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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

03/12/14

LE PRIMARIE DEL PD A ROMA ''PILOTATE'' DAI CLAN DEL BOSS CARMINATI E DEI SUOI ''SOCI'' (EMERGE DALLE CARTE DALL'INCHIESTA)



ROMA - Adesso ci sara' un bel problema per gli ultra' della doppia P. Vestali e sacerdoti della liturgia delle primarie prima e delle preferenze poi avranno nuovi motivi per riflettere. Perche', se c'e' un aspetto, ancora non evidenziato, che merita invece particolare attenzione nella vicenda di criminalita' e affari emersa con l'indagine della Procura romana, e' esattamente il dato squisitamente elettorale.

E', cioe', la capacita' di controllo di pacchetti di voti, che diventano poi preferenze, a vantaggio di questo o quell'altro candidato, di questo o di quell'altro partito. Non e' certo una novita'. Con poco sforzo ci si ricordera' che era stato il leitmotiv della campagna per l'abolizione delle preferenze multiple di Mariotto Segni oltre vent'anni fa. L'inquinamento e il condizionamento criminale o mafioso, attraverso il controllo e la compravendita di pacchetti di voti.

La proverbiale memoria corta degli italiani e l'insipienza di una classe politica oggettivamente incapace e spesso impresentabile ne ha poi determinato l'oblio, dando cosi' fiato e argomenti a chi invece voleva riportarle in auge. Preferenze che non ci sono praticamente da nessuna parte e che da noi sembrerebbero essere invece assolutamente necessarie. Cosi' come le primarie, dove il meccanismo di controllo del voto e' addirittura ancor piu' semplice e che, ove esistono, presuppongono condivisione e chiarezza, mentre da noi sono aperte a tutto e a tutti. Basta pagare. Ecco percio' che se l'impianto accusatorio dovesse essere confermato, quanto accaduto a Roma diverrebbe addirittura lo spot piu' efficace per chi contrasta questa deriva. Con buona pace di chi parla di democrazia violata, appaiono le preferenze il problema, il cancro. Sono i pacchetti di voti che si spostano da una parte all'altra, garantendo affari e corruzione. La preferenza come volano del controllo criminale. E' anche questo che emerge dall'inchiesta. 

Dopo anni di bla-bla inconcludente sulla democrazia violata, dopo gli sperperi e le ruberie dei consiglieri regionali, sara' dura adesso andare a spiegare che il voto di preferenza e' necessario e le primarie sono la panacea. Perchè potrebbe essere vero il contrario. Che preferenze e primarie sono soltanto un bell'alibi per tutti. Partiti e movimenti. Che hanno buon gioco a parlare di "casi isolati", di "mele marce". Di mettere cioe' le mani avanti. Di indicare appunto che il sostegno "inquinato" e' stato al candidato e non al partito. Cioe' di driblare l'accusa. Cosa impossibile con la lista bloccata, perchè li' non potrebbe che essere proprio il partito il diretto e unico responsabile delle scelte. Chissà', magari tutto il male non viene per nuocere. Magari ora si rifletterà di piu' e meglio. 

