 41 bis.
E' lui l'istigatore principale di quel contatto tra Mori e De Donno e Cosa Nostra affinché non lo si ammazzi”. Il pm ha chiarito che evitare l'omicidio di Mannino, che temeva di essere ammazzato come Salvo Lima per non aver tenuto fede all'impegno con i boss per un buon esito del maxiprocesso, “non è l'unico fine della trattativa, il che sarebbe riduttivo, ma è certamente l'unico fine di Mannino”. Con il suo agire l'ex ministro "rafforza con questo la determinazione di Mori, De Donno e Subranni a parlare con Riina. Mannino vuole che Cosa Nostra pensi ad altro, cinicamente pensi ad altri. Altre vittime, altre stragi, non Mannino”. Secondo l'accusa l'imputato ha quindi sollecitato “l'interlocuzione con Cosa Nostra, ma anche con altri esponenti istituzionali, perché bisogna scegliere la via dell'accordo mentre gli uomini dello Stato avrebbero dovuto cercare la strada per distruggere Cosa Nostra, non quella di conviverci e coesisterci".
Con il processo a Mannino, che è stato rinviato al 3 marzo per proseguire con gli interventi delle parti civili, per la prima volta un giudice si esprimerà sulla trattativa. Una vicenda che secondo l'accusa, così come spiegato nella requisitoria, vede il coinvolgimento di Mannino in più fasi. Prima di tutto il suo è uno dei nomi che viene inserito nella lista di politici da eliminare, stilata da Cosa Nostra. E' da quel momento che su richiesta dell'ex ministro prenderebbe il via il dialogo. “Quando Mannino disse a Gargani 'la Procura di Palermo ha capito tutto' diceva il vero - ha detto stamattina Teresi - Si è riusciti a trasformare quel che si era capito in prove giudiziarie. Le sue parole, 'ora ci fottono', 'Ciancimino ha detto la verità su di noi' vanno direttamente collegate al ruolo avuto dal Mannino dopo la morte di Lima, dopo le stragi, il suo rapporto con Mori, il suo sollecitare la non applicazione del 41 bis allo stesso Di Maggio”.

L'interlocuzione a colpi di bombe
Durante la requisitoria Teresi si è concentrato in particolare sull'analizzare quanto avvenuto nel corso del 1993 non solo all'esterno, con le bombe di via Fauro, via dei Georgofili, via Palestro, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano, ma anche all'interno delle istituzioni. E' quello infatti l'anno degli scossoni sia all'interno dell'universo politico (come la sostituzione del ministro della Giustizia Martelli con Conso), che in quello carcerario (la sostituzione di Amato con Capriotti alla direzione del Dap e la nomina di Di Maggio come vice). Nella sua requisitoria Teresi ha ricordato quindi che all’indomani della strage di via dei Georgofili Mannino rilasciò un'intervista in cui, contrariamente a quanto detto dai principali investigatori dell'epoca, Mannino diceva che a compiere la strage non erano i boss. Per il procuratore aggiunto l’ex ministro democristiano è “perfettamente consapevole che, dopo la strage di Capaci, ha bisogno dell'interlocuzione con la mafia perché sa che è nel mirino della mafia. In questo momento iniziano i suoi incontri con Mori e Contrada come testimoniano le agende dell’uno e dell’altro. Lui (Mannino, ndr) conosce ed interferisce con il Dap per realizzare cosa è possibile dare ai mafiosi, per convincere alcuni settori istituzionali, per acconsentire alle richieste, le uniche che gli possono oggettivamente salvare la vita”. Ecco quindi che si arriva alle mancate proroghe di centinaia di 41bis così da dare “un segnale di distensione”.