fonte: il nord.it - 3 dicembre 2014
tramite: http://tentor-maurizio.blogspot.it

Mario Giordano: il Papa che prega Allah mi sembra una resa, non un dialogo


Francesco nella Moschea Blu
Mario Giordano e Papa Francesco


Sarà pur stata un’“adorazione silenziosa”, e non una vera e propria preghiera. Sarà pur stato un gesto simile a quello compiuto da Benedetto XVI nel 2006, come s’affanna a precisare il preoccupato portavoce della Santa Sede. Sarà tutto quel che si vuole, ma fa un certo effetto vedere il Papa che si mette a mani giunte verso la Mecca nella Moschea Blu di Istanbul, mentre l’imam recita i versetti del Corano. E fa ancor più effetto pensare che quel Corano è lo stesso che, poco distante da lì, gli islamici usano per eccitare le folle a squartare i cristiani, a impalarli e crocefiggerli. A spazzarli via. C’è un contrasto troppo forte fra il Papa che rispetta fino all’ultimo tutti i riti dell’Islam, si toglie le scarpe e s’inchina al "mihrab", e gli islamici che a pochi chilometri dalla Moschea Blu non rispettano nulla dei cristiani. Non le loro chiese, non le tradizioni, non i riti. E nemmeno la loro vita.
Papa Francesco vuole dialogare con l’Islam, si capisce. Ma come si fa a dialogare con chi non vuole farlo? Come si fa dialogare con chi vuole solo abbatterti? Come si fa a dialogare con chi vuole piantare la bandiera del Califfato in piazza San Pietro? Il dialogo è una parola bellissima, che permette discorsi straordinari, preghiere comuni, gesti esemplari. Ci si toglie le scarpe insieme. Ci si inchina alla Mecca. Ci si trova d’accordo con l’imam e il gran muftì. Ma poi, in realtà, gli islamici non vogliono dialogare. L’hanno dichiarato apertamente: vogliono conquistarci. E distruggerci.
L’Islam buono e l’Islam cattivo? Una favola. Se fosse vero che i terroristi sono pochi fanatici marginali, non li avrebbero forse già messi a tacere? Non li avrebbero combattuti? Non li avrebbero almeno condannati con durezza? Invece no. Non sento dure condanne unite del mondo islamico contro gli orrori dei tagliagole. Non vedo mobilitazioni dei pellegrini della Mecca per fermare le mani dei loro confratelli. Non vedo fremiti di sdegno contro i massacri che vengono perpetrati contro i cristiani. Anzi: vedo silenzio. Quasi compiacimento. E, anzi, vedo fremiti di anti-cristianità che scuotono tutto il mondo arabo e arrivano perfino in Paesi che fino a ieri laici e nostri amici. A cominciare proprio dalla Turchia che sta scivolando sempre di più nell’Islam radicale, che non a caso sostiene sottobanco le milizie dell’Isis. E il cui presidente Erdogan ha appena riunito i 57 Paesi islamici per incitarli alla rivolta contro di noi: «L’Occidente ci sfrutta, vuole le nostre ricchezze - ha detto -. Fino a quando sopporteremo?».
Qualcuno ha cercato di spiegarmi che c’è pure una differenza tra il gesto di Benedetto XVI (che in moschea si fermò in raccoglimento ma non giunse le mani in preghiera) e quello di Francesco (che invece le ha unite, proprio come se stesse pregando). Se fosse vero, sarebbe un motivo in più per rimanere un po’ perplessi. Ma per rimanere perplesso a me basta, per la verità, vedere un Papa che si rivolge alla Mecca insieme con gli islamici proprio mentre molti islamici che si stanno rivolgendo alla Mecca hanno le mani sporche del sangue dei cristiani.
Mi pare che, dopo il famoso discorso Ratzinger a Ratisbona e la furiosa reazione che ne seguì da parte dei musulmani, i cattolici siano stati costretti a piegarsi. Noi facciamo gesti distensivi e loro moltiplicano i massacri. Noi costruiamo per loro moschee e loro distruggono le nostre chiese. Noi ci inchiniamo ai loro simboli nei nostri Paesi e loro non ci permettono di mostrare i nostri nei loro Paesi. Noi ascoltiamo i versetti del Corano con ammirazione e loro minacciano di declamarli dal Cupolone di San Pietro. Che vogliono trasformare all’incirca in un parcheggio dei loro cammelli.
Capisco l’ansia di Papa Francesco, che è un grande comunicatore, di costruire ponti con tutti: con gli islamici e con i non credenti (Eugenio Scalfari). Ma per costruire i ponti ci vogliono due cose. Primo: bisogna che dall’altra parte non ci sia chi ti vuol sgozzare o annientare, altrimenti è un autogol. Secondo: bisogna che i pilastri siano saldi, tutti e due. E il dubbio è proprio questo: il pilastro dell’Islam è saldo, quello dei non credenti pure. Ma il pilastro cattolico? È incerto. Barcollante. Sradicato. In effetti: non abbiamo radici. Le stiamo perdendo. L’Europa non ce le riconosce. Le chiese si svuotano. I preti invecchiano. I ragazzi non vanno più a catechismo. Dopo la cresima c’è la fuga. I valori del matrimonio e della vita sono messi costantemente in discussione. La famiglia tradizionale è massacrata. Come si può dialogare se non si hanno più valori da rappresentare? Come si possono aprire le porte agli altri, se non si è fortemente saldi dei propri principi? Se i propri valori sono stati attaccati, messi in vendita e liquidati?
In queste condizioni il ponte rischia di crollare. Non per il gesto del Papa, non per una preghiera rivolta alla Mecca, non per la Moschea Blu circondata da Paesi rosso sangue. Il ponte rischia di crollare perché lanciamo gittate in avanti senza assicurarci della nostra tenuta. Non perché loro sono violenti, ma perché noi siamo deboli. E perché anziché rafforzare la nostra debolezza, ci esponiamo alla loro forza. Al loro fanatismo. Alla loro violenza. Fino al giorno in cui sarà troppo tardi.
E ci accorgeremo che quello che ci ostiniamo a chiamare dialogo, in realtà è un loro monologo. O, peggio, una loro invasione. La conquista definitiva. E allora addio cattolici: rivolgersi alla Mecca non sarà più un gesto distensivo. Ma un comando del padrone islamico.

di Mario Giordano - 30 novembre 2014
fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/libero-pensiero

Al “vaccino anti-influenzale show” il direttore di Aifa fa il bis





Sono andati in tivù alla trasmissione di Bruno Vespa e si sono vaccinati davanti alle telecamere. Tutti quanti, ieri sera, dal conduttore Bruno Vespa agli ospiti: il direttore di Aifa, Luca Pani, il commissario dell’Istituto superiore sanità Walter Ricciardi e Giacomo Milillo, segretario della Fimmg (la Federazione italiana che riunisce i medici generici).
Hanno offerto il braccio, si sono lasciati pungere dall’ago e hanno aspettato che il Fluad (il vaccino della Novartis sospettato di aver provocato 19 morti) entrasse nelle loro vene. Per dire agli spettatori che se lo fanno loro, c’è da stare tranquilli. Preso da tanto animo, il direttore di Aifa Luca Pani, ha rifatto una seconda dose di vaccino. Perché aveva già dichiarato davanti alle telecamere di tutti i telegiornali, il 28 novembre, di essersi appena vaccinato, giustappunto con il Fluad della Novartis.
Bugia? E bugia la prima o la seconda volta? E se non sono bugie perché Luca Pani si è esposto a un sovra dosaggio?
Dal numero uno di Aifa – l’ente nato per stabilire i prezzi delle medicine, per trattare con Big Pharma con i soldi dei contribuenti e al posto dei malati, insomma per stare dalla nostra parte – ci saremmo aspettati una spiegazione verosimile. Chessò, quanti e quali controlli si fanno su questi vaccini. Non ci basta sapere che il Fluad venne approvato nel 1997 visto che ogni anno la formulazione cambia.
Invece, siamo stati catapultati al circo. Assordati da rassicurazioni senza dati, circondati da un parterre di testimonial, nulla di più lontano dal mondo reale.
Proviamo ad appoggiare i piedi per terra: 19 morti da vaccino anti influenzale cosa scatenano quaggiù? Per prima cosa il bisogno di una risposta, è un rispetto che si deve ai parenti e alla comunità che si è deciso di tutelare.
In secondo luogo, un mettere le cose al loro vero posto: non esiste un vaccino senza rischi, come non esiste un’operazione senza rischi, come non esiste una vita senza rischi.
Chi è convinto di aver bisogno del vaccino, perché immunodepresso o già provato da malattie respiratorie,  continuerà a farlo soppesando pro e contro (e senza bisogno di show in televisione). Chi è incerto, chi non ci aveva mai pensato prima ma-forse-ha- sentito-che-a-65anni- è meglio-iniziare, ci ragionerà una volta in più.  Un bene, senz’altro. Un modo di trasformare le tragedie di questi giorni in un cammino consapevole.