Interferenze con il Dap
Nella documentazione citata dal pm si fa riferimento ad una prima riduzione del 10% dei decreti firmati da Martelli. Il tutto avviene meno di un mese dopo la strage di Firenze. Per Teresi si tratta di “un segnale di distensione immotivato, ma fortemente voluto dal Dap e da chi, fuori dal Dap, aveva assoluta necessità di far vedere a Cosa Nostra che stava adempiendo alle obbligazioni assunte”. Ma chi c’era fuori? “Mannino che telefona a Di Maggio” per chiedere di “non far applicare” e di “ritardare” alcuni 41 bis. Il pm ha ricordato che in quel momento ai vertici del Dap si parlava anche, in maniera riservata, di creare all’interno delle carceri delle “aree omogenee” da “destinare ai dissociati di mafia”. Secondo la ricostruzione del pm il 41 bis “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”. “Per capire cosa accade nel 1993 - ha spiegato Teresi - bisogna capire la rivoluzione copernicana al ministero della giustizia accompagnata dalla sostituzione al Dap dove il problema carcerario era una risposta”. Il Dap “doveva essere controllato da personaggi che fossero disposti a consentire la realizzazione di talune richieste di Cosa Nostra”, soprattutto in merito all’“attenuazione del 41 bis”. Torna quindi sotto i riflettori la questione dei messaggi della “falange armata” contro il 41bis. Teresi ricorda che l’allora capo del Dap Nicolò Amato è “meno in sintonia” con il neo Guardasigilli Conso precisamente in tema di carcere duro. “Conso non tiene in nessun conto” le indicazioni di Amato sull’effettivo potenziamento del regime del 41bis. Non solo. Tra i primi atti compiuti vi è un annullamento di un decreto firmato da Martelli con cui venivano potenziati i regimi carcerari a Secondigliano e a Poggio Reale dopo gli omicidi “simbolici” del sovraintendente Pasquale Campanello e dell’agente penitenziario Michele Gaglione. Nel ripercorrere le varie fasi degli avvicendamenti ai vertici del Dap Teresi ha evidenziato le “anomalie” di certe procedure come “l'intervento di figure ecclesiastiche come l’ex ispettore generale dei cappellani delle carceri, Cesare Curioni, e del suo fedele vice, Fabio Fabbri, chiamati appositamente da Scalfaro per farsi consigliare sul sostituto di Amato al Dap. Oppure come l'azione mirata a conferire l'incarico di vice direttore al Dap a Francesco Di Maggio, semplice magistrato di tribunale, privo di quel livello di professionalità per potersi occupare delle carceri.

Il parere di D'Ambrosio
Per unire i vari tasselli che ruotano attorno alla nomina di Di Maggio al Dap Teresi ha ripreso la conversazione telefonica tra Nicola Mancino e l’ex consulente giuridico del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, Loris D'Ambrosio. L’intercettazione è quella del 25 novembre 2011 quando a Mancino il dott. D’Ambrosio dichiara: “Uno dei punti centrali di questa vicenda comincia a diventare la nomina di Di Maggio”, per sentirsi rispondere: “E certo, non aveva i titoli”, prima di replicare: “Ecco, e diventa dirigente generale attraverso un decreto del presidente della Repubblica no? Ora io ho assistito personalmente a questa vicenda (…) Io ricordo chiaramente il decreto scritto, il Dpr scritto nella stanza della Ferraro (Liliana Ferraro, all’epoca direttore degli affari penali del Ministero, ndr.), il Dpr che lo faceva vice capo del Dap”. Di fatto si tratta della dimostrazione plastica della piena conoscenza di D’Ambrosio dell’irritualità della nomina di Di Maggio al Dap, una notizia inizialmente taciuta ai magistrati che lo avevano interrogato.

Mori e la sua immorale definizione di “baratto”
“L'altro giorno, Mori - ha sottolineato Teresi - intervistato ad una nota trasmissione tv, dopo essere stato convocato al Copasir, anziché andare in quella sede, ed evocando i fatti per la prima volta, usa una parola che è a dir poco scandalosa nella sua immoralità. Dice (Mori, ndr) che è stato sostanzialmente un ‘baratto’ (uno scambio di cose) ‘abbiamo dato un regime carcerario meno pesante’… si, e loro hanno dato i morti… Questo è un cinismo che fa paura. E’ questa la logica di quei commentatori che parlano di una trattativa ‘per evitare le stragi’. No! Tutto questo ha indotto le stragi. Da quel ‘baratto’ abbiamo avuto i morti!”.