RIASSUNTO

Aifa ha bloccato due lotti del vaccino Fluad di Novartis.
- 19: sono le morti sospette segnalate ad oggi all’Aifa. Sono anziani che avevano appena fatto il vaccino  Fluad.
- 143301 e 142701: sono i due lotti collegati ai decessi sospetti e bloccati.
- 8: è il numero dei lotti dello stesso vaccino ad oggi collegati ai decessi.
- 3,5 milioni: il numero delle dosi di Fluad distribuite in Italia.
- 1 milione: il numero di dosi che potrebbero essere già state utilizzate in Italia.
- 65 milioni: il numero di dosi del vaccino distribuite nel mondo dall’anno della sua approvazione, il 1997.
- 38: il numero di controlli sul vaccino previsto dalle procedure internazionali di autorizzazione. Di questi, 14 sono svolti sul prodotto finito e 23 sui singoli componenti prima che i singoli lotti siano rilasciati in commercio.
- 6: il numero delle inchieste aperte da diverse procure a seguito delle morti sospette. Si tratta delle procure di Siena, Siracusa, Prato, Chiesti, Parma e Larino. A queste inchieste, si aggiunge anche quella aperta dalla procura di Torino su un altro vaccino antinfluenzale della Novartis, l’Agrippal, a seguito di una segnalazione di evento avverso ma non mortale.
- 8.000: il numero medio di decessi che si verificano ogni anno in Italia percomplicanze cardiovascolari riconducibili all’influenza.

http://blog.ilgiornale.it - il blog di Gioia Locati 2 dicembre 2014

La demenziale convivenza tra Triton e Mare Nostrum



Come previsto l’avvio dell’Operazione Triton, dell’agenzia europea Frontex, non ha cambiato nulla nella demenziale gestione dei flussi migratori dalla Libia che Italia e Ue gestiscono litigando ma accomunati da una passiva accettazione che ingrassa i trafficanti nordafricani quando i mezzi militari in campo consentirebbero di attuare un programma di respingimenti coordinato e con tutte le necessarie garanzie di sicurezza.
I flussi sono di fatto limitati solo dall’eventuale maltempo non certo dalla missione europea e dall’italiana Mare Nostrum.
Le due operazioni che avrebbero dovuto essere complementari continuano invece a soffrire di una difficile convivenza ma soprattutto, al di là di chi li raccolga in mare, le migliaia di immigrati clandestini.



Continuano a venire accolti in Italia. Esclusivamente in Italia: oltre 5mila negli ultimi dieci giorni, 10 mila in novembre (quasi un terzo raccolti dalle navi della missione targata Ue)  18 dei quali morti in mare e circa 170 mila dall’inizio dell’anno.
Una marea umana che, come Analisi Difesa aveva anticipato già l’anno scorso quando prese il via Mare Nostrum, non poteva non provocare problemi sociali, disordini e tumulti tra i tanti cittadini italiani indigenti o disagiati che non godono dei “privilegi” offerti dallo Stato ai clandestini.
Frontex, da quanto riferito dall’agenzia ANSA, ha manifestato alle autorità italiane perplessità per il fatto che le navi impegnate nell’operazione vengono costantemente chiamate dalle Capitanerie di Porto per interventi di soccorso a ridosso delle coste libiche, ben al di fuori dunque dello spazio di mare di competenza di Triton, che si estende nell’ambito di 30 miglia da Lampedusa.



Dall’1 novembre sono giunte 15 richieste di soccorso che hanno impegnato un’unità navale di Triton per complessivi 25 giorni.
Nei giorni precedenti la partenza di Triton, i ministri dell’Interno e della Difesa, Angelino Alfano e Roberta Pinotti, avevano concordato di chiedere a Frontex che il centro di coordinamento della missione fosse insediato presso il comando della squadra navale della Marina Militare a Santa Rosa (Roma).
Frontex è stata però ferma nella decisione di mantenere il coordinamento presso il comando aeronavale della Guardia di Finanza di Pratica di Mare (Roma),come era avvenuto per le precedenti operazioni dell’Agenzia europea delle Frontiere.



Se da un lato non si comprende il senso (anche in termini finanziari) di avere due comandi che dovrebbero essere complementari in sedi diverse, dall’altro i litigi di campanile tra Mare Nostrum e Triton sono paradossali e ben evidenziano il tentativo di Ue e Italia di scaricarsi reciprocamente addosso le responsabilità di una crisi che nessuno ha il coraggio di affrontare con la necessaria determinazione.
Le due missioni messe assieme non hanno infatti alcun effetto deterrente sui flussi di immigrati clandestini. Anzi, li incoraggiano. Nell’ultimo mese sono state sequestrate 7 carrette del mare e arrestati 32 scafisti che però verranno come al solito liberati in breve tempo, sempre ammesso che finiscano nelle carceri italiane anche solo per un breve “soggiorno”.
Il mandato di Triton è quello di fare controllo delle frontiere nell’ambito delle 30 miglia dalle coste italiane.



Ma fin dall’inizio dell’operazione, si sono susseguite quotidianamente le richieste di intervento avanzate al centro di coordinamento della missione Frontex da parte delle Capitanerie di Porto per barconi in difficoltà nello spazio di mare a 50 miglia dalla Libia, ben al di fuori, dunque, dell’area di competenza.
E questo rende problematico assolvere il compito dell’operazione Frontex che, per mandato UE,  è esclusivamente quello di controllare le frontiere marittime comunitarie.
A contribuire al “superlavoro” di Triton c’è anche un altro fenomeno segnalato dagli addetti ai lavori. Negli ultimi tempi, infatti, i mercantili che incrociano nelle acque del canale di Sicilia tendono a spegnere il sistema di posizionamento che consente loro di esser contattati via radio.



Questo  per evitare di venire chiamati ad interventi di soccorso verso le acque libiche, ai quali debbono necessariamente rispondere per le leggi del mare, ma che rappresentano anche un costo. E’ così continua a squillare il ‘telefono’ del Centro di Coordinamento di Triton.
A fine anno, con la fine annunciata di Mare Nostrum, presumibilmente la situazione peggiorerà ulteriormente poiché su Triton ricadranno tutte le richieste di soccorso mentre gran parte dei barconi tornerà a puntare su Lampedusa. All’agenzia europea con sede a Varsavia si attendevano un calo dei flussi migratori dalla Libia ma la realtà è ben diversa soprattutto se l’inverno resterà mite e le condizioni meteo favorevoli.
“Considerato che probabilmente gli arrivi via mare per il momento non diminuiranno, il rischio di naufragi resta ancora altissimo” ha sottolineato Federico Soda, capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) in Italia.