Quelle carte che profetizzavano la trattativa
Nella sua lunga requisitoria il pm ha ripreso inoltre due documenti fondamentali per contestualizzare il grado di consapevolezza istituzionale del patto che si stava consumando tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato: la nota della Dia del 10 agosto ’93 e il rapporto dello Sco dell’11 settembre di quello stesso anno. In quelle carte, inviate ai gangli vitali degli apparati statali, per la prima volta compariva il termine “trattativa”. “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati - avevano scritto gli analisti della Dia -. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”. “Verosimilmente la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”. Nel documento veniva specificato che “l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. Per gli uomini dello Sco Cosa Nostra stava seminando il terrore in tutta Italia per “cercare una sorta di trattativa con lo Stato sulle questioni che più affliggono Cosa Nostra: il carcerario e il pentitismo”. Le bombe di Firenze, Milano e Roma “non avrebbero dovuto realizzare stragi, ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”. Parole pesantissime, e soprattutto profetiche. Per Teresi le revoche di quei 41bis “sono inevitabilmente una deviazione del comportamento istituzionale da parte degli organi dello Stato”.

Dalle revoche del 41bis alle “preoccupazioni” di Mannino per De Mita
Teresi ha ricordato quindi il fax mandato il 29 ottobre del ’93 dalla Procura di Palermo per sancire il parere contrario alla possibile revoca del 41bis per 474 detenuti di prima grandezza (esponenti di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita) proposta dal Dap. Di fatto il parere della Procura palermitana era stato totalmente disatteso. Il pm ha sottolineato che a godere di quelle mancate proroghe erano stati “uomini d'onore, ma anche di capi mandamento che nella loro storia hanno abbracciato la causa corleonese stragista: Francesco Spadaro, Diego Di Trapani, Giuseppe Giuliano, Vito Vitale, Giuseppe Farinella, Antonio Geraci, Raffaele Spina, Giacomo Giuseppe Gambino, Giuseppe Fidanzati, Andrea Di Carlo, Giovanni Prestifilippo, Giuseppe Gaeta, Giovanni Adelfio ed altri”. “Il motivo di dare questo segnale di distensione ai mafiosi poi condannati per le stragi non si capisce”, ha ribadito laconicamente Teresi. Che, infine, ha ripreso quel noto dialogo tra l’ex esponente democristiano, Giuseppe Gargani, e Calogero Mannino “intercettato” casualmente dalla giornalista del Fatto Quotidiano, Sandra Amurri, il 21 dicembre del 2011. “Hai capito, questa volta ci fottono - aveva detto Mannino a Gargani nella ricostruzione della Amurri -, dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 11 dicembre 2014
fonte: http://www.antimafiaduemila.com 

Il segreto delle primarie Pd: dammi questo voto, zingara


Dopo i cinesi, ecco anche i rom democratici. I ras rossi vanno a bussare pure negli accampamenti della desolata periferia romana


È l'avvilente colonna sonora delle primarie Pd: dammi questo voto, zingara. Dopo i cinesi, ecco anche i rom democratici.


Una rom vota per le primarie del Pd


Il partito di Renzi non si fa mancare nulla e i ras rossi vanno a bussare pure negli accampamenti della desolata periferia romana. La foto dell'aprile 2013 è un sigillo sul sacco capitale, ma l'anno scorso questo era solo un sospetto. Ora l'inchiesta sulla Mafia romana illumina l'intreccio tra partito e coop: la farsa era organizzata. Vizi antichi per il solito scambio di favori. L'eterna ricetta del vecchio Pci che cambia nome per non cambiare niente.

Stefano Zurlo - 10 dic 2014
fonte. http://www.ilgiornale.it

FOLLIA di Stato, in aumento vitalizi e numero dei politici!!! Ecco la denuncia della Corte dei Conti



relazione corte conti costi politica
 
Secondo uno studio redatto dalla Corte dei Conti in Italia ci sarebbe un esercito, profumatamente pagato, di “politici di professione”: sono oltre 140mila le persone elette (democraticamente?) nelle istituzioni locali, nazionali ed europee. Quanto ci costano? Uno sproposito: quasi 2 miliardi di euro. Ma il dato più clamoroso è che rispetto all’anno precedente – nonostante le promesse di tagli e riduzioni – il numero dei politici italiani è addirittura aumentato: ecco le cifre dello scandalo.