Foto: Marina Militare

di Gianandrea Gaiani - 30 novembre 2014
fonte: http://www.analisidifesa.it

CASO MARO' – 44 giorni al rientro di Latorre in India. Lo stesso marò rilancia il caso sul web



– 44 giorni al rientro di Latorre in India. Lo stesso marò rilancia il caso sul web

«Per mare per terram. E noi grideremo mattina e sera libertà per Max e Salvo»: è lo stesso fuciliere Massimiliano Latorre, a 44 giorni dal rientro in India per la fine del permesso concesso dalle autorità asiatiche per motivi sanitari, a riportare l’attenzione sul caso dei marò. Una vicenda  drammaticamente irrisolta da oltre due anni e mezzo, grazie anche all’inerzialità e all’inadeguatezza delle autorità nostrane che si sono fin qui “rimpallate” il caso: dall’esecutivo Monti all’attuale governo Renzi, passando per Enrico Letta. Un caso intrappolato nelle maglie della diplomazia internazionale e, peggio ancora, della farraginosità del sistema giudiziario asiatico che da marzo del 2012 rinvia di corte in corte, la risoluzione della definizione specifica del caso penale e dunque, di rimando, il conseguente problema dell’attribuzione della sua giurisdizione, tirando di volta in volta ballo la Corte suprema, o agitando lo spettro della pena capitale prevista per reati di stampo terroristico.

L’appello sul web subito virale

Un caso che sembra interminabile e di cui non a torto Latorre teme evidentemente ulteriori dilazioni nel tempo, tanto da tornare a pubblicare, nell’imminenza del rientro, una nuova foto copertina sul suo profilo Facebook, su fondo nero con il fiocco giallo, simbolo della libertà per i fucilieri, uno dei quali, Salvatore Girone, è nel frattempo rimasto da solo a Nuova Delhi. E ancora una volta il tam tam sul web ha dimostrato di funzionare a dovere: l’immagine di Latorre è stata immediatamente condivisa da oltre cento sostenitori della causa dei marò, riscuotendo più di 450 «mi piace». Un appello divenuto nel giro di poche ore virale, a ennesima dimostrazione di una solidarietà di piazza capace di travalicare i confini spazio-digitali, in nome del rispetto per due vite, interrotte da quasi tre anni. Ecco, ad adiuvandum, le tappe del calvario dei nostri due marò.

Le tappe dell’interminabile vicenda

1 – Il 15 febbraio 2012 mentre la petroliera Enrica Lexie è in azione antipirateria, due pescatori indiani vengono uccisi al largo delle coste del Kerala. I due fuclieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono accusati dell’omicidio, ma loro si difendono spiegando di aver sparato colpi di avvertimento.
2 – A marzo 2012 i due Marò vengono trasferiti in carcere a Trivandum, capitale dello Stato federale del Kerala, e solo il 30 maggio viene concessa ai due militari la libertà su cauzione: i due marò vengono rilasciati il 2 giugno, e trattenuti in India, a Kochi.
3 – Il 22 dicembre 2012, dopo una serie di rinvii e slittamenti interminabile, la Corte del Kerala concede ai due marò un permesso speciale per Natale, con la «promessa» del ritorno: promessa che Latorre e Girone onorano rientrando in India il 4 gennaio.
4 – A marzo 2013 scoppia il caso diplomatico: l’allora ministro degli esteri Giulio Terzi annuncia che i due marò non torneranno in India dopo il permesso di quattro settimane concesso per le elezioni politiche di febbraio. Le autorità indiane rispondono minacciosamente, fermando l’ambasciatore italiano in India, Daniele Mancini. Il governo tecnocratico di Monti rispedisce Latorre e Girone in India.
5 – Nel febbraio del 2014, tra interrogatori e rinvii, avvicendamenti governativi in Italia e in India, le autorità indiane provano ad attribuire il caso Marò alla Nia, l’agenzia di investigazioni indiana: svolta negativa che lascia presumere l’intenzione di sostenere l’accusa di terrorismo internazionale, poi decaduta.
6 – Ad agosto 2014 Massimiliano Latorre viene colpito da un’ischemia e ricoverato a Nuova Delhi, ottenendo a settembre il permesso di tornare in Italia per cure e convalescenza. A breve, però, dovrà raggiungere il compagno Salvatore Girone in India.