Troppe volte negli ultimi anni abbiamo sentito parlare dei costi della politica italiana e dei presunti tagli da applicare per combattere la Casta. Il tema è sempre in voga nelle campagne elettorali ma poi, all’atto pratico, quello che accade è il contrario di quanto promesso.
Se nel 2013 la Corte dei Conti certificava in 143.936 il numero dei “politici di professione” – suddivisi tra parlamentari italiano ed europei, politici regionali, provinciali e comunali – desta particolare sconcerto il dato del 2014 che, in controtendenza con quanto sbandierato dal Governo Renzi, è in aumento rispetto al precedente.
Secondo il Giudizio sul Rendiconto Generale dello Stato, presentato dalla Corte dei Conti nel 2014, sono infatti 144.591 i politici di professione, circa 655 in più: come avere, da un anno all’altro, un doppio Parlamento. Altro che taglio dei senatori e delle province, altro che spending review e lotta alla Casta, la realtà – messa nero su bianco – è inquietante, perchè in un periodo di crisi come quella che stiamo vivendo è inaudito veder crescere il numero dei politici italiani, a maggior ragione se il Paese continua ad andare alla deriva.
Per il funzionamento degli organi dello Stato centrale (Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio, Camera dei deputati e Senato della Repubblica), la somma impiegata è prossima ai 3 miliardi di euro, tanti quanti vengono spesi per il funzionamento degli Organi delle autonomie locali (Giunte e 119 Consigli di regioni, provincie e comuni).

6 miliardi di euro per l’esercito dei politici di professione, gli stessi che risultano, poi, collusi con le varie entità di natura criminale che inquinano la macchina dello Stato. Dal Mose a Mafia Capitale, in ogni inchiesta che si rispetti e in ogni organizzazione criminale che si rispetti, i politici nostrani fanno la loro porca figura.
Il Sistema Paese, quindi, non solo spreca miliardi di euro per “finanziare” le organizzazioni criminali, grazie agli appoggi politici, ma si ritrova a stipendiare – molto bene – quegli stessi politici che si vendono ai criminali. Un cane che si morde la coda, un perverso meccanismo da cui – così parrebbe – risulta impossibile uscire.
Dulcis in fundo, la beffa finale: c’è un ulteriore dato in aumento, pari a circa otto milioni di euro, costituito dall’erogazione di un maggior numero di vitalizi in favore di parlamentari cessati dal mandato.
La conclusione della Corte dei Conti, nella persona dell’estensore del paragrafo sui “costi della politica”, il Vice Procuratore generale Amedeo Federici, è illuminante: “I dati rappresentati testimoniano come i c.d. “costi della politica” rappresentino una voce di spesa di ragguardevoli dimensioni, significativamente maggiore rispetto a quella sostenuta nei paesi demograficamente confrontabili con l’Italia, quali Germania, la Francia, la Gran Bretagna, la Spagna. Ne consegue l’esigenza, non ulteriormente procrastinabile, di un’adozione di misure contenutive coerenti.
L’inerzia ravvisabile sul punto, peraltro oscurata da sterili confronti e proposte, non induce ad un recupero di affidamento del corpo elettorale nei confronti delle rappresentanze elette, dalle quali è auspicabile un intervento orientato nella direzione di assicurare un maggior rigore finanziario, riducendo la corresponsione di risorse finanziarie pubbliche anche adottando provvedimenti normativi tesi ad una semplificazione numerica degli organi politici eletti, con ricadute di efficienza e di economicità.”
E poi c’è qualcuno che si lamenta o si stupisce se l’astensionismo raggiunge livelli mai visti in passato.
fonte: infiltrato.it - 10 dic 2014
tramite: http://informatitalia.blogspot.it